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Posts Tagged ‘battesimo’

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Spesso sacerdoti e catechisti sono in imbarazzo davanti al tema della festa di oggi. Ci sembra che per parlare della Santissima Trinità dobbiamo usare un linguaggio tecnico, complicato:“la Trinità è un concetto difficile”! Cosicché molti rinunciano semplicemente a parlarne. Penso che questa rinuncia sia un vero peccato di omissione, che fa seguito ad un atteggiamento pericolosamente gnostico. La Trinità non è un concetto: è Dio! Certamente è un mistero, ma non dobbiamo annunciare i misteri della fede? Incarnazione, Eucaristia, Risurrezione, Salvezza… sono forse “idee chiare e distinte”?

Se viene meno la Trinità cosa resta? Un certo discorso su Gesù, centrato solo sugli aspetti umani, che lo riduce ai minimi termini e poi lo fa scomparire tra i filosofi e gli eroi. Gesù si annuncia solo nella Trinità. Con il Padre e lo Spirito Santo.

Il mistero della Trinità ci rivela che Dio non è un solitario, un single: Dio è amore. E non riusciamo a capire cos’è l’amore se non lo vediamo nella Trinità: il Padre è pienezza che genera l’amore uguale nel Figlio, e il mistero di questo amore del Padre e del Figlio è lo Spirito. L’amore divino è tanto grande che sono tre persone, ma un Dio solo: tre persone che non stanno semplicemente l’una accanto all’altro, ma sono l’una per l’altra. Dio è comunione.

Mistero grande! Sì, ma per eccesso di luce, non per oscurità. Mistero inaccessibile, ma non per lontananza: è anzi quanto di più vicino, quanto di più intimo a noi stessi.

Già Mosè, in Dt 4, annunciava con stupore questa vicinanza: Dio ha fatto udire la sua voce, si è scelto un popolo con segni grandi: si prende cura del suo popolo.

Per cui già l’uomo dell’Antico Testamento può dire nel Sal 32: “Beato il popolo scelto dal Signore”; “L’occhio del Signore veglia su chi lo teme, per liberarlo, per nutrirlo: il Signore è nostro aiuto, nostro scudo”.

Nel Vangelo Cristo ci rivela la Trinità in termini chiarissimi: manda i discepoli a battezzare “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28, 16-20); non solo ad ammaestrare, insegnando che Dio è Trinità, ma a battezzare (immergere, tuffare) dove? Nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, cioè nella realtà profonda, intima, della SS. Trinità.

Ma dire che noi siamo tuffati in Dio equivale a dire che Dio si è tuffato in noi. Paolo (Rm 8, 14-17) esprime questo dicendo che abbiamo ricevuto uno Spirito da figli, che ci consente di rivolgerci al Padre con la voce di Gesù e chiamarlo “Abbà”, che significa “babbo”. Lo Spirito Santo che ci rende figli del Padre e fratelli di Gesù.

Per cui noi siamo nella Trinità e la Trinità è in noi, come Dio Padre è nel Figlio ed il Figlio è nel Padre, ed essi sono una cosa sola nello Spirito Santo.

Per questo anche noi siamo chiamati ad essere una cosa sola nella Comunità cristiana, e siamo mandati nel mondo a testimoniare l’amore.

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Perugino, Battesimo di Gesù

Perugino, Battesimo

Se, come abbiamo detto più volte, la Quaresima è un itinerario di preparazione al battesimo, il Tempo di Pasqua può essere visto come un itinerario di riflessione sul dono ricevuto.

In particolare oggi è la seconda lettura che ci mostra la grande dignità che questo sacramento ci ha conferito: “Voi – dice l’apostolo Pietro – siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa”. Non dobbiamo aver paura della grandezza, della bellezza esaltante di queste parole: non possono indurci al trionfalismo o alla presunzione, perché sono dette senza alcun nostro merito. Non siamo eletti, non siamo santi per nostro merito, ma unicamente perché siamo il popolo che Dio si è acquistato: il merito è di Dio, è lui che “ci ha acquistati”, ha pagato lui il prezzo dell’acquisto.  È lui che “ci ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa”. Se fosse per noi, saremmo ancora nelle tenebre; ma è per lui che siamo in una luce meravigliosa: siamo “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa”. Ecco: questo è il frutto della Pasqua! Questo è l’effetto del Battesimo! Chi vive in questa condizione, è immerso nella luce, al punto da diventare luce egli stesso, diventa una proclamazione vivente delle opere di Dio.

Tutto questo, però, non si produce come automaticamente in noi. L’azione di Dio è infallibile, ma richiede da parte nostra la fede perché possa compiersi. E in noi c’è una sorta di diffidenza naturale nei confronti della fede, perché aver fede significa fidarsi. E noi abbiamo paura di fidarci.

