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chiave di volta

Accresci la nostra fede! (Lc 17, 5-10)

Certo, sembra questa la richiesta più opportuna da rivolgere al Signore. Di fronte all’ampiezza del nostro compito, di fronte alle esigenze così radicali del Vangelo, anche noi, come gli apostoli, rivolgiamo questa preghiera al Signore, chiediamo il suo aiuto, imploriamo una dose rinnovata di fiducia in Dio: “Accresci la nostra fede!”.

Ma – l’avrete notato – Gesù non risponde direttamente a questa richiesta, che pure sembra giustissima. Gesù, al contrario, replica che non ci vuole molto per ottenere meraviglie.

Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: « Sràdicati e vai a piantarti nel mare», ed esso vi obbedirebbe.

Poi racconta la parabola del servitore che, dopo aver arato il campo o pascolato il gregge, deve ancora servire il padrone a tavola e sentirsi servo inutile. Il che, sinceramente, sembra non entrarci niente con la richiesta degli apostoli: “Accresci la nostra fede!”.

Eppure c’entra. Ma dobbiamo trovare la chiave di volta. Sapete, la chiave di volta è una pietra lavorata che viene posta al vertice di un arco o di una volta; chiude, con la sua forma a cuneo, la serie degli altri elementi costruttivi disposti uno a fianco dell’altro ed è quindi elemento indispensabile per scaricare il peso retto dall’arco sui pilastri laterali. C’è anche in questa pagina del vangelo una chiave di volta che tiene insieme la richiesta degli apostoli, il paragone del granello di senape e il gelso, e la parabola del servo inutile. E dobbiamo cercarla.

Cominciamo il paragone del granello di senape e il gelso. “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: « Sràdicati e vai a piantarti nel mare», ed esso vi obbedirebbe”.

L’immagine è iperbolica, è un esempio classico di quella retorica eccessiva apprezzata in Oriente: si paragona l’albero di gelso, così grande e difficile da sradicare, con il più piccolo di tutti i semi. Ma perché, alla richiesta degli apostoli “Accresci in noi la fede!”, Gesù risponde così? cosa vuole dirci? Gesù vuole farci capire che non è tanto necessario occuparci di misurare le scorte a monte, nei serbatoi della nostra fede, quanto piuttosto far zampillare a valle l’attività della nostra fede.

È come se dicesse: prima di chiedere l’aumento della fede, cercate di capire che cosa significa aver fede. Aver fede significa mettersi nelle mani di Dio e a Dio tutto è possibile. Qui siamo arrivati alla chiave di volta: la fede – come insegna san Paolo (Rm 1,5) – è obbedienza. Se tu obbedisci a Dio, tutte le creature obbediscono a te: anche il gelso ti obbedirebbe. Il Salmo 8 ci dice che Dio ha dato all’uomo il potere sulle opere delle sue mani e tutto ha posto sotto i suoi piedi: i greggi e gli armenti e tutte le bestie della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare che percorrono le vie del mare; questa è la vocazione dell’uomo, che si realizza quando l’uomo obbedisce a Dio  (cioè quando realizza l’essenza della fede). Quando invece l’uomo si ribella a Dio, disobbedisce, la terra diventa un deserto inospitale: Maledetto sia il suolo per causa tua – dice il Signore ad Adamo – spine e cardi produrrà per te.

Le fonti francescane ci raccontano di come tutte le creature obbedissero a Francesco: gli uccelli, le cicale, le allodole, il fuoco e persino i lupi… Ma perché? Perché Francesco obbediva a Dio, non seguiva un suo progetto da imporre al mondo, non cercava il suo tornaconto: era sottomesso a Dio, e quindi ogni cosa gli era sottomessa.

Comprendiamo dunque il legame con la parabola seguente, quella del servitore: indica che Cristo esige da noi tanto una fede possente quanto una fede obbediente, sottomessa, modesta. Hai lavorato per il tuo Signore? Hai arato il campo e pascolato il gregge? Ora cingiti i fianchi e servi a mensa! Obbedisci fino in fondo. Questa è la tua fede. È inutile che tu stia a misurarne i serbatoi: pratica l’obbedienza e riconosci di essere un servo inutile.

