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disputa coi farisei

«Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini»  (Mc 7, 8).

Dobbiamo rifletterci bene, perché la religiosità dei cattolici devoti è fortemente segnata dalle tradizioni e può accadere che si tratti di tradizioni di uomini che portano a trascurare il comandamento di Dio. Pensiamo alle processioni che in questa estate hanno costellato la vita di tanti paesi – e pensiamo anche agli abusi (persino di carattere mafioso) che talvolta le hanno contrassegnate. E poi novene, suppliche, pellegrinaggi, devozioni varie… Tutte belle cose se ci avvicinano alla Parola di Dio, ma pessime se ce ne allontanano.

La Parola di Dio ci porta anzitutto a fare un discernimento. Vi sono tradizioni umane che prendono lo spunto dalla Parola di Dio, ma poi si assolutizzano e se ne allontanano. Ne sono un esempio le usanze farisaiche delle abluzioni e lavature rituali (Mc 7, 2-4), che potevano richiamarsi al libro del Levitico, in cui i lavaggi venivano prescritti come simboli della purità morale (anche nel rito dell’offertorio durante la Messa, il sacerdote si lava le dita dicendo sottovoce: “Lavami, Signore, da ogni colpa, purificami da ogni peccato”). Nel fariseismo, questi riti venivano regolati da norme minuziose che toglievano libertà al pensiero e al comportamento dell’uomo religioso: tutto è regolato da gesti, numeri e formule predefinite, si perde il senso di ogni cosa, tutto si riduce ad osservanza materiale.

Al fondo di questi atteggiamenti c’è la concentrazione sull’esteriorità, per non mettersi in discussione:

«Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Mc 7, 6, che cita Is 29, 13).

Gesù chiama “ipocriti” coloro che si comportano così, perché si presentano come adoratori di Dio, ma ciò che cercano non è la sua gloria bensì un rafforzamento del proprio potere: hanno sacrificato il comandamento divino a favore dell’ordinamento umano. Il loro culto è vano.

La questione sta tutta in queste due parole: “esteriorità ed interiorità” o, se volete, “carne e spirito”. In Gv 6, 32 Gesù dice: “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla”. Tuttavia noi sappiamo che lo Spirito, se non si incarna, non opera in questo mondo: “è”, ma non “c’è”. I Farisei seguono la carne senza lo spirito, e la carne senza lo spirito è un cadavere. Eppure noi abbiamo bisogno di “carne”, di riti, di regole… Infondo è il perenne conflitto tra materialismo e spiritualismo o, se volete, tra tradizionalismo e progressismo. Il tradizionalismo è tendenzialmente materialista, perché solo ciò che è materiale può essere trasmesso senza alterazioni; il progressismo è invece spiritualista, perché punta sul cambiamento, sulla novità, ma questo finisce con l’alterare il comandamento stesso di Dio, rendendolo malleabile secondo “lo spirito dei tempi”.

Ma il comandamento di Dio non si lascia alienare nel materialismo né si lascia vanificare nello spiritualismo. Non ci viene chiesto dunque di fare a meno delle tradizioni popolari, dei i rosari, le processioni, della via crucis, dei pellegrinaggi: ci viene chiesto di farne un occasione per ascoltare la Parola di Dio.

“Accogliete con docilità la parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza”(Gc 1, 21).

Non ti salvi con le tradizioni e i devozionismi, se il ti fermi a onorare Dio con le labbra, mentre il tuo cuore è lontano da lui. Ti salvi se accogli (hai piacere di far entrare dentro di te) con docilità (disposto a lasciarti guidare e ad obbedire) la parola che è stata piantata in te.

Cos’è questa parola? È il Vangelo di Cristo. Che significa che è stata piantata in noi? Significa che è come un seme buono, che se scende nel terreno buono fa frutti buoni. Quando è stata seminata questa parola? Adesso la stiamo seminando: quando ascoltiamo le letture della Messa; ma anche quando preghiamo il rosario e ci fermiamo a “contemplare” – ma veramente! – i misteri dell’infanzia di Gesù, della manifestazione, della passione, della risurrezione; anche quando nella “via crucis” ascoltiamo la Parola di Dio e preghiamo col cuore… In realtà tutte le nostre tradizioni religiose possono diventare un’occasione per ricevere la Parola di Dio. Ma se non lo diventano, non servono a niente: non ci salvano, sono un culto vano, sono precetti di uomini e non di Dio.