Anche per gli apostoli era così. L’abbiamo ascoltato nel Vangelo: Tommaso vorrebbe sapere dove se ne va Gesù, Filippo vorrebbe vedere il Padre… Sapere, vedere… Gesù li spiazza: li esorta ad avere fede, a credere: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me; Non credi tu che io sono nel Padre e il Padre è in me?… Se non altro credetelo per le opere stesse. In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che compio io e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre”.

Basta credere. La fede è innanzi tutto la nostra adesione personale a Dio; al tempo stesso e inseparabilmente è il nostro sì a tutta la verità che Dio ha rivelato. Si tratta cioè di affidarsi completamente a Dio e di credere assolutamente a quel che Dio dice.

Per noi cristiani, credere in Dio significa immediatamente credere in Colui che Dio ha mandato: Gesù Cristo. Chi vede lui vede il Padre: Gesù è nel Padre e il Padre è in Gesù. Solo il Figlio conosce il Padre e quindi ha il potere di rivelarlo.

E non si può credere in Gesù Cristo se non si riceve il suo Spirito. È lo Spirito santo che ci rivela chi è Gesù, e – essendo Dio – ci apre il segreti di Dio. Per cui la nostra fede è credere in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito santo.

La fede è una grazia, è un dono di Dio. Noi la chiamiamo “virtù teologale” (insieme con la speranza e la carità) proprio per significare che è una virtù che supera le nostre possibilità naturali, e quindi ci viene donata dallo Spirito santo che “muove il cuore e lo rivolge a Dio, apre gli occhi della mente e dà a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità”.

È impossibile credere senza la grazia e gli aiuti interiori dello Spirito santo. Non di meno, credere è un atto autenticamente umano, in cui la nostra intelligenza e la nostra volontà cooperano con la grazia di Dio.

La fede è un atto della nostra intelligenza, perché è da persone intelligenti fidarsi di Dio e credere a quello che lui ci rivela. E Dio stesso ci ha dato tanti segni che provano la verità della sua parola: i miracoli di Cristo e dei santi, le profezie, la diffusione e la santità della Chiesa… E’ questo che Gesù intende quando dice: “Se non altro credetelo per le opere stesse”. Quindi la fede è certa, più certa di ogni conoscenza umana, perché si fonda sulla Parola stessa di Dio, il quale non può mentire.

E la fede dipende dalla nostra libera volontà: nessuno può essere costretto a credere. Gesù ha reso testimonianza alla verità”, ma non la impone con la forza.

Credere in Cristo e in colui che l’ha mandato per la nostra salvezza è necessario per essere salvati. Noi abbiamo ricevuto la fede da Dio e, con essa, abbiamo ricevuto una grande responsabilità, perché possiamo perdere questo dono inestimabile. Per vivere, crescere e perseverare nella fede sino alla fine, dobbiamo nutrirla con la Parola di Dio; dobbiamo chiedere al Signore di accrescerla; la nostra fede deve operare per mezzo della carità, essere sostenuta dalla speranza, essere radicata nella vita della Chiesa.

L’Eucaristia è il “mistero della fede”: Cristo ci rende partecipi del suo corpo e del suo sangue, facendoci pregustare il banchetto del cielo. Radichiamoci nella fede e pregusteremo la conoscenza che ci renderà beati nella vita futura.

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Il senso della liturgia odierna è espresso sinteticamente nel Prefazio: “Nel mistero della sua incarnazione Cristo si è fatto guida dell’uomo che camminava nelle tenebre, per condurlo alla grande luce della fede. Con il sacramento della rinascita ha liberato gli schiavi dall’antico peccato per elevarli alla dignità di figli”.

Siamo dunque chiamati a fissare lo sguardo su due aspetti del Vangelo di oggi: la fede e il battesimo. Dopo la domenica della Samaritana e dell’acqua, oggi è la volta di un altro grande simbolismo battesimale: quello della luce.

Gesù dice: “Io sono la luce del mondo. Io sono la luce della vita”.

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L’evangelista Giovanni ci annuncia questa verità raccontandoci un fatto: Gesù ridona la vista a un cieco.

L’episodio è narrato con una tale abbondanza di particolari che non possiamo commentarlo tutto: ognuno dovrebbe rileggerlo e meditarlo nella sua preghiera personale.

Ma alla fine ci accorgiamo che Giovanni ha voluto dire due cose alla sua comunità:

1. Quel cieco rappresenta ogni cristiano; prima dell´incontro con il Vangelo, volgi gli occhi intorno, ma non vedi niente, non capisci il senso dell´esistenza, di quello che hai e ti viene sempre tolto, delle relazione d´amore che vorresti e non sei capace di realizzare, delle gioie che finiscono sempre, del dolore che ritorna, della vita che finisce sempre con la morte. Poi, se incontri Cristo ed entri in relazione profonda con lui, se vai alla piscina di Siloe – il fonte battesimale – e ti fai lavare, torni che ci vedi.

