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Genitori e figli

Santa Famiglia C

La festa della Santa Famiglia, quest’anno, ci invita a riflettere su un tema cruciale: cosa significa essere genitori? cosa significa essere figli?

La prima figura che ci viene incontro è Anna (1 Sam 1, 20-28), sposa amata di Elkanà, ma sterile. Tutta la vita aveva pregato e offerto le sue umiliazioni per avere un figlio. Finalmente viene esaudita e nasce Samuele:

“Al Signore l’ho richiesto”.

Ci immagineremmo che da quel momento in poi la madre custodisse il figlio come un tesoro geloso. E invece dopo averlo svezzato va a lasciarlo nel tempio di Silo. Che senso ha? Perché darsi tanta pena per avere un figlio se poi se ne separa? Evidentemente Anna non era mossa dal desiderio di colmare un vuoto affettivo, non dal bisogno di avere un sostegno nella vecchiaia. Se aveva tanto desiderato di essere madre è per dare frutto e, così facendo, dà gloria a Dio:

“Egli è richiesto per il Signore”.

Il frutto va desiderato, va chiesto, va maturato, ma non trattenuto: quando è maturo va donato.

La seconda figura in cui ci imbattiamo è quella di Maria e Giuseppe (Lc 2, 42-52). Essi, da buoni israeliti, si recavano ogni anno a Gerusalemme per la Pasqua: come tanti altri, vanno nella casa del Signore per la festa e poi si incamminano per ritornare nelle proprie case. Gesù invece resta nella casa del Padre suo. Sembra una ragazzata. Fatta per motivi sublimi, ma pur sempre una ragazzata: non tiene conto delle conseguenze? Non capisce quanta sofferenza costa per i suoi genitori?

“Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io angosciati ti cercavamo”

Ci chiediamo anche noi: perché? Perché i suoi genitori capiscano che deve occuparsi delle cose del Padre suo. Si dirà: ma lo sapevano già! Una cosa è “sapere” in teoria, altra cosa è comprenderlo col cuore. E infatti, nota l’evangelista:

“Essi non compresero ciò che aveva detto loro”.

Persino Maria ha bisogno di meditare a lungo sulla faccenda:

“Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore”.

Quel figlio è figlio suo, ma è Figlio di Dio. Non appartiene né a lei né a Giuseppe, ma al Padre suo.

Noi moderni siamo forse ben disposti a pensare che i figli non appartengono ai genitori. Ma riteniamo che essi appartengano a se stessi. Per cui l’alternativa è: o stare sottomessi ai genitori oppure ribellarsi. E invece non è questo che ci insegna il Signore. I figli appartengono a Dio.

Oggi il rapporto genitori-figli è fortemente sbandato. Guardiamoci intorno:

In un certo tipo di famiglia i genitori pensano solo al benessere materiale: l’educazione è delegata alla scuola (che non è capace di realizzarla, si sa, ma si fa finta di niente) la crescita nella fede è delegata alla Parrocchia (ma un catechista che vede venti bambini per un ora a settimana, come può incidere su chi, per tutto il resto del tempo, riceve messaggi contrari?). Così figli crescono come estranei, a volte si sbandano, si perdono… E poi i genitori si lamentano, quando però è troppo tardi.

In altre famiglie, i genitori sono incantati dalla bellezza, dall’intelligenza, dalla dolcezza dei figli… E hanno paura di perdere il loro affetto. Così li lasciano fare ciò che vogliono. Mai un rimprovero, mai una punizione. Anzi, non sia mai i maestri o i professori li richiamano per qualche comportamento sbagliato! Rischiano di essere malmenati. Così i figli crescono viziati, degenerati. Finché sono piccoli pensano di essere loro il centro del mondo, di essere onnipotenti. Poi, quando la vita li farà scontrare con le difficoltà del mondo reale, saranno dei disperati.