Teniamo dunque a mente la parola di Dio che abbiamo ascoltato. Giorno per giorno, in questa settimana, verifichiamo quante occasioni abbiamo di ascoltare la parola di Dio, e sforziamoci di metterla in pratica. E vedremo che la nostra vita cambierà. E anche per noi si realizzerà la profezia di Mosè:

Osserverete i comandi del Signore Dio vostro che io vi prescrivo e li metterete in pratica perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi diranno: «Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente». Infatti quale grande nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? E quale grande nazione ha leggi e norme giuste come è questa legislazione che io oggi vi propongo? (Dt 4, 6-8).

Gesù e i dodici

Nelle scorse domeniche abbiamo visto Gesù, in un luogo deserto sul Mare di Galilea, sfamare una folla immensa. Volevano prenderlo per farlo re. L’abbiamo ascoltato, nella sinagoga di Ca­farnao, rivolgere loro il discorso del Pane di Vita e abbiamo costatato che gran parte di quella folla rifiuta il discorso di Gesù. Esaminiamo ora, passo per passo, ciò che accade alla fine del discorso.

“Molti (= non pochi) dei discepoli di Gesù (= non degli estranei), dopo aver ascoltato dissero: Questa parola è dura” (Gv 6, 60)

È vero! E’ proprio una parola dura quella di Gesù. Tanti tentativi di ridurre la sua figura a quella di una specie di filosofo, un saggio, un grande maestro umano (come Socrate o Gandhi), tentativi tanto spesso ripetuti ai giorni nostri, ispirati dalla sapienza “della carne”, fanno naufragio proprio qui, quando Gesù dice: “Io sono il pane disceso dal cielo. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”.

Abbiamo visto, la scorsa settimana, che queste parole equivalgono a dire: Io sono la Sapienza incarnata, dovete nutrivi della mia parola, che è parola di vita eterna; equivalgono a dire: Io sono il vostro cibo, perché quel che io vi dico è la volontà del Padre. E sono parole che rimandano al sacramento dell’Eucaristia, in cui ci nutriamo di lui e veniamo assimilati a lui.

Molti discepoli si scandalizzano (v. 61): “Scandalo” è il sasso in cui si inciampa e si cade. Perché costoro si scandalizzano davanti al discorso del pane di vita? Perché le pretese di Gesù sembrano eccessive: è un uomo, come può essere la Sapienza di Dio? Un uomo può esprimere un’idea, un opinione, una convinzione, ma – in ultima analisi – è sempre una parola umana: Gesù invece si pone come Parola di Dio.

Ma ora chiediamoci: noi siamo del tutto immuni da questo scandalo? Noi, che partecipiamo all’Eucaristia, noi che frequentiamo la liturgia… siamo veramente certi di non scandalizzarci di Gesù? Vale la pena di chiedercelo.

Per rispondere, potremmo usare come test questa mezza pagina della Lettera agli Efesini(5,21-32), in cui san Paolo ci esorta alla sottomissione reciproca:

“Fratelli, nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri”.

L’obbedienza religiosa, l’obbedienza al vescovo, addirittura le mogli sottomesse ai mariti, i mariti chiamati a morire per le mogli come Cristo è morto per la Chiesa… Non è forse vero che questo ci scandalizza? Non è forse vero che in noi si eleva una protesta? Io dovrei sottomettermi?! E i miei diritti?! E le conquiste di emancipazione e di autonomia?! E la mia volontà?! E la mia dignità?!

La Parola di Dio ci scandalizza perché ragioniamo secondo la carne, non secondo lo Spirito. “Nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri”. La motivazione è il timore di Cristo, ossia il rispetto verso di lui, la paura di disgustarlo… Perché lui ci ha dato l’esempio della sottomissione spogliando se stesso e assumendo la condizione umana (Fil 2, 5-ss); perché è entrato in una famiglia umana in cui lui stava sottomesso ai genitori (Lc 2, 51) e Maria stava sottomessa a Giuseppe, perché nel Vangelo il più grande è colui che sta all’ultimo posto, non è colui che comanda, ma colui che obbedisce.

Certo, tutto ciò si può accettare solo se si crede:

«Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono» (Gv 6, 61-64),

Chi non ha fede non può vedere, senza scandalo, “il Figlio dell’uomo salire dov’era prima”, ossia non può contemplare l’esaltazione di Cristo che si compie nella croce e risurrezione; vedrà solo lo scandalo per eccellenza: la croce, l’obbedienza, la sottomissione.

