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Posts Tagged ‘avvento’

Gaudete

Siamo giunti alla terza domenica di Avvento, a metà cammino. Proviamo a fare un bilancio del tempo vissuto: nella prima domenica l’avvento ci si è presentato come un tempo di penitenza e di attesa; nella seconda domenica, come un tempo di consolazione; oggi l’avvento ci si presenta come un tempo di gioia. Lo proclama l’antifona d’ingresso: “Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino” (Fil 4,4.5); lo abbiamo ascoltato nelle letture.

Un tempo di gioia… Forse nelle nostre assemblee parliamo poco della gioia e celebriamo con poca gioia. È un tema difficile ed importantissimo, soprattutto nel nostro tempo. È un tema importantissimo perché ogni uomo ricerca spontaneamente la gioia: Che cosa desideri? Essere felice!

Se oggi dilagano le tossicodipendenze, i suicidi, le malattie mentali è perché la gente non è felice, non si gioisce più. Alle radici della disperazione c’è una insoddisfazione continua: ricerchiamo il piacere e ne ricaviamo delusione.

Il fatto è che la nostra sete di gioia è infinita, mentre le cose e le persone in cui cerchiamo la gioia sono limitate. Così ci capita di fare come i bambini che vedono un giocattolo, lo desiderano, fanno mille capricci per ottenerlo, e una volta che ce l’hanno ci giocano per qualche ora e poi se ne dimenticano, passando a desiderarne un altro.

Ci imbattiamo in quella “sproporzione” pascaliana, per cui l’homme surpasse infinitement l’homme: l’animo umano è caratterizzato da una sete di assoluto, tale che non potrà mai essere completamente appagata da alcun bene intramondano, relativo. Solo in Dio l’uomo trova il bene beatificante, il senso e il fine della propria esistenza. Scrive san Tommaso d’Aquino: “Niente può acquietare la volontà dell’uomo se non il bene universale. E questo non si trova in alcun essere creato, ma solo in Dio, perché ogni creatura ha la bontà per partecipazione. E quindi solo Dio può riempire la volontà dell’uomo, come dice il Salmo 102,5 :«Egli sazia di beni il tuo desiderio». Dunque solo in Dio consiste la beatitudine dell’uomo” (STh, I-II, q. 2, a. 8, c).

Questa verità, di cui traboccano le pagine di sant’Agostino e di tanti mistici, è fenomenologicamente nota a chiunque rifletta spassionatamente sull’umano esistere. Persino gli atei o i miscredenti la intravedono. Come non pensare ad un Giacomo Leopardi ed al suo “sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piaceri a riempirci l’animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo” (Zibaldone, 165-9)?

Certo, per chi rifiuta il pensiero di Dio o lo confina ai margini della propria esistenza, non resta che l’assurdo, e questo desiderio infinito di felicità viene a costituire una sorta di maledizione, che impedisce di gustare il piacere e getta nell’inquietudine. Ma questa è la sanzione intrinseca ad un atteggiamento ostinato e chiuso alla verità, nella propria orgogliosa autosufficienza. L’uomo è immagine di Dio in quanto capace di conoscere e di volere liberamente: allorché rifiuta la verità, devia non solo dal proprio esemplare, ma anche dal proprio fine, precipitando così nel non senso più oscuro, nel “male di vivere”, nella disperazione.

L’avvento è il tempo della gioia perché ci mostra che possiamo trovare Dio, perché è Dio stesso che, in Cristo, viene a cercarci.

Le parole di Is 61, 1-ss sono ciò che Cristo dice di se stesso: “Mi ha mandato a portare a voi poveri un annuncio di gioia, a fasciare le piaghe dei vostri cuori spezzati dall’angoscia, a liberarvi dalle schiavitù che vi siete costruiti col peccato, a farvi uscire dal carcere della vostra tristezza, ad inaugurare un tempo nuovo, il tempo dell’amore di Dio che perdona”.

Ed ecco la gioia, come risposta all’iniziativa di Cristo: “Io gioisco pienamente nel Signore la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha avvolto con la sua salvezza, mi ha circondato di giustizia, ha messo nel mio cuore un seme di felicità”.

Certo è solo un seme, magari un seme sotto la neve del dolore e della fatica. Ma è un seme che germoglierà e produrrà i suoi frutti. Anzi, fin da ora germoglia: non ve ne accorgete? È già fiorito nel canto di Maria SS. “L’anima mia magnifica il Signore, perché ha guardato all’umiltà della sua serva. Ha ricolmato di beni gli affamati”.

La gioia è un seme piantato nel nostro cuore, un seme da coltivare, un compito.

“Fratelli, state sempre lieti”. Questo è il comando che Paolo consegna in 1 Ts 5, 16 ss. La nostra gioia è insidiata dalla tristezza del mondo: abbiamo il dovere di tutelarla. Come?

Pregando incessantemente, rendendo grazie a Dio in ogni cosa. Un cristiano che non prega tutti i giorni non è cristiano, è destinato a perdere, a soffocare la gioia.