L’immagine del granello di senape ci porta a collegare la sorte di Cristo stesso con la fede dei suoi discepoli. Gesù, lui per primo, fu umile come il granello di senape, poiché accettò l’incarnazione e la crocifissione, e manifesta ora la sua forza attraverso noi, suoi discepoli. Per questo siamo invitati dalla parabola del servo a non fare un cattivo uso di questa potenza ricevuta e ad eseguire gli ordini del nostro Signore in un servizio umile e fedele.

La parabola è chiara in sé, ma nel contesto del vangelo di Luca riceve uno spessore di profondità che allude alle realtà ecclesiali: il titolo di servo designa spesso chi ha un ministero o un incarico nella Chiesa. Il campo nel vangelo sta spesso a significare il mondo e il verbo arare ha riferimento alla diffusione della parola di Dio. Il verbo pascere è la funzione principale dei pastori della chiesa, servire (diakonô) fa riferimento al servizio delle mense, mangiare e bere fanno pensare all’Eucaristia.

C’è dunque un riferimento particolare ai responsabili nella comunità cristiana. Gesù vuole che adempiano il proprio compito con zelo e fedeltà, senza attendersi qualche lode o ricompensa particolare. Dio ci coinvolge come suoi collaboratori, ma reputa inutili coloro che si credono particolarmente indispensabili. Essere chiamato da Dio “servo inutile” è una sventura; definirsi così da se stessi è una benedizione.

Se al termine ci troveremo un po’ più umili e obbedienti alla Parola di Dio, non avremo corso invano.

 

Pieni di vuoto

Lazzaro Epulone

Prosegue la catechesi sull’uso dei beni terreni: domenica scorsa il Vangelo ci ha invitato ad usare le ricchezze per farci amici i poveri che ci accoglieranno nelle dimore eterne. Oggi abbiamo un esempio opposto: un uomo tutto preso a godersi la vita che non si rende conto del povero che giace alla sua porta (Lc 16,19-31).

Godersi la vita! È uno degli imperativi del nostro tempo. Tutto ci spinge in questa direzione: la pubblicità, la moda, il mercato, gli spettacoli… Godetevi la vita! Fatevi passare tutti gli sfizi! E soprattutto: fate vedere agli altri che godete! Così ci creano esigenze mai sentite prima, ci fanno sentire inferiori se non andiamo vestiti alla moda, se non abbiamo l’ultimo modello di smartphone, se non compriamo questo e quell’altro… E non basta: la cosa più importante è esibire sui social i nostri godimenti. Al punto che non ci rendiamo conto del nostro vuoto.

A Samaria, sette secoli prima di Cristo, il profeta Amos (6,1-7) redarguisce gli uomini tutti presi dai loro divertimenti. È un invito provvidenziale alla conversione, ma resterà inascoltato e l’esito sarà esilio e distruzione.  E qual è la colpa di queste persone? Di per sé non c’è niente di male a stare su letti d’avorio, e su divani confortevoli; niente di male nel mangiare carne di buona qualità, cantare e suonare, bene vino e usare profumi di lusso.  Il male sta nel chiudersi nella ricerca dei propri comodi e non preoccuparsi della rovina del popolo.

Ma veniamo alla parabola evangelica. Qui anzitutto ci viene presentato un uomo ricco, con le sue vesti di lusso e i suoi lauti pranzi, un epulone. Spontaneamente nell’uditorio di Gesù – formato prevalentemente da gente di condizione modesta –  si genera una reazione di diffidenza, di antipatia, ma anche di invidia.

C’è poi il secondo personaggio: un povero di nome Lazzaro, che è descritto in una condizione di sofferenza estrema; persino i cani hanno misericordia di lui, ma il ricco non se ne accorge: è tutto preso dai suoi piaceri. Tra gli ascoltatori sorge compassione per il povero e sdegno nei confronti del ricco.

Poi viene l’ora di morire per tutti e due e si compie il giudizio di Dio: il povero è portato in cielo, accanto ad Abramo; il ricco negli inferi tra i tormenti. Gli ascoltatori ne provano soddisfazione!