Perché tutto questo? Perché abbiamo sovvertito l’ordine dei rapporti. La festa di oggi ci insegna a rimettere ordine nella nostra vita, nella vita delle nostre famiglie. E mettere ordine significa mettere Dio al primo posto.

Anna ci insegna che la maternità è un dono di Dio. I figli sono del Signore, non dei genitori o di se stessi. Gesù, all’età di dodici anni, ha messo questo fatto in chiaro con Maria e Giuseppe: egli deve occuparsi delle cose del Padre suo. Stabilito questo principio, Gesù può tornare a Nazaret con i suoi, e il Vangelo ci dice:

“Stava loro sottomesso”.

Certo, sottomesso a Maria e Giuseppe perché anche loro stavano sottomessi a Dio! Quanti genitori si lamentano che i figli non ubbidiscono! Ebbene, questi genitori ubbidiscono a Dio? Cominciassero loro a dare il buon esempio, a mettere Dio al primo posto nella loro vita! Cominciassero loro a comportarsi da veri figli di Dio (1 Gv 3, 1-24)

“osservando i suoi comandamenti e facendo quel che è gradito a lui”.

E vedranno che anche i figli impareranno il giusto ordine delle cose.

Il Vangelo di oggi si conclude dicendo:

“Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini”.

Questo è l’augurio per tutte le nostre famiglie: che genitori e figli, mariti e mogli, anziani e giovani possano tutti crescere in sapienza e grazia, mettendo Dio al primo posto, subordinando a Dio la propria vita e ordinando tutto alla Sua gloria. Questo è il segreto della felicità vera per le nostre famiglie.

 

Piccolo o grande?

visitazione

Nel nostro cuore c’è, istintivamente, il desiderio di cose grandi, di bellezza grande, di gioia grande. Tutto questo è naturale ed è bene, perché siamo fatti per l’infinito.

Però la mentalità del mondo ci porta a pensare che per fare grandi cose bisogna essere grandi. Potremmo sorridere di tanta ingenuità, se non fosse che questa mentalità ci porta a commettere un mucchio di errori, spesso anche tragici. Ci porta infatti a sottovalutare i piccoli e ad abbatterci davanti ai grandi; ci porta a disprezzare i piccoli e ad adulare i grandi. Ci porta quindi alla disperazione, perché desideriamo ciò che è grande, ma ci vediamo troppo piccoli ottenerlo.

Ebbene, la Parola di Dio viene a darci speranza perché ci chiama a correggere questa mentalità “megalomane”. Il profeta Michea (5, 1-4) si rivolge ad un villaggio insignificante della Palestina:

E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda…

I Giudei si aspettavano la salvezza da Gerusalemme, dalla capitale, città forte, munita di torri e di mura. Betlemme, sì, era la città da cui proveniva Davide, quando era un pastorello… Poi Davide era diventato re, lui e i suoi discendenti avevano costruito la grande capitale. Ma ora la dinastia di Davide è in rovina: non c’è più pace, Israele è sottomesso a un dominio straniero… Ogni grandezza sembra irrimediabilmente perduta.

Ed è proprio qui che irrompe la profezia: bisogna tornare a ciò che è piccolo! Dal piccolo villaggio di Betlemme, Dio trarrà il nuovo pastore del suo popolo:

Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore suo Dio. Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra. Egli stesso sarà la pace!

Cose grandi, dunque, perché Dio è grande! Maestà, certo; ma una grandezza, una maestà che si rivela come pace e si realizza “quando colei che deve partorire partorirà”, grazie alla piccolezza di un bambino.

Tutto ciò si realizza in Maria. Una ragazza che appariva insignificante ai propri occhi e agli occhi dei suoi compaesani (cf. Mt 13, 55). Nella sua piccolezza, riceve l’annuncio «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 30-33).

