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tomba vuota

La morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello.

In questi tempi abbiamo sentito paragonare spesso la nostra situazione a una guerra: combattiamo contro un nemico invisibile e mortale, il virus. Naturalmente coltiviamo la speranza che, con l’aiuto dei medici e con l’impegno di tutti, alla fine “ce la faremo”. Già. Molti alla fine potranno dire: “Ce l’abbiamo fatta” – e l’uscita da questa emergenza potrà essere chiamata una “risurrezione”: la ripresa delle attività, il ritorno alla vita sociale, la “normalità”…

E quelli che non ce l’hanno fatta e sono morti?

E poi, quando saremo tornati alla “normalità”, questo nostro “avercela fatta” che cosa sarà stato se non l’aver ottenuto un differimento, più o meno breve, della morte? Ogni carne – dice Isaia – è come l’erba e come il fiore del campo. Secca l’erba, appassisce il fiore (Is 40, 6-8).

Sembra che non si vada oltre questo orizzonte: l’uomo nasce e vive per morire; può sopravvivere al coronavirus, ma non può sopravvivere a se stesso.

Ed è proprio qui che risuona l’annuncio della risurrezione!

Venerdì Santo abbiamo contemplato la solidarietà di Gesù con la nostra morte: egli soffre con noi e muore con noi. Però se tutto si fermasse qui, potremmo forse avere una consolazione a livello emotivo, ma la morte resterebbe padrona del mondo. Il cerchio della morte è infrangibile per l’uomo. Ma non per Dio!

Per vincere la morte, Dio si è fatto uomo, ha preso una carne come la nostra. Ma non basta. Ha preso su di se la causa della morte: il peccato del mondo (il mio peccato, il tuo peccato) e l’ha preso fino alle sue estreme conseguenze. I nostri peccati lo hanno schiacciato, trafitto, calpestato: i nostri peccati lo hanno ucciso. Lui si è consegnato alla morte. La morte lo ha ingoiato. Ma ingoiando lui, la morte ha ingoiato la propria distruzione. Sì, perché Gesù Cristo ha distrutto il peccato inchiodandolo nella sua carne sulla croce e pertanto ha sconfitto la morte assumendola su di se e disintegrandola con la potenza della sua Risurrezione.

In questo modo Cristo ha aperto la strada per la vita a noi che eravamo sotto il potere della morte e del peccato: il Corpo risorto di Cristo – scrive Benedetto XVI – è “il luogo in cui gli uomini entrano nella comunione con Dio e tra loro e così possono vivere definitivamente nella pienezza della vita indistruttibile”.

Così Cristo fa sorgere nel tuo cuore il sole della speranza: la morte non è l’ultima parola: puoi perdere la tua vita per ritrovarla con lui. Non devi avere più paura che la tua vita finisca, perché con lui sei chiamato a vivere in eterno. Per questo puoi offrire la tua vita ai fratelli, puoi porgere l’altra guancia, puoi dare la vita per gli altri: risorgerai come il tuo Signore!

Ma non c’è solo una risurrezione del corpo; c’è anche una risurrezione del cuore. E se la risurrezione del corpo è dell’ultimo giorno, quella del cuore è di ogni giorno. E questa risurrezione dipende concretamente da noi, fin da ora.

Con la forza della Pasqua, affrontiamo la “fase 2” di questa emergenza con lo spirito rinnovato. Ora siamo chiusi nelle nostre case come Gesù nel sepolcro: quando ne usciremo non dovrà essere come per Lazzaro un ritorno alla vita di prima – che ci ricondurrà fatalmente alla morte di prima!

Togliete il lievito vecchio per essere pasta nuova (1Cor 5,7).

“Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio” (Col 3,1-4).

Affannarsi per le cose di quaggiù, puntare tutto su di esse, adesso appare assurdo per un motivo più forte di tutti: il mondo nuovo è già iniziato; con la risurrezione di Gesù si è aperta la porta del Regno; si può entrare già da ora, anzi, bisogna affrettarsi per non restare fuori. Tutto avviene ancora “di nascosto”, come nella notte:

Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio.

