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La nuova Alleanza

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Nella consacrazione del vino, il sacerdote pronuncia le note parole di Gesù: “Questo è il calice del mio sangue, per la nuova ed eterna alleanza”. In esse si compie la profezia di Geremia 31, 31-34:

“Ecco verranno giorni – oracolo del Signore –, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova”.

Cosa significa “alleanza” nella Bibbia? Significa un legame mutuo e profondo di solidarietà tra Dio e gli uomini, un impegno solenne che Dio prende nei confronti del popolo e al quale il popolo è chiamato a rispondere: “Io sarò il loro Dio – dice il Signore – ed essi saranno il mio popolo”. “Io il loro – loro il mio”: è un’appartenenza reciproca nell’amore. Perché, vedete, questo è il linguaggio tipico dell’amore autentico. Anche l’egoismo dice: “tu sei mio”; solo l’amore vero può dire: “io sono tuo”.

L’antica alleanza era centrata sula legge, scritta sulle tavole di pietra – cioè una legge esterna, rigida, inflessibile, che necessariamente viene recepita dall’uomo peccatore come un limite alla propria libertà e ai propri desideri. Certo gli uomini possono capire che quella legge è giusta, e che per conservarsi il favore di Dio devono osservarla; ma i loro affetti e i loro desideri restano contrari ed inevitabilmente gli uomini cadono nel peccato che rompe l’alleanza.

Ora Dio promette un’alleanza basata su una la legge scritta nel cuo­re degli uomini stessi – cioè una legge intima, che nasce dal cambiamento interiore degli affetti e dei desideri, che nasce dall’amore ed esprime le esigenze di questo amore.

Nella nuova alleanza tutti conosceranno Dio, perché Dio stesso si comunicherà, cuore a cuore, bocca a bocca, a ciascuno. Il peccato passato sarà perdonato e non sarà più ricordato, perché Dio fa nuove tutte le cose.

Abbiamo detto che questa profezia si è realizzata, che in Gesù Cristo Dio ha stipulato la “nuova ed eterna alleanza” con gli uomini. Ma forse dovremmo chiederci: noi siamo entrati in questa nuova alleanza? Ufficialmente sì: siamo battezzati e cresimati, celebriamo l’Eucaristia… Ma esistenzialmente c’è il rischio di rimanere o ricadere nell’alleanza vecchia. Intendo dire: c’è il rischio di rapportarci a Dio come a un potere estraneo, di offrirgli un culto fatto di osservanze esterne, dallo scopo di tenercelo buono per poter meglio garantire i nostri interessi. La legge di Dio, in questo modo, torna ad essere un insieme di precetti che sopportiamo ob torto collo, con un atteggiamento da schiavi e non da figli, un atteggiamento che ci porta fatalmente a ricadere nel peccato.

Di fatto, pur essendo parte del popolo della nuova alleanza, ciascuno di noi sperimenta di stare costantemente sulla soglia tra la vecchia e la nuova alleanza. Sperimenta che il suo amore per Dio può magari arrivare a dirgli: “tu sei mio”; ma fatica a dirgli sul serio: “io sono tuo”.

La lettera agli Ebrei 5, 7-9 ci dice che Gesù, “reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli ubbidiscono”. A cosa si riferisce quando afferma che egli fu “reso perfetto”? È chiaro che si riferisce alla sua passione: “pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì”. Mentre la nostra tendenza naturale è quella di cercare Dio per non patire, per scansare la sofferenza, la passione di Cristo ci insegna che l’amore è perfetto quando accetta di soffrire per la persona amata..

Se noi vogliamo entrare nell’alleanza con Gesù dobbiamo seguirlo, e lui ci dice: “Dove sono io, là sarà anche il mio servitore” (Gv 12, 26).

Dove sei, Signore? Sei alla destra del Padre, nella gloria del cielo, e ci prometti che anche noi saremo con te. Ma prima di entrare nella gloria della risurrezione sei stato nel Getsemani a sudare sangue, sei stato insultato, flagellato, coronato di spine, crocifisso, trafitto, sepolto.

E se noi ti vogliamo seguire nella gioia della risurrezione, non possiamo rifiutarci di entrare con te nell’amore perfetto, quello che accetta persino obbrobrio della passione.

