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Nel lontano 1976, il giornalista e scrittore Vittorio Messori scrisse un libro intitolato Ipotesi su Gesù. Il libro è stato e continua ad essere un successo editoriale di grande portata: tradotto in 22 lingue, in Italia ha venduto più di un milione di copie. Segno che la domanda posta da Gesù ai suoi discepoli, dopo duemila anni continua a provocare: «La gente chi dice che io sia?» (Mc 8, 27.29).

Quel che dice la gente varia a seconda delle epoche, delle culture, delle ideologie, ma infondo le diverse risposte hanno un denominatore comune: Gesù è uno come altri – uno come i profeti, dicono i pii Giudei dei suoi tempi; uno come gli altri impostori, dicono i suoi nemici; uno come i grandi filosofi, dicono i suoi ammiratori razionalisti; uno come altri fondatori di religioni, dicono certi storici; uno dei rivoluzionari, dicono certi politici; uno dei grandi poeti e sognatori, dicono i romantici….

Ma nessuna di queste opinioni può andar bene per i suoi discepoli. «Ma voi chi dite che io sia?»: se non si riconosce l’unicità di Gesù, se non si riconosce che non è uno come altri, che non può essere considerato come “uno dei tanti che…“, o “uno dei pochi che…”, se non si riconosce che è l’unico, non si può essere suoi discepoli.

Ed infatti Pietro, a nome di tutto il gruppo, pronuncia la professione di fede: «Tu sei il Cristo». “Il”, non “uno dei”: l’unico.  “Cristo”, “Messia” cioè “Unto del Signore”, colui che Dio ha consacrato per realizzare la salvezza.

Già. Ma questa professione di fede rischia di essere vuota se non si capisce da che cosa Gesù Cristo ci salva e come ci salva.

Ci salva dal male. Ma che cosa è il male? Il senso comune dice che la sofferenza e la morte sono il male. Dunque ci si aspetta che il Cristo ci preservi dalla sofferenza e ci impedisca di morire. Logico, no? Logico come le tentazioni di satana nel deserto: ci aspettiamo un Cristo che trasformi le pietre in pane, che si butti dal pinnacolo del tempio per fare il suo ingresso nella città santa portato sulle mani degli angeli, che si impadronisca di tutti i regni del mondo con la loro gloria (cf. Mt 4, 1-11).

Sapendo che la logica degli uomini è questa, Gesù ordina severamente ai suoi discepoli di tacere, perché fino a quando non si convertiranno alla logica di Dio, la messianicità di Gesù – cioè la sua vera identità – non potrà mai essere capita. Per questo comincia a insegnare che il Figlio dell’uomo (cioè il Messia che viene dal cielo) doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani (dal potere politico), dai capi dei sacerdoti (il potere religioso) e dagli scribi (il mondo della cultura), venire ucciso e, dopo tre giorni risuscitare (Mc 8, 31). In queste parole Gesù dedica maggiore spazio al suo destino di sofferenza anziché alla sua vittoria. La vittoria è certa, però è collocata al termine del suo cammino. Non è salvezza “dalla sofferenza” e “dalla morte”: è una salvezza che attraversa la sofferenza, che entra nella morte e la supera.

Ma allora da cosa ci salva? Ci salva dal male vero, radicale, che è l’egoismo, la mancanza di amore, la chiusura nel proprio io. E come ci salva? Amando Dio con tutto se stesso, senza opporre resistenza, senza tirarsi indietro; amando il prossimo fino a presentare il suo dorso ai flagellatori, le guance a coloro che gli strappano la barba, senza sottrarre la sua faccia agli insulti e agli sputi (cf. Is 50, 5-9).

Questo modo di essere “il Cristo” – diciamocelo francamente – risulta assai scomodo. Pietro protesta con Gesù: lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Come facciamo anche noi tante volte quando vediamo l’ingiustizia, la sofferenza degli innocenti, il male del mondo, e ce la prendiamo con il Signore che permette tutto questo. Se volgessimo lo sguardo al Crocifisso, capiremmo tutta l’inconsistenza del nostro modo di pensare, capiremmo quanto sia satanico.

«Va’ dietro a me, Satana!». Tu devi seguire me, non metterti davanti a me, devi imparare a pensare secondo Dio, non a misurare l’opera di Dio sul modo di pensare secondo gli uomini.

Seguire Gesù non è una passeggiata: si tratta di rinnegare se stessi, rinunciare a se stessi, porre il Signore al di sopra dei propri desideri e dei propri progetti. Si tratta di prendere la propria croce dietro di lui.

È inutile nasconderci che questo non ci piace, che contraddice la nostra sensibilità e il nostro istinto naturale. Ma proprio in questa contraddizione impariamo ad amare, cioè a dare la vita per l’Amico per essere con lui sempre. Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo la salverà.