È un annuncio di grandezza, ma Maria è consapevole che la grandezza è di Dio, mentre lei rimane nella condizione di piccola serva del Signore. E come piccola serva si mette in viaggio verso la montagna. L’angelo le aveva rivelato la miracolosa maternità di Elisabetta, anziana e sterile. E lei corre a visitarla, “perché – dice sant’Ambrogio – era lieta della promessa e desiderosa di compiere devotamente un servizio, con lo slancio che le veniva dall’intima gioia”.

Oggettivamente, Maria è di gran lunga superiore ad Elisabetta; ovviamente Cristo è infinitamente superiore a Giovanni, eppure – continua Ambrogio – “chi è superiore viene da chi è inferiore, affinché l’inferiore sia aiutato: Maria da Elisabetta, Cristo da Giovanni”.

Ciò che accade in quell’incontro, in apparenza banale, è un’esplosione di grazia, di esultanza, di benedizione, di profezia: tutti i protagonisti sono pieni di Spirito Santo. Dio fa cose grandi con i piccoli e – dobbiamo aggiungere – solo attraverso i piccoli.

A noi, dunque, non è certo richiesto di rinunciare al desiderio di cose grandi, di bellezza grande, di gioia grande. Ma dobbiamo capire che solo Dio è grande, solo da Dio viene la bellezza e la gioia grande. E più siamo piccoli – cioè umili, come Maria – più Dio opera grandi cose in noi.

In altri termini, ci viene chiesto di entrare nella beatitudine di Maria:

Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto.

 

Rallegratevi!

rallegratevi

 

L’antifona d’ingresso della Messa di questa terza domenica d’Avvento si apre con queste parole di san Paolo ai Filippesi (4, 4), che ritroviamo nella seconda lettura:

Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto, rallegratevi.

Sono espressioni che riecheggiano l’annuncio profetico di Sofonia 3, 14 s:

Rallègrati, figlia di Sion,
grida di gioia, Israele,
esulta e acclama con tutto il cuore,
figlia di Gerusalemme!

Questi verbi all’imperativo, se ci riflettiamo, sembrano un po’ strani… Pare come se il Signore ci comandasse di essere gioiosi… Magari lo fossimo – potremmo rispondere noi! Ma se uno è nella tristezza, nell’angoscia… come puoi pretendere che se ne cavi fuori da sé e che addirittura si metta ad esultare?

Evidentemente qui non siamo di fronte a dei comandamenti. Se lo fossero creerebbero angoscia e non letizia: uno già sta male di suo e poi dovrebbe anche sentirsi in colpa perché non gioisce!

Si innescherebbe poi anche una pericolosa ipocrisia. Paolo dice:

La vostra amabilità sia nota a tutti.

E così potremmo cadere nella tentazione di mostrarci “amabili”, cioè lieti e benevoli all’esterno, senza però esserlo nel cuore, giacché – come si dice – “al cuor non si comanda”. La “finzione della gioia” è una cosa veramente… triste!

È chiaro che la Parola di Dio non ci invita all’ipocrisia. Le parole di Paolo – come quelle di Sofonia – sono un’esortazione a trovare nella nostra vita i motivi per rallegrarci. Ed il motivo è chiaro:

Il Signore è vicino!

L’Avvento è il tempo della gioia perché ci mostra che possiamo trovare Dio, giacché è Dio stesso che, in Cristo Gesù, viene a cercarci.

Le parole del profeta Sofonia si sono realizzate pienamente quando il Figlio di Dio si è fatto uomo:

Il Signore, tuo Dio, è in mezzo a te,

Gesù è davvero l’Emmanuele, il Dio con noi, Dio in mezzo a noi! Egli

è un salvatore potente.

Da cosa ci salva? Dall’angoscia, dalla disperazione, dal fallimento delle nostre vite. Dio ci aveva creati per la felicità e ci aveva indicato la strada per raggiungerla; ma noi abbiamo preferito fare di testa nostra. E abbiamo fallito. Guardiamoci intorno e vedremo, nel mondo che ci circonda, i segni chiari di questo fallimento. E questo fallimento ha un nome proprio: si chiama “peccato”.