Gesù ci ha dato oggi un principio generale, valido sempre: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). È così che lui ha portato frutto per noi: si è lasciato uccidere, e dalla morte sua è scaturita la vita per noi. Così anche noi, se vogliamo portare frutto nell’amore, dobbiamo morire a noi stessi e vivere per lui.

Certo, nessuno ci costringe. Possiamo anche tenerci stretta stretta la nostra vita, come un tesoro geloso: nessuno ci obbliga a donarla. Ma Gesù ci avverte: “Chi ama la sua vita la perde… se il chicco non muore, rimane solo”!

Se invece siamo disposti a perderci, a rimetterci su questa terra, per ritrovarci con lui, Gesù ci fa delle promesse meravigliose: produrrai molto frutto; il Padre (il Padre!) ti onorerà.

Tra qualche istante offriremo il pane e il vino sull’altare. Se questa offerta sarà veramente segno dell’offerta della nostra vita, se sapremo perdere la nostra vita, entreremo con Cristo nella nuova ed eterna alleanza, nella gloria del Padre.

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Solennità del Corpo e Sangue del Signore – B

Perché la seconda settimana dopo Pentecoste si celebra la Solennità del Corpo e Sangue del Signore?

Dall’Avvento a Pentecoste si ripercorre tutta la storia della salvezza, che è costituita dai grandi interventi di Dio a favore del suo popolo, eventi che – nello stesso tempo – ci fanno conoscere chi è Dio e realizzano nel tempo e nel mondo il mistero eterno della salvezza. Questa storia ha in Cristo il suo compimento decisivo. Ed ha nella Chiesa il suo dispiegamento attuale.

I sacramenti sono le “meraviglie della salvezza” nel tempo presente: sono opere della potenza di Dio che, attraverso la mediazione del simbolo sacramentale, ci fanno partecipare al mistero pasquale di Cristo e al dono del suo Spirito, incorporandoci – ciascuno alla propria maniera – alla comunità degli ultimi tempi, dei tempi escatologici, che è la Chiesa.

L’Eucaristia è il centro e il vertice di questa economia di salvezza: il punto di arrivo che ricapitola la storia della salvezza e rende presente nel simbolismo sacramentale la “meraviglia” decisiva dei questa storia: la Pasqua di Cristo.

La Pasqua è innanzitutto il passaggio di Cristo da questo mondo al Padre; e ciò dopo aver “dato il suo corpo” e “versato il suo sangue” per la redenzione dell’umanità. Il banchetto pasquale che Cristo celebra con i suoi apostoli rappresenta così l’anticipazione sacramentale di questa immolazione cruenta. L’Eucaristia costituisce il memoriale di questo banchetto e di questa immolazione, attraverso cui si attualizza il grande passaggio di Cristo da questo mondo al Padre e l’esodo di salvezza si rinnova in noi e per noi.

Gesù è presentato come in nuovo Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29). Così, quando, al momento di mangiare l’agnello pasquale, Gesù prende il pane e il vino, li benedice e proclama: “Questo è il mio corpo che è dato per voi”, “Questo è il calice del mio sangue versato per voi”, egli mostra con precisa evidenza come la sua morte in croce costituisca l’immolazione del vero agnello che salva l’umanità dalla condizione di peccato e la introduce nella condizione della libertà dei figli di Dio, e come ciò debba essere continuamente attualizzato nella Chiesa quale Pasqua nuova ed eterna della comunità ecclesiale: “Fate questo come mio memoriale”.

Ma nella consacrazione del calice Gesù usa un’espressione fondamentale: dice che quello è il suo sangue, dell’alleanza. Il rito con cui si compie l’alleanza è in genere un rito di sangue. Lo si vede in particolare nell’alleanza del Sinai (1. lett.), dove Mosè, dopo aver offerto sacrifici di comunione, asperge con il sangue l’altare (simbolo del Signore) e il popolo, e proclama: Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con noi sulla base di tutte queste parole! (Es 24, 8). Il gesto assume un particolare rilievo se si ricorda che il sangue – nella cultura biblica – è la vita, e quando esso viene asperso fra due parti che contraggono un’alleanza, crea come una comunione fisica che impegna in modo radicale ad essere fedeli l’una all’altra.

Nell’ultima cena Gesù si riferisce esplicitamente all’alleanza del Sinai per proclamare che la nuova alleanza, promessa dai profeti, si realizza ormai nel sua sangue, nel sangue della sua morte in croce. Gesù anticipa sacramentalmente il suo sacrificio redentivo e mostra come il suo “corpo dato” e il suo “sangue versato” costituiscano ormai i “segni” dell’alleanza nuova compiuta in lui e con lui per l’umanità intera.