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Il profeta Geremia (23, 1-6) lancia una tremenda invettiva nei confronti dei “pastori che fanno perire e disperdono il gregge” del pascolo del Signore, che scacciano le pecore e non se ne preoccupano.
Chi sono questi pastori? Al tempo del profeta erano i capi del popolo, gli scribi e gli anziani; ma si tratta di figure che ritornano ad ogni generazione, più o meno numerose, nel popolo di Dio. Oggi le troviamo tra i vescovi e i preti, ma anche tra gli insegnanti, i genitori e chiunque abbia una responsabilità su altre persone. Quando il Signore ci affida una responsabilità di questo tipo, ci fa partecipi della sua cura per gli uomini: il Signore è il pastore del suo popolo, noi siamo il gregge del suo pascolo; avere responsabilità su una diocesi, su una parrocchia, su una classe di alunni, su un gruppo di lavoro, su una famiglia… significa partecipare all’azione pastorale del Signore. È un compito importante e bellissimo; è un onore meraviglioso che il Signore ci fa.
Purtroppo, però, questa responsabilità può essere gestita anche male e i pastori, anziché collaborare con il Signore per il bene delle sue pecorelle, possono essere coloro che fanno perire e disperdono il gregge. Perché accade ciò? Perché siamo vittime dell’egoisimo, del narcisismo e dell’egocentrismo.
L’egoisimo si annida nella nostra carne. È il risultato dei nostri desideri disordinati. È l’affetto che portiamo ai nostri comodi e al nostro tornaconto. La responsabilità pastorale richiede che siamo pronti a sacrificare il nostro vantaggio per il bene delle persone che ci sono affidate – e l’egoismo le si oppone.
All’egoismo si affianca, oggi più che mai, il narcisismo: la ricerca di se stessi, del proprio successo, dei “like” sulle nostre pagine social, dell’applauso del pubblico. È il grimaldello del mondo per scardinare ogni cura pastorale seria: così il pastore che pasce se stesso e usa il gregge come specchio della propria vanità.
Il risultato dell’accoppiata di egoismo e narcisismo è l’egocentrismo: una pastorale che ha al centro non le pecore ma il pastore; non il bene comune, ma il nostro protagonismo; non l’interesse delle persone a noi affidate (ripeto: siano esse i cristiani di una diocesi o di una parrocchia, gli allievi di una scuola, i dipendenti, i figli, il coniuge…) non il loro interesse, ma il nostro.
Con la sua fine ironia, il card. Giacomo Biffi scrisse una parafrasi della parabola del buon pastore “secondo il mondo”. Mentre il vero vangelo ci presenta un pastore che parte alla ricerca della pecorella smarrita e non si dà pace finché non l’abbia trovata (cf. Mt 18, 12-13), il vangelo che non esiste ma che il mondo vorrebbe dice: “Il Regno dei cieli è simile a un pastore che avendo cento pecore e avendone perdute novantanove, rimprovera l’ultima pecora per la sua scarsità di iniziativa, la caccia via e, chiuso l’ovile, se ne va all’osteria a discutere di pastorizia”.
Grazie a Dio, conosciamo l’insegnamento di Gesù. Conosciamo non solo le sue parole, ma anche i gesti concreti e gli esempi che ci ha lasciato. Vediamo Gesù prendersi cura paternamente della stanchezza dei suoi discepoli (cf. Mc 6, 30). Questi sono appena rientrati dalla missione, sono affaticatii, e tra tanta gente che va e viene non hanno neppure il tempo di mangiare. Gesù si fa carico di loro: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”. Come è bello quando chi ha la responsabilità di un certo lavoro non si preoccupa soltanto della produzione, ma anche dell’equilibrio, della pace, della serenità delle persone a lui affidate!
Ma, allo stesso tempo, Gesù ci insegna a non fare del nostro riposo un idolo: vedendo le folle che accorrono a lui, anche nel luogo deserto scelto per riposare, egli prova compassione, amore per quel “gregge senza pastore”; cosicché mette da parte le proprie legittime esigenze e si dedica alla gente che ha bisogno della sua parola.
Dovremmo renderci conto che noi siamo oggetto di questa tenera e premurosa cura pastorale di Gesù. Ciascuno di noi personalmente è importante davanti a lui. Per ciascuno di noi, Gesù ha compassione, sollecitudine, attenzione. Ebbene, il nostro dovere è di amarci gli uni gli altri come lui ha amato noi! Sant’Agostino l’ha esplicitato chiaramente: “Pascere il gregge del Signore deve essere un servizio d’amore – Sit amoris officium pascere dominicum gregem”.
Chiediamo al Signore che ci riempia della sua carità pastorale perché tutti – vescovi, preti, genitori, insegnanti, responsabili ad ogni livello – tutti ci impegniamo nella cura delle persone a noi affidate con la stessa carità con cui Cristo Signore si prende cura di noi.

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Ascensione

Quando ero bambino la festa dell’Ascensione mi lasciava piuttosto perplesso: mi metteva addosso una sorta di tristezza che non riuscivo a superare. Certo, la liturgia era piena di canti di gioia, di alleluia, di luce, di fiori… Ma l’evento celebrato mi sembrava molto triste: “Gesù ascende al cielo”. Tradotto nel linguaggio di un bambino: Gesù va in cielo. Il che significa – pensavo da bambino – che non sta più con noi: se ne va!

Capite bene: per me era una tragedia molto più grande di quella del Venerdì Santo: lì Gesù moriva sulla croce, ma io sapevo che dopo tre giorni sarebbe risuscitato, sarebbe tornato presto alla vita. All’Ascensione, invece, il distacco sembrava definitivo. Mi sembrava questa la vera morte di Gesù. Quando muore una persona, cosa si dice ai bambini: “Il nonno è morto, sta in cielo”. Così mi pareva che Gesù, quando “va in cielo”, muore davvero!

Se chiedevo spiegazioni, mi rispondevano: Gesù tornerà. Sì, alla fine dei tempi, alla fine del mondo. Ma ora? Ora dobbiamo vivere senza Gesù? E allora, quando tornerà? Quando finalmente sarà di nuovo con noi? Quando?

Grazie a Dio, crescendo ho capito qualche altra cosa. Anzitutto ho capito che “il cielo” a cui Gesù “ascende” non è un luogo fisico, non è lo spazio sopra le nostre teste. Il cielo, nella Bibbia, indica semplicemente la dimora di Dio. Dio è in cielo, ma è in terra ed è in ogni luogo. Così Gesù, ascendendo alla destra del Padre, è anche lui in cielo, in terra e in ogni luogo!

Dunque il cielo al quale Cristo Gesù oggi ascende, evidentemente, non è un luogo fisico, così come non è un luogo fisico l’inferno.

L’inferno non è una parte del cosmo, è una dimensione dell’esistenza umana, è l’abisso di odio nel quale l’uomo può cadere definitivamente quando si chiude nel perseguimento dei propri interessi egoistici e rifiuta la comunione con Dio e con gli altri. Soltanto l’uomo può infliggere l’inferno a se stesso e, purtroppo, lo infligge, e ne facciamo esperienza ogni volta che assecondiamo l’egoismo e l’odio nella nostra vita.

Il cielo è l’opposto: è la comunione con tutti gli altri uomini in forza dell’amore di Dio, è la condivisione della vita di Dio. E questo soltanto Dio può donarlo, l’uomo non può darselo da sé: “Il cielo, in quanto amore perfetto, può essere sempre e solo accordato come un dono all’uomo” (J. Ratzinger).

Il cielo al quale Gesù ascende è quindi la comunione piena tra Dio e l’uomo, è l’incontro d’amore tra il Creatore e la creatura che si attua definitivamente in Cristo. Il cielo è il futuro di salvezza che rimane chiuso per l’uomo centrato su se stesso, ma si apre quando appare l’Uomo Nuovo, il cui centro è Dio e attraverso il quale Dio è entrato nella natura umana.

La vita e la passione di Gesù sono l’affermazione dell’amore perfetto, dell’amore “fino alla fine”, dell’amore più forte della morte, che risorgendo supera il confine della morte. Con la risurrezione di Cristo è già cominciata l’era nuova e definitiva dell’umanità, è già iniziato il nostro futuro, è già cominciata l’eternità.