“Cercare le cose di lassù e non quelle della terra” non significa certo trascurare i propri doveri terreni (lavoro, studio, famiglia, impegno sociale); significa invece cercare queste cose da “risorti con Cristo”, come banchi di prova della verità della nostra fede e tappe per la costruzione del Regno di Dio.

 

 

 

Dov’è Dio?

Via Crucis

Davanti alla pandemia che sconvolge il mondo ci chiediamo: dov’è Dio? Perché la malattia? Perché la sofferenza? Perché la miseria? Perché la morte? Perché Dio, che è buono, permette tutto questo?

Il Venerdì Santo ci pone davanti alla sofferenza e alla malattia, nella tenebra luminosa della Croce di Cristo.

Il Dio che non poteva patire, ha assunto una natura passibile. Il Santo ha preso su di sé le conseguenze del peccato, cioè la sofferenza e la morte. Gesù si è addossato tutto il peso dell’orgoglio umano, della ribellione a Dio, della lussuria, dell’ipocrisia, dell’avarizia. Tutto il peso dell’ingiustizia, tutta la violenza, tutta la menzogna, tutto l’odio… Tutta la sofferenza dell’umanità. La Passione di Gesù è un dramma spaventoso, che san Paolo ci descrive così: “Dio ha condannato il peccato nella sua carne” (Rm 8,3).

In seguito al peccato, la grandezza di una creatura davanti a Dio sta nel portare su di sé, dello stesso peccato, il meno possibile di colpa e il massimo possibile di pena. In altre parole nell’essere “agnello”, cioè vittima, e nell’essere “immacolato”, cioè innocente. Non sta tanto nell’una o nell’altra cosa presa separatamente – cioè nell’innocenza o nella sofferenza – quanto nella sintesi delle due cose e nella compresenza di entrambe nella stessa persona. Il valore supremo è, dunque, la sofferenza degli innocenti. Al vertice di questa nuova scala di grandezza, sta solitario Gesù di Nazaret, colui che la Scrittura definisce, appunto, “l’Agnello senza macchia” (cf. 1 Pt 1,19). Egli infatti, senza aver commesso nessuna colpa, ha portato tutta la pena del peccato: Egli non commise peccato… ma portò i nostri peccati (1 Pt 2,22.24); colui che non aveva “conosciuto peccato”, Dio lo trattò da peccato (cf. 2 Cor 5, 21).

Siamo invitati a leggere la sofferenza attuale in questa chiave: in Cristo, la sofferenza è espiazione dei peccati, è invito alla conversione, è correzione.

Mi pare che questa pandemia ci invita a chiederci non tanto: “dov’è Dio?”, ma piuttosto: “dove abbiamo messo Dio?” – perché Dio sta dove lo mettiamo

Mi pare che questa pandemia ci invita a chiederci non tanto: “dov’è Dio?”, ma piuttosto: “dove abbiamo messo Dio?” – perché Dio sta dove lo mettiamo noi[i]. L’abbiamo messo da parte. Ci siamo messi a venerare altre divinità, come la ricchezza, il piacere, il successo… e vediamo che adesso crollano.

Ci siamo fatte delle leggi umane che sono in contrasto con quelle che Dio ci aveva dato e che sono scritte nel cuore di ogni essere umano. Abbiamo creduto di essere i padroni della natura a tutti i livelli, e ora vediamo che essa ci sfugge, incontrollabile. Siamo diventati insensibili persino davanti all’ecatombe di bambini sterminati nel seno materno prima ancora di nascere, ci siamo arrogati il diritto di scegliere chi deve vivere e chi deve morire. Ora comprendiamo che non siamo noi a scegliere.

Abbiamo sprecato quantità enormi di cibo. Abbiamo minato le basi della famiglia accettando forme alternative accampate come diritti civili. Abbiamo tagliato i fondi pubblici alla sanità e all’educazione, pensando di poter guadagnare di più in altri settori – ed ora paghiamo il conto, immediatamente sul piano della sanità e più profondamente su quello della cultura, che non è più capace di reggere davanti alle esigenze di una solidarietà, di una responsabilità, di una cura più profonde. Abbiamo respirato i virus della volgarità, la pornografia, la bestemmia, chiamandole “libertà di espressione”. Ci siamo sentiti immortali, onnipotenti, invincibili, allontanando il pensiero di Dio dalla vita di ogni giorno, dalle nostre famiglie, dalle nostre scelte, dalla politica e dall’economia.