Solo la fede fa superare lo scandalo, apre gli occhi alla Sapienza dello “Spirito” che dà la vita, non a quella della “carne”, che non giova a nulla. Prestiamo molta attenzione a questi discorsi, perché forse mai come oggi le nostre orecchie e i nostri occhi sono pieni di messaggi “della carne”, di una falsa sapienza che si scandalizza di Gesù e ci conduce alla rovina.

La carne è l’uomo chiuso in se stesso, che pretende di spiegare tutto riducendolo alle sue categorie umane limitate.

Lo Spirito è Dio che fa rinascere l’uomo mediante la fede e lo apre al mistero della salvezza. È il dono del Padre che consente di venire a Cristo:

«Nessuno può venire a me se non gli è concesso dal Padre mio» (v, 65)

Il Padre vuole dare a tutti lo Spirito, ma non tutti hanno la disponibilità e l’umiltà per accoglierlo. Tanto che “molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui”  (v. 66).

Qual è la reazione di Gesù? Gesù non fa sconti, non scende a compromessi. Si rivolge ai Dodici dicendo: «Volete andarvene anche voi?». (v. 67).

Anche qui dobbiamo fare attenzione: quante volte ci sentiamo tentati di “fare sconti” sul vangelo per essere graditi alla gente! Quanto è più facile ridurre Gesù a un maestro di sapienza umana, invece di affermare la sua divinità! Oppure ridurre i sacramenti a vuote cerimonie (soprattutto quando diventano scomodi, come la confessione o il matrimonio)! O anche attutire le esigenze della giustizia evangelica, magari lodandola a parole e poi negandola nei fatti… Ma Cristo non fa sconti: ricordiamocelo bene! “Volete andarvene anche voi?” Io non vi limito, ma nemmeno ammorbidisco il mio discorso “duro”.

La confessione di Simon Pietro è chiara:

«Signore…» (= Kyrie: è il termine con cui la versione greca della bibbia traduce il nome di Dio: Jahwè. Gesù non è un saggio di questo mondo, non è Socrate o Gandhi, è il Signore!) «… da chi andremo?», chi altri seguiremo? «Tu hai parole di vita eterna»…, le tue parole danno la vita eterna. «… e noi abbiamo creduto e conosciuto…», questa fede ci ha fatto conoscere «…che tu sei il Santo di Dio», la salvezza di Dio che è venuta per noi, il Pane vivo disceso dal cielo per la vita del mondo.

comunione

In queste domeniche stiamo riflettendo sul tema del pane di vita e abbiamo avuto modo di vedere più volte che questo pane è Gesù e Gesù è il Verbo di Dio, la Parola del Padre fatta carne, la Sapienza incarnata. Questo è il pane di vita! Mangiare il sacramento non avrebbe alcun senso se non ci nutrissimo della sua Parola.

Non a caso il Libro dei Proverbi (9, 1-6) ci mostra il banchetto della sapienza: “mangiare il pane” della sapienza, “bere il suo vino”, significa abbandonare l’inesperienza, andare dritti per la via dell’intelligenza… Insomma, significa apprendere le parole della sapienza.

Queste premesse sono necessarie per evitare di stabilire un corto circuito interpretativo che ci porti direttamente all’Eucaristia senza passare per la Parola. Tuttavia, dopo aver ascoltato la Parola è proprio all’Eucaristia che bisogna arrivare!

«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6, 54).

Secondo il vangelo di Giovanni, tutta la vita di Gesù apre la strada alla sua risurrezione; ricordiamoci che, prima di presentare il segno dei pani moltiplicati, l’evangelista ha avuto cura di precisare: «Era vicina la Pasqua» (6,4). Il pane del cielo promesso nel segno appartiene al mistero pasquale. Il pane è «la carne del Figlio dell’uomo» (6,53): chi se ne nutre si situa al di là della morte (6,51.54.58). Questo pane celeste è «la carne (data) per la vita del mondo » (6,51). L’Eucaristia appartiene al mistero della morte e della gloria di Gesù.

Nell’Eucaristia, dunque, incontriamo Cristo nel punto culminante della sua vita, cioè nel dono supremo di sé per la vita del mondo. Proprio per questo, mangiando il suo pane, possiamo unirci a lui in tutta la sua storia: comunichiamo con la grazia della sua infanzia, con la forza dei suoi miracoli, con la saggezza del suo insegnamento, con la sua pietà per i poveri, con l’amicizia per i suoi, con la sua passione, con la sua gloria, con il dono dello Spirito…

Ma attenzione: si tratta di un dono estremamente esigente! Cristo si dona totalmente, per amore; e questo richiede necessariamente la reciprocità, la nostra disponibilità a donarci altrettanto totalmente e per amore:

«Colui che mangia me vivrà per me» (6, 57).

