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Uno degli aspetti della quaresima è quello di cammino di preparazione al Battesimo o di riscoperta di esso, perché nella Veglia Pasquale possiamo, con piena consapevolezza, rinnovarne le promesse. In particolare, la liturgia della parola della terza domenica ci fa riflettere sul tema dell’acqua.

Noi siamo abituati a pensare all’acqua del Battesimo come a qualcosa che purifica, che scioglie le incrostazioni del peccato, che ridona freschezza e pulizia: è l’acqua del perdono di Dio!

Ma l’acqua ha un’altra proprietà: disseta. Ed è proprio questa realtà di sete che emerge dalla lettura dell’Esodo e dal Vangelo di Giovanni. Nella prima lettura vediamo il popolo di Israele che soffre la sete nel deserto e si ribella contro Dio, ma Dio dona loro acqua dalla roccia.

Nel Vangelo tutto inizia con la sete di Gesù e della Samaritana.

Il punto d’avvio è la sete naturale, la sete del corpo che ha bisogno di acqua di pozzo. Ma il punto di arrivo è la sete dello spirito, che ha bisogno dell’Acqua Viva.

La Samaritana ha bisogno di acqua per bere, e sa come fare per procurarsela: sa dov’è il pozzo, ha una brocca per attingere. Davanti a lei Gesù è in una posizione di debolezza: stanco per il viaggio, ha sete, ma il pozzo è profondo e non ha un mezzo per attingere. Quindi Gesù chiede alla donna: Dammi da bere.

Ma la richiesta di Gesù serve per parlare alla donna di un’altra sete e di un’altra acqua che sola può estinguere tale sete: Chiunque beve di quest’acqua (del pozzo) avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna. Di che sete si tratta? È la sete di felicità, di gioia piena, di beatitudine. Chi di noi non desidera essere felice? Tutti ci diamo da fare, corriamo a destra e a manca per fare, disfare, cercare, vedere… Ma perché? Per essere felici! E, magari, riusciamo anche ad intuire una verità: solo l’amore può appagare questa sete. Ma quale amore?

La Samaritana ha cercato la strada dell’amore terreno: è stata una donna leggera, preoccupata solo di trovare marito. Se ha sete, sa dov’è il pozzo e ha la brocca per attingere. Se vuole l’amore, sa dove sono gli uomini ed ha i mezzi per conquistarli. Ma bevendo l’acqua del pozzo, fatalmente ha di nuovo sete. E cercando l’amore terreno è sempre più inappagata: aveva passato cinque mariti, dice il Vangelo, sempre insoddi­sfatta.

Il profeta Geremia (2,13) aveva detto: ci sono alcuni che abbandonano Dio per cercare la felicità nelle creature: essi sono simili a gente che abbandona una fonte di acqua viva per scavarsi cisterne di acqua piovana, cisterne screpolate che non trattengono l’acqua. Gesù vuol dire la stessa cosa. Il cuore umano ha sete di vita e di felicità, perché Dio l’ha creato così, con questa sete innata, come una specie di legge di gravità. Il cuore umano è inquieto finché non trova dove riposarsi, ha detto molto bene sant’Agostino.

Ci sono due modi per tentare di estinguere la sete. Il primo è bere all’acqua delle creature, ricercare cioè disperata­mente la gioia nelle cose – i beni, la roba, la fama, il prestigio – o ricercarla in un’altra creatura. Dentro i limiti stabiliti dalla legge di Dio, ciò non è peccato: è la natura. Gesù però ci mette sull’avviso: questa è un’acqua che estingue la sete solo provvisoriamente, spesso in modo ingannevole e illusorio. E in ogni caso verrà il momento in cui non se ne potrà più bere. Guai a puntare tutto su queste cose!

Gesù, invece, ci offre la sua acqua che placa ogni arsura e ogni bisogno del cuore dell’uomo.

Ma cosa è quest’acqua? È lo Spirito Santo che riceviamo nel Battesimo. San Paolo ci ha detto: L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. È questo amore che fa la nostra felicità piena.

E subito s. Paolo ci ricorda che questo dono ci viene dalla morte di Cristo. La roccia dell’Esodo, percossa dal bastone, ha fatto scaturire la sorgente d’acqua per la sete del popolo. Cristo crocifisso, percosso dalla lancia, ha effuso sangue ed acqua per la nostra sete, simbolo del Battesimo e dell’Eucaristia.

Non stupisce allora che i primi cristiani parlassero dell’acqua con vette di poesia altissima, come se fosse il loro elemento vitale. Essi amavano rappresentarsi e definirsi “pesciolini”, perché sapevano di essere nati nell’acqua e di non poter vivere se non rimanendo nell’acqua, cioè rimanendo nel battesimo, nella grazia, nella fedeltà allo Spirito d’Amore.

Questo vale anche per noi: ripetiamo ancora al Signore: “Tu sei veramente il salvatore del mondo: dammi dell’acqua viva, perché non abbia più sete”.

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