Ora che siamo chiusi in casa e abbiamo più tempo di riflettere, pensiamo a quanto tempo abbiamo sottratto alla famiglia, ai nostri cari, alla poca attenzione date alle cose essenziali per dedicarci a quelle superflue. Ci rendiamo conto del valore della vita: il grande dono che Dio ci ha fatto e che ora vediamo in pericolo. Ora che siamo costretti a vivere una Settimana Santa senza i riti della liturgia, ci rendiamo conto di quanto siano importanti e di quanto ci manchino, ci rendiamo conto di quanto sia difficile attaccarsi al “significato” se mancano i segni sacramentali che lo trasmettono.

Dov’è Dio ora? È sulla croce, crocifisso con noi. È in tutti coloro che si sacrificano per curare i malati, per garantirci il cibo nei negozi, nei sacerdoti che celebrano la Messa a porte chiuse, in tutti i fedeli che continuano a credere e a intercedere per il mondo.

Non possiamo pensare che “tutto andrà bene” senza aver cambiato qualcosa nel nostro cuore. Dio sta alla porta del nostro cuore, ma sta a noi aprirgli la porta e farlo entrare. E allora risorgeremo.

[i] Riprendo qui delle riflessioni inviatemi da p. Carmelo Capizzi, rcj.

Confortami!

Christus patiens

Domenica delle Palme, nella prima lettura, leggiamo:

Il Signore mi ha dato una lingua da discepolo perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattino fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli (Is 50,4-7).

Come discepoli del Signore, noi abbiamo una parola da indirizzare al mondo sfiduciato, oppresso dal flagello di questa pandemia, una parola di conforto. Il Signore ci ha aperto l’orecchio perché noi la ascoltassimo e ci ha dato la lingua perché la pronunziassimo. Ma non è un compito leggero, perché la parola di conforto per lo sfiduciato porta con sé la persecuzione del profeta.

Cogliamo il paradosso: il profeta porta parole di conforto, ma deve presentare il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che gli strappano la barba, la faccia agli insulti e agli sputi. Con-sola facendosi solidale con-chi-è-solo: assume le nostre sofferenza; e con-forta facendosi solidale con chi è debole: noi partecipiamo della sua forza perché siamo consapevoli della sua vicinanza.

Guardiamo così la passione di Gesù. Isaia ce la presenta come un’istruzione, un insegnamento da apprendere, perché possa diventare una parola di conforto, di fiducia, di consolazione.

Questo mi fa venire in mente un verso della famosa preghiera Anima Christi di sant’Ignazio di Loyola, laddove dice:

Passione di Cristo, confortami!

Abbiamo bisogno di essere confortati, ossia di ricevere forza da qualcuno che stia con noi. Ne abbiamo bisogno perché siamo deboli, non solo fisicamente, ma anche moralmente e spiritualmente. L’accusatore gioca a farci sentire inadeguati per schiacciarci nella nostra debolezza. Così ci troviamo sfiduciati, ci sentiamo soli…

Ma non siamo soli! La Passione di Cristo ci conforta, ci consola, ci ridona fiducia.

La passione di Cristo ci conforta, anzitutto come dimostrazione dell’amore di Dio per noi. Quanto siamo preziosi se il Padre ha dato il suo Figlio unigenito per noi, cioè per me e per te! Quanto siamo preziosi se Gesù ci ha chiamato amici e ha dato la sua vita per noi, i suoi amici: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me!” (Gal 2, 20).

La passione di Cristo ci consola perché tutta la nostra debolezza, tutto il nostro peccato, è dentro la passione di Cristo. Ciò significa che la mia sofferenza è in Gesù e che Gesù è dentro ogni mia sofferenza: è solidale con me, proprio con ciò che più mi ripugna di me. Gesù sta lì, nascosto nelle mie piaghe; per questo il posso nascondermi nelle sue piaghe: egli non permette che io sia separato da lui!

La passione di Cristo ci ridona fiducia perché Gesù ha vinto sul peccato e sulla morte, perché la sua sofferenza si è mutata in gioia, perché le sue piaghe ora sono gloriose, perché è risorto. E con lui anche noi risorgeremo; in lui anche le nostre piaghe sono risanate, la nostra sofferenza si muta in gioia.