Oggi si fa un gran parlare di chi può essere ammesso alla comunione, di chi ne è escluso, di quali siano le condizioni per un discernimento in merito… Il dibattito è complesso e non ho certo la pretesa di intervenirvi ora. Mi sembra comunque che questa pagina evangelica indichi un criterio molto chiaro: può mangiare Cristo solo chi è disposto a vivere “non più per se stesso, ma per colui che è morto e risorto per noi” (cf. Messale romano, Preghiera Eucaristica IV).

Vuoi sapere se puoi accostarti alla mensa del Signore? Chiediti anzitutto se se disposto a vivere per lui e non più per te stesso. La comunione eucaristica non è un diritto per nessuno: è un dono; e può essere accolto solo da chi è disposto ad entrare nella logica del dono.

L’Eucaristia – dice san Bernardo – è un pane che ha fame. Si realizza l’incorporazione plenaria a Cristo, la spiritualizzazione estrema, la risurrezione dei morti; già si annunzia la comunione escatologica, la totale presenza reciproca: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui » (Gv 6, 56).

Nella comunione eucaristica, Cristo si appropria di noi. Ma non come cose, come fa con il pane e il vino. Nei confronti degli elementi eucaristici, la sua parola è imperativa, «egli parla e tutto è fatto» (Sal 33, 9); lo Spirito impone loro la sua potenza. Nei nostri confronti, Cristo invita e attira anzitutto con la sua Parola. La sua Parola è offerta di comunione, ma comunione significa condivisione di pensieri e di sentimenti. Come possiamo essere in comunione con Lui se non lo ascoltiamo? E come possiamo dire che lo ascoltiamo se non lasciamo che la sua Parola sia il criterio (non uno dei criteri, ma il criterio) della nostra vita?

Se però ascoltiamo davvero, allora sì che entriamo con lui al banchetto delle nozze! Mangiare è, in questo caso, una parola del linguaggio dell’amore. Cristo ci assimila a sé lasciandosi mangiare da noi. L’amore è un mangiarsi l’un l’altro in un dono di sé reciproco. La promessa di un’unione totale può realizzarsi, poiché l’amore di cui Cristo e la Chiesa partecipano è lo Spirito Santo che è l’onnipotenza creatrice: un amore che, amando, crea l’unione che esso desidera.

 

Pane per vivere

Elia nel deserto

Persino i profeti possono andare in depressione. Il Primo libro dei Re (19, 4-8) ci racconta che Elia, mandato ad un popolo idolatra e testardo, perseguitato da un potere politico corrotto e violento, costretto alla fuga, a un certo punto non ce la faceva più: si inoltrò nel deserto per una giornata di cammino, andò a sedersi leopardianamente sotto una ginestra e, desideroso di morire, disse: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”.

Elia si percepisce inadeguato, la situazione lo getta nello sconforto, nella tristezza, a un filo dalla disperazione. Ma proprio allora, riceve un cibo che gli dà la forza di camminare per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio.

Quello che nella storia di Elia era solo un segno, per noi discepoli di Gesù è realtà: Gesù è il Pane disceso dal cielo; Gesù è il Pane della vita(Gv 6, 41-51).

Per capire il discorso del Pane di vita – come per capire l’intero vangelo di Giovanni – bisogna partire dal Prologo: il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutte le cose sono state create, il Verbo in cui tutto sussiste, il Verbo che sostiene ogni cosa… si è fatto carne. Ed ora si fa cibo. Gesù è il Pane, cioè il nostro nutrimento, principio di vita, di crescita, di energia.

La Parola si fa carne per salvarci e questa incarnazione non è solamente un atto po­sto a un determinato punto, all’inizio dell’esistenza terrena di Gesù; tutta la storia di Gesù è incarnazione della Parola, in tutta la sua vita Gesù è il pane del cielo, il nutrimento eterno che esce dalla bocca di Dio e si fa carne per noi. Ecco perché si insiste tanto sul fatto che questo pane è disceso dal cielo.