Però le cose non finiscono qui: c’è una richiesta da parte del ricco che non aveva avuto pietà: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Se fossimo noi a decidere, cosa faremmo? Probabilmente il nostro buonismo un po’ terra-terra ci porterebbe ad accontentarlo… Ma qui il contesto non è terra-terra, bensì cielo-inferno. Finché si sta sulla terra, la pietà salva. Questo è il “grande abisso” che separa il cielo dall’inferno: la presenza o l’assenza della pietà sulla terra.

Qui scopriamo che la condizione del ricco su questa terra, in realtà, non è più favorevole di quella del povero, perché nell’eternità le parti saranno rovesciate: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti”. L’unica cosa saggia da fare è condividere i beni con i poveri, avere pietà su questa terra, adesso che è tempo.

A questo punto il ricco prega che Lazzaro vada dai suoi cinque fratelli e “li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma la conclusione del racconto è amarissima: i fratelli del ricco hanno Mosè e i profeti, e non si convertono (cambiano modo di vivere):  “Non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”. Chiaramente qui non si dice che nessun uomo sarà persuaso (che è falso). Vi sono alcuni che si lasciano persuadere ed altri no. Quelli che ascoltano Mosè e i Profeti sì, gli altri – che non ascoltano perché vogliono essere essi stessi il metro di azione – no.

Il ricco vorrebbe che i suoi fratelli fossero ammoniti severamente; ma a che? Qual è la conversione richiesta? Semplicemente quella di fare un po’ più di elemosina, di essere un po’ più “equi e solidali”? Non basta. Si tratta di decidere se vivere per questa terra (e quindi, in ultima analisi, per l’inferno) o per il cielo. In realtà, già su questa terra il ricco epulone è un uomo dal cuore vuoto, che cerca di nascondere col lusso la sua disperazione. Letteralmente disperazione, perché o ci si riempie di Dio (che è amore e pietà) o ci si riempie di vuoto. Se invece ci lasciamo persuadere da Colui che è risuscitato dai morti, Gesù Signore, viviamo per il cielo già su questa terra e vivremo nel cielo per sempre.

 

 

La disonesta ricchezza

Amminstratore infedele
Che cos’è una parabola? È un racconto che ti invita a identificarti con uno dei personaggi e in questo modo ti stimola a riflettere: in un caso simile tu che faresti?[*]

In Lc 16, 1-9 Gesù racconta una storia ambientata in un ambiente di gente poco per bene (“i figli di questo mondo”). Qui troviamo l’amministratore infedele di un uomo ricco che viene accusato di cattiva gestione e sottoposto a procedura di licenziamento. Ebbene, se capitasse a te, che faresti? Il personaggio del racconto ha un’idea. Sa che il suo padrone ha molti debitori e l’amicizia di questa gente gli può tornare utile per procurarsi un altro impiego. Quindi, siccome ha ancora in mano la contabilità, falsifica le ricevute a vantaggio dei debitori in modo da associarli alle sue malefatte: se li fa complici e in qualche modo si compra la loro riconoscenza.

Ebbene, tu come lo giudichi? Troppo facile dire: “disonesto”! Nel contesto del racconto sono tutti disonesti. Ma vi sono disonesti stupidi e disonesti furbi. Il nostro personaggio è stato furbo. Talmente furbo che il padrone stesso è costretto a lodare la sua scaltrezza.

A questo punto, Gesù applica la parabola a noi: “Ebbene io vi dico…”, anche voi siete amministratori di qualcosa: i beni materiali, le ricchezze, il tempo, la vita stessa… Non sono nostri ma di Dio: noi ne siamo semplici amministratori. E anche noi rischiamo di sperperare questi beni, usandoli come se appartenessero a noi e non a Dio.

Dio ha creato gli uomini tutti uguali. Ed ha creato i beni della terra affinché servissero a tutti gli uomini. Ora perché noi ne abbiamo in sovrabbondanza e altri uomini non ne hanno affatto? Perché noi ci ammaliamo perché mangiamo troppo, mentre milioni di persone muoiono di fame? “Sei un ladro – dice san Basilio – perché la doppia veste che tieni riposta nel tuo armadio appartiene al povero che va nudo!”

Tutti noi dunque abbiamo una “disonesta ricchezza”, e a tutti sarà chiesto di rendere conto del nostro operato e l’amministrazione ci verrà tolta. Che fare?