In questa settimana santa, chiediamo al Signore che ci faccia fare un’esperienza “da discepoli”, che ci faccia ascoltare e contemplare il mistero della passione, questo grande mistero di amore, e che possiamo trarne conforto noi e tutti gli sfiduciati che incontriamo.

Vieni fuori!

LazzaroIl Vangelo di oggi (Gv 11,1-45) ci presenta anzitutto un contesto di amore: Marta e Maria mandano a dire a Gesù: “Signore, ecco, colui che tu ami è malato”. L’evangelista nota: “Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro”. Nell’annunciare la morte di Lazzaro, Gesù lo chiama “il nostro amico”. Vedendo Gesù che ne piange la morte, i Giudei dicono:  “Guarda come lo amava!”.

Ma subito dopo c’è qualcuno che aggiunge: “Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?”. Eh, già! Che amore è quello che lascia morire  la persona amata?

È un interrogativo che non possiamo evitare in questi tempi di calamità, in cui ogni giorno il virus miete migliaia di vittime, in cui paesi e città intere piangono per la morte di tanti fratelli e sorelle. “Dov’è il tuo Dio?” (Sal 42,2). Forse è assente? Sembra questa la conclusione di Marta e Maria:  “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”.

Il nostro atteggiamento naturale ci fa muovere superficialmente su due dimensioni: da una parte la vita terrena, e dall’altra il suo contrario la morte. Non ci rendiamo conto che c’è una terza dimensione, che è quella della risurrezione e della vita eterna.

Se ci rendessimo conto di questo, potremmo capire le parole di Gesù anche davanti alla pandemia del nostro tempo:

“Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio”.

Le sofferenze umane, la malattia e la stessa morte terrena, non sono per la morte: sono perché sia manifestata la gloria di Dio, e la gloria di Dio è l’uomo vivente (sant’Ireneo). Vivente! Ma si può essere morti nella vita e si può essere vivi nella morte. Vivere nel peccato, nell’egoismo, nella disperazione… è forse “vivere”, superficialmente; ma in realtà è morte. E morire come tanti che in questi giorni danno la vita per il prossimo, è “morire” solo in superfice, ma in realtà è vivere davvero.

 Se vogliamo cominciare a capire che cos’è in realtà la vita, dobbiamo guardare a Gesù Cristo:

 Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?

Gesù non è solo “risorto”, non è solo uno che “ha risuscitato gli altri”: è la risurrezione! Non è solo “il vivente”, è la vita! La comunione con lui, solo la comunione con lui è vita: sia che moriamo, sia che viviamo (cf. Rm 14,8-9). Per salvare l’uomo dalla morte, Cristo scende nella terra di morte: “Rabbì – gli dicono i discepoli – poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?”. Gesù accetta la morte per amore. “Andiamo anche noi a morire con lui”, dice Tommaso, perché non c’è altro modo di amare, perché questo è l’unico modo per vivere davvero, perché chi crede in lui, anche se muore, vivrà.

C’è una condizione per avere questa vita: bisogna credere questo – e non è facile. Vincere il nostro atteggiamento naturale è come spingere un pallone sott’acqua: tende sempre a tornare a galla! Maria torna a dire “Se tu fossi stato qui…”, Marta fa notare che non è il caso di rimuovere la pietra…

Gesù corregge questo atteggiamento naturale, ma non lo condanna, anzi lo assume completamente per sollevarlo: piange, si commuove profondamente – e ci insegna a piangere con chi piange, perché Lui stesso piange con noi. Ma non ci lascia nel pianto: ci insegna ad alzare gli occhi al Padre, che gli dà sempre ascolto; ci dice:

Vieni fuori!

Vieni fuori dalla tua carnalità, che ti fa fermare alla superficie delle cose, che ti fa credere che è importante ciò che non vale nulla, che ti trascina qua e là come un fuscello al vento delle tue emozioni.

Vieni fuori!

Sei legato mani e piedi, hai il volto coperto da un sudario, ma sarai slegato e lasciato libero. Lo Spirito di Cristo, che è la risurrezione e la vita, abita in te (Rm 8,9-11). Anche tu sarai risuscitato, anche tu rivivrai. A cominciare da ora perché il tuo corpo è morto a causa del peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia.