2. La luce che Cristo ci ha dato è la fede. Quel cieco alla fine incontrò di nuovo Gesù ed esclamò: “Io credo, Signore”. Questa frase è l’equivalente di tutte quelle esclamazioni pronunciate dal cieco: ho acquistato la vista, ci vedo, mi ha aperto gli occhi. Cristo è il senso dell´esistenza, tutto ciò che ti porta disperazione e morte è il peccato che ti allontana da Dio, ma battezzato nella sua morte trovi il perdono, nella sua risurrezione ricevi la vita eterna.

Ma a questo punto ci sorge un dubbio: tutto si è compiuto il giorno del nostro battesimo? Non c’è altro da fare per la nostra esistenza di adesso, per le nostre scelte di oggi?

Così sembrerebbe quando san Paolo, nella 2. lettura, dice: “Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore”.

Ma siamo davvero ora tutti e solo luce? Se così fosse non avrebbe senso quel grido finale, come nella notte, che ci ha rivolto Paolo stesso: “Svegliati o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà”!

La verità è che noi siamo in parte nella luce e in parte ancora nelle tenebre. Abbiamo sì ricevuto il dono della fede – che, come ci insegna il catechismo è una virtù teologale – ma come un germe che deve crescere, una possibilità da sviluppare. Il resto è tutto da fare tra Dio e la nostra libertà.

Questo significa che dobbiamo allenarci ogni giorno a guardare con gli occhi di Dio, perché, come abbiamo ascoltato nella 1. lettura, Dio non guarda ciò che guarda l’uomo: “L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore”. E noi restiamo uomini, sempre tentati di fermarci all´apparenza.

Questo significa che dobbiamo lottare ogni giorno contro l’incredulità, che rende cieco chi crede di vederci: come i farisei nel vangelo, che rifiutano Gesù perché non corri­sponde ai loro pregiudizi; come i genitori del cieco, che per paura di essere allontanati dalla sinagoga non riconoscono la salvezza.

Non è così tante volte anche per noi? Rinneghiamo la fede perché non corrisponde alla mentalità del mondo, perché facendoci guidare dal vangelo siamo esclusi dalle logiche di moda, dal successo mondano, dal consenso…

Questo significa che dobbiamo convertirci e ritornare agli impegni del nostro battesimo.

In quel giorno ci è stato chiesto: “Rinunciate al peccato per vivere nella libertà dei figli di Dio?” “Rinunciate alle seduzioni del male per non lasciarvi dominare dal peccato?” “Rinunziate a satana, origine e causa di ogni peccato?”. E tre volte abbiamo risposto “Rinuncio. Rinun­cio. Rinuncio”.

Cosa ne è stato di queste rinunce? Dobbiamo riconoscere che la nostra umanità ha ricevuto la luce, ma porta in sé ancora delle zone d’ombra: sono le spinte tenebrose che s. Paolo ha chiamato “le opere infruttuose delle tenebre”. Quello che si agita in questa zona d’ombra è vergognoso perfino a parlarne; scrivendo ai Galati (5, 19-21), Paolo vi accenna: “ fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere”.

Si tratta allora di lasciarsi guidare dalla luce di Cristo, fuori dalle tenebre. E conosciamo la strada.

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Uno degli aspetti della quaresima è quello di cammino di preparazione al Battesimo o di riscoperta di esso, perché nella Veglia Pasquale possiamo, con piena consapevolezza, rinnovarne le promesse. In particolare, la liturgia della parola della terza domenica ci fa riflettere sul tema dell’acqua.

Noi siamo abituati a pensare all’acqua del Battesimo come a qualcosa che purifica, che scioglie le incrostazioni del peccato, che ridona freschezza e pulizia: è l’acqua del perdono di Dio!

Ma l’acqua ha un’altra proprietà: disseta. Ed è proprio questa realtà di sete che emerge dalla lettura dell’Esodo e dal Vangelo di Giovanni. Nella prima lettura vediamo il popolo di Israele che soffre la sete nel deserto e si ribella contro Dio, ma Dio dona loro acqua dalla roccia.

Nel Vangelo tutto inizia con la sete di Gesù e della Samaritana.

Il punto d’avvio è la sete naturale, la sete del corpo che ha bisogno di acqua di pozzo. Ma il punto di arrivo è la sete dello spirito, che ha bisogno dell’Acqua Viva.

La Samaritana ha bisogno di acqua per bere, e sa come fare per procurarsela: sa dov’è il pozzo, ha una brocca per attingere. Davanti a lei Gesù è in una posizione di debolezza: stanco per il viaggio, ha sete, ma il pozzo è profondo e non ha un mezzo per attingere. Quindi Gesù chiede alla donna: Dammi da bere.