Con la sua ascensione al cielo, Gesù ha inaugurato un nuovo modo di essere presente. Dal momento della sua incarnazione, fino alla sua morte e alla sua risurrezione, e per i quaranta giorni in cui si mostra vivo e risorto ai suoi discepoli fino all’ascensione, Gesù è presente fisicamente tra i suoi. Dall’ascensione in poi è presente nello Spirito Santo.

La domenica successiva celebreremo infatti la festa di Pentecoste, in cui si realizza la promessa di Gesù: Tra non molti giorni sarete battezzati in Spirito Santo … Riceverete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi.

Lo Spirito Santo è il mistero della permanenza di Gesù in mezzo a noi, perché è l’Amore stesso di Dio tra noi ed in noi: è la Comunione in persona. Come il Padre – scrive s. Basilio – si rende visibile nel Figlio, così il Figlio si rende presente nello Spirito.

Se dunque Gesù non si congeda da noi, ma, al contrario, oggi inaugura una nuova forma di presenza, nello Spirito Santo, il nostro compito non è di stare a guardare il cielo, ma di vivere nell’amore di Gesù che lo Spirito Santo rende vivo e operante in noi; è il compito essere suoi testimoni, testimoni dell’amore fino alla fine, dell’amore più forte della morte, dell’amore che apre il cielo a chi lo accoglie.

 

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Tanta gente immagina il cristianesimo come una religione severa, addirittura sospettosa nei confronti della gioia, dell’allegria, della spontaneità. E invece Gesù afferma: “Vi ho detto questo perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 12).

Che cosa ci ha detto? “Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi: rimanete nel mio amore”. La gioia, anche quella semplicemente umana, nasce dall’amore. Secondo le parole di Gesù, si tratta di un “amore diffusivo”: dal Padre al Figlio, dal Figlio ai discepoli e da ogni discepolo agli altri discepoli. Dell’amore del Padre e del Figlio si parla al passato, perché davanti alla comunità c’è oramai il Cristo risorto; la sua risurrezione è il segno tangibile di una vita spesa nell’amore del Padre e del prossimo. Dell’amore dei discepoli, invece, si parla al presente: “Rimanete”. Il presente dice continuità: rimanete, perseverate nel mio amore che è già in voi, perché è l’amore che rende bello e possibile il mutuo “rimanere in”, è l’amore che crea l’atmosfera della comunità cristiana che potremmo definire come un entusiasmo, un mutuo infervorarsi nella donazione totale degli uni agli altri. Di qui l’inevitabile gioia, una gioia che deve farsi piena.

San Tommaso d’Aquino scrive: “Dall’amore di carità consegue necessariamente la gioia. Infatti, chiunque ama gioisce per la presenza dell’amato, e la carità ha sempre presente Dio che è l’amato, come dice Giovanni nella sua Prima Lettera (4, 16): «Chi rimane nella carità, rimane in Dio e Dio in lui». Per cui, conseguenza dell’amore è la gioia” (S. Th.,I-II, q. 70, a. 3, c).

La vera gioia non può essere racchiusa in noi come in un cassetto. Se è vera e profonda, è anche diffusiva e non può restare nascosta. Traspare dagli occhi, dal volto e viene intuita da chi ci è vicino. La vogliamo definire meglio? Chiamiamola esultanza nello Spirito. Solo così la possiamo distinguere dalle gioie passeggere e false, dalle gioie che non fondano la comunione. È falsa la gioia di chi si rallegra del male altrui (Sal 35,15), di chi giudica felicità il piacere di un giorno (2 Pt 2,13); è passeggera ogni gioia puramente umana (Ger 25,10). Più bella e profonda è la gioia della festa, soprattutto quella in cui, nel culto, si esprime in forma di giubilo il nostro rapporto con Dio.

Ascoltiamo un testo meraviglioso: “Gioiscano i cieli, esulti la terra, rimbombi il mare e quanto contiene, esplodano di gioia tutti gli alberi della foresta davanti al Signore che viene…” (Sal 96,11-13).

Non è una gioia isolata questa; è il popolo che esulta nello spirito davanti al suo Dio e vuole coinvolgere nella gioia la creazione intera. È una gioia cosmica, pura, festosa, una gioia che si fa “rimbombo”, cioè esultanza rumorosa; è l’esplosione di tutto l’essere in una danza cosmica, è l’esplosione di una gioia pura e totale, un inno di giubilo che sale da tutto l’essere a Dio. Quando si prega e si loda Dio, tutto il mondo appare sotto un aspetto meraviglioso e ogni cosa mi dice che esiste solo per l’uomo e testimonia così l’amore di Dio per me. C’è gioia perché il Signore viene, perché Dio entra solennemente nella storia con lo scopo di ricostruire un nuovo cielo e una nuova terra. È una gioia che dice la speranza della totale salvezza.

Muoviamoci in questo campo di fede pura, perché è qui che si fa esperienza di vera gioia, di una gioia che può farsi piena. Per ottenerla bisogna vivere il “martirio della speranza”. Se guardiamo la storia umana, ci accorgiamo che bisogna sempre andare contro corrente per avere il coraggio di una gioia vera, per vivere una vita serena, malgrado ogni difficoltà.

Come possiamo possedere questa gioia? Gesù lo dice: “Osservate i miei comandamenti… Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”. Possediamo la sua gioia amando gli altri come Gesù ci ha amati, vivendo in una totale donazione agli altri senza cercare il nostro interesse. Quando, nella fede e in comunione con Gesù, noi ci doniamo, da questo amore nasce la vera gioia e la nostra vita, anche nei momenti difficili, sprigiona quel senso di serenità che coinvolge tutti e la gioia, dono del Signore, diventa missionaria.

La gioia che emana dall’amore, non si impone, si comunica insensibilmente. Non posso presentarmi a uno che soffre scoppiando di gioia e parlando con entusiasmo della mia felicità. Tutto questo non ha senso per chi soffre. Se voglio comunicargli la mia serenità debbo prima condividere la sua sofferenza, lasciare che si sfoghi, stringergli a lungo e in silenzio la mano, fargli sentire che gli voglio bene. Allora, se io sono davvero una persona gioiosa, il sofferente sentirà la dolcezza di essersi incontrato con me nel Signore e sperimenterà un senso di sollievo e serenità e lo percepirà come dono del Signore, come presenza del Signore. Debbo infatti comunicargli quella gioia che Gesù chiama ”la mia gioia”.