Cooperando con il Dio della pace che vuole santificarci fino alla perfezione. Nella vita cristiana non esiste la sufficienza scarsa, il “6 -”, come non esiste una gioia mediocre. Il cristiano deve arrivare al “10 e lode”, alla perfezione della santità che è perfezione della gioia.

Infine, la gioia è un compito di testimonianza. Noi, come Giovanni Battista siamo chiamati a preparare la via del Signore, a rendere testimonianza alla luce che è Cristo. Vogliamo che le persone che amiamo siano nella gioia? Portiamole a Cristo, non a noi stessi. Con la nostra gioia dobbiamo annunciare che in mezzo a loro sta uno che non conoscono, e che ha il potere di riempire la loro vita come ha riempito la nostra, nella gioia.

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L’Avvento, come tutti sappiamo, è un tempo di attesa e di speranza. Ma attesa e speranza di cosa? Per noi è troppo facile dare risposte “religiose”: attesa di Cristo, del Regno, del Signore che viene; speranza di redenzione, di salvezza, di vita eterna, speranza … Risposte giustissime, che però rischiano di non suscitare nulla negli uomini e nelle donne del nostro tempo, che – a quanto pare – hanno tutt’altre attese.

Attendono la tredicesima, attendono i saldi, attendono che si vedano i segni della ripresa economica; sperano di trovare un lavoro, o di riuscire ad andare in pensione, o di vincere alla lotteria, o di divertirsi…

Così ci accade spesso di portare un annuncio che – come si suol dire – “passa sopra la testa delle persone”: noi parliamo di cose “alte”, ma la gente sta coi piedi per terra (il che è un bene), con lo sguardo in terra (che non sempre è un bene) e col morale a terra (il che è decisamente male!).

Risuonano oggi le parole di Isaia 40, 1-5: “Consolate, consolate il mio popolo e parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù!”.

Chiediamoci se siamo consapevoli della nostra missione di “consolare” il Popolo di Dio. Dovremmo diventare davvero capaci di parlare al cuore della gente, il modo da consolarlo, presentando il Signore che viene come un pastore per noi suo gregge, un pastore che si avvicina a ciascuno, porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri. Dovremmo essere in grado di far gustare la parola del salmo 85: il Signore annuncia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, la sua salvezza è vicina a noi. Ci prepara una regno di pace: grande è la consolazione che viene dal Signore!

Eppure vien fatto di chiederci se il nostro annuncio veramente “parla al cuore” delle persone che ci ascoltano, o se non è qualcosa che semplicemente “entra da un orecchio ed esce dall’altro”.

In realtà c’è una riflessione da fare: può essere consolato solo che piangere, può ricevere la liberazione solo chi si rende conto di non essere libero.

Oggi facciamo tanta fatica parlare di Dio, perché pensiamo di non aver bisogno di lui. Cerchiamo consolazione altrove. Ci illudiamo di essere liberi perché abbiamo riempito di cose le nostre vite, perché abbiamo riempito di rumore le nostre orecchie, al punto di non sentire più la sua voce.

Per questo oggi al tema della consolazione si affianca quello del deserto. Sia il profeta Isaia sia Giovanni il Battista gridano nel deserto, ci invitano a preparare la strada del Signore nel deserto.

Dobbiamo entrare nel deserto per preparare la strada del Signore, per raddrizzare i suoi sentieri.

Il deserto e il luogo del silenzio, dove il rumore tace e Dio può parlare ed essere ascoltato.

Il deserto è il luogo dell’essenzialità, in cui ci si libera dal superfluo, dalle inutilità che ingombrano il cuore, lo illudono e non lasciano spazio Dio.

Il deserto è il luogo dell’umiltà come coscienza della nostra piccolezza, che consente a Dio di chinarsi su di noi.

Il deserto è il luogo della fiducia nella promessa del Signore che “è fedele per sempre”

Dobbiamo entrare nel deserto per preparare la strada del Signore, per raddrizzare i suoi sentieri.

Proviamo a crearci nostri deserti nella città, Proviamo a far tacere per qualche ora i televisori le radio I computer e cellulari. Chiediamo la grazia di distaccarci dal rumore con cui riempiamo la nostra anima.

Isaia ci ha detto che dobbiamo abbassare monti e colli, e colmare le valli. Abbassare monti significa svuotarci delle cose inutili, colmare le valli significa riempirci di Dio.

San Paolo esprime chiaramente il segreto della consolazione efficace quando dice che: Dio ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio (2 Cor 1, 14). Riempiamoci dunque noi per primi della consolazione di Dio, e così avremo una consolazione efficace da portare agli altri, e non soltanto belle parole – che però passano sulla testa delle persone – o solite prediche – che entrano da un orecchio ed escono dall’altro.

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Comincia un nuovo anno liturgico. E comincia con un tempo di penitenza e di attesa: l’Avvento.

“Penitenza” e “attesa” sono due cose che vanno sempre insieme. Oggi facciamo tenta fatica a comprendere la penitenza perché non “attendiamo” quasi più.