Per questo motivo, la fede della Chiesa primitiva commenterà le parole dell’istituzione con il proclama: “Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1Cor 11,26).

Fin dalle origini i cristiani hanno visto nell’Eucaristia il loro sacrificio: “Il giorno del Signore, riunitevi per la frazione del pane e l’Eucaristia, dopo aver prima confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro” (Didachè).

Di quale sacrificio si tratta? Nel cristianesimo ce n’è uno solo, quello di Cristo nella sua morte: Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna, (Eb 9,12). L’Eucaristia non ripete il sacrificio, giacché questo sacrificio è attuale per sempre, ma è la sua apparizione nel nostro mondo: “Ogni volta che si celebra questo sacrificio come memoriale, l’opera della nostra reden­zione si mostra” sulla scena del mondo; viene fuori, allo scoperto. Il sacramento la fa apparire nella Chiesa.

Grandioso è questo sacramento per cui appare nel mondo il mistero della salvezza universale nel suo evento. Mysterium tremendum, dicevano gli antichi, mistero di tremenda grandezza. Nell’umiltà del sacramento, Cristo viene incontro alla Chie­sa in quell’istante di maestà in cui culmina l’azione di Dio creatrice e santificante, in cui muore il mondo del peccato, in cui sorge la salvezza finale e si dispiega il mondo dell’eternità. Del Cristo, in questo punto in cui tutto finisce e comincia, è detto: «Piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza» (Col 1,19), e la Chiesa acclama, in tale divina azione, questo Dio e questo Cristo: «Sanctus! Sanctus! Sanctus!».

Il Papa, giovedì scorso, ha rilevato come una certa mentalità secolaristica degli anni ’60 e ’70 ha trascurato – quando non addirittura negato – la dimensione sacrale e sacrificale dell’Eucaristia. Questo è stato un grave danno per la nostra fede, perché Dio “finché siamo in cammino nel tempo, si serve ancora di segni e di riti (…) Grazie a Cristo la sacralità è più vera, più intensa, e, come avviene per i comandamenti, anche più esigente!”. Anche dal punto di vista educativo, quando ci si priva di devozione, di spirito contemplativo, di compostezza, di solennità nella ritualità religiosa, fatalmente il “profilo spirituale” delle nostre comunità e delle nostre città risulta “appiattito”, la nostra coscienza personale e comunitaria resta indebolita, ed inevitabilmente si lascia campo libero ai tanti surrogati presenti nella società dei costumi, ad altri riti ed altri segni che, più facilmente possono diventare idoli.

A questo punto, poniamoci alcune domande: gli spazi, i gesti, i riti con i quali celebriamo questo mistero, esprimono degnamente la sua dimensione di sacrificio, di sacralità, di purezza assoluta…? Certo, la dimensione della gioia, della festa e della semplicità non possono mancare, ma mettiamo sufficientemente in risalto che qui c’è l’immolazione della Vittima divina? Che testimonianza ci ha lasciato Padre Pio in proposito? E che lezione ci ha dato san Francesco nella Lettera a tutti i Chierici sulla riverenza del Corpo del Signore, lui che scrisse: “Tutta l’umanità trepidi, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, è presente Cristo, il Figlio del Dio vivo” (FF 221)?

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In questo anno liturgico (anno B), le letture delle domeniche di Quaresima ci fanno riflettere sul tema dell’alleanza tra Dio e gli uomini, mettendo a confronto le alleanze dell’AT con la “nuova ed eterna alleanza”, realizzata in Gesù Cristo.

1a domenica: l’alleanza con Noè

Il tema della prima domenica è l’alleanza con Noè: il peccato dell’umanità merita il castigo del diluvio, ma Dio opera la salvezza di un resto e fa con esso un alleanza di pace. Il diluvio è segno del battesimo che ci salva e ci introduce nell’alleanza di pace in Gesù Cristo: il mistero di una morte da cui scaturisce la vita.

Siamo diventati cristiani quando abbiamo ricevuto il battesimo, ma non ne eravamo coscienti. Ora siamo chiamati a vivere questa Quaresima come un itinerario di riscoperta del battesimo, per giungere alla notte Pasqua e rinnovare realmente le nostre pro­messe e la nostra fede, e non ripetere un inutile “bla-bla”.