Tutto è grazia

cieco nato

La lunga pagina del Vangelo che la liturgia ci propone oggi (Gv 9,1-41) presenta, oltre a Gesù, altri personaggi o gruppi di personaggi: i suoi discepoli, i farisei, i genitori del cieco e il cieco stesso.

Siamo a Gerusalemme. Ai bordi della strada, dove la gente va e viene, c’è un uomo seduto a mendicare: è cieco dalla nascita. La sofferenza di quell’uomo interroga i discepoli di Gesù, ma non sul piano della compassione e della solidarietà; non si pongono il problema di come aiutarlo: vogliono sapere di chi è la colpa:

Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?

Non siamo anche noi, talvolta, vittime di questa mentalità? Di fronte alla terribile epidemia di questi tempi, ad esempio, non viene spontaneo chiedersi di chi è la colpa? Non parlo delle colpe oggettive di chi non rispetta le norme ed espone gli altri al contagio – quelle ci sono e sono assai gravi! Sto parlando invece di quella mentalità magico-religiosa che si riferisce a “colpe” castigate dalla divinità. E anche di quella mentalità secolarizzata che si esprime nella “dietrologia” e dà la colpa ai poteri occulti, alle trame dei servizi segreti, ai disegni geopolitici, alle multinazionali… Entrambe le mentalità – quella magico-religiosa e quella dietrologico-secolarizzata – sono forme di cecità spirituale, ossia di mancanza di fede.

Gesù risponde:

Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio.

Tutto ciò che accade, accade perché siano manifestate in noi le opere di Dio; particolarmente ciò che ci mette in crisi, ci costringe a modificare i nostri schemi, rivela i nostri limiti e smonta le nostre presunzioni.

Noi non comprendiamo, non vediamo – e in questo non c’è peccato. Il peccato sta nella presunzione di vederci. Questa è la colpa dei farisei, ai quali Gesù dice:

Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: «Noi vediamo», il vostro peccato rimane.

I farisei sono attaccati ai loro pregiudizi: Gesù, facendo del fango nel giorno di sabato ha trasgredito i precetti della tradizione. Arrivano quindi a negare l’evidenza della guarigione pur di non mettere in discussione i loro schemi. E di fronte al fatto innegabile, reagiscono con la violenza, espellendo il cieco guarito dalla comunità.

Questa violenza fa presa persino sui genitori del cieco nato. La pressione sociale, il conformismo, tolgono loro il coraggio e la libertà di aprirsi alla luce di Cristo.

Paradossalmente, l’unico che ci vede è il cieco. Egli è il vero povero in spirito a cui appartiene il Regno dei Cieli (Mt 5,3). È cieco, e sa di esserlo. E sta lì perché anche noi riconosciamo la nostra cecità. Tutti siamo ciechi dalla nascita. I nostri occhi, più che finestre sul mondo, sono specchi che riflettano i nostri fantasmi, scambiati per verità. Il buio e la paura ci hanno chiuso gli occhi e ci fanno proiettare sulle palpebre i nostri timori[1].

Per questo Gesù si mescola col nostro fango, si sporca le mani con la nostra miseria. Bisogna lasciargli spalmare i fango sui nostri occhi e lavarci in lui – lasciare che Cristo rimuova la nostra cecità dall’interno e dall’esterno. Lasciare che Cristo doni nuovi criteri, una luce nuova, uno sguardo su cose mai viste.

Ciò che ci mette in crisi – come la tremenda epidemia che stiamo affrontando – ci rivela che siamo tutti ciechi: non conosciamo Dio, non comprendiamo il mondo. Ed è qui che la crisi si rivela come un’occasione di grazia (perché – come ripeteva santa Teresa di Lisieux – Tutto è grazia!). È l’occasione per accogliere l’opera di Dio, il “fango” che Gesù ci pone davanti agli occhi. “Siamo esortati a immergerci in lui, l’inviato del Padre, per ascoltare la sua parola. Chi l’ascolta, viene alla luce: la sua vera identità di uomo libero, con una nuova immagine di sé e degli altri, di Dio e della sua legge”[2]. Ed allora, invece di attribuire colpe agli uomini o a Dio, accoglieremo la verità del Dio che per amore si mescola col nostro fango, ci libera dalla rigidità dei nostri schemi, ci insegna la via della misericordia e sostiene la nostra responsabilità.