Una soluzione c’è: agire con scaltrezza, come l’imbroglione della parabola! Procuriamoci amici con la disonesta ricchezza! I beni non appartengono a noi, ma a Dio. Allora usiamoli per alleviare le sofferenze degli affamati, degli assetati, di quelli che sono non hanno di che vestirsi, non hanno casa, sono malati, sono carcerati… E quando l’iniqua ricchezza verrà a mancare (perché, che ci piaccia o meno, dobbiamo morire tutti quanti e all’altro mondo non porteremo né soldi, né case, né titoli), saranno i poveri che abbiamo aiutato sulla terra che ci accoglieranno in cielo. Anzi, ci accoglierà Gesù stesso che dirà: “Venite, benedetti del Padre mio, perché…  tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (cf. Mt 25,31- 48).

Allora vedete che non è solo questione di elemosina, ma di giustizia, di onestà. Non facciamo nessun regalo quando distribuiamo i beni ai poveri, facciamo giustizia: i beni sono del Padre, e il Padre vuole che ogni figlio abbia la sua parte!

E dal nostro modo di amministrare i beni dipende il nostro destino eterno: “Chi è fedele in cose di poco conto (i beni di questa terra) è fedele anche nelle cose importanti (i beni del cielo)”. Non possiamo fare gli ipocriti, pretendere di servire Dio ed essere attaccati ai soldi, aspettando che Dio ci salvi per le nostre pratiche religiose: così serviamo a due padroni, Dio e la ricchezza.

Se facciamo così siamo simili a quei mercanti contro i quali si scaglia il profeta Amos (8,4-7): osservano le prescrizioni religiose del sabato e del novilunio, ma come un peso: il loro cuore non sta con Dio, ma con il denaro, per amore del quale sono pronti a imbrogliare e addirittura a spingere i loro fratelli a vendersi come schiavi per debiti (comprare il povero per un paio di sandali).

Facciamoci quindi un bell’esame di coscienza: serviamo Dio o il denaro?

[*] Cf. V. Fusco, Oltre la parabola. Introduzione alle parabole di Gesù, Roma 1983, p. 110.

I buoni e i cattivi

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro» (Lc 15,1).

Pecora smarritaQuando ascoltiamo una storia, spesso in noi scatta un meccanismo un po’ infantile: ci identifichiamo con “i buoni” e prendiamo posizione contro “i cattivi”. Già. Ma chi sono i cattivi e chi sono i buoni? Per noi cristiani di lunga data è spontaneo pensare che i farisei e gli scribi sono “i cattivi” (gente dal cuore duro!), che chiudono la porta in faccia ai “buoni”, che sarebbero i pubblicani e i peccatori (poverini!). Ed è sottinteso che noi siamo i buoni, noi stiamo dalla parte dei buoni.

Ah, sì? Che ne direste di un prete che mangia con i mafiosi? E se lo vedeste parlare con una prostituta? E se accogliesse un pedofilo? Se si facesse vedere in compagna di politici corrotti?

Eh, com’è facile rapportarci a “i peccatori” in astratto e com’è difficile farlo con le persone vere, con le persone che fanno del male! Perché questo significa “peccatori”: gente che fa del male, gente che provoca dolore ad altra gente.

Vedete cosa ci capita? Che siamo indulgenti verso “il peccato” in astratto (misericordia per tutti! non condannare mai! non giudicare!), e però siamo giustizialisti verso i peccatori concreti (scomunicarli! cacciarli fuori!). Facciamo esattamente il contrario di quello che fa Gesù, che condanna il peccato con parole durissime, ma accoglie i peccatori con amore infinito. Noi invece abbiamo perso il senso del peccato e vogliamo la distruzione dei malfattori. Siamo l’anticristo.

Oh, com’è comodo questo atteggiamento! Non devi nemmeno metterti alla ricerca della pecora smarrita, perché le tue teorie giustificano lo smarrimento: infondo la pecora ha fatto bene ad andarsene dall’ovile se così “sentiva di fare”; è andata dove l’ha portata il cuore… Comodo pensarla così, perché mi libero dalla responsabilità di lavorare per lei.

