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Posts Tagged ‘attesa’

secondoavvento

Comincia un nuovo anno liturgico. E comincia con un tempo di penitenza e di attesa: l’Avvento.

“Penitenza” e “attesa” sono due cose che vanno sempre insieme. Oggi facciamo tenta fatica a comprendere la penitenza perché non “attendiamo” quasi più.

Chi attende? Chi capisce di aver bisogno di qualcosa, di qualcuno. La dimensione dell’attesa sta diventando estranea alla nostra vita, perché ci sembra di non avere bisogno di nulla. Abbiamo riempito la nostra vita di cose, abbiamo riempito di cose la vita dei nostri bambini. Così ci siamo costruiti una religione nuova e falsa. Una religione basata su un mito e centrata su un idolo: il mito dell’autosufficienza, l’idolo dell’egoismo.

Fare penitenza significa capire che l’egoismo è una strada sbagliata, che non siamo autosufficienti ma abbiamo bisogno di Dio. Che le cose di cui ci circondiamo non sono altro che paraocchi coi quali fingiamo di non vedere il vuoto che c’è sotto i nostri piedi. Fare penitenza significa imparare a rinunciare alle cose per Iddio, perché abbiamo bisogno di Dio!

Questo bisogno di Dio è stato espresso con forza da Isaia: Senza il Signore vaghiamo per strade perdute, il nostro cuore si indurisce; diventiamo come cosa impura, e come panno immondo diventano perfino i nostri atti di giustizia.

Abbiamo bisogno che Dio venga: Se tu squarciassi i cieli e scendessi!

Ma sappiamo bene che Dio è venuto, ha “piegato i cieli ed è sceso” su questa terra in Gesù Cristo che è nato per noi. Per questo Paolo esulta: Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni.

Dunque la nostra attesa di Dio non è vana: Egli è già venuto, e verrà ancora: Aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi confermerà fino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo.

In realtà tutta la vita della comunità cristiana si svolge fra questi due termini: la prima venuta del Signore (il Natale) e la seconda venuta, quando “di nuovo verrà nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine”.

A questa seconda venuta del Signore si riferisce il Vangelo: Gesù ritornerà e bisogna attenderlo con vigilanza. Quando verrà?

Nell’ultimo giorno. Troverà la fede sulla terra?

Nell’ora della nostra morte. Ci troverà pronti?

Viene continuamente. Nell’Eucaristia, nei poveri, nelle occasioni più varie. Ci trova vigilanti?

Come vigilare? Ascoltiamo il Vangelo: È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito.

La casa del Signore è la sua comunità. I servi siamo noi. Ognuno ha il suo compito. Il portiere della Chiesa universale è il Papa, della diocesi è il vescovo. Il compito del portiere è di coordinare tutti i servizi della casa. Ma tutti, nessuno escluso, hanno un compito e una responsabilità. Ognuno ha la sua vocazione: il Signore gli affida una missione da compiere. Ecco: vigilare è esercitare il proprio compito, è lavorare per il regno di Dio.

A me che compito ha affidato (padre, madre, lavoratore, studente, prete, suora…)? Ti ha lasciato la casa e dato il potere! Guarda che onore e che responsabilità! Sarai giudicato sul modo in cui l’hai esercitato.

E per svolgere il nostro compito, il Signore non ci ha lasciato alle nostre forze, ma ci ha riempito dei suoi doni: In lui – ci ha detto s. Paolo – siete stati arricchiti di tutti i doni (…) nessun dono di grazia più vi manca. Ed allora non dobbiamo più aver paura di non farcela, di essere troppo deboli… Noi siamo deboli, ma il Signore è la nostra forza: Egli vi confermerà sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo.

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vergini-sagge-e-stolte

Ci stiamo avviando alla conclusione dell’anno liturgico e le letture ci invitano a volgere lo sguardo della fede verso “le cose ultime”. Vengono alla mente quelle parole che Gesù pronunciò alla fine della sua vita: “Alzate il vostro sguardo, perché ecco la vostra liberazione è vicina” (Lc 21, 28).

Gesù narra una parabola sulla necessità di vegliare: “Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25, 1-13).

Il contesto è quello di una festa nuziale. Alla parola “sposo”[i] la maggioranza degli ascoltatori del vangelo pensa immediatamente a Gesù; d’altra parte, la festa o il banchetto nuziale sono immagini consuete per indicare la salvezza e il Regno. Dunque sin dall’inizio gli ascoltatori del vangelo si sentono legati alle dieci vergini di cui si narra la vicenda, perché anch’essi desiderano trovarsi alla festa con lo sposo.