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La nuova Alleanza

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Nella consacrazione del vino, il sacerdote pronuncia le note parole di Gesù: “Questo è il calice del mio sangue, per la nuova ed eterna alleanza”. In esse si compie la profezia di Geremia 31, 31-34:

“Ecco verranno giorni – oracolo del Signore –, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova”.

Cosa significa “alleanza” nella Bibbia? Significa un legame mutuo e profondo di solidarietà tra Dio e gli uomini, un impegno solenne che Dio prende nei confronti del popolo e al quale il popolo è chiamato a rispondere: “Io sarò il loro Dio – dice il Signore – ed essi saranno il mio popolo”. “Io il loro – loro il mio”: è un’appartenenza reciproca nell’amore. Perché, vedete, questo è il linguaggio tipico dell’amore autentico. Anche l’egoismo dice: “tu sei mio”; solo l’amore vero può dire: “io sono tuo”.

L’antica alleanza era centrata sula legge, scritta sulle tavole di pietra – cioè una legge esterna, rigida, inflessibile, che necessariamente viene recepita dall’uomo peccatore come un limite alla propria libertà e ai propri desideri. Certo gli uomini possono capire che quella legge è giusta, e che per conservarsi il favore di Dio devono osservarla; ma i loro affetti e i loro desideri restano contrari ed inevitabilmente gli uomini cadono nel peccato che rompe l’alleanza.

Ora Dio promette un’alleanza basata su una la legge scritta nel cuo­re degli uomini stessi – cioè una legge intima, che nasce dal cambiamento interiore degli affetti e dei desideri, che nasce dall’amore ed esprime le esigenze di questo amore.

Nella nuova alleanza tutti conosceranno Dio, perché Dio stesso si comunicherà, cuore a cuore, bocca a bocca, a ciascuno. Il peccato passato sarà perdonato e non sarà più ricordato, perché Dio fa nuove tutte le cose.

Abbiamo detto che questa profezia si è realizzata, che in Gesù Cristo Dio ha stipulato la “nuova ed eterna alleanza” con gli uomini. Ma forse dovremmo chiederci: noi siamo entrati in questa nuova alleanza? Ufficialmente sì: siamo battezzati e cresimati, celebriamo l’Eucaristia… Ma esistenzialmente c’è il rischio di rimanere o ricadere nell’alleanza vecchia. Intendo dire: c’è il rischio di rapportarci a Dio come a un potere estraneo, di offrirgli un culto fatto di osservanze esterne, dallo scopo di tenercelo buono per poter meglio garantire i nostri interessi. La legge di Dio, in questo modo, torna ad essere un insieme di precetti che sopportiamo ob torto collo, con un atteggiamento da schiavi e non da figli, un atteggiamento che ci porta fatalmente a ricadere nel peccato.

Di fatto, pur essendo parte del popolo della nuova alleanza, ciascuno di noi sperimenta di stare costantemente sulla soglia tra la vecchia e la nuova alleanza. Sperimenta che il suo amore per Dio può magari arrivare a dirgli: “tu sei mio”; ma fatica a dirgli sul serio: “io sono tuo”.

La lettera agli Ebrei 5, 7-9 ci dice che Gesù, “reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli ubbidiscono”. A cosa si riferisce quando afferma che egli fu “reso perfetto”? È chiaro che si riferisce alla sua passione: “pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì”. Mentre la nostra tendenza naturale è quella di cercare Dio per non patire, per scansare la sofferenza, la passione di Cristo ci insegna che l’amore è perfetto quando accetta di soffrire per la persona amata..

Se noi vogliamo entrare nell’alleanza con Gesù dobbiamo seguirlo, e lui ci dice: “Dove sono io, là sarà anche il mio servitore” (Gv 12, 26).

Dove sei, Signore? Sei alla destra del Padre, nella gloria del cielo, e ci prometti che anche noi saremo con te. Ma prima di entrare nella gloria della risurrezione sei stato nel Getsemani a sudare sangue, sei stato insultato, flagellato, coronato di spine, crocifisso, trafitto, sepolto.

E se noi ti vogliamo seguire nella gioia della risurrezione, non possiamo rifiutarci di entrare con te nell’amore perfetto, quello che accetta persino obbrobrio della passione.

Gesù ci ha dato oggi un principio generale, valido sempre: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). È così che lui ha portato frutto per noi: si è lasciato uccidere, e dalla morte sua è scaturita la vita per noi. Così anche noi, se vogliamo portare frutto nell’amore, dobbiamo morire a noi stessi e vivere per lui.

Certo, nessuno ci costringe. Possiamo anche tenerci stretta stretta la nostra vita, come un tesoro geloso: nessuno ci obbliga a donarla. Ma Gesù ci avverte: “Chi ama la sua vita la perde… se il chicco non muore, rimane solo”!

Se invece siamo disposti a perderci, a rimetterci su questa terra, per ritrovarci con lui, Gesù ci fa delle promesse meravigliose: produrrai molto frutto; il Padre (il Padre!) ti onorerà.

Tra qualche istante offriremo il pane e il vino sull’altare. Se questa offerta sarà veramente segno dell’offerta della nostra vita, se sapremo perdere la nostra vita, entreremo con Cristo nella nuova ed eterna alleanza, nella gloria del Padre.

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Tentazione

Ogni anno, nella prima domenica di Quaresima, leggiamo della tentazione di Gesù nel deserto. Siamo abituati ai racconti di Matteo e Luca, che narrano delle tre tentazioni del diavolo che tenta di separare Gesù dal Padre. Quest’anno, invece, la liturgia ci fa ascoltare il testo molto più essenziale di Marco, in cui tutta la vicenda è riassunta in queste parole: “Nel deserto rimase quaranta giorni tentato da Satana” (Mc 1, 13a).

Marco non dice nulla circa il contenuto delle tentazioni. Ci dà, tuttavia, il nome del tentatore, un nome che è tutto un programma: Satan, che in ebraico significa “accusatore”. Satana è certamente “diavolo”, perché vuol dividere, ma il suo nome ci dice anche come egli tenta di operare la divisione: mediante l’accusa!

Satana è una potenza invidiosa della felicità dell’uomo, nemica della natura umana e perciò nemica di Dio e del suo disegno d’amore. La strategia di Satana è tesa a rovinare l’uomo per togliere gloria a Dio, se mai ci riuscisse. E la tattica che usa è racchiusa nel suo nome: l’accusa. Accusa Dio davanti agli uomini, accusa gli uomini davanti a Dio, accusa gli uomini davanti agli altri uomini, accusa l’uomo davanti a se stesso.

