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Ascensione

Quando ero bambino la festa dell’Ascensione mi lasciava piuttosto perplesso: mi metteva addosso una sorta di tristezza che non riuscivo a superare. Certo, la liturgia era piena di canti di gioia, di alleluia, di luce, di fiori… Ma l’evento celebrato mi sembrava molto triste: “Gesù ascende al cielo”. Tradotto nel linguaggio di un bambino: Gesù va in cielo. Il che significa – pensavo da bambino – che non sta più con noi: se ne va!

Capite bene: per me era una tragedia molto più grande di quella del Venerdì Santo: lì Gesù moriva sulla croce, ma io sapevo che dopo tre giorni sarebbe risuscitato, sarebbe tornato presto alla vita. All’Ascensione, invece, il distacco sembrava definitivo. Mi sembrava questa la vera morte di Gesù. Quando muore una persona, cosa si dice ai bambini: “Il nonno è morto, sta in cielo”. Così mi pareva che Gesù, quando “va in cielo”, muore davvero!

Se chiedevo spiegazioni, mi rispondevano: Gesù tornerà. Sì, alla fine dei tempi, alla fine del mondo. Ma ora? Ora dobbiamo vivere senza Gesù? E allora, quando tornerà? Quando finalmente sarà di nuovo con noi? Quando?

Grazie a Dio, crescendo ho capito qualche altra cosa. Anzitutto ho capito che “il cielo” a cui Gesù “ascende” non è un luogo fisico, non è lo spazio sopra le nostre teste. Il cielo, nella Bibbia, indica semplicemente la dimora di Dio. Dio è in cielo, ma è in terra ed è in ogni luogo. Così Gesù, ascendendo alla destra del Padre, è anche lui in cielo, in terra e in ogni luogo!

Dunque il cielo al quale Cristo Gesù oggi ascende, evidentemente, non è un luogo fisico, così come non è un luogo fisico l’inferno.

L’inferno non è una parte del cosmo, è una dimensione dell’esistenza umana, è l’abisso di odio nel quale l’uomo può cadere definitivamente quando si chiude nel perseguimento dei propri interessi egoistici e rifiuta la comunione con Dio e con gli altri. Soltanto l’uomo può infliggere l’inferno a se stesso e, purtroppo, lo infligge, e ne facciamo esperienza ogni volta che assecondiamo l’egoismo e l’odio nella nostra vita.

Il cielo è l’opposto: è la comunione con tutti gli altri uomini in forza dell’amore di Dio, è la condivisione della vita di Dio. E questo soltanto Dio può donarlo, l’uomo non può darselo da sé: “Il cielo, in quanto amore perfetto, può essere sempre e solo accordato come un dono all’uomo” (J. Ratzinger).

Il cielo al quale Gesù ascende è quindi la comunione piena tra Dio e l’uomo, è l’incontro d’amore tra il Creatore e la creatura che si attua definitivamente in Cristo. Il cielo è il futuro di salvezza che rimane chiuso per l’uomo centrato su se stesso, ma si apre quando appare l’Uomo Nuovo, il cui centro è Dio e attraverso il quale Dio è entrato nella natura umana.

La vita e la passione di Gesù sono l’affermazione dell’amore perfetto, dell’amore “fino alla fine”, dell’amore più forte della morte, che risorgendo supera il confine della morte. Con la risurrezione di Cristo è già cominciata l’era nuova e definitiva dell’umanità, è già iniziato il nostro futuro, è già cominciata l’eternità.

Con la sua ascensione al cielo, Gesù ha inaugurato un nuovo modo di essere presente. Dal momento della sua incarnazione, fino alla sua morte e alla sua risurrezione, e per i quaranta giorni in cui si mostra vivo e risorto ai suoi discepoli fino all’ascensione, Gesù è presente fisicamente tra i suoi. Dall’ascensione in poi è presente nello Spirito Santo.

La domenica successiva celebreremo infatti la festa di Pentecoste, in cui si realizza la promessa di Gesù: Tra non molti giorni sarete battezzati in Spirito Santo … Riceverete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi.

Lo Spirito Santo è il mistero della permanenza di Gesù in mezzo a noi, perché è l’Amore stesso di Dio tra noi ed in noi: è la Comunione in persona. Come il Padre – scrive s. Basilio – si rende visibile nel Figlio, così il Figlio si rende presente nello Spirito.

Se dunque Gesù non si congeda da noi, ma, al contrario, oggi inaugura una nuova forma di presenza, nello Spirito Santo, il nostro compito non è di stare a guardare il cielo, ma di vivere nell’amore di Gesù che lo Spirito Santo rende vivo e operante in noi; è il compito essere suoi testimoni, testimoni dell’amore fino alla fine, dell’amore più forte della morte, dell’amore che apre il cielo a chi lo accoglie.

 

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L´Ascensione non è la festa del congedo. Gesù non se ne va: Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo (Mt 28, 20). Con oggi, Gesù inaugura una nuova forma di presenza, nello Spirito Santo.

Il nostro compito quindi non è di stare a guardare il cielo (At 1, 11), ma di mettere in pratica la consegna dataci dal Signore: Andate… fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli… insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato.