Chi attende? Chi capisce di aver bisogno di qualcosa, di qualcuno. La dimensione dell’attesa sta diventando estranea alla nostra vita, perché ci sembra di non avere bisogno di nulla. Abbiamo riempito la nostra vita di cose, abbiamo riempito di cose la vita dei nostri bambini. Così ci siamo costruiti una religione nuova e falsa. Una religione basata su un mito e centrata su un idolo: il mito dell’autosufficienza, l’idolo dell’egoismo.

Fare penitenza significa capire che l’egoismo è una strada sbagliata, che non siamo autosufficienti ma abbiamo bisogno di Dio. Che le cose di cui ci circondiamo non sono altro che paraocchi coi quali fingiamo di non vedere il vuoto che c’è sotto i nostri piedi. Fare penitenza significa imparare a rinunciare alle cose per Iddio, perché abbiamo bisogno di Dio!

Questo bisogno di Dio è stato espresso con forza da Isaia: Senza il Signore vaghiamo per strade perdute, il nostro cuore si indurisce; diventiamo come cosa impura, e come panno immondo diventano perfino i nostri atti di giustizia.

Abbiamo bisogno che Dio venga: Se tu squarciassi i cieli e scendessi!

Ma sappiamo bene che Dio è venuto, ha “piegato i cieli ed è sceso” su questa terra in Gesù Cristo che è nato per noi. Per questo Paolo esulta: Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni.

Dunque la nostra attesa di Dio non è vana: Egli è già venuto, e verrà ancora: Aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi confermerà fino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo.

In realtà tutta la vita della comunità cristiana si svolge fra questi due termini: la prima venuta del Signore (il Natale) e la seconda venuta, quando “di nuovo verrà nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine”.

A questa seconda venuta del Signore si riferisce il Vangelo: Gesù ritornerà e bisogna attenderlo con vigilanza. Quando verrà?

Nell’ultimo giorno. Troverà la fede sulla terra?

Nell’ora della nostra morte. Ci troverà pronti?

Viene continuamente. Nell’Eucaristia, nei poveri, nelle occasioni più varie. Ci trova vigilanti?

Come vigilare? Ascoltiamo il Vangelo: È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito.

La casa del Signore è la sua comunità. I servi siamo noi. Ognuno ha il suo compito. Il portiere della Chiesa universale è il Papa, della diocesi è il vescovo. Il compito del portiere è di coordinare tutti i servizi della casa. Ma tutti, nessuno escluso, hanno un compito e una responsabilità. Ognuno ha la sua vocazione: il Signore gli affida una missione da compiere. Ecco: vigilare è esercitare il proprio compito, è lavorare per il regno di Dio.

A me che compito ha affidato (padre, madre, lavoratore, studente, prete, suora…)? Ti ha lasciato la casa e dato il potere! Guarda che onore e che responsabilità! Sarai giudicato sul modo in cui l’hai esercitato.

E per svolgere il nostro compito, il Signore non ci ha lasciato alle nostre forze, ma ci ha riempito dei suoi doni: In lui – ci ha detto s. Paolo – siete stati arricchiti di tutti i doni (…) nessun dono di grazia più vi manca. Ed allora non dobbiamo più aver paura di non farcela, di essere troppo deboli… Noi siamo deboli, ma il Signore è la nostra forza: Egli vi confermerà sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo.

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La modernità ha tutti i mezzi per favorire l’incontro tra le persone: strade, veicoli, infrastrutture… Eppure incontrare gli altri ci risulta sempre più difficile. Forse perché abbiamo gli strumenti tecnici, ma non abbiamo le spinte interiori necessarie.

Certo “desideriamo” la compagnia di qualcuno, ma è un desiderio sentimentale, privatistico, intimista, che spesso ha più a che fare con la fantasia anziché con la volontà. Avremmo, sì, desiderio di entrare in relazione, ma abbiamo paura che la relazione diventi impegnativa, che diventi un vincolo. E vincolarsi significherebbe rinunciare alla nostra autonomia, coinvolgersi nella vita degli altri, rinunciare all’ego a favore del tu e quindi del noi… Troppo impegnativo!

Non sopportando i vincoli, i contemporanei anziché incontrarsi si “connettono”, e le connessioni non hanno alcuna garanzia di durata. Si tratta di link che possono essere costruiti – se e quando ci si riesce – ricorrendo alle proprie doti e capacità, ma tuttavia devono essere legami “allentati”, che sia possibile sciogliere non appena il contesto muta (e tali mutazioni, nella nostra società “liquida”, accadono molto frequentemente).

Questa situazione è prodotta anche dalla cosiddetta “economia di mercato”, che tende a distruggere ogni genere di vita che si riproduce senza passaggi di denaro: la condivisione familiare di beni e servizi, l’aiuto dei propri vicini, la cooperazione degli amici: tutte le strategie, pulsioni e azioni di cui sono intessuti i legami e gli impegni durevoli.