Ma la richiesta di Gesù serve per parlare alla donna di un’altra sete e di un’altra acqua che sola può estinguere tale sete: Chiunque beve di quest’acqua (del pozzo) avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna. Di che sete si tratta? È la sete di felicità, di gioia piena, di beatitudine. Chi di noi non desidera essere felice? Tutti ci diamo da fare, corriamo a destra e a manca per fare, disfare, cercare, vedere… Ma perché? Per essere felici! E, magari, riusciamo anche ad intuire una verità: solo l’amore può appagare questa sete. Ma quale amore?

La Samaritana ha cercato la strada dell’amore terreno: è stata una donna leggera, preoccupata solo di trovare marito. Se ha sete, sa dov’è il pozzo e ha la brocca per attingere. Se vuole l’amore, sa dove sono gli uomini ed ha i mezzi per conquistarli. Ma bevendo l’acqua del pozzo, fatalmente ha di nuovo sete. E cercando l’amore terreno è sempre più inappagata: aveva passato cinque mariti, dice il Vangelo, sempre insoddi­sfatta.

Il profeta Geremia (2,13) aveva detto: ci sono alcuni che abbandonano Dio per cercare la felicità nelle creature: essi sono simili a gente che abbandona una fonte di acqua viva per scavarsi cisterne di acqua piovana, cisterne screpolate che non trattengono l’acqua. Gesù vuol dire la stessa cosa. Il cuore umano ha sete di vita e di felicità, perché Dio l’ha creato così, con questa sete innata, come una specie di legge di gravità. Il cuore umano è inquieto finché non trova dove riposarsi, ha detto molto bene sant’Agostino.

Ci sono due modi per tentare di estinguere la sete. Il primo è bere all’acqua delle creature, ricercare cioè disperata­mente la gioia nelle cose – i beni, la roba, la fama, il prestigio – o ricercarla in un’altra creatura. Dentro i limiti stabiliti dalla legge di Dio, ciò non è peccato: è la natura. Gesù però ci mette sull’avviso: questa è un’acqua che estingue la sete solo provvisoriamente, spesso in modo ingannevole e illusorio. E in ogni caso verrà il momento in cui non se ne potrà più bere. Guai a puntare tutto su queste cose!

Gesù, invece, ci offre la sua acqua che placa ogni arsura e ogni bisogno del cuore dell’uomo.

Ma cosa è quest’acqua? È lo Spirito Santo che riceviamo nel Battesimo. San Paolo ci ha detto: L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. È questo amore che fa la nostra felicità piena.

E subito s. Paolo ci ricorda che questo dono ci viene dalla morte di Cristo. La roccia dell’Esodo, percossa dal bastone, ha fatto scaturire la sorgente d’acqua per la sete del popolo. Cristo crocifisso, percosso dalla lancia, ha effuso sangue ed acqua per la nostra sete, simbolo del Battesimo e dell’Eucaristia.

Non stupisce allora che i primi cristiani parlassero dell’acqua con vette di poesia altissima, come se fosse il loro elemento vitale. Essi amavano rappresentarsi e definirsi “pesciolini”, perché sapevano di essere nati nell’acqua e di non poter vivere se non rimanendo nell’acqua, cioè rimanendo nel battesimo, nella grazia, nella fedeltà allo Spirito d’Amore.

Questo vale anche per noi: ripetiamo ancora al Signore: “Tu sei veramente il salvatore del mondo: dammi dell’acqua viva, perché non abbia più sete”.

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2. domenica di quaresima – A

Celebrare la Quaresima è ripercorrere un cammino di preparazione al Battesimo, un cammino di catecumena­to, in modo che, la notte di Pasqua, possiamo davvero rivivere la nostra Pasqua.

Le letture di domenica scorsa ci hanno fatto fare il primo passo in questa direzione, mostrandoci lo sfondo oscuro sul quale brilla la luce della Pasqua e del Battesimo, il peccato.

Ma forse la parola “peccato” non ci provoca più. Pensiamo che “peccato” significhi qualche cose di molto interessante e piacevole, che la chiesa però proibisce non si sa bene perché. E allora proviamo ad usare un’altra parola. Anziché peccato, diciamo “fallimento” o “rovina”. Tu vuoi garantirti una vita comoda e divertente (dì che le pietre che diventino pane!), oppure un successo strepitoso (buttati dal pinnacolo del tempio usando gli angeli come paracadute!), oppure il potere e la ricchezza (tutte queste cose ti darò se prostratoti mi adorerai!). Dietro questo c’è l’inganno, dentro questo c’è la tua rovina e la rovina delle persone con cui costruisci la tua storia.

Nel deserto, Gesù ha cominciato a creare la possibilità di vincere il peccato. Ma la vittoria di Gesù sarà piena nella Pasqua. Ed è vittoria per noi, se abbiamo il coraggio di entrare con lui in questi quaranta giorni di purificazione, perché il desiderio di una vita comoda e divertente, il desiderio del successo, il desiderio del potere e della ricchezza sono anche in noi, e ci conducono alla rovina se non ce ne purifichiamo.