Dio però, non è così! Dio ama le persone una per una. E odia il peccato, perché il peccato distrugge le persone.

Ne abbiamo un esempio nel libro dell’Esodo (32,7-14):il discorso di Dio di fronte all’idolatria del popolo è duro, perché Mosè comprenda la gravità del peccato. Ma Mosè comprende anche un’altra cosa: che Dio ama il popolo, che lo considera come sua proprietà, come cosa preziosa, e non vuole la sua distruzione: è il suopopo­lo, che luiha fatto uscire dall’Egitto.

Così l’insegnamento del Signore nel vangelo: davanti agli scri­bi e i farisei che volevano cacciare, escludere, distruggere i pubblicani e i peccatori che andavano da lui, Gesù afferma che questi peccatori sono sua proprietà, che sono preziosi per lui e per il Padre. Così il pastore della prima parabola, cerca la sua pecora smarrita perché è sua, e fa festa quando la ritrova. Così la donna della seconda parabola, cerca la sua moneta perché è sua, è preziosa, ci tiene a quella moneta. Così Dio cerca ogni uomo peccatore, perché ogni uomo è proprietà di Dio, è prezioso: per questo c’è festa grande nel cielo per ogni peccatore che si converte.

Possiamo allora leggere anche la parabola del figlio pro­digo in questa luce: il padre attende, corre incontro, abbraccia, bacia il figlio perduto perché è suo, fa festa perché era perduto ed è stato ritrovato.

E il dialogo tra il padre e il figlio maggiore è particolarmente significativo. Se ci fate caso, è l’opposto del dialogo di Dio con Mosè: lì Dio dice: non posso perdonare al tuopopolo; Mosè risponde: devi perdonare perché è tuoil popolo; qui Il figlio maggiore dice: non devi perdonare al tuofiglio; il padre risponde: non è soltanto miofiglio, perché tutto ciò che è mio è tuo!. Io gli perdono e faccio festa perché è mio figlio; ma anche tu devi perdonare e fare festa, perché è tuo fratello.

Da quanto detto mi pare si possano trarre due conclusioni:

  1. La prima la ascoltiamo da san Paolo in 1Tm 1, 12-17: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, non i giusti quindi. E– continua Paolo – di questi il primo sono io. Se riconosciamo i nostri peccati – come fa san Paolo, che si accusa di essere stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento– se ci riconosciamo peccatori, la grazia di Cristo sovrabbonda in noi e ci salva. Se invece ci riteniamo senza peccato o ci auto-giustifichiamo dicendo che, in fondo, il peccato non è poi male, rischiamo la fine degli scribi e dei farisei ipocriti.
  2. E la seconda conclusione è questa: se siamo figli di Dio, abbiamo tanti fratelli quanti sono i figli di Dio. Fratelli dei quali dobbiamo farci carico. Altrimenti siamo nella condizione del figlio maggiore, che si auto-esclude dalla festa del Padre. Quindi ogni volta che vediamo un uomo vittima del peccato dobbiamo farcene carico come il buon pastore si fa carico della pecora smarrita.

Folla o discepoli?

Gesù e le folle

 Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse… (Lc 14,25-33)

Molta gente. Gesù non si entusiasma per le masse. Tante volte noi siamo dipendenti dal consenso, dal numero. Per questo annacquiamo il messaggio, proponiamo un vangelo alla “volemose bene”: un messaggio che non disturba nessuno, che non chiama a fare delle scelte precise e costose.

Molta gente andava dietro a Gesù. E molta gente gli va dietro anche oggi. Ma ci sono due modi di andargli dietro: uno  è quello della folla, l’altro è quello dei discepoli.

La folla va dietro a Gesù quando gli conviene: quando vede i miracoli, quando Gesù distribuisce i pani… Cristo è uno che mi serve per soddisfare un mio bisogno: fosse pure un bisogno religioso, io sto al centro. Io sono il signore, e il Signore è il mio servo.