Il senso del battesimo ci è stato annunciato da Pt nella 2. lett., nella sua stretta connessione alla Pasqua: Cristo è morto una volta per sempre per i nostri peccati, ed è risorto. Così anche noi possiamo morire possiamo morire al peccato e risorgere con lui a vita nuova. Questo è il battesimo: morire e risorgere.

Non è rimozione di sporcizia dal corpo, cioè non è un rito fine a se stesso: c’è un gesto materiale, quello dell’acqua, ma esso veicola un significato spirituale che deve stare in primo piano.

Tanti si accontentano di aver compiuto il gesto materiale, ma non arrivano mai al significato spirituale e quindi il battesimo in loro resta “legato”, incapace di produrre frutti. La quaresima è il tempo favorevole per “scioglierlo”. Qual è dunque questo significato spirituale?

Il battesimo è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza.

Pesiamo le parole. Abbiamo bisogno di essere salvati. La nostra esistenza di peccatori è paragonabile a quella dell’umanità sotto il diluvio: diluvio è la morte, è il non-senso, la disperazione, la solitudine e la tristezza che ci uccidono già su questa terra e che, dopo la morte, diventano eterne nell’inferno.

Questo sarebbe ciò che meritiamo, perché del nostri peccato abbiamo colpa noi, e nessun altro (Confiteor). Ma qualcuno può salvarci da tutto ciò! In nome di Cristo possiamo ottenere la salvezza, ma dob­biamo invocarla con tutto il cuore, con fede e con forza, dicendo “Signore, nulla ci è dovuto, ma tu abbi pietà”. E il battesimo è questo: invocazione di salvezza rivolta a Dio, da parte di una coscienza “pura”, cioè veritiera: una coscienza che dice in verità: la colpa è mia, però tu salvami non perché sono buono io, ma perché sei buono tu.

Chi scende nell’acqua con questi sentimenti è salvo. Chi ha ricevuto l’acqua del battesimo prima di poter esprimere questi sentimenti, deve riscoprirli e riformularli ora.

Pt ci ha detto che il battesimo è stato prefigurato nel dilu­vio. E del diluvio ci ha parlato la 1. lett. L’acqua distrugge il mondo del peccato e dell’ostinazione. Un piccolo resto dell’umanità è salvato sull’arca, e con questo resto Dio fa un’alleanza di pace, simboleggiata dall’arcobaleno.

L’acqua del diluvio è segno del battesimo; l’arca di Noè è segno della Croce di Gesù, mediante la quale abbiamo la salvezza; l’alleanza di pace nell’arcobaleno è segno della nuova alleanza tra Dio e noi in Cristo. L’arcobaleno è segno di pace ed unisce la terra al cielo e l’oriente all’occidente, così Cristo, re della pace, unisce gli uomini a Dio e tra loro.

Il tempo di Quaresima ci serva per prendere coscienza che rischiamo di essere nella condizione di coloro che “avevano rifiutato di credere” al tempo di Noè, e che è urgente “convertirci e credere al Vangelo”, per entrare nell’alleanza di pace. Il Signore ci conceda di riscoprire il Battesimo che abbiamo ricevuto, di invocare la salvezza con una buona coscienza, con preghiera, penitenza e opere di carità, perché possiamo cammi­nare nelle sue vie, che sono verità e grazia.

2a domenica: l’alleanza con Abramo

Nella 2. domenica siamo chiamati a meditare sull’alleanza con Abramo nel suo riferimento a Cristo e a noi.

Conosciamo tutti la storia di Abramo: vecchio lui, vecchia e sterile la moglie Sara, riceve da Dio la promessa di una discendenza numerosa e gli nasce un figlio, Isacco. La felicità del vecchio diventato padre è immensa. Ma ad un certo punto Dio gli rivolge una richiesta terrificante: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami… e offrilo in olocausto su un monte che io ti indicherò”.

È una richiesta assurda. Quali saranno stati i sentimenti del padre nel condurre alla morte suo figlio, il suo unico figlio che amava[1]? Tornati a casa, vi prego, leggete dalla vostra Bibbia il cap. 22 della Genesi, anche quei versetti che, per brevità, sono stati saltati dalla 1. lett. di oggi:

Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutt’e due insieme. Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: “Padre mio!”. Rispose: “Eccomi, figlio mio”. Riprese: “Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?”. Abramo rispose: “Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio“.