“L’unico personaggio che i professionisti del mercato sono capaci e disposti a riconoscere e accettare è l’homo consumens: il solitario, egoistico ed egocentrico consumatore che ha eletto la ricerca del migliore affare a cura per la solitudine e che non conosce altra terapia; un personaggio per il quale lo sciame di clienti dei centri commerciali è l’unica comunità conosciuta e necessaria; un personaggio il cui mondo è popolato di altri personaggi che condividono con lui tutte queste virtù, ma solo ed esclusivamente queste” (Z. Bauman).

C’è chi sostiene che il risultato sia necessario e, tutto sommato, positivo: “Gli esseri umani non sono mai stati così liberi!”, dicono. All’opposto, c’è chi vede questa situazione in termini di catastrofe: “Gli esseri umani non sono mai stati così soli e angosciati!”, rispondono; la convivenza civile risulta sempre più precaria, e così si cercano soluzioni nel recupero di prospettive del passato. Ma è evidente che le nostalgie non sono in grado di cambiare la storia; eppure non possiamo rassegnarci a che la gente sia “una massa di persone sole” (F. Guccini).

Ebbene, il Vangelo (Lc 1, 39-47) ci fa assistere ad un incontro reale, tra persone in carne ed ossa: l’una si mette in viaggio per incontrare l’altra, questa apre la sua casa e l’accoglie, e tra le due nasce una relazione autentica, un legame profondo che si esprime nella benedizione, nella gratitudine, nella gioia.

La pagina si apre con Maria che “si alza” per “mettersi in cammino”, “in fretta”. Nella Scrittura, le persone si mettono in cammino non appena l’azione di Dio si fa sentire. Maria (come farà poi Gesù) percorre il paese secondo la volontà e il piano di Dio, la fretta è l’espressione del suo zelo, della sua obbedienza e dell’armonia della sua fede con il disegno di Dio. L’evangelista stesso si affretta: non perde tempo a descrivere questo viaggio di circa quattro giorni: tutto è concentrato sull’arrivo.

Il “saluto” che Maria rivolge ad Elisabetta non è una formalità: è espressione del legame, è segno d’amore: come le nascite annunziate, è l’inizio di una vita nuova. “Il saluto non solo augura benessere, ma lo procura” (P. Trummer). Ed ecco che accade qualcosa: nel grembo di Elisabetta il bambino trasale di gioia; questo movimento diventa un segno: Dio si serve non solo delle parole, ma anche del linguaggio del corpo. Elisabetta, dopo questo segno, è ripiena di Spirito santo  e pronuncia una profezia. È l’alba della salvezza. Si riconosce così la benedizione di Dio per le creature nuove, finora dimenticate e marginali in Israele.

Cosa rende possibile quest’incontro? Evidentemente il fatto che “Dio interviene e inaugura la salvezza attraverso i rapporti umani” (F. Bovon).

C’è in questa pagina un insegnamento per noi? Penso proprio di sì, ed è duplice: è l’azione di Dio che rende possibile e gioioso l’incontro tra le persone, ed è solo nell’incontro con le persone che l’azione di Dio si manifesta efficacemente. Auguriamoci che questo Natale ci renda disponibili all’una e all’altro perché la gioia di Cristo sia perfetta in noi.

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Gaudete!

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Gioia! Quante parole abbiamo per descrivere questo ideale! Proviamo a contarle: felicità, allegria, contentezza, gratificazione, entusiasmo, consolazione, appagamento, soddisfazione, benessere, realizzazione… Sono tutti termini che hanno a che fare con la nostra facoltà di desiderare. Se ci pensiamo bene, tutto quel che facciamo è motivato dal desiderio.

Ci può accadere di trascinare i nostri giorni in una piatta e banale monotonia, senza nulla che ci coinvolga, senza trovare niente per cui “valga la pena” di impegnarci, semplicemente “lasciandoci vivere”. Trascinando la vita in tal modo, è facile che la nostra volontà sia mossa, di volta in volta, dall’attrattiva del momento, dal piacere immediato. Di fatto c’è chi si contenta solo di soddisfare il più immediatamente possibile ogni impulso. Eppure, alla lunga, questi modi di vivere risultano… insoddisfacenti! I can get no satisfaction, cantavano i Rolling Stones. Si fa strada il pensiero del futuro, ci si chiede: quanto durerà questo mio modo di esistere? Cosa mi aspetta quando sarò vecchio? Perché vivere? Comincia la ricerca di uno scopo, si affacciano alla nostra mente tante speranze.

Dietro a tanti e diversi desideri, al fondo di essi, ce n’è uno che li motiva tutti, che dà senso alla nostra facoltà stessa di “aspirare”: il desiderio di essere felici. Ma il concetto di felicità è uno dei più vaghi ed indeterminati che si affacciano all’orizzonte della nostra mente. Cosa significa essere felici? Per qualcuno significa semplicemente “godere”, andare alla ricerca del “piacere” ovunque si trovi. In questa prospettiva la vita buona sarebbe semplicemente la vita “piacevole”, la “dolce vita”. Søren Kierkegaard ha descritto una vita di questo genere attraverso l’immagine teatrale del Don Giovanni, il seduttore che riesce sempre nelle sue imprese libertine, e che tuttavia è costretto a compierne sempre di nuove, sempre di diverse, perché appena afferra l’oggetto del suo desiderio, esso gli muore tra le mani lasciandogli un vuoto ancora maggiore da riempire. In effetti, il piacere è quanto di più sfuggente ci sia e, quando è ricercato per se stesso, inevitabilmente scompare, lasciandoci un senso profondo di frustrazione che conduce al “male di vivere” e alla malattia mentale – come dimostra anche la psicologia clinica.