Ma Gesù non si piega a questo gioco. Per questo dice parole durissime, che la nuova traduzione tende a nascondere. Abbiamo infatti ascoltato:

Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

Probabilmente però abbiamo ancora nella memoria la vecchia traduzione che, rendendo letteralmente il testo greco, recitava:

Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

Vi ricorderete che una volta Gesù aveva detto ad un uomo “Seguimi!”, e quello aveva risposto. “Signore, prima permettimi di andare a seppellire mio padre” (Lc 9, 59). C’è la legge che dice “onora il padre e la madre” (Es 20, 12), e la legge vincola. Quell’uomo sapeva ciò che si deve fare: prima adempiere la legge e poi mettersi alla sequela di Gesù. Un chiaro comandamento della legge si frapponeva tra colui che era chiamato e Gesù. Ma Gesù si contrappone con forza persino al comandamento della legge: quando si tratta di andare dietro a lui, niente deve mettersi in mezzo tra te e lui, neppure il motivo più grande e più sacro della legge. In questo momento deve accadere che per amore di Gesù venga infranta la legge che voleva frapporsi a ostacolo. Persino la legge dell’more non ha più alcun diritto di mettersi in mezzo tra Gesù e il destinatario della sua chiamata.

Gesù formula l’ammonizione scegliendo i rapporti più sacri su questa terra (padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle) e il verbo più brutale (odiare). Tutto va subordinato a Cristo: Lui è l’unico che ha il diritto di stare al primo posto.

Per cui se c’è un contrasto fra la volontà dei tuoi genitori e la volontà di Cristo, devi scegliere Cristo. Altrimenti non sei suo discepolo. Per cui se tuo marito o tua moglie vuole costringerti a peccare, devi rifiutarti. Altrimenti non sei degno di Cristo. Per cui se il Vangelo deve portarti a dire una parola dura ai tuoi figli e tu non lo fai perché tieni più al loro affetto che a Cristo, non sei degno di Cristo.

Odiare, ovviamente, qui non significa “voler male”; non significa però nemmeno banalmente “amare di meno”, perché bisogna invece amare di più: la misura dell’amore è amare senza misura. Qui odiare significa semplicemente “essere disposti a perdere”. Sei disposto a perdere i tuoi averi? i tuoi familiari? la tua vita?

Davanti all’esigenza di seguire Cristo, perfino la propria vita deve essere messa da parte.

Chi non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Cosa significa prendere la propria croce? Significa rinunciare all’idolo dell’egocentrismo, rinunciare all’idolo del successo, della gratificazione, del prestigio, del godimento. E ricercare solo Cristo, solo il suo regno.

Certo mi direte che è difficile. E infatti lo è! Ma chi va dietro a un Maestro crocifisso non può aspettarsi una vita comoda.

Gesù parla chiaro. Dice quali sono le condizioni. Ora dobbiamo vedere noi se ce la facciamo o meno. Dobbiamo sederci e farci i conti come chi vuole costruire una torre o chi vuole andare in battaglia. Non è possibile illudersi di essere cristiani. O si va dietro a Cristo oppure a se stessi.

Nella Lettera a Filemone possiamo vedere cosa significasse per i primi laici cristiani rinunciare ai propri beni. Questo tale a cui s. Paolo scrive aveva uno schiavo, di nome Onesimo, che era fuggito cercando scampo presso l’apostolo. Paolo, già prigioniero dei Romani, l’aveva accolto e battezzato (l’ha generato in catene). Ed ora gli prepara la strada del ritorno.

Ed ora vedete quale impegno richieda a Filemone: tu avevi uno schiavo, ora non l’hai più: hai un fratello carissimo.

Gesù aveva detto:

Chi non rinunzia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo.

Filemone deve rinunciare ai suoi diritti di padrone per diventare fratello del suo schiavo. E noi a che cosa dobbiamo rinunciare?

Umiltà

Gesù umile

Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato (Lc 14,11).

“Umiltà” è una parola che non ci interroga più. La si usa ormai quasi soltanto nel mondo dello sport: gli atleti sanno che devono affrontare la preparazione e gli avversari con “umiltà”, altrimenti, se si sentono troppo sicuri di sé e non lavorano duro, rischiano di prendere delle batoste… Ma questa “umiltà” del mondo è funzionale all’affermazione di sé: l’atleta è umile per vincere, per “umiliare” gli avversari, non certo se stesso!

