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Posts Tagged ‘amore fraterno’

 

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Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro (Mt 18, 20). Se, in assoluto, la cosa più preziosa è la presenza di Gesù nella nostra vita, allora il dono più prezioso è la comunione tra coloro che sono riuniti nel suo nome, perché Gesù è lì. Cristo è presente nella comunione tra coloro che sono riuniti nel suo nome. Di questa comunione egli è il modello e l’esempio; di più: egli è essenzialmente vincolo e sostanza dell’unione fraterna.

Questa unione è così preziosa che ad essa viene accordata l’efficacia della preghiera: Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché Dio vuole la comunione, perché Cristo è la comunione e il Padre concede tutto al suo Cristo.

La comunione è rotta dal peccato. Il peccato causa sofferenza non soltanto in chi lo commette, ma anche nei fratelli, con i quali la comunione si interrompe.

Ma qui si rivela pienamente la grandezza della grazia di Dio, nella carità. Paolo dice che siamo debitori di un amore vicendevole (Rm 13, 8). Perché debitori? Perché Cristo ci fa credito del suo amore nel nostro peccato e noi dobbiamo restituire questo credito ai fratelli peccatori come noi: in questo sta la salvezza.

Non disprezzare il peccatore[*], ma essere nella possi­bilità di amarlo, significa in effetti non doverlo considerare per­duto, ma poterlo prendere per quello che è, recuperare la comunio­ne con lui nella remissione dei peccati. Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello (Mt 18, 15).

«Fratelli, qualora uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza» (Gal 6,1). Co­me Cristo ci ha portato e ci ha accolto nella nostra realtà di peccato­ri, così noi possiamo portare e accogliere gli altri peccatori nella comunione di Gesù Cristo, grazie alla remissione dei peccati.

Si tratta qui di prestarsi mutuamente il servizio più impor­tante e più essenziale: quello della Parola di Dio. Non tanto come predicazione, quanto come parola detta liberamente, da fratello a fratello: Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia (Ez 33, 7). Si tratta di testimoniare all’altro, con parole umane, tutta la consola­zione di Dio, il suo ammonimento, la bontà e la severità di Dio.

Questa parola è circondata da infiniti pericoli. Se non è stata prece­duta da un corretto ascolto dell’altro, non può essere veramente la parola giusta per lui. Se è contraddetta dalla reale disponibilità a prestare aiuto, non può essere credibile e veritiera. Se non si fonda sul portare il peso dell’altro, ma sull’impazienza e sullo spirito di prevaricazione, non può recare libe­razione e salvezza: La carità non fa alcun male al prossimo (Rm 13, 10).

Viceversa, proprio quando si ascolta, si serve, si porta realmente, è facile ammutolire. Chi può permettersi di accedere all’intimo del prossimo? Pensiamo infatti che l’altro ha il diritto, la responsabilità e anche il dovere di difendersi da ingerenze illecite. L’altro ha il proprio segreto, che non può essere violato, senza un grave danno, e che egli non può far a meno di difendere, senza grave pregiudizio per se stesso. Non dobbiamo forse rispettare la sua privacy, la sua dignità, la sua libertà?

Eppure questa giusta convinzione è pericolosamente vicina alla parola omicida di Caino: «Sono io forse il guardiano di mio fratello?» (Gen 4, 9). Il rispetto della libertà dell’altro, appa­rentemente fondato su motivi nobili, può incorrere nella maledi­zione divina: Della sua morte io domanderò conto a te (Ez 3,18).

Dove si ha una comunità di cristiani che vivono insieme, si arriva per forza, ad un certo momento e per qualche motivo, alla correzione fraterna. Non è cristiano il deliberato rifiuto di questo importantissimo servizio reciproco. Se non ci vengono le parole, dobbiamo esaminarci sul modo in cui consideriamo il nostro fratello.