Abbiamo questo coraggio? Vogliamo incamminarci con Gesù? Oggi il Signore lo chiede a me e a voi. Ci fa ascoltare ancora una volta la sua chiamata, questa vocazione santa di cui parla S. Paolo nella 2. lett.

La parola “vocazione” ci fa subito pensare a preti, suo­re e frati… No! La prima cosa che ci deve venire in mente è la salvezza! Dio ci salva dai nostri fallimenti, dalla nostra rovina, cioè dal peccato.

Dio non ci chiama perché, in qualche modo, ce lo meritiamo. Dice s. Paolo: Ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il proposito della sua grazia. Cioè: non ci chiama perché noi siamo buoni, ma perché Lui è buono e ci vuol far diventare buoni.

Da parte nostra cosa si richiede? La disponibilità a metterci in cammino.

Guardate ad Abramo. Dio gli dice: Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre.

Lui stava così bene tra i suoi! Era felicemente sposato con Sara, non desiderava forse che avere tanti figli, numeroso bestiame e di invecchiare a lungo circondato dai figli e dai figli dei figli. La voce misteriosa del Signore invece gli dice: Alzati e va’! Ma aggiunge una promessa. E Abramo dice di sì, dice il suo “eccomi”, fidandosi di Dio. Esce dalla vita comoda e divertente, rinuncia al successo, perde ogni ricchezza e potere e si fida di Dio.

Questo “eccomi” della fede anche noi avremmo dovuto pronunciarlo nel Battesimo, quando avremmo dovuto dire “rinuncio a Satana, a tutte le sue opere, a tutte le sue seduzioni; credo in Dio, in Gesù Cristo, nello Spirito Santo”.

E la Quaresima è l’occasione per eccellenza per riportare alla luce questo impegno sepolto nella nostra infanzia, tante volte dimenticato nei ritmi della vita quo­tidiana. Chiamandoci alla conversione, la Chiesa ci chiama, in realtà, a ripetere e fare nostra l’esperienza di Abramo. Uscire dalla routine della vita, dalla nostra terra in cui siamo confortevol­mente installati, con la mente piena di progetti e di desideri terreni. Andare verso il paese che il Signore ci indicherà, cioè verso il futuro della fede, aprendoci alle promesse che Dio fa e alle opere che ci chiede.

Ma la nostra condizione è più facile di quella di Abramo. Lui non sapeva dove andava, noi sì. Gesù ce lo ha rivelato. La trasfigurazione di cui abbiamo ascoltato il racconto nel Vangelo è proprio questo.

Gesù mostra ai suoi discepoli qual è il termine, la meta del cammino. Andiamo verso la Pasqua di Cristo che è la nostra Pasqua. Come Gesù si è trasfigurato, così anche noi ci trasfiguriamo in lui. L’oscurità del nostro peccato si trasforma in luce di santità, la miseria della nostra condizione umana si trasforma nella gloria di Dio, la tristezza della nostra vita si trasforma in gioia senza fine.

Ma non possiamo fermarci a contemplare la meta: dobbiamo metterci in cammino, altrimenti siamo come Pietro che vuole fare le tende e fermarsi sul monte.

Qual è la strada per arrivare alla Pasqua? Il Vangelo di oggi ce lo fa intuire, dicendo che Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, cioè i tre discepoli che saranno con lui nell’agonia dell’orto degli ulivi. La strada per la Pasqua è la strada della croce. Perché devi strapparti dal desiderio della vita comoda e divertente, dal desiderio del successo, dal desiderio del potere e della ricchezza. E ciò significa croce.

Non crediate però che la croce sia una caratteristica dei cristiani. Essa si realizza nella vita di ogni uomo, anche di chi non crede: la solitudine, la delusione, l’angoscia… Tutti le sperimenta­no, prima o poi. La vita comoda e divertente prima o poi verrà meno; il successo non sarà più tale, il potere e la ricchezza ti deluderanno, sia che tu creda, sia che tu non creda. Solo che chi non crede si ferma al fallimento e alla rovina, ossia al peccato. Mentre chi crede si apre alla trasfigurazione e alla risurrezione: viene salvato!

Prepararsi alla Pasqua, rivivere il proprio Battesimo, significa dunque ascoltare Gesù Cristo (Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo), lasciarsi rivelare la bellezza della meta, ed abbracciare con la croce la sua vittoria e la nostra salvezza, confidando nella potenza della risurrezione.

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Tutti sanno che si tratta di un tempo di quaranta giorni di penitenza che ci preparano alla celebrazione della pasqua. Ma … come ci dobbiamo prepa­rare?

Per capirlo dobbiamo farci un’altra domanda: che significa celebrare la pasqua? Certamente significa ricordare la morte e risurrezione di Gesù; ma non basta: significa partecipare alla morte e risurrezione di Gesù, significa morire al peccato e risorgere alla vita nuova.

Questa è la nostra pasqua, la pasqua che si realizza in ogni uomo che crede in Cristo e riceve il battesimo.