D’altra parte il nostro modo di interpretare la vita, è improntato a tutt’altro che umiltà. Tutti conosciamo persone che stanno decenni senza parlarsi perché ciascuno ritiene che l’altro abbia il dovere di umiliarsi e chiedere scusa; famiglie rovinate per l’orgoglio e la superbia di un genitore o di un figlio; lotta senza esclusione di colpi per ottenere posti di comando, di potere (reale o immaginario)…

Gesù ci offre il suo insegnamento con le immagini concrete della parabola dei posti a tavola. È importante capire bene il senso e lo scopo di questa parabola, piena di ironia e persino di una garbata e bonaria comicità. Gesù vuol farci capire l’assurdità della nostra superbia e vanagloria, però non ci aggredisce direttamente: ci fa riflettere mettendoci di fronte a questa scenetta: un invitato che si precipita troppo affrettatamente verso i primi posti… e ottiene l’effetto opposto di essere retrocesso agli ultimi, sotto gli occhi di tutti.

A prima vista potrebbe sembrare che Gesù dia qui semplicemente una norma di buona educazione o di saggezza umana, se non addirittura di sottile calcolo (scegli l’ultimo posto, così potrai finire col ritrovarti al primo!). Questo era effettivamente il senso che i rabbini del suo tempo davano a una massima del libro dei Proverbi (25,6-7) che recita: “Non metterti al posto dei grandi, perché è meglio sentirsi dire: «Sali quassù!», Piuttosto che essere umiliato davanti a uno superiore”.

Ma sulla bocca di Gesù la prospettiva cambia di molto: anche quella parola di saggezza naturale diventa “parola di vita eterna”. Il banchetto di cui parla Gesù ci fa pensare al banchetto del Regno dei cieli. Tra la scelta del posto da parte degli invitati e l’intervento del padrone di casa che ingiunge di indietreggiare o di avanzare, c’è di mezzo il salto da questa vita all’altra: c’è di mezzo il giudizio universale. Il rapporto non è semplicemente tra uomo e uomo, ma tra l’uomo e Dio. E questo dà una portata tutta diversa alla parabola. Gesù conclude la parabola dicendo:

Chi si umilia sarà esaltato.

Ma cosa significa umiliarsi? Se si ponesse questa domanda a un gruppo di cristiani, si avrebbero forse tante risposte diverse, ma tutte centrate su una idea: che umiliarsi è sentire e parlare in modo basso di se stesso, riconoscersi peccatore, fare penitenza… Qualcosa di vero c’è, ma è troppo poco. Ci si muove troppo in superficie, non si tocca il vero fondo del problema.

Il contrario dell’umiltà è la superbia, ossia la volontà di stare sopra, che si accompagna sempre all’orgoglio (il sentire alto di sé, la ricerca del proprio prestigio, dell’ammirazione per sé). L’orgoglio, poi, può nascere o da un complesso di superiorità (la presunzione, convinzione di essere migliori degli altri), o da un complesso di inferiorità (la convinzione di valere poco e il risentimento contro chi sembra valere di più). Il tutto, comunque, si racchiude nella parola “egocentrismo”: io-al-centro. Orbene, questo è idolatria: la radice di tutti i peccati, perché Dio solo è degno di stare al-centro: il primo posto è solo di Dio!

L’umiltà è rinuncia a ricercare la propria gloria e cercare solo di dar gloria a Dio. Per fare questo bisogna pregare e dire: “Signore, umiliami ed esaltati”.

Chi si esalta sarà umiliato

Ma in Gesù la legge dell’umiltà che troviamo anche nell’ Antico Testamento (cf. Sir 3, 19-ss) si è cambiata in vangelo dell’umiltà: Dio è venuto a condividere la nostra condizione umana. Dio non dice più all’uomo: “Vai ad occupare l’ultimo posto!”, bensì: “Vieni ad occupare l’ultimo posto insieme a me!”. “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11,29).

La vera umiltà come ricerca della gloria di Dio diventa ricerca del bene dei fratelli. In Gesù la legge della condivisione è diventata vangelo della condivisione: lui è venuto a condividere ed è restato nei poveri (cf. Mt 25, 31-ss) a condividere con noi.