Satana accusa Dio davanti agli uomini, insinuando – come ad Eva nell’Eden (Gn 3, 1-5)– il dubbio sulla bontà di Dio, sulla sua giustizia, sulla sua potenza. Quanti peccati commettiamo a causa di questa tentazione! Si tratta di una tentazione di superbia, perché pretendiamo addirittura di farci noi giudici di Dio e così rifiutiamo il suo amore, non ci fidiamo della sua guida, cadiamo nella disperazione. Gesù sulla croce è la vittoria radicale su questa tentazione: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”: tutto è dolore, tenebra, morte, ma io so che tu sei buono, che mi ami, che mi ridarai vita. Gesù si liberò di Satana già nel deserto con un atto di totale adesione alla volontà del Padre, consegnando definitivamente a lui la sua libertà.

Il libro dell’Apocalisse (12, 10) ci dice poi che Satana accusa gli uomini davanti a Dio “giorno e notte”. Mette in luce i nostri peccati, le nostre debolezze, le nostre incoerenze, cercando di trascinarci nella sua stessa condanna; una condanna che – considerando la giustizia in astratto – certamente noi meriteremmo Qui però Satana sperimenta la propria impotenza, perché Dio, ovviamente, non cede alle sue accuse. Non perché non siano vere (è evidente che siamo peccatori!), ma perché la bontà di Dio si manifesta maggiormente proprio nel perdono e nella salvezza offerta ai peccatori.

Allora Satana, visto che lui non c’è più posto nel cielo, se ne va a portare le sue accuse tra gli uomini. È ciò che riscontriamo nel Vangelo quando vediamo i Farisei che si scandalizzano perché Gesù riceve i peccatori e mangia con loro, o gli portano l’adultera per la lapidazione… Si fanno, come Satana, “avvocati della giustizia”, per non ammettere che hanno un cuore privo del primo requisito della giustizia vera e divina, che è l’amore! Anche qui, la tentazione affonda le radici nella superbia umana, che ci porta a disprezzare gli altri per esaltare noi stessi. Gesù – l’unico che poteva realmente giudicare – dice di non essere venuto per condannare, ma per salvare (cf. Gv 12, 44-50).

C’è un altro aspetto dell’azione satanica che va considerato: Satana accusa l’uomo davanti a se stesso: prima ti alletta con il peccato e, dopo che l’hai commesso, ti accusa di essere caduto, ti fa sentire sporco, peggiore degli altri, imperdonabile. È il peccato di Giuda, non quando tradisce Gesù, ma quando va ad impiccarsi. Ed anche qui, la radice sta nella superbia umana che pretende di essere superiore e, non riuscendovi, cade nella disperazione. All’opposto troviamo san Paolo che dice: io non giudico me stesso, perché mio giudice è il Signore (cf. 1 Cor 4, 4). Se lasciamo il giudizio al Signore troveremo misericordia e pace: “qualunque cosa il nostro cuore ci rimproveri, Dio è più grande del nostro cuore” (1 Gv 3, 20).

Gesù nel deserto si libera di Satana, l’accusatore, per liberare gli uomini dalle sue accuse. Dobbiamo accogliere questa liberazione: “Convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1, 15). Quando uno si converte e crede, si consegna totalmente alla volontà del Padre e continua a fidarsi di lui anche nel buio più totale, Satana perde ogni potere su di lui ed egli partecipa, così, della potenza liberatrice di Cristo. La sua parola e la sua vita, nel piccolo o nel grande, a seconda del posto dove il Signore lo ha messo, sono un reale esorcismo, non però un esorcismo a parole ma a fatti. Dove lui o lei arriva, il nemico è snidato e messo in fuga, non dalle capacità umane, s’intende, ma dalla grazia che porta dentro e che lo rende partecipe della santità stessa di Cristo.

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Sant’Atanasio afferma un principio fondamentale del Cristianesimo: il Figlio di Dio, incarnandosi, ha redento tutto ciò che ha assunto. Questo significa che ha redento tutta la sostanza dell’uomo, perché ha assunto un’anima e un corpo. Ma significa anche che ha redento le relazioni umane che ha assunto, a cominciare dalla relazione fontale dell’uomo stesso: la famiglia. “Con la famiglia si collega la genealogia di ogni uomo: la genealogia della persona” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n. 9).

In una recente inchiesta su vastissimo campione riguardante l’intero territorio nazionale è emerso che per 7 italiani su 10 la famiglia è considerata uno dei fattori che più concorrono all’autorealizzazione ed alla soddisfazione personale: i rapporti primari con i propri figli, con il proprio coniuge o partner, con i propri familiari incidono più di ogni altro aspetto sul bilancio esistenziale.

Eppure – lo vediamo tutti – le famiglie sperimentano crisi talvolta devastanti sia sul versante della coniugalità (incomprensioni, tensioni, separazioni, divorzi…) sia sul versante dei rapporti tra genitori e figli. Cosa significa? Significa che la famiglia – questa relazione umana fondamentale – ha bisogno di essere redenta da Cristo.

Le letture di questa domenica ci invitano a riflettere particolarmente su questo aspetto.

Abramo, “nostro padre nella fede”, vive – come tanti anche nel nostro tempo – la sofferenza della sterilità. Dalla Bibbia sappiamo che lui e sua moglie ricorsero persino ad un “utero in affitto”: quello della schiava Agar. È lo stesso meccanismo della procreazione artificiale oggi diffusa. Perché accade questo? Perché la paternità e la maternità hanno bisogno di essere redente.

Abramo deve capire che “dono del Signore sono i figli” (Sal 125, 3-7): noi siamo amministratori di relazioni, non proprietari! E ad un dono non puoi attaccarti: ad Abramo verrà chiesto il sacrificio di Isacco (Ebr 11, 17-19): proprio per riequilibrare il suo attaccamento disordinato. Riavrà il suo figlio, ed in lui la benedizione, ma in forma totalmente rinnovata.

Questo è il senso dell’offerta di Gesù al tempio (Lc 2, 20 ss): il Figlio non è proprietà di Maria e Giuseppe: è consacrato al Signore – e ciò deve valere per ogni figlio. È una contestazione del nostro voler far da padroni sulla vita e sulle persone, desiderio che procede dal nostro esserci staccati da Dio.

Ma questa contestazione diventa redenzione nella misura in cui accettiamo che al centro delle nostre relazioni ci sia Gesù, che è l’unico salvatore.  «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione», dice il vecchio Simeone.

