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Quale speranza?

AscensioneProviamo a metterci nei panni dei discepoli. Gesù ha parlato loro per tre anni. Poi è morto ed è risorto. E per quaranta giorni continua a parlare loro. Di cosa? “Delle cose riguardanti il regno di Dio” (At 1,3). E i discepoli continuano ad equivocare, come se si trattasse di “ricostruire il regno per Israele” (v. 6). Il che i discepoli si aspettano è un regno terreno: autonomia politica, indipendenza economica, leggi sante, tribunali equi, benessere… Tutte cose buone e giuste! Ma tutte cose che sulla terra non si realizzano mai,  perché il “regno per Israele” – come lo chiamano i discepoli – cioè un regno degli uomini, porta sempre la tara dell’egoismo umano.

Siamo dunque condannati all’infelicità? No di certo! Siamo chiamati ad allargare gli orizzonti della nostra speranza. San Paolo ci dice che il contenuto della nostra speranza è duplice (Ef 1,18-19): “il tesoro di gloria racchiuso nell’eredità di Dio tra i santi” – cioè il Paradiso – e “la straordinaria grandezza della sua potenza” a nostro vantaggio. Noi non siamo fatti semplicemente per il benessere terreno: siamo fatti per il cielo! E Gesù ascende al cielo “per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria” (Prefazio).

Ci pensiamo qualche volta che siamo creati per la gloria? Oppure i nostri desideri si esauriscono nel comfort e nel divertimento – come quelli dei maiali che non guardano il cielo e si accontentano delle ghiande?

C’è bisogno che siano “illuminati gli occhi del nostro cuore” (Ef 1,18), perché il comfort si vede e si sente, ma la gloria dei santi quaggiù né si vede né si sente. E noi viviamo qui, in questo mondo in cui domina l’egoismo, in cui troneggia l’accusatore, in questo tempo di pandemia e di futura e certa crisi economica…

In realtà, fin dal tempo del primo annuncio del Vangelo, “il mistero dell’iniquità è in atto” (2Ts 2,7), ma è in atto anche la potenza vittoriosa di Dio. E noi siamo nel mezzo. Dobbiamo scegliere – come dice sant’Ignazio di Loyola – sotto quale bandiera schierarci. È una combattimento, ma Cristo ha già vinto “quando Dio lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al disopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione” (Ef 1,20-s).

Bisogna capire il linguaggio simbolico dell’evento dell’Ascensione (At 1,9-10)  essere elevato in alto significa ricevere il dominio; essere elevato in cielo significa dominare su tutto il mondo (Mt 28,18); essere nascosto dalla nube significa entrare nella dimensione di Dio: nella sua invisibilità, nella sua onnipotenza e nella sua onnipresenza: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (v. 20).

Cristo ha vinto: “Gli fu data una corona ed egli uscì vincitore per vincere ancora” (Ap 6,2). E noi siamo il suo corpo che è la Chiesa. Se il capo è vittorioso nella passione, anche noi in questa nostra passione “siamo più che vincitori” (Rm 8,36-s): camminiamo insieme a lui, che è il perfetto compimento di ogni cosa.

E allora comprendiamo che l’Ascensione è la festa della speranza perché è l’anticipazione del Paradiso: si realizza oggi ciò che si realizzerà alla fine. Cristo regna finché i nemici non siano posti tutti sotto i suoi piedi. “Nel tuo Figlio asceso al cielo – recita la Colletta – la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo nella gloria”.

Spirito Paraclito

In queste ultime settimane del Tempo pasquale, la liturgia ci prepara alla grande festa di Pentecoste. E lo fa attraverso il Vangelo di Giovanni.

Per rimanere il più possibile aderenti all’intenzione dell’evangelista, concentriamo la nostra attenzione sui due titoli dello Spirito Santo più cari a Giovanni: il Paraclito e lo Spirito di verità[*].