Umiltà, quindi, è disponibilità a scendere da noi stessi, ad abbassarci verso i fratelli, è volontà di servire, e di servire per amore, non per qualche calcolo o vantaggio che ce ne può derivare – magari in termini di prestigio comunitario, di ammirazione o di gratitudine. Tutti abbiamo presenti le immagini di Mussolini a torso nudo che si fa filmare tra i mietitori, o di Stalin con il badile in mano in mezzo agli operai della ferrovia: ma questi sono solo trucchi del potere per dare un’immagine più popolare di sé, non è altro che una squallida ipocrisia.

L’umiltà è gratuità: questo illumina la seconda parte del Vangelo di oggi:

Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti.

Qui si vede bene che l’umiltà altro non è che una manifestazione della carità, cioè dell’amore di donazione.

 

Tante volte anche noi ci troviamo a fare domande sciocche come questo tale che domanda a Gesù:

Sono pochi quelli che si salvano? (Lc 13,23).

Dico domande sciocche non perché chi se le pone è sciocco: tanti teologi intelligentissimi e coltissimi negli  ultimi decenni hanno discusso se l’inferno sia vuoto o pieno, se ci sia molta o poca gente, ecc. Ma queste discussioni sono sciocche perché sono completamente inutili.

Gesù non risponde alle domande sciocche. Infatti non dice né che siano molti né che siano pochi quelli che si salvano. Dice:

Sforzatevi di entrare.

Vedete, questo è “Vangelo”, cioè Buona Notizia: deve mettere gioia! Qual è la buona notizia? È che la salvezza è possibile: è una porta aperta. Prima era chiusa, per i nostri peccati. Adesso Gesù Cristo l’ha aperta con la sua morte e risurrezione. E noi possiamo entrare: ci possiamo salvare!

Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio.

È l’immagine della salvezza: una grande festa, un banchetto in cui Dio è il capotavola e tutti i popolo sono invitati.

La porta è aperta, ma è una porta stretta e per entrare bisogna “sforzarsi”. Che vuol dire?

Vuol dire che se vogliamo salvarci, se vogliamo sederci a mensa nel Regno di Dio, dobbiamo impegnarci. Il cammino è duro, costa fatica, rinuncia, sacrificio.

A me piace molto andare in montagna. Mi piace arrivare sulla cima e godere lo spettacolo di quei panorami sterminati, di valli e boschi e villaggi e colline. Mi piace godermi il sole e il fresco sulla vetta, quando magari le valli sono avvolte dalla nebbia o dal caldo. Ma se voglio arrivare in cima devo faticare: la salita è dura! E se per godere una cosa da poco, come può essere un panorama in montagna, bisogna sforzarsi, comprendiamo bene che per godere la mensa di Dio ci sia richiesto l’impegno!

Pensiamoci bene: quanti sacrifici facciamo, a quante rinunce ci sottoponiamo per mettere da parte qualche soldo in più e magari costruirci una casa, o comprare una macchina o fare una festa… Ma cosa siamo disposti a fare per salvarci? Guardate che una casa ce la possiamo godere per cent’anni, ma poi la vita finisce. La salvezza, invece, è eterna. E se non entriamo per la porta stretta siamo fritti!

Rischiamo di fare la fine di questa gente che rimane fuori dalla porta, dove c’è pianto e stridore di denti. Rischiamo di sentirci dire:

Non vi conosco, non so di dove siete.

Se il Signore ci dice queste parole, che sembrano dure, minacciose, è perché ci vuole salvare, e quindi ci mette in guardia, ci corregge come un padre corregge il figlio (cf. Ebr 12, 5-ss). Ci dice “Sveglia! Se vuoi entrare devi rinfrancare le mani cadenti e le ginocchia infiacchite e fare passi diritti”.

Concretamente: dobbiamo riprendere l’energia per amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze: Dio al primo posto! Niente al posto di Dio! E amare il prossimo come Cristo ha amato noi: amore che perdona le offese, amore che combatte per la giustizia, amore che da la vita per il fratello. Questa è la porta stretta.

Se ci rendiamo conto di aver preferito i nostri comodi alla salvezza, chiediamo perdono a Dio, confessiamoci. Riprendiamo forza per amare ed essere anche noi con Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio.

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