Nella Bibbia troviamo due o tre volte l’immagine di Dio che dà al profeta la sua parola come cibo. Dice il profeta Geremia:Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore(Ger 15, 16). Al profeta Ezechiele Dio tende un libro e gli dice: “Figlio dell’uomo, nutrisci il ventre e riempi le viscere con questo rotolo che ti porgo” (Ez 2, 9 – 3, 1); ritroviamo la stessa immagine nell’Apocalisse di Giovanni (10, 8-10).

C’è una differenza enorme – come nota P. Raniero Cantalamessa – tra il libro semplicemente letto e il libro mangiato. Nel primo caso il libro resta esterno, il rapporto con la Parola è mediato, distaccato; la Parola è passata solo attraverso gli occhi o il cervello dell’uomo. Nel secondo caso – il libro mangiato – la Parola si “incarna” nell’uomo, diventa “parola di carne”, parola viva ed efficace. Il rapporto tra il discepolo e la Parola è immediato e personale. C’è una sorta di misteriosa immedesimazione che fa pensare, appunto, al fatto dell’incarnazione. Il discepolo che “mangia” la Parola e l’accoglie nelle proprie “viscere”, come fece Maria, permette alla Parola di Dio di “incarnarsi” nuovamente e di “abitare in mezzo agli uomini”. La Parola mangiata è una parola “assimilata” dall’uomo, sebbene si tratti di una assimilazione passiva (come nel caso dell’Eucaristia), cioè di un “essere assimilato” dalla Parola, soggiogato e vinto da essa, che è il principio vitale più forte.

Evidenziamo i tempi delle affermazioni di Gesù: “Io sono il pane della vita” (presente);“Questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia” (presente); Io sono il pane vivo disceso dal cielo” (ancora presente). Tutto l’essere, l’agire e il parlare di Gesù sono la sua carne per la vita del mondo, sono pane per noi (cfr. 8,28; 14,24) e noi dobbiamo nutrirci di lui. Ma alla fine Gesù usa il tempo futuro: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

Tutta la vita terrena di Gesù è mistero del Verbo fatto carne e della carne fatta pane, fino al giorno in cui, nel più profondo della sua debolezza d’uomo, Gesù accetta, come non aveva potuto ancora fare mai, di dare la sua carne e versare il suo sangue per la vita del mondo. Nella Pasqua di Gesù il mistero dell’incarnazione del Verbo raggiunge il suo culmine: la carne donata, il sangue versato, sono accolti dal Padre, che, risuscitandolo, ricolma il Figlio di ogni pienezza, e noi da questa pienezza riceviamo grazia su grazia (1,16). Gesù è l’Agnello pasquale di Dio, santificato nello Spirito e traboccante di Spirito e perché, nella fede, gli uomini si nutrono di questo Agnello di Dio, di questo «Pane di Dio» (6,33), e diventano figli di Dio nella comunione del Figlio (cfr. 1,12).

Non a caso diciamo che l’Eucaristia è il centro della nostra fede. Il cristianesimo è tutto qui: noi riconosciamo, come Elia, di non essere migliori dei nostri padri, di non essere migliori degli altri, di essere incapaci d’amore… E Cristo ci riempie di sé, cosicché possiamo anche noi – come ha detto s. Paolo – camminare nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amati e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore.

È Cristo che compie il miracolo. Ma anche noi abbiamo un sacrificio da offrire. In questa Eucaristia, offriamo a Dio il riconoscimento della nostra povertà, della nostra debolezza, del nostro peccato. Umiliamoci davanti a Lui. E Lui trasformerà la nostra vita ad immagine della sua.

PesceRavenna

Il libro dell’Esodo (16, 2-15) racconta il prodigio della manna. Nel Deuteronomio (8, 1-3) si dice che Dio aveva condotto gli Israeliti nel deserto, dove il pane non c’è, affinché comprendessero che l’uomo non vive soltanto di pane, ma di quanto esce alla bocca di Dio.

Cosa significa questo per noi, che non camminiamo in un deserto senza pane ma in città in cui si trovano decine di tipi diversi di pane e di brioches, tutti acquistabili con la loro brava data di scadenza, cibo tanto abbondante che lo si butta via a cuor leggero?

Significa che dovremmo anzitutto renderci conto che, in realtà, ci sono solo due tipi di cibo.

C’è un cibo che non dura, che “scade”, ammuffisce, si secca… E’ certamente importante procurarsi questo tipo di pane e Gesù stesso lo moltiplica per darlo da mangiare alla folla. Però è un cibo “che perisce” e, come tale, può nutrire soltanto una vita che perisce, una vita destinata a guastarsi e a finire.