Dio avrebbe potuto abbandonarci alla nostra disperazione, al nostro inferno: ce lo saremmo meritati. E invece è venuto in nostro soccorso: ha mandato il suo Figlio a salvarci. Possiamo presentare a lui le nostre necessità, perché egli ha cura di noi. Così il cuore e la mente saranno custoditi dalla pace di Dio.

Tutto sta ad accogliere questa salvezza, ad accogliere il Signore che viene. Egli viene per tutti, ci ha detto il Vangelo. Nessuna categoria di persone è esclusa dalla salvezza: persino i più grandi peccatori, i pubblicani, i soldati, vanno da Giovanni Battista e si preparano ad accogliere Gesù.

Ricevono un insegnamento semplice:

Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare faccia altrettanto… Non esigete nulla più di quanto vi è stato fissato… Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno.

Qui sì che siamo posti davanti a dei comandamenti! Ma sono comandamenti semplici: condividere i beni elementari (il cibo e il vestito), conservare per sé solo il necessario – in altri termini: rendere concreto l’amore per il prossimo; essere onesti nell’esercizio del proprio lavoro, non abusare del potere.

Se anche noi mettiamo concretamente in pratica questo insegnamento, se ci apriamo con fiducia alla salvezza che viene da Dio, il Signore verrà anche nella nostra vita e ce ne accorgeremo dai frutti di amore e di gioia che sbocceranno in noi.

giovanni

Cos’è la speranza? Io direi che è la capacità di tenere insieme storia e profezia.

La pagina di vangelo che ci viene proposta in questa domenica di avvento è precisamente questo: un resoconto storico e un testo pro­fetico nello stesso tempo[*]. Della storia ha la precisione cronologica e geografica; della profezia ha l’energia e lo slancio. Inserisce la salvezza di Dio nel qua­dro storico del tempo, e per questo illumina i lati oscuri del nostro vivere nel tempo, rallegra la nostra tristezza indicandoci una meta di gioia.

  1. Storia

Poche volte, in tutta la Sa­cra Scrittura, s’incontrano brani come questo, talmente preoccupati della precisione storica: e da quanti anni era imperatore Tiberio, e chi era governatore della Giudea, e chi della Galilea, e chi dell’Abilene, e chi erano i sommi sacerdoti… Perché tanta pignoleria?

Perché la salvezza di Dio è venuta nel tempo e nello spazio; fa parte della storia, e si possono assegnare le sue date e le sue coordinate geografiche.

Che la storicità del Vangelo sia un grande fatto, lo si potrebbe desu­mere anche solo da questo, che i nemici del Vangelo cercano di scalzare soprattutto e prima di tutto la sua storicità. Sono disposti ad ammetterne la bellezza e la giustezza, purché si dica che non è un racconto storico. Se si concede loro di ritenerlo un “mito” costruito dalla Chiesa primitiva, vi concederanno tutta la grandezza che volete. Perché tanto zelo, tanto accanimento nel voler ridurre il Vangelo a “idee” e a negarne invece i fatti? E perché, invece, san Luca si dà tanto pen­siero di darci le coordinate storiche e controllabili dei fatti? Perché la salvezza di Dio o entra nella storia, oppure non salva un bel niente. La salvezza di Dio è vera perché è un fatto; se non fosse un fatto non servirebbe a nulla.

Il mistero del Natale, verso cui l’Avvento ci conduce, è la celebrazione di questa salvezza nella storia, nel mondo: la salvezza che è un avvenimento, un fatto e non un’idea.

Dio si è fatto uomo, ha assunto un corpo di carne e un’anima come la nostra, è entrato nel mondo e nel tempo come uno di noi, né più né meno. Naturalmente, questo è un mistero che supera il piano della natura, eppure Gesù nacque di donna, vagiva come qualunque neonato, come noi sentiva freddo, come noi “è stato nutrito con un po’ di latte” (parvoque lacte pastus est) come canta l’Inno delle lodi di Natale. E così tutta la sua vita umana. Orbene, questo è un fatto su cui non si finisce mai di meditare.