Sì, è proprio il battesimo che ci fa partecipare alla morte e risurrezione di Gesù. Ed è per questo che, secondo una tradizione antichissima, il battesimo degli adulti si celebra nella notte di Pasqua.

La quaresima, allora, cosa è? È ripercorrere un cammino di preparazione al battesimo, un cammino di catecumenato, in modo che, la notte di pasqua, possiamo davvero rivivere la nostra pasqua. E la liturgia quest’anno ci aiuta proprio in questo.

Il Ciclo A è legato al catecumenato. La linea del ciclo A è una linea fondamentalmente pasquale. Il lezionario di questo ciclo può essere suddiviso in due parti.

Le prime due domeniche presentano, in uno scorcio davvero sorprendente, tutta la storia della salvezza. Le tre domeniche successive potrebbero essere definite «domeniche sacra­mentali», poiché le loro letture sono intimamente legate agli effetti dei sacramenti dell’iniziazione. Volta a volta saranno evocati il mistero dell’acqua, quello della luce, quello della risurrezione e della vita.

I.            Prima domenica

Le letture ci fanno fare il primo passo in questa direzione, mostrandoci lo sfondo oscuro sul quale brilla la luce della pasqua e del battesimo, quello sfondo tenebroso rappresentato dalla notte, nella quale si accende il fuoco nuovo all’inizio della veglia pasquale: il buio del peccato.Da qui cfr CANTALAMESSA La parola e la vita, A, p. 62-ss

Le letture di ci presentano tutte e tre gli stessi perso­naggi: Dio, l’uomo, satana.

La prima lettura e il vangelo si corrispondono perfettamen­te, ma sono l’una l’opposto dell’altra: là un giardino bello, fresco, rigoglioso, in cui tutto parla di felicità e di piacere; qui un deserto sen­z’acqua, senza viveri: uno scenario allucinante.

Là un uomo, Adamo, è messo alla prova e risponde “no” a Dio, dando ascolto al diavolo; qui un altro uomo, Gesù Cristo, è messo alla prova ma resiste a Satana e dice “sì” a Dio.

Nella lettura intermedia, S. Paolo riflette su questi due eventi e ce li spiega: Come per il peccato di uno solo (Adamo) si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo (Cristo) si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedien­za di uno solo tutti saranno costituiti giusti.

Dunque Adamo non è caduto solo per se stesso; Cristo non ha vinto solo per se stesso. La disobbedienza di Adamo ha coinvolto tutti nella colpa, l’obbedienza di Cristo coinvolge tutti nella salvezza.

Noi ci troviamo oggi fra questi due poli di attrazione, ci troviamo a scegliere: o con Adamo o con Cristo; o con il peccato, o con la salvezza.

La vittoria di Gesù comincia nel deserto ma sarà piena nella pasqua. Ed è vittoria per noi, se abbiamo il coraggio di entrare con lui in questi quaranta giorni di purifica­zione, se siamo disposti a mettere l’ascolto della parola di Dio al di sopra del pane. Allora la pasqua sarà la nostra pasqua, il nostro battesimo rivivrà e godremo della libertà dei figli di Dio.

L’uomo è vinto dalla tentazione; di qui la distruzione dell’unità del creato, in sé e con Dio (prima lettura: Gn 2, 7-9.3, 1-7). Ma a questa rovina catastrofica si oppone la vittoria di Cristo contro la potenza del male, durante i quaranta giorni trascorsi nel deserto (vangelo: Mt 4, 1-11). Sì che per noi, oggi, dove è abbondato il peccato sovrabbonda la grazia (seconda lettura: Rm 5, 12 -19) .

II.          Seconda domenica

Ci fa intravedere fin d’ora, con la trasfigurazione del Signore, ciò che ci attende alla fine del nostro cammino verso l’ultimo giorno. Gesù mostra ai suoi discepoli qual è il termine, la meta del cammino. Andiamo verso la Pasqua di Cristo che è la nostra Pasqua. Come Gesù si è trasfigurato, così anche noi ci trasfiguriamo in lui. L’oscurità del nostro peccato si trasforma in luce di santità, la miseria della nostra condizione umana si trasforma nella gloria di Dio, la tristezza della nostra vita si trasforma in gioia senza fine.

Ma non possiamo fermarci a contemplare la meta: dobbiamo metterci in cammino, altrimenti siamo come Pietro che vuole fare le tende e fermarsi sul monte. Qual è la strada per arrivare alla Pasqua? Il Vangelo di oggi ce lo fa intuire, dicendo che Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, cioè i tre discepoli che saranno con lui nell’agonia dell’orto degli ulivi. La strada per la Pasqua è la strada della croce.

E come la Pasqua si realizza nella nostra vita, così la croce si realizza nella nostra vita. Direi che si realizza nella vita di ogni uomo, anche di chi non crede: la sofferenza, la solitudine, il fallimento, la delusione, l’angoscia… Tutti le sperimenta­no, prima o poi. Solo che chi non crede si ferma alla oscurità e alla morte. Mentre chi crede si apre alla trasfigurazione e alla risurrezione. Perché accoglie la parola del Padre: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo.