[1] Cf. S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Giovanni, vol. I, Milano 2002, p. 225.

[2] Ivi, p. 239.

La sete

samaritana

Nel Vangelo di oggi (Gv 4,5-42) tutti cercano qualcosa, tutti sono mossi da un qualche tipo di “sete” o di “fame”.

C’è una sete materiale, che cerca l’acqua da bere. È questa sete a spingere la Samaritana verso il pozzo di Giacobbe per attingere. C’è una fame materiale, che spinge i discepoli di Gesù ad andare in città a fare provvista di cibi…

Gesù anche, affaticato per il viaggio, nell’ora più calda del giorno, ha sete; anche questa è una sete materiale, ma ci fa pensare a un desiderio più profondo che, sulla croce, gli farà dire: “Ho sete” (Gv 19,28).

Gesù chiede da bere alla Samaritana. Sul piano materiale, la donna è in posizione di vantaggio: lei ha il mezzo per attingere, Gesù no. Per questo comincia ad obiettare: ci sono troppe barriere tra me te; tu sei giudeo, io sono samaritana, e non usiamo gli stessi recipienti perché ci accusiamo reciprocamente di essere impuri; inoltre tu sei un uomo e io sono una donna… e allora, che vuoi realmente? non è che ci stai provando con me? (Notiamo che questi pensieri sorgeranno – anche se non espressi – nella mente dei discepoli al loro ritorno).

In realtà – come dicevamo – la sete di Gesù è molto più profonda: le chiede acqua di pozzo, ma in realtà le chiede di chiedere un’acqua diversa, un’acqua viva, zampillante: il dono di Dio – cioè lo Spirito Santo, che appaga ogni desiderio e rimane in eterno. Gesù – dice sant’Agostino – aveva sete della sete di lei!

Sì, amici, Gesù ha sete della nostra sete! Noi siamo consapevoli di aver sete di tante cose, ma infondo abbiamo sete di una cosa sola: di felicità! Chi di noi non desidera essere felice? Tutti ci diamo da fare, corriamo a destra e a manca per fare, disfare, cercare, vedere… Ma perché? Per essere felici! E, magari, riusciamo anche ad intuire una verità: solo l’amore può appagare questa sete. Ma quale amore?

La Samaritana ha provato con l’amore umano, ma ha fallito: ha avuto cinque mariti ed ora ha un uomo che non è suo marito. Ha bevuto acque che – come l’acqua del pozzo – le fanno tornare la sete, non l’appagano. C’è bisogno di altro! Questa è un’acqua che estingue la sete solo provvisoriamente, spesso in modo ingannevole e illusorio. E in ogni caso verrà il momento in cui non se ne potrà più bere. Guai a puntare tutto su questo!

Gesù, invece, ci offre la sua acqua che placa ogni arsura e ogni bisogno del cuore dell’uomo: un amore che appaga totalmente. San Paolo ce l’ha detto: L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5,1-8). È questo amore che fa la nostra felicità piena.

Attenzione, però! La Samaritana capisce che Gesù la sta rimandando a Dio, ma i suoi pregiudizi di carattere religioso le fanno porre una domanda che è anch’essa materiale: è su questo monte o a Gerusalemme che dobbiamo amare Dio?

In una domenica come questa, nella quale non si può partecipare all’assemblea eucaristica, la risposta di Gesù è quanto mai attuale:

Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità.

Gli atti della religione – come la partecipazione alla Messa – i luoghi sacri – come le chiese – sono importanti, come il corpo è importante per la vita. Ma la vita è superiore al corpo. La condizione dolorosa di non poter partecipare materialmente all’assemblea eucaristica, non poter frequentare le chiese – quando la Provvidenza di Dio ce lo impedisce – ci richiede di recuperare la motivazione profonda dei nostri atti di religione: adorare Dio in spirito e verità.