La salvezza di Dio non soltanto un’idea, un concetto, un auspicio: Gesù il Salvatore ha camminato per le nostre vie, ha visto sorgere e tramontare i giorni sui nostri cieli, ha detto e ascoltato parole come le nostre, ha avuto fame e sete, s’è stancato ed è morto. L’hanno visto occhi come i nostri. Lo hanno sentito parlare.

Giovanni il Precursore è vis­suto fra noi, come vive un uomo fra gli uomini. La data dell’evangelista Luca par quasi che ci dica: ba­date bene, non si tratta di idee o di mitologia! Il giorno tale, l’anno tale, nel luogo tale; e se non credete, consultate i documenti. Vi do le date esatte.

  1. Profezia

Proprio qui sta la profezia! Gli eventi del mondo – dalle gesta dell’imperatore romano fino a quel che accade nella più sperduta località del deserto intorno al Giordano – sono strappati dall’oscurità.

“La parola di Dio scese su Giovanni”.

Così l’azione di Dio penetra nello scorrere del tempo. L’azione di Dio passa attraverso la sua parola, e la sua parola è efficace nella storia, suscita una storia di salvezza quado alcuni esseri umani, come Giovanni, si lasciano prendere da essa, ascoltano, amano, obbediscono.

La missione di Giovanni era quella di annunziare la vicinanza della salvezza, l’imminenza della salvezza. Doveva mo­strare a dito il Salvatore, poter dire: «Eccolo, è quello lì»; e doveva preparare gli uomini ad accoglierlo. Il battesimo di acqua predicato da Giovanni “sancisce la decisione personale di sottoporre tutta la propria vita passata al giudizio di Dio e di sperare più solo nel suo perdono” (F. Bovon). La salvezza entra nella storia, ma non automaticamente: suscita una responsabilità personale, richiede una decisione che porta a un modo nuovo di vivere, di pensare, di credere: richiede la conversione.

Bisogna, in altri termini, “preparare la via del Signore, raddrizzare i suoi sentieri”, spianare le colline, colmare le valli… Come per fare una strada comoda sono necessarie tante fatiche, così per accettare che la salvezza di Dio diventi storia nella nostra vita: non è facile far la via al Signore nel proprio cuore. Ciò nonostante, non è meno necessario. E se gli diamo la nostra disponibilità, Egli stesso – come dice il profeta Baruc (5, 1-9) – la preparerà con noi. Questa è la nostra speranza!

[*] Mi permetto di parafrasare e riadattare una splendida meditazione di don Giuseppe De Luca del lontano 1935, come testimonianza che i classici non invecchiano e che la verità del Signore rimane in eterno.

parusia

Alla commercializzazione del Natale eravamo abituati. Al punto che evitavamo di parlarne per non cadere nella banalità dei luoghi comuni. Ora dobbiamo fare i conti anche con la commercializzazione dell’Avvento. Non c’è limite al peggio (tanto per usare un altro luogo comune)!

In alcune regioni del nord una volta si usava il calendario d’Avvento: era un supporto di legno o di cartone, sul quale erano indicati i giorni dalla prima domenica d’avvento fino al Natale. Ogni giorno era coperto da una finestrella, che veniva aperta durante la preghiera della sera. Dietro la finestrella c’erano scritti un fioretto da compiere il giorno successivo e una preghiera da recitare, accompagnati da un dolcetto. Era un modo per insegnare ai bambini quello che la liturgia chiede nell’orazione di Colletta:

“O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene, perché egli di chiami accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli”.

Ultimamente sono riusciti a banalizzare anche questo: hanno messo in commercio “calendari dell’Avvento” che non hanno più – ovviamente – né fioretti né preghiere: contengono solo dolcetti che invitano ad attendere… Babbo Natale!