Il fatto è che l’oggetto del nostro desiderio non è il piacere, bensì ciò che procura piacere! Certamente vogliamo godere, ma di qualcosa. O meglio, vogliamo “qualcosa”, e – con esso – accogliamo il piacere che ciò comporta. Questo “qualcosa” che viene desiderato possiamo definirlo un “bene”. Ciò che si spera è qualcosa di desiderabile. Ma anche qualcosa di scarsamente desiderabile in sé, può essere considerato attraente in vista di un fine ulteriore. Ad esempio un lungo viaggio in treno può essere noioso in sé, ma può risultare assai desiderabile se mi conduce a riabbracciare una persona a cui voglio bene. Posso affrontare un’esperienza anche spiacevole (cavarmi un dente) o faticosa (alzarmi presto al mattino per studiare) o noiosa (ascoltare certi predicatori…), a patto che rientrino nel fine globale del mio vivere.

In effetti c’è qualcosa che non posso fare a meno di desiderare e di sperare, qualcosa che rappresenta il senso di ogni mio desiderio: voglio essere felice, cioè voglio realizzare in pieno la mia esistenza, sviluppare la mia personalità. E tutto ciò che desidero, tutto ciò che spero, lo desidero e lo spero perché penso (so o immagino) che possa contribuire alla mia vera felicità. E notate bene: anche chi trascina la sua vita “alla giornata” si comporta così perché pensa che quello è il modo di ottenere la felicità: ritiene di realizzare così la propria personalità. Agisce in modo misero, perché ha un misero concetto di sé!

I pensatori di tutti i tempi si sono interrogati su questo tema: la felicità è  qualcosa di possibile, di reale, o è una farfalla variopinta che vola via non appena ci sembra di toccarla? Se è possibile, lo è su questa terra o è riservata a una vita ultraterrena? E, in ogni caso, in cosa consiste?

Nel parlare comune, nella chiacchiera, felicità e gioia vengono a significare uno stato generico di euforia, generalmente connesso ad una soddisfazione psico-fisica, un entusiasmo passeggero destinato ad essere distrutto, prima o poi, dai problemi, dal malessere, dalla noia. Evidentemente la beatitudine evangelica non è questo. La felicità a cui si riferisce è la gioia dell’ev-angelo, dell’annuncio festoso: quella a cui l’angelo Gabriele invita la Vergine: “Gioisci, piena di grazia: il Signore è con te!”; quella che esplode nel canto del Magnificat, che scaturisce costantemente dalle parole e dai gesti di Gesù, quella che Gesù stesso promette “piena” ai suoi discepoli nel cenacolo e che caratterizza in toto la diffusione del vangelo. Come ha notato magnificamente un grande biblista del secolo scorso: “Il cristianesimo è stato un’esplosione di gioia, ed è ancora oggi per ogni anima entusiasmo di vivere… Chi non trasalisce fino in fondo al suo essere, scosso da questa novità, non è cristiano” (L. Cerfaux). Qual è la ragione di questa gioia? La comunione con Dio in Gesù Cristo.

Perché tanta insistenza sul tema della beatitudine, della felicità, della gioia? Perché noi cristiani di vecchia data siamo spesso vittime della tentazione di ridurre la nostra fede all’accettazione dell’autorità di Gesù maestro-legislatore-giudice e all’esigenza di mettere in pratica i suoi “comandamenti”; il tutto in un clima piuttosto imbronciato e talvolta decisamente triste e deprimente. Un terribile filosofo miscredente della fine dell’Ottocento scrisse un giorno:

“Se la vostra fede vi rende beati, datevi da conoscere come beati! Se la lieta novella della vostra Bibbia vi stesse scritta in faccia, non avreste bisogno di imporre così rigidamente la fede” (F. Nietzsche, Umano, troppo umano).

Tante volte, noi cattolici ci preoccupiamo di studiare tante strategie per portare il Vangelo nel mondo di oggi… Una grande strategia è quella che indica s. Paolo: “Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini” (Fil 4, 4-s). Solo se gli uomini ci vedranno felici, si apriranno al nostro annuncio.

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“Com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”, cantava Franco Battiato. E sembra davvero di essere giunti al rapido imbrunire di una fredda giornata di fine autunno.