Mette i brividi! Ascoltiamo ora come il NT, nella lettera agli Ebrei, commenta questo episodio:

“Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse. offrì il suo unico figlio, del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo”.

Un simbolo di che? Un simbolo di Cristo, ovviamente!

Abramo è figura di Dio Padre, Isacco è figura di Cristo. Abramo non ha rifiutato di sacrificare il suo unico figlio, e da questo sacrificio  scaturita la benedizione per il mondo. Dio – ci ha detto S. Paolo nella 2. lett. – “non ha risparmiato il suo Figlio, ma lo ha dato per tutti noi“, e così ci donerà ogni cosa insieme con lui.

3a domenica: l’alleanza con Mosè

Nella 3. domenica di Quaresima anno B siamo chiamati a riflettere sull’alleanza del Sinai, il monte su cui Mosè riceve i comandamenti per il popolo.

Anche qui, conosciamo la storia: il popolo ebreo era schiavo in Egitto, Dio si impietosì per la loro condizione e mandò uno di loro a liberarli, Mosè. Passarono a piedi il Mar Rosso e furono condotti liberi nel deserto, verso la terra promessa. Tutta l’iniziativa era stata di Dio. Dio si era manifestato come alleato potente, liberatore. Ora, sul Sinai, mostra che questa alleanza un rapporto a due, una vera amicizia: Dio si impegna da una parte, ma anche noi dobbiamo impegnarci dall’altra. Dio è fedele, dobbiamo esserlo anche noi.

La legge, i Dieci Comandamenti sono il modo in cui Dio vuole che noi rispondiamo alla sua iniziativa di liberazione e di salvezza: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù”, dunque tu non avrai altri dei di fronte a me, ecc. E’ un dovere di riconoscenza. E di corrispondenza: Dio cammina in mezzo al suo popolo, il suo popolo deve essere santo.

Dobbiamo rifletterci bene su questi comandamenti, ma non in senso minimalistico, come i farisei: se il Popolo dell’AT era riconoscente per i prodigi dell’Es, noi siamo riconoscenti per Gesù Cristo: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito… (canto al Vangelo). Il popolo dell’AT sapeva che Dio era presente al suo mezzo: aveva un tempio; noi sappiamo che Dio è dentro di noi, perché Cristo, il nuovo tempio di Dio, è dentro di noi.

Dobbiamo osservarli con il cuore questi comandamenti, per non trovarci nella condizione dei mercanti del tempio che rappresentano, dice s. Agostino, “coloro che nella Chiesa cercano i loro interessi e non quelli di Cristo”.

Cogliamo dunque il punto su cui la parola interpella la vita: in che rapporto è la nostra religiosità con il nostro comportamento? Perché se le nostre mani grondano sangue o violenza, se non ricercano la giustizia e non soccorrono l’oppresso, Gesù ci tratterà come ha trattato i mercanti nel tempio.

Ecco come la parola di Dio diventa oggi occasione di rinnovamento quaresimale. Essa ci spinge con insolita forza a lavarci, a purificarci, a togliere il male che c’è nelle nostre azioni; a togliere via il lievito vecchio, per essere una pasta nuova e celebrare così tra breve la festa del Signore con azzimi di sincerità e verità.

4a domenica: l’alleanza infranta

Nella 4. dom. di Quaresima – B la prima lettura ci mette di fronte ad una realtà tristissima: la rottura dell’alleanza. Causa della rottura è l’infedeltà. Il popolo dell’alleanza è chiamato ad essere santo come Dio è santo. Ed invece imita in tutto gli abomini degli altri popoli e contamina il tempio.

Non siamo anche noi nelle condizioni di questo popolo? Non ci troviamo anche noi, tragicamente, a moltiplicare le nostre infedeltà, imitando in tutto gli abomini di quelli che non conoscono Dio? Quante volte diciamo: eh, ma lo fanno tutti, posso farlo anch’ io! Tutti rubano, tutti commettono atti impuri, tutti trascurano di santificare le feste… Allora posso farlo anch’io! Non abbiamo capito che proprio perché gli altri fanno così, noi dobbiamo vivere in modo diverso. Per favore, apriamo gli occhi! non viviamo in un paese cristiano. La mentalità che ci circonda è la mentalità del mondo, radicalmente opposta a quella di Cristo. Non possiamo imitare gli abomini di quelli che non conoscono Dio.