Prepararsi alla Pasqua, rivivere il proprio Battesimo, significa dunque ascoltare Gesù Cristo, lasciarsi rivelare la bellezza della meta, ed abbracciare la croce del cammino confidando nella potenza della risurrezione.

III.        Terza domenica

Con la terza domenica comincia la preparazione sacramentale più diretta, infatti si riflette sul tema dell’acqua.

Noi siamo abituati a pensare all’acqua del Battesimo come a qualcosa che purifica, che scioglie le incrostazioni del peccato, che ridona freschezza e pulizia: è l’acqua del perdono di Dio!

Ma l’acqua ha un’altra proprietà: disseta. Nel Vangelo tutto inizia con la sete di Gesù e della Samaritana. Il punto d’avvio è la sete naturale, la sete del corpo che ha bisogno di acqua di pozzo. Ma il punto di arrivo è la sete dello spirito, che ha bisogno dell’Acqua Viva.

Di che sete si tratta? È la sete di felicità, di gioia piena, di beatitudine. Chi di noi non desidera essere felice? Tutti ci diamo da fare, corriamo a destra e a manca per fare, disfare, cercare, vedere… Ma perché? Per essere felici! E, magari, riusciamo anche ad intuire una verità: solo l’amore può appagare questa sete. Ma quale amore?

Ci sono due modi per tentare di estinguere la sete. Il primo è bere all’acqua delle creature, ricercare cioè disperata­mente la gioia nelle cose – i beni, la roba, la fama, il prestigio – o ricercarla in un’altra creatura. Dentro i limiti stabiliti dalla legge di Dio, ciò non è peccato: è la natura. Gesù però ci mette sull’avviso: questa è un’acqua che estingue la sete solo provvisoriamente, spesso in modo ingannevole e illusorio. E in ogni caso verrà il momento in cui non se ne potrà più bere. Guai a puntare tutto su queste cose!

Gesù, invece, ci offre la sua acqua che placa ogni arsura e ogni bisogno del cuore dell’uomo.

Ma cosa è quest’acqua? È lo Spirito Santo che riceviamo nel Battesimo. San Paolo ci ha detto: L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. È questo amore che fa la nostra felicità piena.

E subito s. Paolo ci ricorda che questo dono ci viene dalla morte di Cristo. La roccia dell’Esodo, percossa dal bastone, ha fatto scaturire la sorgente d’acqua per la sete del popolo. Cristo crocifisso, percosso dalla lancia, ha effuso sangue ed acqua per la nostra sete, simbolo del Battesimo e dell’Eucaristia.

Non stupisce allora che i primi cristiani parlassero dell’acqua con vette di poesia altissima, come se fosse il loro elemento vitale. Essi amavano rappresentarsi e definirsi “pesciolini”, perché sapevano di essere nati nell’acqua e di non poter vivere se non rimanendo nell’acqua, cioè rimanendo nel battesimo, nella grazia, nella fedeltà allo Spirito d’Amore.

IV.       Quarta domenica

È poi la volta di un altro grande simbolismo: quello della luce.

Gesù dice: “Io sono la luce del mondo. Io sono la luce della vita”. L’evangelista Giovanni ci annuncia questa verità raccontandoci un fatto: Gesù ridona la vista a un cieco. Con questo vuole dire fondamentalmente due cose:

1. Quel cieco era ogni cristiano; anche gli uditori di Giovanni erano andati un giorno alla piscina di Siloe – il fonte battesimale -, si erano lavati ed erano tornati che ci vedevamo.

2. La luce che Cristo ha dato è la fede. Quel cieco alla fine incontrò di nuovo Gesù ed esclamò: “Io credo, Signore”. Questa frase è l’equivalente di tutte quelle esclamazioni pronunciate dal cieco: ho acquistato la vista, ci vedo, mi ha aperto gli occhi.

Ma a questo punto ci sorge un dubbio: tutto si è compiuto il giorno del nostro battesimo? Non c’è altro da fare per la nostra esistenza di adesso, per le nostre scelte di oggi?

La verità è che noi siamo in parte nella luce e in parte ancora nelle tenebre. Abbiamo sì ricevuto la virtù teologale della fede, ma come un germe che deve crescere, una possibilità da sviluppare. Il resto è tutto da fare tra Dio e la nostra libertà.

Questo significa che dobbiamo allenarci ogni giorno a guardare con gli occhi di Dio. Significa che dobbiamo lottare ogni giorno contro l’incredulità, che rende cieco chi crede di vederci. Questo significa che dobbiamo convertirci e ritornare agli impegni del nostro battesimo.