Ma di queste vergini cinque sono stolte e cinque sagge. Gli ascoltatori quindi si trovano di fronte a due possibilità di identificazione: una positiva e una negativa. Si capisce, fin dall’inizio, che le cose andranno male per le stolte e nessuno vorrebbe identificarsi con loro; eppure il rischio c’è.

Tutto sta a capire in che cosa consiste la saggezza e in che cosa la stoltezza di queste ragazze. Tutte hanno delle lampade, ma le sagge hanno con sé anche l’olio in piccoli vasi, le stolte no. Dunque bisogna capire il simbolo dell’olio: una lampada non si accende se non c’è olio.

L’olio è simbolo di accoglienza: le stesse lampade nuziali sono luci festose che danno il benvenuto allo Sposo che viene. Avere olio per andare incontro allo Sposo, dunque, significa attendere con amore la sua venuta, non vedere l’ora di andargli incontro, di abbracciarlo, di fare festa con lui.

Ma il simbolo dell’olio nelle lampade ha anche una valenza più profonda. “Lampada” ai passi del credente è la Parola di Dio (cf. Sal 109, 105), e lampada nel mondo sono i discepoli di Gesù (cf. Mt 5, 14-16). Sono le opere buone dei discepoli che “risplendono” e rendono “parola di Dio” la loro stessa vita.

Vediamo, allora, che non si tratta solo di sapere chi entrerà nella festa, e chi rimarrà fuori dalla porta chiusa, ove sarà pianto e stridore di denti: si tratta soprattutto di sapere quali discepoli portano veramente la lampada della Parola di Dio accesa, quali comunità cristiane sono in grado davvero di evangelizzare e quali, invece, pur avendo in mano il vangelo, lo portano come una torcia spenta!

Nella parabola, tutte le vergini erano state inviate ad andare dallo sposo. Ma gli uditori, giunti alla fine del racconto, restano sconcertati e insicuri, perché adesso si rendono conto che non tutti gli amici e le amiche dello sposo alla fine gli apparterranno. La comunità – come abbiamo avuto già modo di vedere nelle scorse settimane – è un “corpo misto”: vi sono invitati che indossano la veste nuziale e invitati che non la indossano, è come una rete gettata nel mare che raccoglie pesci buoni e pesci cattivi, è come un campo in cui cresce il buon grano e la zizzania.

La storia insegna che non tutti quelli che sono chiamati alla festa nuziale dello sposo Cristo vi parteciperanno poi realmente. Nel giudizio finale si verificherà una spaccatura nel gregge dei credenti, la quale separerà gli eletti dai chiamati. Non conta solo la chiamata, ma anche la conferma; non solo la lampada, ma anche l’olio; ma anche i fatti. Di qui l’importanza di vigilare, ossia di attenersi al mandato di Cristo con un’obbedienza costante, totale, assoluta,

All’interno della comunità cristiana, tra di noi, ci sono vergini sagge e vergini stolte. Le stesse comunità cristiane (un’associazione, un gruppo, un movimento, una parrocchia, una diocesi…) possono essere, nel loro insieme vergini sagge o vergini stolte. Tutti abbiamo in mano la lampada della Parola di Dio. Tutti dobbiamo mantenerla accesa per correre incontro al nostro Sposo che viene, il Signore Gesù. Ma non tutti abbiamo l’amore sufficiente per tenere accesa la lampada.

E noi chi siamo? Abbiamo l’olio dell’attesa oppure no? Viviamo “nell’attesa della sua venuta”? Attendiamo con ardore l’ora in cui Cristo apparirà, “verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine”? Oppure ci siamo fatti una comoda tana nelle cose di questo mondo, l’abbiamo riempita dei nostri comfort, dei nostri interessi mondani, e non aspettiamo più il Signore?

Il test fondamentale per capire se siamo vergini sagge o vergini stolte è semplice: come vediamo la nostra morte? Il pensiero di morire ci affligge, ci spaventa come spaventa quelli che non hanno speranza (1 Ts 4, 13), oppure ci riempie di gioia, perché significa andare incontro al Signore nell’aria ed essere sempre con il Signore (v. 17)?

Capite che, se il Vangelo è lampada che brilla, un cristiano che ha paura della morte, che ne rifiuta il pensiero, che la nasconde, la occulta, non ne parla… è uno che tiene in mano una lampada spenta! Come potrà credere alla vita eterna chi vede degli evangelizzatori che hanno paura di andare a stare col Signore?

[i] Cf. U. Luz, Vangelo di Matteo, vol. 3, Brescia 2013, a. l.