Il nome Paraclito ha diverse sfumature di significato: difensore, avvocato, consolatore… Ma tutte indicano un’azione a favore dei credenti. Durante la sua vita terrena Gesù stesso era il Consolatore: Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi – diceva – e io vi consolerò (Mt 11, 28). Promettendo il Consolatore è come se dicesse: “Andate a lui, voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed egli vi consolerà!”.

La cosa più importante, però, in questo momento, non è tanto di spiegare il significato del titolo di Consolatore, quanto di raccogliere l’invito di Cristo e di fare l’esperienza della consolazione dello Spirito Santo. Lo sfondo in cui ci è presentata l’azione del Paraclito è quello dello scontro con il mondo. Il mondo però non è solo  quello esterno a noi; è anche quello che opera dentro di noi, nelle tendenze cattive, nelle resistenze, nelle debolezze, nel peccato. Una massa tale di negatività che, a volte, sembra impossibile resistere ad essa.

Lo Spirito Santo svolge con noi il ruolo esattamente contrario a quello che svolge lo spirito del male. Lo stesso Giovanni che definisce lo Spirito Santo “il Difensore”, chiama Satana “l’Accusatore” (Ap 12, 10). Lo Spirito Santo difende i credenti e “intercede” per essi presso Dio ininterrottamente, con gemiti inesprimibili (cfr. Rm 8, 26 s); lo spirito del male accusa i credenti “davanti a Dio giorno e notte”. Egli accusa i credenti davanti a Dio e accusa Dio davanti ai credenti. Ma quanto è infinitamente più forte e vittorioso il difensore, rispetto all’accusatore! Con lui possiamo vincere ogni tentazione e trasformare la stessa tentazione in vittoria.

Come ci consola questo “consolatore perfetto”, come lo definisce un inno della liturgia? Egli è in se stesso la consolazione! Consola facendo risuonare nel cuore le parole che Gesù diceva ai suoi quando era con essi: Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo! (Gv 16, 33). Consola attestando al nostro spirito che siamo figli di Dio (cfr. Rm 8, 16). L’apostolo Paolo ha fatto l’esperienza di questa consolazione divina nelle tribolazioni, tanto da chiamare Dio Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione (2 Cor 1, 3 s). Tutta la Chiesa ha fatto, all’inizio, questa esperienza dello Spirito “consolatore”: Essa – è scritto  cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo (At 9, 31).

E veniamo all’altro titolo: “Spirito di verità”. Per comprenderlo bisogna sapere cosa indica “verità” nel Quarto Vangelo: al pari di “Spirito”, indica la realtà di Dio. Per questo, adorare Dio “in Spirito e verità” (Gv 4, 24) significa non adorarlo alla maniera umana, legata a luoghi e a modi umani, ma adorarlo nella sua stessa sfera, resa accessibile in Cristo e, dopo di lui, nello Spirito: adorare Dio per mezzo di Dio!

Lo Spirito Santo ci conduce ad un contatto sempre più intimo e profondo con la realtà di Dio, ci dà accesso alla vita stessa di Cristo. È il principio della nostra esperienza, non solo della nostra conoscenza, della realtà di Dio. È “la nostra comunione con Dio” (s. Ireneo), crea “l’intimità con Dio” (s. Basilio). Nello Spirito Santo noi entriamo in contatto diretto con Dio, cioè senza intermediari creati. Non conosciamo più Dio solo “per sentito dire”, ma “di persona”; non dal di fuori, ma dal di dentro.

Giovanni, al cap. 7 del suo vangelo, racconta che nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa delle Capanne, Gesù levatosi in piedi esclamò a gran voce: “Chi ha seta venga a me e beva chi crede in me”. E l’evangelista Giovanni commenta: Questo egli disse riferendosi allo Spirito (Gv 7, 37-39). Ciò significa che la condizione prima per ricevere lo Spirito Santo non sono i meriti e le virtù, ma è il desiderio, il bisogno vitale, la sete. La parola di Gesù fa eco a quella di Isaia: O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente (Is 55, 1).