In quel giorno ci è stato chiesto: “Rinunciate al peccato per vivere nella libertà dei figli di Dio?” “Rinunciate alle seduzioni del male per non lasciarvi dominare dal peccato?” “Rinunziate a satana, origine e causa di ogni peccato?”. E tre volte abbiamo risposto “Rinuncio. Rinun­cio. Rinuncio”.

Cosa ne è stato di queste rinunce? Dobbiamo riconoscere che la nostra umanità ha ricevuto la luce, ma porta in sé ancora delle zone d’ombra: sono le spinte tenebrose che s. Paolo ha chiamato “le opere infruttuose delle tenebre”. Quello che si agita in questa zona d’ombra è vergognoso perfino a parlarne; scrivendo ai Galati, Paolo vi accenna: “fornica­zione, idolatria, inimicizie, discordia, gelosie, dissensi, invidie, ubriachezze”.

Si tratta allora di lasciarsi guidare dalla luce di Cristo, fuori dalle tenebre. E conosciamo la strada.

V.         Quinta domenica

Nella quinta domenica ci viene presentato il miracolo della risurrezione di Lazzaro. La chiave di lettura di quella liturgia è espressa nel Prefazio: “Vero uomo come noi, Gesù pianse l’amico Lazzaro; Dio e Signore della vita, lo richiamò dal sepolcro; oggi egli estende a tutta l’umanità la sua misericordia e con i suoi sacramenti ci fa passare dalla morte alla vita”. Il messaggio è chiaro: dobbiamo comprendere il senso della risurrezione per noi, il passaggio “dalla morte alla vita” che si attua nei sacramenti, in modo particolare nel battesimo.

Per comprendere il senso di questa pagina di vangelo, dobbiamo cercare di entrare nella mentalità delle prime comunità cristiane. Esse vivevano della fede nella risurrezione del Signore e attendevano la sua venuta nella gloria. Ma questa venuta tardava a venire. Alcuni, che pure avevano creduto in lui, erano stati battezzati, avevano mangiato il Pane di vita, avevano ricevuto lo Spirito di vita, non ostante ciò erano morti. E allora questa promessa di vita eterna che il Signore aveva fatto, che senso aveva? Forse quelli che erano morti non erano graditi al Signore?

Noi oggi crediamo di avere una teologia più sofisticata. In realtà siamo forse regrediti allo stadio della fede di Marta: sappiamo che la risurrezione avverrà nell’ultimo giorno, ed intanto affrontiamo le nostre morti con rassegnazione e rimpianto, quasi rimproverando Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”.

Badate, non soltanto davanti alla morte, che è “il nemico ultimo ad essere annientato” – come dice Paolo (1 Cor 15, 26); anche davanti alle tante difficoltà e sofferenze e limiti che viviamo quotidianamente. Quante volte diciamo: Signore, perché non mi liberi da questo male? Perché non hai impedito quella sofferenza? Perché hai permesso che io cadessi in quel peccato? Che io mi umiliassi in quel modo? Se tu fossi stato qui…! Forse è perché non mi ami?

Il Vangelo ci preserva anzitutto da un’idea sbagliata circa l’amore: Gesù – ci dice fin dall’inizio – amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Davanti alla sua tomba, vedendo il dolore dei suoi cari, scoppia in un pianto dirotto, tanto che gli astanti esclamano: “Vedi come gli voleva bene!”. Eppure, anche lì si insinua la stessa perplessità di Marta: “Ma costui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva far sì che questi non morisse?”

Gesù invece aveva detto ai suoi discepoli: “Lazzaro è morto, e io sono contento per voi che non eravamo là, perché crediate”. Gesù non ci salva “dalla” morte ci salva “nella” morte. Non ci toglie il limite.

La morte è frutto del peccato, e siccome siamo peccatori dobbiamo morire. Parliamo qui della morte fisica, l’ultimo atto della nostra esistenza terrena; ma parliamo anche di quegli anticipi di morte che sono tutte le nostre sofferenze, fisiche e spirituali: la malattia, la vecchiaia, le umiliazioni, i tradimenti, la solitudine, i fallimenti… Gesù non ci salva “da” queste cose. Ci salva “in” queste cose, diventando solidale con noi – lui, l’unico innocente – prendendo su di sé la nostra morte per farci partecipi della sua vita.

Cosa ci viene chiesto in cambio? Di credere in Cristo, di fidarci di lui anche quando le speranze umane sono esaurite – come davanti alla tomba di uno che è morto da quattro giorni e già manda cattivo odore. Di lasciare che ci salvi a modo suo: non togliendoci quel limite che ci è necessario per esistere, né la dignità di esserne coscienti, ma trasformando il nostro limite in apertura, la nostra morte in vita.

Pure noi, in questo sacro tempo di Quaresima, dobbiamo dire, come dice Tommaso: “Andiamo anche noi a morire con lui”, a morire ai nostri peccati, a convertirci per risorgere con lui come creature nuove, purificati dal suo sangue e dal perdono che ci dà mediante la Chiesa.

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