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Seminatore

Perché Dio non interviene nella storia? Perché i giusti sono oppressi e gli empi trionfano? Dov’è la regalità di Dio, in questo mondo? Fino a quando il Signore lascerà che le cose vadano come vanno senza intervenire?

Queste sono le domande che più frequentemente emergono nel cuore delle persone religiose, già dall’AT, dai Salmi, da Giobbe… E sono domande che si pongono anche nella comunità cristiana, sia al tempo degli evangelisti, sia oggi. Per rispondere ad esse, Gesù racconta la prima parabola che abbiamo ascoltato.

Vuoi sapere perché Dio sembra inattivo, sembra “dormire” di fronte ai problemi della storia. Bene. Tu sai come si coltiva il grano, vero?

C’è un’attività umana, la semina: dura poco tempo.

C’è poi una inattività prolungata che dura mesi. Durante questi mesi, “all’insaputa” del seminatore, del tutto indipendentemente da ciò che egli fa o non fa, si compie un processo vitale, descritto con sei fasi: germoglia, comincia a spuntare, produce lo stelo, la spiga, il grano e matura.

Infine c’è l’attività decisiva: la mietitura.

Tutti sanno che è così! Allora, perché il contadino è stato tanto tempo inattivo? È ovvio! Quel che si doveva fare era stato già fatto; quel che si sarebbe dovuto fare ancora, non era ancora tempo di farlo. È forse un contadino pigro o incurante? Tutt’altro! Solo che, nella fase intermedia, il lavoro lo compie “spontaneamente” (automáte) la terra seminata.

O.K., abbiamo capito la parabola. Ma cos’è che Dio deve attendere? Il suo “non intervento” non può essere senza ragione. Dunque, cosa attende? In tutti i testi apocalittici – e sono questi a costituire la base della parabola che abbiamo ascoltato – si invita a pazientare nell’attesa che “sia colma la misura”.

Nell’AT si tratta a volte del numero degli eletti, altre volte dell’entità dell’umiliazione e della conversione, altre ancora della misura dell’iniquità. Nel NT si fa anche riferimento all’evangelizzazione e alla conversione di Giudei e Gentili.

Quel che conta è che la fede degli ascoltatori di Gesù sia confortata, perché l’intervento di Dio (il Giorno del Signore, dies irae, ma anche dies salutis), ci sarà, e ci sono buoni motivi per pazientare e per darsi da fare, assecondando noi, terra seminata da lui, l’“automatismo” del Regno.

*

Il problema del rapporto tra storia ed eternità, tra crescita della Chiesa e Regno di Dio, viene posto in maniera ancora più acuta nella seconda parabola di oggi.

Il Regno di Dio evoca attese grandiose, il Messia – nell’immaginario giudaico – avrebbe dovuto istaurare una realtà di pace cosmica. E invece? Il ministero di Gesù, i risultati conseguito, la stessa comunità dei credenti… sono ben piccola cosa! Così anche noi, di fronte alle situazioni di oscurità, di debolezza della Chiesa, ci potremmo sfiduciare. Ed ecco la parabola di Gesù che è contemporaneamente promessa e conforto!

Il seme di senapa è proverbialmente piccolo. Eppure diventa un arbusto che è il più alto di tutte le piante dell’orto (raggiunge i 3-4 metri). Orbene, l’arbusto e il seme sono in relazione di continuità (perché è il seme che “si trasforma” in arbusto) e parimenti di discontinuità (perché l’arbusto è grande, ramificato, ombroso, mentre il seme è piccolo e insignificante).

Capita la parabola? Il Regno di Dio “viene fuori” dal ministero di Gesù – proseguito dalla Chiesa – un po’ come l’arbusto ombroso ed ospitale nasce dal più piccolo di tutti i semi. Il movimento avviato da Gesù, crescendo man mano, finisce a un certo punto per coincidere con il Regno di Dio.

Sì, ma in che modo? La parabola ci dice “che” è così, ma non ci spiega “come”. Il passaggio implica certo una qualche continuità e una qualche rottura, ma non viene precisato di che tipo.

Certo l’immagine vt dell’albero (cfr. Ez) suggerisce che il passaggio è opera di Dio: è lui che esalta gli umili. Dunque si tratta di una “continuità” dall’alto, avvolta nel mistero di Dio, che non esclude il passaggio attraverso la discontinuità e la rottura – come nella parabola di Gv 12, 26, in cui il seme rappresenta Gesù morto e risorto.

La lezione per noi è quella di accettare i tempi di Dio – che non sono i nostri: dobbiamo imparare la pazienza! E i modi di Dio – che non sono i nostri: dobbiamo accettare la piccolezza! Rinnoviamo dunque la professione della nostra speranza e andiamo avanti nella gioia!

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