C’è poi un cibo che invece dura per sempre, non perisce ed ha il potere di nutrire la vita eternain noi. Qual è questo “cibo”? Il Deuteronomio dice che è la Parola di Dio. Il Vangelo di Giovanni dice che la Parola si è fatta carne e la sua carne è il nostro pane. Gesù ci dà il cibo che dura, egli stesso è il pane della vita.

E Gesù dice anche che dobbiamo darci da fare per questo cibo di vita eterna. In che modo?

Innanzitutto purificando le nostre intenzioni, a cominciare dall’intenzione che ci anima quando cerchiamo il Signore. Perché la nostra tentazione – come quella della folla – è sempre quella di servire a due padroni. Cerchiamo il Signore, sì, ma spesso da lui vogliamo ottenere solo “cibo che non dura”: comodità, sicurezza di vita, salute… Ora, come abbiamo visto, il Signore ci dà anche questo e non c’è nulla di sbagliato nel chiederlo (lo facciamo persino nella Preghiera Eucaristica!). Solo che questo è la manna data ai padri, sono i pani moltiplicati sull’altra sponda del lago… è cioè unsegno, che bisogna trascendere e, se necessario, lasciarsi dietro le spalle. Gesù stesso, nel deserto, ebbe fame, nel suo pellegrinaggio terreno, non aveva un sasso per poggiare il capo.

Purificare le nostre intenzioni, dunque. In latino si dice: respice finem, dobbiamo guardare al fine: se il nostro fine non è la vita eterna, saremo sempre dei “morti di fame”, anche se moriremo per indigestione.

E siccome, dalla sponda del tempo, la sponda dell’eterno è invisibile, dobbiamo guardare il Figlio dell’Uomo sul quale il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo. Dobbiamo tenere lo sguardo fisso su Gesù. Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo, perché la vita è Dio, perché nel Verbo di Dio è la vita e la vita è la luce degli uomini. Non c’è altro modo per avere la vita che riceverla da Cristo. Altrimenti c’è la morte. Ci allontaniamo da Dio e cadiamo nella morte. Solo Cristo può riportarci alla vita, perché ci porta Dio, perché è – lui, personalmente – la Parola di Dio.

Come lo stomaco di chi non ha pane è vuoto e non può compiere nessuna funzione, così i pensieridi chi non ha la Parola di Dio sono vani, vuoti (Ef 4, 17). Lo sperimentiamo ogni volta che ci allontaniamo dalla Parola e vogliamo fare e giudicare a modo nostro: i nostri pensieri diventano vani e vanificanti, nelle valutazioni professionali, politiche, familiari, personali… Quando invece impariamo a conoscere Cristo, davvero gli diamo ascolto e siamo istruiti in lui, la nostra mente ne viene rinnovata, la nostra volontà nutrita, il nostri affetti, i nostri sensi, la nostra carne si riempiono di lui. Allora si realizza il prodigio del pane della vita che è Gesù: Chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!

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Il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni è conosciuto per il discorso sul “Pane di vita”, la grande catechesi eucaristica di cui la moltiplicazione dei pani (vv. 1-15) costituisce l’introduzione narrativa. Ma un’introduzione non è una sezione di importanza minore, che possa essere letta frettolosamente; al contrario: è la porta d’ingresso e solo attraversandola attentamente potremo giungere laddove l’evangelista vuole condurci, cioè alla conoscenza di Gesù Pane di vita.

La narrazione ci mostra tre protagonisti: Gesù, i discepoli – rappresentati da Filippo e Andrea, ma anche dal ragazzo che offre i cinque pani e i tre pesci – e la folla. Quel che Gesù dice e fa, serve essenzialmente ai discepoli per capire chi è Gesù e cosa debbono attendersi da lui.

Prendiamo anzitutto in considerazione la grande folla che lo segue. Seguire Gesù per quei territori, con i mezzi del tempo, non era certamente una cosa semplice: la gente doveva camminare per decine di chilometri, doveva affrontare la fatica e la fame… C’era bisogno di una forte motivazione, di una fiducia eccezionale in lui. Che cosa li spinge? Giovanni ci dice che la folla lo seguiva perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Era cioè impressionata dalle guarigioni compiute da Gesù, le quali certo manifestavano la potenza di Dio: desideravano vedere i miracoli e magari di riceverne anch’essi. E – almeno per il momento – non rimangono delusi: Gesù sazia miracolosamente la loro fame, mandandoli in visibilio. Questi è davvero il profeta che viene nel mondo!Vogliono addirittura venire a prenderlo per farlo re. Certo, un uomo come lui, che si prende cura dei bisogni degli uomini, delle loro malattie, della loro fame… vale la pena di seguirlo!