Guardo questa nostra Europa vecchia e stanca, presa d’assalto da genti giovani e battagliere, e mi viene in mente il titolo di un famoso libro del secolo scorso: Il tramonto dell’occidente (Oswald Spengler). L’Occidente è il luogo in cui il sole occidit, cade. In tedesco quel titolo è ancora più impressionante, perché in quella lingua “occidente” si dice Abendland, “terra della sera”. E sembra davvero che per la nostra civiltà occidentale sia giunta ormai la sera. Non facciamo più figli, non produciamo più arte, non abbiamo più un pensiero filosofico o politico… Siamo fatalmente attratti dalla morte: Eagles of Death Metal si chiama il gruppo che si esibiva al Bataclan di Parigi assaltato dai terroristi del Daesh; il giorno dopo è stato annullato un concerto dei Five Fingers Death Punch… E i nostri politici non hanno nulla di meglio da opporre al terrorismo che “continuare a vivere secondo i nostri valori”: ma quali valori? Siamo nell’era del nichilismo compiuto, non c’è più nulla che valga la pena, non diamo importanza a nulla, galleggiamo nel vuoto. Ma galleggeremo ancora per poco. Anzi, stiamo già affondando. “Il giorno ormai scompare, presto la luce muore, presto la notte scenderà”.

È possibile trovare l’alba dentro a questo imbrunire? Solo un profeta potrebbe riuscirci, solo un profeta può guardare la storia e annunciare il disegno divino di salvezza che si sta compiendo proprio mentre tutto volge alla catastrofe. La profezia non è utopia: è la capacità di vedere la storia con lo sguardo di Dio.

Ce ne dà un chiaro esempio il profeta Baruch (5, 1-9) che ha sotto gli occhi una Gerusalemme ammantata nella veste del lutto e dell’afflizione, privata dei suoi figli ridotti in schiavitù. Il loro ritorno sembra impossibile, eppure Dio lo realizzerà, eliminando ogni ostacolo, abbassando le colline e colmando le valli. Il profeta sa che Dio si occupa della storia!

Il grande intellettuale “romano” Don Giuseppe De Luca (1898-1962) invitava a considerare con quale precisione l’evangelista Luca si preoccupa di darci la cronologia comparata degli inizi del vangelo (Lc 3, 1-2). Gesù è venuto nel tempo, fa parte della storia e si possono indicare le sue date. Con Gesù accade il fatto unico, singolarissimo, immenso, che Dio entra, real­mente e visibilmente, come un personaggio, nella nostra storia d’uomini. Giovanni il Battista è vis­suto fra noi come vive un uomo fra gli uomini, reale quanto siamo reali noi. La data dell’evangelista Luca par quasi che ci dica: Ba­date bene, non si tratta di cose per aria; no, no; ma il giorno tale, l’anno tale, nel luogo tale; e se non credete, consultate i documenti. Vi do le date esatte.

Proprio qui sta la profezia! Per molti, la vita di fede resta nel campo dei pii desideri e delle belle idee, e non viene mai sul terreno delle azioni e del fatto quotidiano. Invece allora soltanto è vita  di fede, quando diventa sguardo concreto sulla storia e azione nella storia, quando è vissuta quotidianamente come si vive il resto della vita. La nostra fede deve diventare storia, deve essere una realtà controllabile e databile, e non con­tentarsi di platoniche aspirazioni e di lodevoli sen­timenti.

Per indicare come la missione di Gio­vanni Battista fosse tipicamente pro­fetica, Luca adopera la locuzione specifica nella Sacra Scrittura: La parola di Dio venne su Giovanni. La predicazione particolare affidatagli era quella di annunziare la vicinanza del Regno; di più: l’imminenza del nuovo Regno. Poter mo­strare a dito il Messia, poter dire: «Eccolo, è quello lì». Questo significa mostrare l’alba dentro un imbrunire: mostrare Gesù presente nella notte del mondo.

Ma la preparazione com­piuta da Giovanni non consistette semplicemente nel «parlare». Il parlare era il primo e necessario cómpito della sua missione, ma non era il solo. Così, e non altrimenti, oggi: l’apostolato incomincia con la predicazione, perché la fede viene dall’ascolto, ma non basta il predicare, bisogna fare. Le parole, non seguite dai fatti, sono promesse non mantenute, e quasi menzo­gne.

Giovanni Battista, oggi, è la Chiesa: siamo noi. Noi dobbiamo mantenere accesa la lampada nella notte dell’Occidente, noi dobbiamo essere le sentinelle che annunciano il mattino. Per fare questo dobbiamo certamente parlare di Gesù agli uomini del nostro tempo, ma bisogna anche che essi si accorgano che in noi vive realmente Gesù. La nostra profezia deve diventare storia, nei fatti.

Si tratta, in altri termini, di ricostruire la strada del Signore in mezzo ad un mondo in cui tutti i ponti sono crollati. Sono necessarie tante fatiche, a partire dal nostro cuore: si tratta di abbattere i monti dell’orgoglio e colmare le valli delle mancanze. Non è facile far la via al Signore. Ciò nonostante è necessario. E se gli diamo la nostra disponibilità, egli stesso – come ci ha detto il profeta Baruch – la preparerà con noi. Al lavoro: è l’alba!