Dio è spirito, dunque non è circoscritto da un luogo: anche la tua casa diventa così il luogo sacro in cui devi adorarlo. Cristo è la verità, dunque l’ascolto del suo Vangelo diventa il tuo modo concreto di adorarlo. E tutto questo è possibile perché hai ricevuto lo Spirito Santo, la sorgente di acqua viva che zampilla dentro di te per la vita eterna.

Dicevamo all’inizio che in questa pagina del Vangelo tutti cercano qualcosa. Persino Dio Padre cerca (come traduceva correttamente la CEI 1974):

I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca (zetei) tali adoratori.

Anche Gesù ha fame, ma il cibo di Gesù è fare ciò che il Padre chiede. Per questo viene a darci lo Spirito Santo, di cui noi abbiamo sete. Ha sete della nostra sete, perché ha fame della volontà del Padre. Rispondiamo a questa sete! Adoriamo Dio in Spirito e Verità! Diamo da bere a Gesù in tutte le situazioni che richiedono l’esercizio della misericordia corporale e spirituale (cf. Mt 25,31-46). Ed approfittiamo del tempo presente, di tutte le limitazioni penose che la Provvidenza ci chiama ad affrontare per crescere nella fede, nella speranza e nella carità.

trasfigurazione

La trasfigurazione di Gesù è uno sguardo su ciò che è invisibile agli occhi ma è più di ciò che gli occhi possono vedere; è uno sguardo oltre la faccia abusata delle cose, sulla realtà vera, sull’essenziale. Le cose sono quelle, ma si arriva al profondo di esse, cioè al Verbo di Dio.

San Paolo dice che “adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio” (1Cor 13,12): ecco, sul monte della trasfigurazione possiamo distoglierci per un attimo dallo specchio e contemplare la realtà.

Che, forse non è reale tutto il resto? Lo è, certamente. Ma è incomprensibile e confuso, come a chi guarda senza un fuoco. come a chi volesse capire un mosaico considerando le tessere separatamente.

La trasfigurazione è un mistero di luce, è un’epifania, una manifestazione che fa vedere il tutto in un unico sguardo. Tutta la Bibbia (Mosè ed Elia – la legge e i profeti), tutta la realtà (la materia e lo spirito – l’ombra e la luce), tutto Gesù Cristo (l’uomo e Dio – la croce e la risurrezione – l’umiliazione e la gloria): tutto appare in un unico quadro.

Se vuoi capire com’è fatta una valle, devi guardarla dalla cima del monte. Se vuoi capire il mondo, la storia e la vita, devi guardarla dal Tabor. È davvero bello per noi stare qui, come dice Pietro!

Ma a che cosa ti servirebbe aver capito la valle, se tu rimanessi sulla cima del monte? Bisogna ridiscendere!

Ogni giorno si deve salire sull’alto monte, se si vuole essere in grado di vivere nella valle: come fai ad affrontare il mondo, la storia, la vita, senza la luce di Cristo? Ed ogni giorno si deve discendere a valle perché si realizzi ciò che si è contemplato sul monte.

La sostanza delle cose è la creazione; la sostanza degli eventi è la provvidenza. Cristo è il senso di ogni cosa, anche di quelle che ci sconvolgono. Quindi tutto ha senso, anche ciò che non capiamo; quindi tutto è bene, anche ciò che ci ferisce e ci uccide, anche ciò che ci appare come male.

Male è la flagellazione, la corona di spine, la salita al Calvario, la crocifissione, la morte, la sepoltura… Ma tutto questo non è altro che il preludio della risurrezione.

Don Tonino Bello vide che in una chiesa della sua diocesi era stato posto un crocifisso che avrebbe poi dovuto essere spostato; accanto ad esso, il parroco aveva messo un cartello che diceva “Collocazione provvisoria”. Don Tonino raccomandò a quel parroco di lasciare il cartello sempre accanto al crocifisso, anche quando l’avesse spostato, perché la croce è sempre una “collocazione provvisoria”: la collocazione definitiva è la risurrezione!

Epidemie, guerre, terremoti, catastrofi ambientali… e poi, erosione dei valori, secolarizzazione, ateismo, corruzione… Tutto è grazia! Persino la disgrazia è grazia, per chi ha conosciuto Cristo. Se una volta hai visto la luce, puoi fidarti anche al buio.

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