Se almeno noi comprendessimo che si tratta di andare incontro al Cristo che viene! Badiamo bene: non si tratta semplicemente di ricordare che Cristo è venuto duemila anni fa. Si tratta di attendere che venga di nuovo: la nostra speranza non è che si ripeta il passato; è che venga il futuro! Noi aspettiamo il Signore che verrà nuovamente “nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine”.

È a questa seconda venuta del Signore che si riferisce san Paolo quando parla della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi (1 Ts 3, 13).

Il profeta Geremia (33, 14-16) presenta questa venuta come l’adempimento delle promesse che il Signore ha fatto al suo popolo sin dall’antichità. Un tempo di gioia, quindi, di giustizia, di salvezza e di pace: In quei giorni Giuda (cioè il popolo di Dio) sarà salvato e Gerusalemme (la capitale del regno) sarà tranquilla.

Nel Vangelo di Luca (21,25-28.34-36), al contrario, abbiamo una descrizione angosciosa, di un tempo di sciagure e di cataclismi: angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei suoi flutti, mentre gli uomini morranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Forse è quest’ultima l’immagine che più spontaneamente ci rappresentiamo quando sentiamo parlare della “fine dei tempi”, della “fine del mondo”.

Eppure Gesù aggiunge per i suoi discepoli una frase che ci lascia interdetti:

Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.

Abbiamo dunque due tipi di reazione di fronte alla seconda venuta del Signore: da una parte c’è chi muore per la paura, dall’altra chi, finalmente, rialza la testa, perché la liberazione è vicina.

E noi da che parte stiamo? Proviamo a chiedercelo ora: se sapessimo che il Signore verrà oggi stesso, come reagiremmo?

Per chi crede, spera e ama come Gesù ci ha insegnato, la sua venuta è tempo di liberazione e di gioia. Se invece abbiamo timore e angoscia è perché, come dice Gesù, il nostro cuore si appesantisce in dissipazioni (perdiamo il nostro tempo, anziché utilizzarlo per farci santi), ubriachezze (teniamo la nostra mente intontita con tante sciocchezze, anziché cercare il Signore), affanni della vita (ci preoccupiamo del denaro, del successo, del potere… e non ci rendiamo conto di perdere la salvezza eterna).

Ecco dunque il senso di questo Avvento che cominciamo oggi: prepararci a incontrare il Signore, disporre i nostri cuori perché quando verrà ci trovi pronti; secondo le parole di san Paolo:

Il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti… per rendere saldi e irreprensibili i nostri cuori nella santità davanti a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore con tutti i suoi santi.

Il Re

Cristo Re

Persino in tempo di regimi costituzionali e di repubbliche, l’idea del “re” appare suggestiva. Certi psicanalisti ne parlano come di un “archetipo”. Pensiamo alle favole, ai miti, ai drammi teatrali: quanti di essi sono centrati sulla figura di un re! Pensiamo banalmente ai giochi: gli scacchi, le carte… il re è sempre un personaggio principale. Credo che ogni bambino abbia sognato qualche volta di essere un re, e se le bambine sono tanto affascinate dall’idea di essere principesse è perché sognano di essere figlie di re o spose di re e quindi regine a loro volta. “Il re è l’uomo ideale, ideale di ogni uomo. Libero e potente vuole ciò che gli piace e fa (fare) ciò che vuole: rappresenta Dio in terra. La concezione che abbiamo del re corrisponde a quella che abbiamo di Dio: è l’uomo realizzato a sua immagine e somiglianza” (S. Fausti).

Già. Ma tutti gli ideali umani presentano una radicale ambiguità. Il re può essere giusto e saggio, ma può essere anche un tiranno crudele – e questo condiziona il modo in cui ci rappresentiamo Dio e, d’altra parte, dipende dal modo in cui ci rappresentiamo Dio.