Il fondamento che ci consente di parlare tra noi è il sapere che gli altri sono peccatori come noi, che nonostante la loro dignità sono abbandonati e perduti, se non trovano aiuto. Il che non significa disprezzare l’altro, ma anzi significa rendergli l’unico vero onore che spetti all’uomo, cioè la partecipazione alla gra­zia e alla gloria di Dio, di cui il peccatore ha bisogno, il fatto di esser figlio di Dio. Rendersi conto di questo permette di parlare fraterna­mente, con la necessaria libertà e schiettezza. Parliamo gli uni agli altri considerando l’aiuto di cui tutti abbiamo bisogno. Ci esortiamo reciprocamente a seguire la strada che Cristo ci indica. Ci ammonia­mo reciprocamente a non incorrere nella disubbidienza che costitui­sce la nostra rovina. Siamo miti e duri gli uni nei confronti degli altri, perché conosciamo la bontà e la severità di Dio.

Quanto più impariamo ad accogliere la parola che gli altri ci dico­no, si tratti pure di duri rimproveri e di ammonimenti da accogliere con umiltà e gratitudine, tanto più si accresce la nostra capacità di parlare con libertà e pertinenza. Chi per suo conto respinge la parola fraterna detta seriamente, perché è sopraffatto dalla suscettibilità o dalla vanità, non può neppure dire umilmente la verità agli altri, in quanto ne teme il rifiuto che sarebbe causa per lui di ulteriore offesa. Chi è suscettibile, tende sempre ad adulare il proprio fratello, e dun­que anche a disprezzarlo e a calunniarlo. Invece chi è umile si attiene alla verità e insieme all’amore. Si attiene alla Parola di Dio e si lascia condurre da questa Parola al fratello. Non cercando e non temendo niente per sé, può aiutare l’altro con la parola.

La correzione non può essere evitata, in quanto la Parola di Dio la comanda, quando il peccato del fratello è palese. Non c’è niente di più crudele di quell’indulgenza che abbandona l’altro al peccato. Niente di più misericordioso di quella dura correzione che fa rece­dere il fratello dalla via del peccato. È un servizio di misericordia, un’estrema offerta di comunione autentica, il porre fra di noi la sola Parola di Dio, nella sua funzione di giudizio e di aiuto. In tal caso non siamo noi a giudicare, ma Dio solo, e il giudizio di Dio procura aiuto e salvezza.

Non possiamo far altro che servire il fra­tello fino all’ultimo, non dobbiamo porci mai al di sopra di lui, e gli prestiamo un ultimo servizio anche quando gli diciamo la Parola di Dio che giudica e separa, quando in obbedienza a Dio sacrifi­chiamo la comunione con lui: se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano (Mt 18, 17). Infatti sappiamo che la comunione non è fondata sulla sintonia umana, ma che è l’amo­re di Dio, che passa solo attraverso il giudizio, a raggiungerlo. Nel giudicare, la Parola di Dio serve per suo conto l’uomo. Chi lascia che gli si presti servizio col giudizio di Dio, ne riceve aiuto.

A que­sto punto risultano chiari i limiti di qualsiasi agire umano nei con­fronti dei fratelli: l’uomo non potrà mai redimere il fratello, né riconciliarlo con Dio, perché è troppo caro il prezzo del riscatto, della sua anima (cf. Sal 49, 8s.). Solo la Parola di Dio è in grado di salvare. La sorte del fratello non è in mano nostra: non possiamo tenere unito ciò che vuol andare in frantumi, non possiamo mantenere in vita ciò che vuol morire. È Dio che tiene insieme ciò che va in frantumi, che crea comunione nella separazione, che dà grazia per mezzo del giudizio. Ed egli ha posto la sua Parola sulla nostra bocca. Egli vuole che sia pronunciata per mezzo nostro. Se poniamo ostacoli alla sua Parola, ricade su di noi il sangue del fratello che ha pecca­to. Se siamo noi a trasmetterla, Dio si servirà di noi per salvare il nostro fratello. «Chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore, salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati» (Gc 5,20).

 

[*] Traggo queste riflessioni da D. Bonhoeffer, Vita comune (1939), Queriniana, Brescia 2004, pp 78-83.

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