Il problema pratico, circa lo Spirito Santo, sta proprio qui: abbiamo noi sete dello Spirito Santo, o abbiamo invece una inconfessata paura di lui? Noi intuiamo che lo Spirito Santo, se viene, non può lasciare tutto come trova nella nostra esistenza: potrebbe farci fare anche cose diverse che non siamo pronti ad accettare. Egli non ha mai lasciati tranquilli e riposati quelli sui quali è venuto. Quello che lo Spirito Santo tocca, lo Spirito Santo cambia! Così la nostra preghiera per avere lo Spirito Santo somiglia talvolta alla preghiera che Agostino rivolgeva a Dio prima della conversione: “Guariscimi, Signore, guariscimi… ma non subito!”. Vieni, Santo Spirito -siamo tentati di dire-, vieni… ma non subito; e soprattutto non toccare le mie abitudini, i miei interessi e il mio stile di vita!

Chiediamo dunque anzitutto allo Spirito Santo di toglierci la paura che abbiamo di lui. Diciamo: Vieni, vieni, Santo Spirito! Vieni ora, vieni come vuoi! Piega, scalda, risana, irriga, brucia, rinnova. Amen.

[*] In questa lettura seguo una traccia di p. Raniero Cantalamessa.

Gv14

La liturgia della parola, in queste domeniche, è un approfondimento del mistero della Pasqua, come uno scavo nello spessore di questo evento sconvolgente.

Certamente nella Pasqua c’è un elemento di distacco: Gesù passa da questo mondo al Padre. I discepoli nel cenacolo – come abbiamo ascoltato nel vangelo – non  sentono altro che questo distacco, e si turbano. Gesù li esorta ad avere fede, a credere:

Non sia turbato il vostro cuore, abbiate fede.

È ben più che la richiesta di un voto di fiducia[*]: la nostra fede vince il mondo (1Gv 5,4), perché ci unisce a Gesù che ha vinto il mondo (Gv 16,33).

Questa unione con Gesù è espressa con le parole:

 Vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi.

Certo, queste immagini ci fanno pensare al Paradiso, alla “casa del Padre” in cui “vi sono molte dimore”. Ma non solo! A partire dalla Pasqua, la “casa del Padre” è il corpo di Gesù risorto. Dovunque è Gesù risorto, lì è il Padre. “Se uno mi ama – dice Gesù qualche versetto più sotto – osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). E allora, se con la sua morte e resurrezione Gesù deve “prepararci un posto”, ciò significa che ci deve preparare all’unione con il Padre –  come dice sant’Agostino: “Gesù prepara le dimore preparando coloro che dovranno abitarvi”.

Siamo dunque chiamati ad abitare in Gesù risorto fin d’ora, ad entrare nella dimora del Padre che è Gesù presente qui ed ora! Egli è la via, la “porta” – come abbiamo ascoltato domenica scorsa – per entrare nella salvezza, perché egli stesso è la verità, l’unica rivelazione del Padre che ci rende capaci di conoscere la meta verso cui camminiamo, ed è la vita che vince sulla morte e libera da ogni turbamento.

Però per entrare in questa vittoria ci è richiesta la fede, ed il problema è che noi abbiamo sorta di diffidenza naturale nei confronti della fede, perché aver fede significa fidarsi. E noi abbiamo paura di fidarci. Anche per gli apostoli era così: Tommaso vorrebbe sapere dove se ne va Gesù, Filippo vorrebbe vedere il Padre… Sapere, vedere… Gesù, al tempo stesso, li spiazza e li incoraggia:

Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me… Non credi tu che io sono nel Padre e il Padre è in me?… Chi ha visto me, ha visto il Padre.

A questo punto, però, si pone per noi un problema diverso da quello degli apostoli: loro vedevano Gesù in carne ed ossa, noi non lo vediamo! Ma c’è vedere e vedere. Filippo ha visto Gesù tante volte, eppure non lo conosce; per lo meno, non lo conosce fino in fondo. Il fatto è che “non si vede bene che con il cuore; l’essenziale è invisibile agli occhi” (A. de Saint-Exupéry).