Gv 18, 33-39 ci presenta lo scontro tra due regalità. Da una parte Pilato, descritto dagli storici come uomo autoritario e crudele, eppure fragile e succube dei ricatti umani; è il rappresentante della regalità dell’imperatore romano, il cui potere si fonda sulla spada, sugli eserciti e sugli inganni della politica: un regno “di questo mondo”. Dall’altra parte Gesù, “mite ed umile di cuore” (cf. Mt 11, 28-30), umiliato, maltrattato, silenzioso, legato “come un agnello condotto al macello” (Is 53, 7).

“Tu sei il re dei Giudei?”

Quanta ironia in questa domanda – che è piuttosto un’esclamazione sarcastica da parte di Pilato: tu, in queste condizioni, così ridotto… hai forse il coraggio di dire che sei il re dei Giudei?!

“Il mio regno non è di questo mondo”

Nel cap. 7 del libro di Daniele è descritta una visione drammatica: vi sono quattro bestie terribili che salgono dal mare – che, nella Bibbia, è spesso il simbolo delle forze avverse all’uomo. Le bestie rappresentano altrettanti re che devastano la terra e distruggono i popoli: sono i regni di questo mondo. Il loro potere è fragile, perché l’una distrugge l’altra, eppure nulla sembra poter opporsi alla devastazione. Ma a questo punto il profeta ha una visione opposta: quella della regalità di Dio, che gli appare come un candido vegliardo assiso sul trono e servito dal schiere innumerevoli di angeli.

“Ed ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo”.

Le bestie vengono dal mare, lui viene dal cielo, ossia da Dio.

“Gli furono dati potere, gloria e regno… Il suo regno è un potere eterno, che non finirà mai e il suo regno non sarà mai distrutto”.

I regni di questo mondo, fondati sulla violenza e sulla crudeltà, sono sempre effimeri: ad un tiranno ne succede un altro e così via. Il regno del Figlio dell’Uomo è eterno, non può essere distrutto:

“Il mio regno non è di questo mondo!”

Se fosse un regno di questo mondo, Gesù avrebbe opposto violenza a violenza: i suoi avrebbero combattuto, il Padre gli avrebbe dato più di dodici legioni di angeli per sbaragliare i suoi avversari; ma “tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno” (Mt 26, 52-53).

Il regno di Cristo non si istaura con la forza della violenza, ma con quella della mitezza; non attraverso l’annientamento dell’avversario, ma attraverso il sacrificio di sé; non con le armi dell’odio e della distruzione, ma con quelle dell’amore fino alla fine, dell’amore per il nemico.

Guardiamo la storia della Chiesa. Ogni volta che ha ceduto alla tentazione di adeguarsi ai regni di questo mondo (dall’epoca costantiniana, attraverso il Sacro Romano Impero e le crociate e il potere temporale dei papi e l’alleanza tra il trono e l’altare…) la Chiesa ha perso credibilità e ne paga ancora lo scotto. Ogni volta che invece ha accettato la logica dell’amore ha subito il martirio, in unione a Cristo crocifisso, ed il sangue dei martiri è diventato seme di nuovi cristiani.

Dobbiamo dunque rinunciare all’archetipo del re? Niente affatto: dobbiamo invece rivoluzionarlo, secondo la verità, che è Dio:

“Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce”.

Se fondiamo la nostra vita e la vita delle nostre comunità sull’amore mite e umile di Gesù, sulla sua croce, disposti a perdere noi stessi per rendere testimonianza alla verità, la nostra regalità sarà la sua “e il suo regno non avrà fine”.

Autunno o primavera?

croce gemmata

“Soffrire” è una parola piuttosto vaga… C’è sofferenza e sofferenza! Non parlo – ovviamente – solo del piano dell’intensità, ma soprattutto di quello della qualità. In modo particolare c’è una sofferenza più terribile di tutte, ed è quella che si verifica quando non riusciamo a dare un senso al dolore che viviamo. Allora la sofferenza diventa “smarrimento”.