Ma questo tipo di sequela è destinato a durare poco. Sicuramente, tra tutti i malati che c’erano al mondo, quelli guariti da Gesù non erano che una piccolissima minoranza; e davanti alla fame che attanaglia milioni di persone, le poche migliaia sfamate da Gesù non sono “statisticamente rilevanti”.

Se dunque il nostro impegno a seguire Gesù si fondasse unicamente sul fatto che lui si prende cura dei nostri bisogni, non resisterebbe alle prove della vita. I malati, anche se guariti, prima o poi si ammaleranno di nuovo e la fame, saziata oggi, si ripresenterà inevitabilmente nei giorni seguenti. Ogni morte, ogni carestia, ogni sciagura si ergerebbe come uno scandalo insormontabile che ci farebbe dubitare dell’esistenza di Dio, della sua bontà, della sua provvidenza. Per questo l’uomo moderno ha preso ad attendersi la guarigione e il cibo dallo sviluppo scientifico e tecnologico, non dai miracoli, e per questo pensa di poter fare a meno di Dio.

Il fatto è che non abbiamo ancora capito che i miracoli sono segni, sono come un dito che indica il cielo: è il cielo che bisogna guardare, non il dito. Se Gesù guarisce un malato, ridonandolo alla vita terrena, questo è il segno che egli è colui che dona la vita eterna, una vita che è più forte della morte. Se Gesù sazia la fame della folla dando loro pani e pesci da mangiare, questo è il segno che egli offre un cibo che nutre la vita eterna dentro di noi, un cibo che è farmaco d’immortalità e pegno di risurrezione.

E tuttavia i segni che Gesù compie non sono soltanto insegnamenti teorici, sono invece fatti reali: vere guarigioni, vero pane. Egli ci aiuta realmente a vivere su questa terra: se cerchiamo anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, ogni cosa ci sarà data in aggiunta (Mt 6, 33).

Gesù chiede a Filippo: Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?Si tratta di una provocazione rivolta al discepolo per dargli la consapevolezza del dono di Dio. E Dio dà agli uomini i sui doni, quando gli uomini imparano a fidarsi di Dio e non di se stessi.

Alle volte, pur seguendo Gesù, ci sentiamo scoraggiati davanti alle difficoltà della vita: come potrò affrontare questo lavoro, questa malattia, questo problema? In quei momenti dovremmo ricordarci le parole di Paolo: “«Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». (…) Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 7, 9.10). “Dio solo basta”, dice santa Teresa.

Ma c’è una condizione: dobbiamo restituire a Dio tutto ciò che possediamo, come il ragazzo che aveva i cinque pani d’orzo e due pesci, che Gesù accoglie dopo aver reso grazie, grazie perché tutto viene da Dio, tutto è suo dono.

Un utilitarista avrebbe detto: “Una persona sola può mangiare quel cibo e star bene per un paio di giorni, ma che cos’è questo per tanta gente?Allora lascia che quel povero ragazzo mangi il suo pane in pace”. Spesso capita anche a noi di pensarla così a proposito delle nostre cose: ne ho appena in misura sufficiente per me, non ho abbastanza per darne ad altri, ho diritto di tenermele per me. Certo, “in punta di diritto”, il ragionamento è ineccepibile. Ma così facendo rifiutiamo di essere noi stessi un segno che conduce a Cristo, rifiutiamo la “materia” a cui lo Spirito vuole dar forma. Al contrario, se diamo tutto ciò che abbiamo, il Signore fa il miracolo e il nostro poco sarà sovrabbondante anche per una vasta folla.

Nell’eucaristia noi offriamo piccole cose: un pezzo di pane, un po’ di vino… Gesù le prende dalle nostra mani e le trasforma nel suo corpo e sangue. Così, se offriamo tutto quel che abbiamo, il Signore moltiplica la nostra offerta e la rende segno efficace della vita eterna.