Sono parole che la Chiesa nascente ha accolto con prontezza dalle labbra del suo Signore e che lungo i tempi hanno alimentato incessantemente la missione di evangelizzazione.

Negli ultimi tempi i Papi le hanno riprese con forza, per “offrire una risposta – sono parole di Benedetto XVI – al momento di crisi della vita cristiana che si sta verificando in tanti Paesi, soprattutto di antica tradizione cristiana”[1].

È il grande tema della «Nuova evangelizzazione e trasmissione della fede cristiana».

Viviamo in un´Europa in cui il Vangelo è presente da secoli e secoli, ma si sta perdendo ogni giorno di più, nel processo della “secolarizzazione”, ossia della perdita del senso religioso della vita, del rifiuto di ogni senso e valore ultraterreno, al punto che si parla di continente “post-cristiano”.

C´è dunque bisogno di una “nuova evangelizzazione”. Ovviamente non si tratta di portare un vangelo “nuovo”, diverso da quello che la Chiesa ha ricevuto fin dal principio!

“La missione non è mutata – dice Benedetto XVI – così come non devono mutare l’entusiasmo e il coraggio che mossero gli Apostoli e i primi discepoli. Lo Spirito Santo che li spinse ad aprire le porte del cenacolo, costituendoli evangelizzatori (cfr At 2,1-4), è lo stesso Spirito che muove oggi la Chiesa per un rinnovato annuncio di speranza agli uomini del nostro tempo”.

La novità sta nel fatto che le condizioni del mondo in cui dobbiamo portare il Vangelo sono davvero molto cambiate negli ultimi decenni.

Questo cambiamento ha molti aspetti negativi. Primo fra tutti la distrazione: oggi gli uomini sono “tratti”, ossia tirati, da tante parti, verso ciò che “at-trae” perché godibile, afferrabile, consumabile; e sono “dis-tratti” da ciò che resta, dall´Eterno. Ipersensibili al godimento e alla sofferenza, sono diventati insensibili a Dio.

Qualcuno ha detto che l´uomo distratto è per forza di cose un uomo distrutto. Questa distruzione si esprime nell´esclusione di Dio dalla vita delle persone, in una generalizzata indifferenza nei confronti della stessa fede cristiana, nella sua emarginazione dalla vita pubblica.

Nel passato c´era un generale senso cristiano, comunemente sentito; la fede plasmava l´intera cultura.  Oggi la cultura, la vita, la mentalità delle persone appare frammentata: non abbiamo più alcun “centro di gravità”.

Tante persone, che pure desiderano appartenere alla Chiesa, sono fortemente plasmate da una visione della vita in contrasto con la fede. Ed anche chi resta legato alle radici cristiane, spesso vive con difficoltà il rapporto con la modernità. Così spesso il cristianesimo si riduce a “una specie di abito da vestire in privato o in particolari occasioni”, e l´esistenza personale risulta contraddittoria e priva dell´essenziale.

Di fronte a questi drammi, la Chiesa ha un solo grande e irrinunciabile compito: annunciare il Vangelo.

È impossibile? È difficile? Certo oggi non mancherebbero le occasioni di scoraggiamento. Ma il Signore ci ha detto: Riceverete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni… fino ai confini della terra.

Papa Francesco ha detto che questa nuova evangelizzazione ha bisogno anzitutto di spirito.

“Quando si afferma che qualcosa ha `spirito´, questo indica di solito qualche movente interiore che dà impulso, motiva, incoraggia e dà senso all’azione personale e comunitaria. Un’evangelizzazione con spirito è molto diversa da un insieme di compiti vissuti come un pesante obbligo che semplicemente si tollera, o si sopporta come qualcosa che contraddice le proprie inclinazioni e i propri desideri. Come vorrei trovare le parole per incoraggiare una stagione evangelizzatrice più fervorosa, gioiosa, generosa, audace, piena d’amore fino in fondo e di vita contagiosa! Ma so che nessuna motivazione sarà sufficiente se non arde nei cuori il fuoco dello Spirito. In definitiva, un’evangelizzazione con spirito è un’evangelizzazione con Spirito Santo, dal momento che Egli è l’anima della Chiesa evangelizzatrice”[2].

E noi, siamo gente che ha ricevuto lo Spirito Santo o siamo uomini di Galilea che stanno con il naso per aria a guardare il cielo?

“In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione […] Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: «Abbiamo incontrato il Messia» (Gv 1,41). La samaritana, non appena terminato il suo dialogo con Gesù, divenne missionaria, e molti samaritani credettero in Gesù «per la parola della donna» (Gv 4,39). Anche san Paolo, a partire dal suo incontro con Gesù Cristo, «subito annunciava che Gesù è il figlio di Dio» (At 9,20). E noi che cosa aspettiamo?”[3]

Nulla è impossibile a chi confida nel Signore e si affida a “Maria, Stella dell’evangelizzazione”.

 

[1] Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti all’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova evangelizzazione, (30.05.2011).

[2]Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (24.11.2013), n. 261.

[3] Ibid., n. 120.

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