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Gesù servo

La voglia di vincere, di primeggiare, ci caratterizza un po’ tutti. Per gli uomini è il sogno di essere soli in cima alla scala, per le donne è quello di essere al centro della rete. Ma la sostanza è sempre quella: vogliamo essere i primi, i più importanti, i più grandi. Il bambino vuol essere il primo a scuola, se non ci riesce, cercherà di essere il primo nei giochi, se non riesce nemmeno lì cercherà di essere i più discolo. Così l’adolescente nelle attività tipiche della sua età, così il giovane, l’adulto, l’anziano… Non c’è nessuno di noi, se sappiamo esaminarci per bene, che non senta il bisogno di primeggiare in qualche cosa: persino nelle disgrazie ci vantiamo di essere più sfortunati degli altri…

Su questa base si costruiscono le mitologie antiche e moderne, che ci presentano i loro modelli di grandezza, gli eroi a cui tutti vorremmo somigliare: da Ercole a Superman, da Venere alle top-model, da Creso ai tycoon contemporanei.

Il problema è che questi modelli trovano breccia anche tra i discepoli di Gesù. Un frate di mia conoscenza arringava i giovani del suo gruppo esortandoli ad essere “belli, potenti, forti e vincenti”. “Perdente”, looser, è il peggiore epiteto che il mondo contemporaneo possa rivolgere a qualcuno.

Ma Gesù crocifisso non appare forse come un perdente? In Mc 9, 30-32, per la seconda volta egli istruisce i discepoli sul mistero della croce e della risurrezione. Ma i discepoli da quell’orecchio non ci vogliono sentire.

Gesù dice: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. E Marco osserva che “essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo”.

Non capivano, perché il titolo di Figlio dell’uomo designa il Messia glorioso, divino, che distrugge i regni del male e instaura il Regno di Dio (Dn 7): è un vincente. È paradossale che sia consegnato nelle mani degli uomini e che sia ucciso: sembra la sconfitta! I discepoli non capivano e avevano timore di interrogarlo , forse per il presentimento di una risposta chiara che li avrebbe spaventati ancora di più.

Gesù indica la sua strada: non si evita la sofferenza e la morte: le si vince nella risurrezione, per la potenza di Dio, dopo esserne stati ingoiati. Ma questo fa paura, disgusta. I suoi stessi discepoli preferivano rimuoverne il pensiero…

Non solo. Lungo il cammino disputano su un argomento che è proprio agli antipodi delle parole di Gesù: discutono tra di loro su chi fosse il più grande, chi debba stare al primo posto ed esercitare il potere. Dispute che si protrarranno poi per duemila anni, fino ad oggi: discussioni sulle precedenze, sui primati d’onore e di giurisdizione, su quale sia lo stato di vita più perfetto…

Gli uomini vogliono essere i primi: è un desiderio innato; e non è neppure un desiderio cattivo. Gesù non censura questo atteggiamento, ma lo corregge. Dice: “Se uno vuol essere il primo…” Dunque è lecito volerlo essere! Ciò che Gesù cambia radicalmente è il motivo di questo desiderio e, quindi, anche il modo di realizzarlo: sia l’ultimo di tutti  e il servitore di tutti.

Quando sentono queste cose, i non credenti si scandalizzano e dicono: “Voi siete matti o – peggio – siete scemi”. Ma la vera pazzia è la loro, è la pazzia del mondo, di questo mondo costruito sulla volontà di potenza, sull’ambizione, sull’arrivismo. Chi non vede come i nostri mali più terribili vengono proprio da qui?

La lettera di Giacomo (3, 16 – 4, 3) ci ammonisce sulla gravità di questa passione che combatte nelle nostre membra, da cui derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a noi: Bramate e non riuscite a possedere e uccidete…

“Dunque non solo l’infelicità del mondo, ma anche la nostra personale, quotidiana infelicità deriva da qui: dai desideri di primeggiare, dalle ambizioni che non riusciamo a soddisfare, o che, una volta soddisfatte, ci lasciano più scontenti e insoddisfatti di prima” (R. Cantalamessa).

In realtà, quel Gesù crocifisso che, agli occhi del mondo, appare come un perdente, è il vero vincente, e noi con lui! Gesù vince, perché lo scopo del gioco non è evitare la sofferenza, ma continuare ad amare; non è evitare gli insulti, ma perdonare; il premio non è non morire, ma risuscitare.

Per vincere, Gesù ci indica un’altra strada, la sua strada: egli si è fatto ultimo di tutti e servo di tutti. Servo, cioè accogliente, di tutti, a cominciare dai più insignificanti, dagli ultimi che, ai suoi tempi, erano i bambini, che contavano meno degli animali da cortile. Accogliente fino ad identificarsi con loro, perché chi accoglie i piccoli accoglie Gesù. E per questo il Padre si identifica con lui: Chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato.

In questa linea, anche noi saremo presi da lui, posti nel mezzo e abbracciati come quel bambino. E questa sarà l’unica vittoria che conta, la vittoria definitiva.

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