 

 

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Il profeta Geremia (23, 1-6) lancia una tremenda invettiva nei confronti dei “pastori che fanno perire e disperdono il gregge” del pascolo del Signore, che scacciano le pecore e non se ne preoccupano.
Chi sono questi pastori? Al tempo del profeta erano i capi del popolo, gli scribi e gli anziani; ma si tratta di figure che ritornano ad ogni generazione, più o meno numerose, nel popolo di Dio. Oggi le troviamo tra i vescovi e i preti, ma anche tra gli insegnanti, i genitori e chiunque abbia una responsabilità su altre persone. Quando il Signore ci affida una responsabilità di questo tipo, ci fa partecipi della sua cura per gli uomini: il Signore è il pastore del suo popolo, noi siamo il gregge del suo pascolo; avere responsabilità su una diocesi, su una parrocchia, su una classe di alunni, su un gruppo di lavoro, su una famiglia… significa partecipare all’azione pastorale del Signore. È un compito importante e bellissimo; è un onore meraviglioso che il Signore ci fa.
Purtroppo, però, questa responsabilità può essere gestita anche male e i pastori, anziché collaborare con il Signore per il bene delle sue pecorelle, possono essere coloro che fanno perire e disperdono il gregge. Perché accade ciò? Perché siamo vittime dell’egoisimo, del narcisismo e dell’egocentrismo.
L’egoisimo si annida nella nostra carne. È il risultato dei nostri desideri disordinati. È l’affetto che portiamo ai nostri comodi e al nostro tornaconto. La responsabilità pastorale richiede che siamo pronti a sacrificare il nostro vantaggio per il bene delle persone che ci sono affidate – e l’egoismo le si oppone.
All’egoismo si affianca, oggi più che mai, il narcisismo: la ricerca di se stessi, del proprio successo, dei “like” sulle nostre pagine social, dell’applauso del pubblico. È il grimaldello del mondo per scardinare ogni cura pastorale seria: così il pastore che pasce se stesso e usa il gregge come specchio della propria vanità.
Il risultato dell’accoppiata di egoismo e narcisismo è l’egocentrismo: una pastorale che ha al centro non le pecore ma il pastore; non il bene comune, ma il nostro protagonismo; non l’interesse delle persone a noi affidate (ripeto: siano esse i cristiani di una diocesi o di una parrocchia, gli allievi di una scuola, i dipendenti, i figli, il coniuge…) non il loro interesse, ma il nostro.
Con la sua fine ironia, il card. Giacomo Biffi scrisse una parafrasi della parabola del buon pastore “secondo il mondo”. Mentre il vero vangelo ci presenta un pastore che parte alla ricerca della pecorella smarrita e non si dà pace finché non l’abbia trovata (cf. Mt 18, 12-13), il vangelo che non esiste ma che il mondo vorrebbe dice: “Il Regno dei cieli è simile a un pastore che avendo cento pecore e avendone perdute novantanove, rimprovera l’ultima pecora per la sua scarsità di iniziativa, la caccia via e, chiuso l’ovile, se ne va all’osteria a discutere di pastorizia”.
Grazie a Dio, conosciamo l’insegnamento di Gesù. Conosciamo non solo le sue parole, ma anche i gesti concreti e gli esempi che ci ha lasciato. Vediamo Gesù prendersi cura paternamente della stanchezza dei suoi discepoli (cf. Mc 6, 30). Questi sono appena rientrati dalla missione, sono affaticatii, e tra tanta gente che va e viene non hanno neppure il tempo di mangiare. Gesù si fa carico di loro: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”. Come è bello quando chi ha la responsabilità di un certo lavoro non si preoccupa soltanto della produzione, ma anche dell’equilibrio, della pace, della serenità delle persone a lui affidate!
Ma, allo stesso tempo, Gesù ci insegna a non fare del nostro riposo un idolo: vedendo le folle che accorrono a lui, anche nel luogo deserto scelto per riposare, egli prova compassione, amore per quel “gregge senza pastore”; cosicché mette da parte le proprie legittime esigenze e si dedica alla gente che ha bisogno della sua parola.
Dovremmo renderci conto che noi siamo oggetto di questa tenera e premurosa cura pastorale di Gesù. Ciascuno di noi personalmente è importante davanti a lui. Per ciascuno di noi, Gesù ha compassione, sollecitudine, attenzione. Ebbene, il nostro dovere è di amarci gli uni gli altri come lui ha amato noi! Sant’Agostino l’ha esplicitato chiaramente: “Pascere il gregge del Signore deve essere un servizio d’amore – Sit amoris officium pascere dominicum gregem”.
Chiediamo al Signore che ci riempia della sua carità pastorale perché tutti – vescovi, preti, genitori, insegnanti, responsabili ad ogni livello – tutti ci impegniamo nella cura delle persone a noi affidate con la stessa carità con cui Cristo Signore si prende cura di noi.

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