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Il terrorismo, nella sua definizione più semplice, è il tentativo di condizionare la vita dei popoli mediante la paura. In preda alla paura le persone – e ancor più le masse – sono prive di lucidità mentale e quindi facilmente condizionabili, praticamente a disposizione del più forte. E noi occidentali del XXI secolo siamo particolarmente condizionabili a causa delle nostre paure. Abbiamo paura di tutto: temiamo per la nostra salute, per la qualità dell’aria e del cibo, per la crisi economica, per la perdita delle relazioni affettive, abbiamo paura degli stranieri, dei poveri, delle malattie, dell’handicap, della morte… Siamo fragili. Fragili come un bambino senza padre, senza qualcuno che lo faccia sentire allo stesso tempo amato e protetto, guidato con mano ferma e sostenuto. Siamo le vittime ideali del terrorismo.

La guerra al terrorismo si combatte su tanti fronti: quello militare, quello investigativo, quello diplomatico… Ma si tratta di fronti “esterni”, rivolti all’altro, all’aggressore o al possibile alleato contro di lui. C’è invece un fronte interno che tendiamo a dimenticare: quello della nostra capacità di resistere alla paura. Se volete, possiamo chiamarlo “fronte culturale”, intendendo per “cultura” la “coltivazione dell’animo”, la cura della propria coscienza e la disciplina delle proprie emozioni, ossia la virtù.

Il vangelo ci mette sotto gli occhi una situazione di terrore cosmico: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti… le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte». Di fronte a ciò, le reazioni sono diverse: da un lato si parla di uomini che «moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra». Dall’altro ci si dice: «Quando incominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (Lc 21, 25-28).

Cos’è che fa la differenza? Si risponderà anzitutto: la fede, ma in particolare quella declinazione della fede che si apre all’attesa e si chiama propriamente “speranza”.  “Fede” significa relazione vivente con Dio che è nostro Padre ed è onnipotente: si prende cura di noi, non ci lascia perire come pecore senza pastore. “Speranza” significa fiducia nelle parole di Gesù che tornerà dal cielo per liberarci.

Ma noi perché abbiamo paura? Troppo facile rispondere: perché non abbiamo fede e speranza. Fede e speranza sono doni che Dio da a tutti coloro che glieli chiedono. Il problema non sta tanto lì, quanto nelle nostre scelte conseguenti. Abbiamo fede, sì, ma se abbiamo timore e angoscia è perché, come dice Gesù (Lc 21, 34-36), il nostro cuore si appesantisce in dissipazioni (perdiamo il nostro tempo correndo dietro a cose non buone), ubriachezze (teniamo la nostra mente intontita con tante sciocchezze, anziché cercare la saggezza, la giustizia, il coraggio, il dominio su noi stessi), affanni della vita (ci preoccupiamo del denaro, del successo, del potere… e non ci rendiamo conto di perdere la vita). Questi sono i nostri nemici più pericolosi: questo è ciò che ci rende fragili, manipolabili, perdenti.

Se vogliamo realmente sconfiggere il terrorismo, cominciamo dunque a sconfiggere dentro di noi il terrore. Nnon tutti possiamo combattere battaglie militari, investigative o diplomatiche, ma tutti possiamo e dobbiamo vincere la nostra battaglia interiore: costruirci come persone coraggiose, che hanno in Dio la loro forza e in Cristo il loro liberatore.

C’è un aneddoto della vita di san Luigi Gonzaga che viene citato spesso. Una volta egli stava giocando a biliardo con alcuni altri giovani gesuiti; arrivò il bacchettone di turno e gli disse: Luigi, se sapessi che è arrivata la tua ora, cosa faresti? E il santo rispose bel bello: continuerei la partita! E questa è la risposta che, invariabilmente, danno i santi: continuerei a fare quel che sto facendo, perché non ho paura: questo è il mio modo di santificarmi e di rendere gloria a Dio, nella fatica come nel riposo, nello studio e nel gioco, nel lavoro e nella preghiera, nella salute e nella malattia, nella gioia e nella sofferenza. Tutto utilizzo in modo saggio per rispondere a Dio che mi ama, confidando nella sua bontà.

Per chi crede, spera e ama come Gesù ci ha insegnato, ogni momento è un incontro con il Signore che viene, e la sua venuta è tempo di liberazione e di gioia.

Ecco dunque il senso di questo Avvento che cominciamo oggi: prepararci a incontrare il Signore, disporre i nostri cuori perché quando verrà ci trovi pronti.

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Ripropongo qui una catechesi del p. Raniero Cantalamessa, leggermente adatatta.

Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto. Il racconto della visitazione è un mezzo per portare alla luce ciò che si era compiuto nel segreto di Nazaret e che solo nel dialogo con un’interlocutrice poteva essere manifestato e assumere un carattere oggettivo e pubblico .
La cosa grande che è avvenuta a Nazaret, dopo il saluto dell’angelo, è che Maria ha creduto ed è diventata così madre del Signore. Non c’è dubbio che questo aver creduto si riferisce alla risposta di Maria all’Angelo: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. Con queste poche e semplici parole si è consumato il più grande e decisivo atto di fede nella storia del mondo.
Dalle parole di Elisabetta: Beata colei che ha creduto, si vede come già nel Vangelo, la maternità di Maria non è intesa soltanto come maternità fisica, ma molto più come maternità spirituale, fondata sulla fede. Su ciò si basa sant’Agostino quando scrive:
“La Vergine Maria partorì credendo, quel che aveva concepito credendo… Dopo che l’angelo ebbe parlato, ella, piena di fede, concependo Cristo prima nel cuore che ne grembo, rispose: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola»” .
Ad uno sguardo superficiale, quello di Maria potrebbe sembrare un atto di fede facile e persino scontato: diventare la madre di un re che avrebbe regnato in eterno sulla casa di Giacobbe, la madre del Messia! Ma questo è un modo di ragionare sciocco. La vera fede non è mai una cosa comoda: è sempre un po’ morire. Così fu per Maria.
Già sul piano puramente umano, Maria viene a trovarsi in una totale solitudine. A chi può spiegare ciò che è avvenuto in lei? Chi le crederà quando dirà che il bimbo che porta nel grembo è “opera dello Spirito Santo”? Noi parliamo oggigiorno volentieri del “rischio della fede”, intendendo con quest’espressione, generalmente, il rischio intellettuale; ma per Maria si trattò di un rischio reale: la lapidazione!
Un filosofo credente, Søren Kierkegaard, ci ha dato delle immagini efficacissime della fede. Credere, dice, è “inoltrarsi per quella strada dove tutti i cartelli indicatori dicono: Indietro, indietro!”; è come “venirsi a trovare in mare aperto là dove ci sono settanta stadi di profondità sotto di te”, è “compiere un atto tale che per esso uno si viene a trovare completamente gettato in braccio all’Assoluto”. Se tutto questo è vero, allora non c’è dubbio che Maria è stata la credente per eccellenza, di cui non ci potrà essere mai l’eguale. Ella si è venuta a trovare davvero gettata completamente in braccio all’Assoluto. Infatti ella è l’unica ad aver creduto “in situazione di contemporaneità”, cioè mentre la cosa accadeva, prima di ogni conferma e di ogni convalida da parte degli eventi e della storia. Ha creduto in totale solitudine. Gesù disse a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”: Maria è la prima di coloro che hanno creduto senza aver ancora visto.
La beatitudine proclamata da Elisabetta è quindi la vera beatitudine di Maria, quella confermata da Cristo stesso. “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte” (Lc 11, 27), dice una donna nel Vangelo. La donna proclama Maria beata perché ha portato Gesù; Eli¬sabetta la proclama invece beata perché ha creduto. La donna proclama beato il portare Gesù nel grembo, Gesù proclama beato il portarlo nel cuore: “Beati piuttosto – risponde – coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano”. Gesù aiuta, in tal modo, quella donna e tutti noi, a capire dove risiede la vera grandezza di sua Madre. Chi è infatti che “custodiva” le parole di Dio più di Maria, della quale è detto due volte, dalla stessa Scrittura, che “custodiva tutte le parole nel suo cuore”? (cf Lc 2, 19.51).
Non dovremmo però concludere il nostro sguardo alla fede di Maria con l’impressione che Maria abbia creduto una volta e poi basta nella sua vita; che ci sia stato un solo grande atto di fede nella vita della Madonna. Ci sfuggirebbe così l’essenziale. Le opere di Dio non si impiantano stabilmente in un soggetto libero e sottoposto al divenire e alla fede, in mo¬do meccanico, una volta per sempre, con una promessa iniziale, dopo la quale tutto diventa semplice e chiaro. Quello che era chiaro in un istante all’inizio, perché lo Spirito lo rendeva tale, può non esserlo più in seguito; la fede può essere messa alla prova dal dubbio; non dal dubbio su Dio, ma su di sé: «Avrò capito bene? Non avrò frainteso? E se mi fossi ingannata? E se non fosse stato Dio a parlare?». La misteriosità dell’agire di Dio resta tale e prima di rassegnarci a vivere nel mistero, quanta agonia bisogna passare!
Quante volte, in seguito all’Annunciazione, Maria sarà stata martirizzata dall’apparente contrasto della sua situazione con tutto ciò che era scritto e conosciuto, circa la volontà di Dio, nell’Antico Testamento e circa la figura stessa del Messia!
II Concilio Vaticano II ci ha fatto un grande dono, affermando che anche Maria ha camminato nella fede, anzi che ha “progredito” nella fede, cioè è cresciuta e si è perfezionata in essa (LG 58). Camminare nella fede comporta questo martirio della coscienza di non avere altra difesa contro l’evidenza, che la parola di Dio una volta ascoltata dentro e in seguito risuscitata solo dall’esterno, tramite intermediari umani.
Sant’Agostino, dopo aver affermato, nel testo citato sopra, che Maria “piena di fede, partorì credendo quel che aveva concepito credendo” trae da questo un’applicazione pratica dicendo: “Maria credette e in lei quel che credette si avverò. Crediamo anche noi, perché quel che si avverò in lei possa giovare anche a noi” .
Crediamo anche noi! La contemplazione della fede di Maria ci spinge a rinnovare anzitutto il nostro personale atto di fede e di abbandono in Dio.

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