Segno di contraddizione: o con lui o contro di lui. Mentre la tentazione contemporanea sarebbe quella di stare né con lui né contro di lui, di neutralizzarlo, di renderlo indifferente.

Ma Gesù Cristo non è mai neutralizzabile. Non può essere indifferente per la nostra vita, a partire dalla famiglia. Questa è una realtà stupenda, voluta da Dio fin dalla creazione dell’uomo. Ma è una realtà contaminata dal peccato, che porta egoismo, divisione, disordine, odio, sofferenza, e Cristo viene a salvarla. O si salva con Cristo o, senza Cristo, perisce. Cristo va accolto dentro la realtà familiare. Ecco il senso del sacramento del matrimonio, che fonda la famiglia!

Guardiamo invece al fenomeno della convivenza, così diffuso oggi anche tra coppie che vorrebbero ritenersi cristiane. Si dice: ma noi ci amiamo, di cos’altro c’è bisogno? C’è bisogno della redenzione! C’è bisogno: non è un optional!

C’è un inno tradizionale che dice: “Dov’è carità e amore, qui c’è Dio”. Anche il contrario è profondamente vero: “Dove c’è Dio, lì c’è carità e amore”. Nella famiglia in cui Cristo è presente, per la fede di genitori, per l’ascolto della sua Parola, per la preghiera fatta in comune, per l’osservanza della sua legge, l’amore non mancherà, o potrà rinascere dopo ogni crisi.

La festa di oggi ci invita a scoprire la volontà di Dio riguardo alla famiglia: qual è l’idea di famiglia che aveva in mente Dio, quando in principio creò l’uomo maschio e femmina e li benedisse dicendo: Siate fecondi, moltiplicatevi… L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.

Questa, in definitiva, la ragione del nostro ottimismo. Perciò preghiamo insieme oggi la santa Famiglia di Nazareth, perché Cristo sia accolto davvero nelle famiglie ed esse possano essere redente e tornino a risplendere come riflessi dell’amore creativo del Padre.

 

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In Mt 22, 34-40, ancora una volta i farisei vengono per mettere alla prova Gesù con una questione: Qual è il più grande comandamento della legge?

La risposta non è poi tanto difficile: tra i tanti comandamenti, il primo, quello che da senso a tutti gli altri, è il comandamento dell’amore di Dio. Per la coscienza di Israele, la cosa è chiara: tre volte al giorno, il pio israelita, recita la preghiera dello shema’: “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno. Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” (cf. Dt 6, 5; Gs 22, 5).

Nessuna novità, dunque, nessuna sorpresa se Gesù enuncia proprio in questi termini la sua risposta. Tutto potrebbe finire qui: una domanda legittima da parte del dottore della legge, una risposta giusta da parte di Gesù. Invece Gesù aggiunge qualcosa che non gli era stato richiesto: aggiunge il secondo comandamento, dicendo che esso è simile al primo. Il fatto stesso di aggiungerlo significa che Gesù qui sta dicendo qualcosa che gli sta particolarmente a cuore.

Amerai il prossimo tuo come te stesso. Questo comandamento è “secondo”, ossia non ha la stessa importanza del primo, è al di sotto di esso; tuttavia “è simile” al primo: sia perché anch’esso comanda di amare, sia perché si salda con il primo, al punto da costituire con esso una coppia inseparabile, da cui dipendono tutta la legge e i profeti.

Mi sembra opportuno riflettere su questa inseparabilità dell’amore di Dio dall’amore del prossimo, perché la tentazione “diabolica” è sempre quella di separare ciò che Dio ha unito.

Innanzitutto riflettiamo sull’amore, che ci viene comandato in entrambi i comandamenti. Cosa significa amare? Noi esprimiamo l’amore soprattutto con due frasi: “Ti voglio bene” e “Voglio star con te”.

“Voler bene a Dio” significa volere in ogni cosa la maggior gloria di Dio: che sia santificato il suo nome, che venga il suo regno, che sia fatta la sua volontà.

“Voler star con Dio” significa desiderare la piena comunione con lui.

Ma facciamo attenzione: non ci possiamo accontentare di una volontà superficiale o solo sentimentale: dobbiamo amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente.

Ciò significa che non ci può essere spazio nella nostra vita per qualcosa che non sia a maggior gloria di Dio. Dice san Paolo: “Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate alcun’altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio” (1 Cor 10, 31). Tutto!

E significa che non ci può essere posto per qualcosa che ostacoli la nostra comunione con lui: “Sia che viviamo sia che moriamo, siamo del Signore” (Rm 14, 8); al punto di essere una cosa sola con lui, di non essere più noi a vivere ma Cristo che vive in noi (Gal 2, 20).

Capite dove si infrange il comandamento: contro il nostro egoismo, che vorrebbe far tutto per la ricerca del proprio comodo e non della gloria di Dio, che vuole appartenere a se stesso e non al Signore.

Questo egoismo, poi, si ritorce paradossalmente in odio di sé, quando ci troviamo maldestri nel perseguire i nostri interessi, spregevoli nel cercare la nostra gloria, disgustati da noi stessi ed incapaci di liberarci della nostra propria compagnia, la più terribile delle solitudini.

Chi invece ama Dio, riesce ad amare veramente se stesso: Dio ti vuole bene, dunque anche tu puoi voler bene a te stesso con l’amore di Dio; Dio ti accoglie e ti perdona, dunque anche tu puoi accogliere i tuoi difetti e i tuoi limiti con l’amore di Dio.

E il prossimo? Penso che tutti intuiamo cosa significhi voler bene a qualcuno e voler stare con qualcuno. Il problema è che questo “qualcuno” che dobbiamo amare, non è chi abbiamo selezionato noi in base ai nostri gusti, non è chi ci sta simpatico, non è l’umanità in generale… Gesù mi dice che devo amare il prossimo mio, ossia colui che mi sta vicino. Devo volere il bene delle persone con cui condivido gli spazi, devo volere la comunione con coloro che mi stanno accanto. Ed è proprio questa prossimità a costituire l’ostacolo più comune all’amore, perché il prossimo è colui che mi infastidisce, che mi limita, che mi condiziona, che mi contrasta.

Ma – e qui veniamo al nesso tra i due comandamenti – se ami Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente, e quindi non cerchi il tuo interesse e appartieni al Signore al punto di non essere più tu che vivi, ma Cristo a vivere in te, tu puoi guardare al tuo prossimo così come lo guarda Dio, ossia come Dio guarda te. Allora puoi amare il prossimo come te stesso!