Premurosamente, incessantemente Dio manda messaggeri ad ammonire il suo popolo. Ma il popolo si burla di loro, disprezza la Parola di Dio, schernisce i profeti… Per questo il Signore li mette in mano ai nemici, che distruggono quanto rimane dell’alleanza violata.

Anche a noi il Signore manda i suoi profeti e la sua parola. Anche noi rischiamo di disprezzare questa parola: già il fatto di non venire a Messa, di non partecipare alla catechesi è un modo di disprezzare la Parola di Dio. Già il modo in cui viene trattato l’insegnamento della Chiesa dalla stampa e dalla TV ci fa capire fino a che punto arrivi questo disprezzo. La conseguenza è una vita sballata: la vita che viviamo, triste, disperata, perché nella schiavitù del peccato.

5a domenica: l’alleanza nuova

Dunque nella 4a domenica la 1a lettura ci mostra la rottura dell’alleanza tra Dio e gli uomini a causa del peccato. Quell’alleanza, l’antica alleanza è finita. C’è bisogno di una nuova. Ed è quella che ci viene promessa da Geremia nella 5a domenica.

Gli uomini hanno violato l’alleanza con la legge scritta sulle tavole di pietra – cioè una legge esterna all’uomo, rigida, inflessibile, che necessariamente viene recepita dall’uomo come un limite alla propria libertà e ai propri desideri.

Ora Dio promette un’alleanza con la legge scritta nel cuore degli uomini stessi – cioè una legge intima, che nasce dal cambiamento interiore degli affetti e dei desideri, che nasce dall’amore ed esprime le esigenze di questo amore.

Nella nuova alleanza tutti conosceranno Dio, perché Dio stesso si comunicherà, cuore a cuore, bocca a bocca, a ciascuno. Il peccato passato sarà perdonato e non sarà più ricordato, perché Dio fa nuove tutte le cose.

Sappiamo che questa profezia si è realizzata, che in Gesù Cristo Dio ha stipulato la “nuova ed eterna alleanza” con gli uomini. La lettera agli Ebrei ci ha detto che egli, Gesù, “reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli ubbidiscono”.

A cosa si riferisce la lettera quando dice che fu “reso perfetto”? E’ chiaro che si riferisce alla sua passione: “pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì”.

Il che ci fa comprendere che questa nuova alleanza meravigliosa, stupenda, dolcissima… non si fa con l’acqua di rose, ma con il sangue di Cristo. Non è una realtà nella quale si entra superficialmente, ma “con preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime”.

Certo, il sangue, le grida, le lacrime sono state di Gesù. Ma se noi vogliamo entrare nell’alleanza con Gesù dobbiamo seguirlo, e lui ci dice: “dove sono io, là sarà anche il mio servo”.

Dove sei, Signore? Sei alla destra del Padre, nella gloria del cielo, e ci prometti che anche noi saremo con te. Ma prima di entrare nella gloria della risurrezione sei stato nel Getsemani a sudare sangue, sei stato insultato, flagellato, coronato di spine, crocifisso, trafitto, sepolto.

E se noi ti vogliamo seguire nella gioia della risurrezione, non possiamo rifiutarci di entrare con te nell’obbrobrio della passione.

Gesù ci da un principio generale, valido sempre: “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. E’ così che lui ha portato frutto per noi: si è lasciato uccidere, e dalla morte sua è scaturita la vita per noi. Così anche noi, se vogliamo portare frutto, dobbiamo morire a noi stessi e vivere per lui.

Certo, nessuno ci costringe. Possiamo anche tenerci stretta stretta la nostra vita, come un tesoro geloso: nessuno ci obbliga a donarla. Ma Gesù ci avverte: “Chi ama la sua vita la perde… se il chicco non muore, rimane solo!”

Se invece siamo disposti a perderci, a rimetterci su questa terra, per ritrovarci con lui, Gesù ci fa delle promesse meravigliose: “produrrai molto frutto; il Padre (il Padre!) ti onorerà”.

-Nel sacrificio pasquale noi offriamo il pane e il vino sull’altare. Se questa offerta sarà veramente segno dell’offerta della nostra vita, se sapremo perdere la nostra vita, entreremo con Cristo nella nuova ed eterna alleanza, nella gloria del Padre.

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