Questa è la situazione descritta da Gesù in Mc 13, 24-25:

Il sole si oscurerà,
la luna non darà più la sua luce,
le stelle cadranno dal cielo
e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

Ciò non va inteso solo nel senso fisico: è nel cuore degli uomini che si può spegnere ogni luce di sole o di luna, è nella mente degli uomini che possono venir meno, come stelle cadenti, tutti punti di riferimento, cosicché diventa impossibile orientarsi.

Il fatto è che – come dice il poeta – siamo chiusi “tra cose mortali (anche il cielo stellato finirà)”. Il destino dell’universo è di finire. E la sorte del mondo è di finire male, perché rifiuta Dio[*]. Attenti però, perché non è una sorte che si realizzerà soltanto al termine della storia: guerre, terremoti, carestie, desolazione, caratterizzano ogni tempo, ogni generazione; malattia, dolore, morte segnano la vita di ogni essere umano!

Ma Gesù ci dice che quanto vi è di negativo nell’universo scomparirà per sempre: quando la sofferenza e la distruzione giungerà al culmine, proprio allora apparirà la salvezza di Dio.

Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria (Mc 13, 26).

Questo significa che l’ultima parola sul destino del mondo non spetta al male. Le lotte, le difficoltà, le sofferenze, non sono altro che “doglie del parto” (Rm 8, 22) che preparano la nuova creazione. Il Figlio dell’Uomo convocherà i suoi eletti da tutta la terra, li riunirà perché stiano sempre con lui.

Già questo insegnamento è tale da togliere lo smarrimento, è in grado di riorientare la nostra vita: le sofferenze e le lotte che dobbiamo affrontare hanno un senso! C’è una speranza! C’è un bene più grande che ci aspetta!

Sì, però… questo bene sembra tanto lontano! Alla fine dei tempi…! No. Gesù lo dice con tutta la sua autorità:

In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga (Mc 13, 30).

Cosa significa? Qual è “questa generazione” di cui parla il Signore? È anzitutto la generazione dei suoi contemporanei. Essi saranno testimoni della sua morte sulla croce (quando si farà buio su tutta la terra – cf. Mc 15, 33) e della sua risurrezione che è l’inizio del mondo nuovo. E, da allora in poi, ogni generazione – anche la nostra generazione – è chiamata a sperimentare la potenza della Pasqua: a ricevere il miracolo della vita nuova che nasce proprio laddove la morte sembra trionfare.

Non è forse paradossale che, a novembre inoltrato, quando gli alberi hanno perso le foglie e sembrano ridotti a legni secchi, nella liturgia delle Parola ci viene incontro un’immagine primaverile?

Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina (Mc 13, 28).

L’ora della croce, per ogni generazione, è la spoliazione invernale in cui tutto sembra finito, ed invece è proprio lì che spunta la vita nuova! Gesù ci insegna a guardare “queste cose” – cioè le sofferenze quotidiane e gli sconvolgimenti del mondo – come segni della sua venuta, come il modo attraverso il quale egli “è vicino, alle porte”.

Sì, tutto ciò accade in “questa generazione”: è avvenuto per quelli che hanno assistito alla sua morte e risurrezione ed avviene per noi che celebriamo la sua Pasqua ogni domenica nell’Eucaristia. Avviene nella vita e nella morte di chiunque incontra Gesù e lo segue. Come suoi discepoli, ci basta sapere questo, ci basta essere sicuri della parola del nostro Signore che ci è sempre vicino e ci garantisce la sua fedeltà:

Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno (Mc 13, 31).

[*]Per queste riflessioni traggo spunto da T. Beck – U. Benedetti – G. Brambillasca – F. Clerici – S. Fausti,Una comunità legge il vangelo di Marco, Bologna 1999.

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