San Giovanni nella sua Prima Lettera pone due principi: il primo è: “Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (4, 20) – e questo forse lo comprendiamo facilmente. Ma il secondo è altrettanto importante: “Da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti” (5, 2): la radice dell’amore del prossimo – e anche del corretto amore di sé – si trova dunque nell’amore di Dio. Questo è veramente il primo e il più grande comandamento, che però è inseparabile dal secondo, che trova in esso la sua radice e la sua forza.

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Vi sono due timori, perché vi sono due amori.

Gesù rivolge ai suoi parole dolcissime: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno”. I discepoli sono il “piccolo gregge”, di cui Gesù è il “pastore grande” (Ebr 13, 20; cf. Gv 10, 11.14; 1 Pt 2, 25; 5, 4; Ap 7, 17). Un piccolo gregge è sempre esposto ai pericoli, ma giacché il pastore lo custodisce, non ha da temere. La ragione ultima di questa sicurezza è che Dio è Padre, e se a Lui “è piaciuto” donare il regno al piccolo gregge, questo dono non gli sarà mai tolto.

Ciò che questa pagina di vangelo ci trasmette, è anzitutto il dono dell’amore di Dio, che – come dice san Giovanni – “scaccia il timore”: “Per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio (…). Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore” (1 Gv 4, 17.18).

Eppure, in questa stessa pagina, non mancano immagini paurose. C’è un ladro minaccioso, che viene ad un’ora sconosciuta della notte per scassinare la casa. C’è un padrone di casa che arriva inaspettato dal servo malvagio e lo punisce severamente, infliggendogli la sorte che meritano gli infedeli, che dà molte percosse a colui che, conoscendo la sua volontà, non ha disposto o agito secondo quella volontà.

Come vanno insieme queste cose che, a prima vista, sembrano opposte? La chiave di tutto è proprio l’amore. E vediamo come.

Anzitutto Gesù dice: Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. La paura è sempre timore di perdere ciò a cui il nostro cuore si è attaccato, di perdere l’amore nostro. Per questo nell’antichità la sede del timore è il cuore, ed il contrario della paura è chiamato “coraggio”, dal latino medievale coraticum, che significa appunto “cuore”).

Dunque, se hai paura è perché ami il tuo tesoro ed hai paura di perderlo. Se ami il tuo denaro, hai paura dei ladri. Ma se il tuo tesoro è in cielo non hai nulla da temere!

Se il tuo tesoro è il Regno e sai che il Padre te l’ha dato, il tuo cuore è al sicuro insieme al tuo tesoro. Certo, questo grande tesoro, non ce l’abbiamo ancora a disposizione, non lo vediamo. Lo possediamo, sì, ma nella fede. La fede è il fondamento di ciò che si spera e la prova di ciò che non si vede (Ebr 11, 1). Il Regno ci è stato già dato! È un tesoro che già possediamo. Ma lo possediamo al buio: non lo vediamo! Lo possediamo nella notte: è un bene presente, ma in germe e continuamente minacciato. Siamo nell’ultima notte, quella che prelude al ritorno del Signore. È una notte che è cominciata il mattino di Pentecoste e durerà fino al ritorno di Cristo.

Ma è proprio qui che gli animi si dividono, perché il nostro cuore è diviso tra due amori, come dice sant’Agostino: l’amore di Dio fino al disprezzo di sé e l’amore di sé fino al disprezzo di Dio. (De civ. Dei, XIV, 28).

Quelli che amano Dio fino al disprezzo di sé non hanno paura di niente. Temono una sola cosa: di perdere Dio, ma non ne hanno paura, perché credono alla parola di Gesù e sanno con certezza che a Dio è piaciuto di dar loro il regno. Dunque il loro timore, il santo timore di Dio, li porta ad essere vigilanti, a stare come gli Israeliti nella notte di Pasqua: con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese, svegli, pronti per andare incontro al Signore che viene per entrare al banchetto con lui. E siccome egli ci promette che si stringerà – lui stesso! – le vesti ai fianchi e passerà a servirli, vivranno l’attesa servendo i fratelli, sull’esempio del loro Signore.

Quelli che invece non amano Dio fino a questo punto, fatalmente amano se stessi fino al punto di disprezzare Dio; sono come quel servo che perde di vista il ritorno del padrone e spera, in cuor suo, che non tornerà affatto; quindi, invece di servire il prossimo, comincia a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi. Ma il Signore ritornerà. Il Vangelo ci insegna che la vita cristiana e la vita ecclesiale sono inconcepibili senza una resa dei conti: quante parabole alludono a questo!

Si dice: “Ma Dio ci ama!”. Certo, ma è proprio il suo amore che richiede la resa dei conti ed, anzi, ne raddoppia l’esigenza, proprio nel senso che l’amore suo ci nobilita, ci affida grandi beni, ci conferisce una dignità immensa – e non tollera di essere deluso: A chi fu dato molto, molto sarà richiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.

Dunque: dobbiamo temere o non dobbiamo temere? Risposta: dobbiamo amare, perché siamo amati da Dio; non dobbiamo temere alcun male, perché Dio è nostro Padre; c’è una sola cosa di cui dobbiamo temere: il nostro egoismo, il rifiuto dell’amore.

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The-Good-Samaritan

Il libro del Deuteronomio afferma che la parola di Dio è molto vicina a noi, è nella nostra bocca e nel nostro cuore, perché la mettiamo in pratica. Perché viene ribadito questo? Perché l’uomo peccatore ha una tendenza innata a sfuggire dalla parola di Dio, ad assumere posizioni difensive davanti ad essa, ad accampare il pretesto di un’ignoranza (non conoscevo il comandamento!) o di incomprensione (il comandamento non è chiaro!). In ogni caso il tentativo è quello di dare la colpa a Dio che tiene nascosta la sua volontà o non la spiega adeguatamente. Per cui io mi autogiustifico: faccio il male, ma la colpa è di Dio che non parla chiaro.

Un dottore della legge – ci viene detto nel vangelo – domanda a Gesù: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Che razza di domanda è? Sei un dottore della legge e chiedi questo? Qualunque ragazzino giudeo di 12 anni lo sa a memoria! E infatti Gesù non dà una risposta, ma fa una domanda: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Sai leggere? E allora rispondi da solo! «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Lo vedi che lo sai? Ma non basta saperlo: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».

Ma, quando si tratta di fare, abbiamo pronte mille scappatoie per sottrarci al comando di Dio. «E chi è mio prossimo?». Sì, devo amare il prossimo, ma non so chi sia il mio prossimo!

Gesù non dà una risposta diretta, ma narra una parabola. Siamo abituati a chiamarla “parabola del buon Samaritano”, ma il protagonista – il “primo attore”, quello che sta sulla scena dall’inizio alla fine – non è il Samaritano: è l’uomo ferito. Il racconto è narrato dal punto di vista del ferito, mira a far scattare il meccanismo di identificazione del lettore precisamente con questo personaggio. È lui il protagonista messo in scena fin dall’inizio e che successivamente entra in rapporto (mancato) col sacerdote ed il levita, e poi in rapporto (realizzato) col Samaritano. La tensione narrativa è creata dalla situazione dell’uomo ferito, incapace di trarsi in salvo da solo (resta a terra, non riesce a trascinarsi via…) ed evidentemente esposto a rischio di morte. L’unica speranza per lui è che per quella strada si trovi a passare qualcuno, entro il poco tempo ancora a disposizione.

Descritta così la situazione di partenza, il sopraggiungere del sacerdote non può non creare un senso di speranza: Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada… Lo sguardo sosta per qualche istante su questo avvicinarsi del potenziale soccorritore; si ha tutto il tempo di prendere in seria considerazione la possibilità che si fermi a soccorrerlo. Ma la speranza non appena delineatasi si dissolve: quando lo vide, passò oltre. Il medesimo succedersi di speranza e frustrazione si ripete con la sequenza, perfettamente parallela, del levita.

A questo punto, dato che la narrativa popolare ama il nu­mero tre, e dato anche che qui la serie va in senso discendente, sacerdote-levita e non viceversa, gli ascoltatori si aspettano che compaia sulla scena, magari non senza una punta di polemica antisacerdotale o anticultuale, la figura di un laico, un semplice uomo del popolo, un Israelita qualsiasi, che finalmente si ferma a soccorrere il malcapitato. Invece, inaspettatamente, appare sulla scena un Samaritano, anche lui inquadrato, per qualche istante, mentre è in cammino per quella via

Va ricordato che per essere sacerdoti o leviti, dopo l’esilio, si era tenuti ad esibire un albero genealogico ineccepibile, scevro da ogni contaminazione pagana: il sacerdote e il levita sono due Israeliti purosangue, anzi professionalmente collegati alla sfera della purità cultuale più rigorosa. Il Samaritano, invece, è uno scomunicato ed impuro, aborrito ancor più che un pagano. C’è una sottile ironia: abbandonato senza soccorso da due nobili personaggi, tutta la speranza di salvezza per il ferito si concretizza nell’essere soccorso da un bastardo, qual è il Samaritano.

L’ultima speranza per il pover’uomo è ormai quello straniero, quel nemico; l’unica sua possibilità di salvezza è che quell’uomo non tenga conto della barriera etnico-religiosa, cioè consideri «prossimo» il Giudeo ferito, veda in lui solo l’uomo bisognoso, ne abbia pietà. E così avviene. Il resto, per quanto narrato con un certo dettaglio, è solo conclusione narrativa; gli ascoltatori intanto tirano un respiro di sollievo e sulle loro facce, dopo la tensione precedente, affiora un sorriso; la situazione infatti non manca di ironia.

Il senso appare chiaro. Vuoi capire veramente chi devi considerare tuo prossimo? Prova un po’ ad immaginarti nei panni di quel malcapitato ferito dai banditi, e abbandonato moribondo ai margini della strada. Vorrei vedere se, in quel frangente, e dopo che due connazionali di purissima ascendenza israelitica al di sopra di ogni sospetto hanno proseguito senza fermarsi, staresti a tirare in ballo i tuoi pregiudizi etnico-religiosi, rifiuteresti di farti toccare da quel Samaritano con le sue mani impure, o se invece non desidereresti, disperatamente, che egli si fermasse, non tenesse conto di quella barriera, ti considerasse suo prossimo semplicemente in quanto uomo!

Oggi si potrebbe ambientare dove esistono discriminazioni razziali. Immagina tu, europeo purosangue e magari militante di un gruppo neonazista, tu che fai chiasso se in un locale entra un africano e non perdi occasione per manifestare il tuo disprezzo e la tua avversione, immagina tu di trovarti coinvolto in un incidente stradale per una strada poco frequentata e di star lì a morire dissanguato, mentre qualche rara auto passa e non si ferma; immagina che a un certo punto si trovi a passare un medico di colore… Il punto non è: aiutare gli africani, i cinesi, gli albanesi, o altri discriminati ma piuttosto quello di trovarsi in una situazione in cui si può essere aiutati solo da un negro, da un terrone, un comunista, un fascista, insomma uno che è dall’altra parte della barricata.

Chi è il tuo prossimo? La risposta è che il prossimo è ogni uomo, a prescindere da qualsiasi tipo di distinzione. E questa ri­sposta è stata fornita non dalla buona azione di quel Samaritano, ma dalla situazione di bisogno in cui puoi venirti a trovare, e nella quale ogni uomo, semplicemente in quanto tale, è tuo potenziale soccorritore.

La domanda «Chi di quei tre ti sembra sia stato “prossimo” per l’uomo incap­pato nei banditi?», con la risposta «Colui che ne ha avuto compassione», porta a riconoscere che è insensato limitare la nozione di prossimo ai soli connazionali. “Allora – sembra dire Gesù non senza una sfumatura di bonaria ironia – chi è dunque il prossimo? Chi era il prossimo, per quell’uomo ferito? Dopo aver ascoltato questa storia te la senti ancora di darne una definizione restrittiva, che escluda lo straniero, il nemico? Preferiresti sostenere che il Samaritano avrebbe dovuto lasciare quel ferito lì a morire perché apparteneva ad un popolo nemico?”.

Ma se questo è vero, in forza del carattere reciproco della nozione di «prossimo», ne consegue che tu pure devi considerare tuo prossimo l’uomo come tale. È quanto viene esplicitato nelle parole conclusive: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso!». Solo a questo punto l’interlocutore è invitato ad identificarsi non più col bisognoso ma col soccorritore; questa però è solo una conseguenza, che presuppone quanto precedentemente acquisito mediante la parabola; l’invito a identificarsi col soccorritore può essere percepito proprio perché prima ci si è dovuti identificare con l’uomo ferito.

È solo a questo punto che emerge una nota propriamente morale, con la quale la parabola viene ricollegata al dialogo iniziale: Maestro, che devo fare per ottenere la vita eterna?Fa’ questo e vivrai!

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