Noi vediamo Gesù? Sì, cari amici: col cuore lo vediamo attraverso i suoi sacramenti, a partire dal sacramento universale che è la Chiesa, grazie al sacramento del Battesimo che ci introduce nella “dimora del Padre” che è Cristo risorto, e massimamente nel sacramento dell’Eucaristia che è Cristo stesso, via verità e vita. E siamo persino privilegiati rispetto ai discepoli che avevano Gesù davanti agli occhi. Filippo lo conosce, ma non lo conosce. Dopo quell’ora si potrà dire ai discepoli: “Voi avete conosciuto il Padre” (1Gv 2,13), perché non è solo un vedere degli occhi, ma un conoscere del cuore fatto nuovo dallo Spirito Santo.

In questi giorni, il Popolo di Dio deve ancora fare a meno di questa mediazione sacramentale: la comunità non può riunirsi, l’Eucaristia non può essere ricevuta. Personalmente, credo che il Signore permetta questo per far nascere in noi la nostalgia dell’incontro, il desiderio della presenza. Tra qualche giorno speriamo di tornare a celebrare insieme il “mistero della fede”: come sarà bello ritrovarci in Cristo che ci rende partecipi del suo corpo e del suo sangue, aprendoci la dimora del Padre e facendoci pregustare il banchetto del cielo! Radichiamoci nella fede e pregustiamo fin d’ora questa conoscenza del cuore che ci renderà beati nella vita futura.

[*] Cf. R. Brown, Giovanni. Commento al vangelo spirituale, Assisi 1979, pp. 750-61.

La porta

Porta delle pecore

Il cap. 10 del Vangelo di Giovanni è noto come il discorso sul “buon pastore”. In realtà al v. 11 Gesù dice “Io sono il buon pastore”; ma nei primi 10 versetti dice un’altra cosa. Dice:

“Io sono la porta delle pecore”.

La Scrittura presenta Dio come Pastore. In quanto Dio, Gesù è il nostro pastore. L’attività di pascere il popolo (ossia di prendersi cura di ciascuno e dell’insieme, di fare uscire dalla schiavitù, nutrire nel corpo e nello spirito, far entrare nel Regno) è attività di Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo. Questa attività, poi, viene appropriata al Figlio, perché  Dio la esercita in Lui.

Ma in quanto uomo, Gesù è la porta. A cosa serve una porta? A due cose: a separare e a mettere in comunicazione. La porta sta in mezzo, consente di distanziarsi e di accedere; è “mediazione”:

L’unico mediatore tra Dio e gli uomini è l’uomo Cristo Gesù (1Tm 2,5); mediatore dell’alleanza nuova (Ebr 9,15). Egli è la porta. Chi pretende di avere accesso a Dio senza Cristo, rimane fuori dalla porta. Chi pretende entrare nel recinto delle pecore (ossia di indirizzarsi al popolo di Dio). passando non per la porta che è Gesù ma per un’altra parte, è un ladro e un brigante.

Ma non basta. Giacché Gesù è la porta che sta tra me e Dio, sta anche in mezzo tra me e il mondo, tra me e gli altri uomini, tra me e cose. Egli è la porta. Questo mi impedisce di entrare in rapporto diretto con le cose e con gli altri: Gesù sta in mezzo![*]

Si discute molto se i cristiani debbano essere “separati dal mondo” o se debbano essere “immersi nel mondo”: è un’alternativa sbagliata. Essere cristiani certamente significa tutte e due le cose. Siamo separati dal mondo – ossia: non viviamo secondo la mentalità del mondo – perché tra noi e il mondo c’è Cristo. La separazione non avviene perché seguiamo una qualche ideologia o dei valori: è il riconoscimento di un fatto compiuto, cioè che Cristo sta in mezzo. Ma Cristo è la porta e attraverso questa porta – non da un’altra parte! – noi usciamo verso il mondo per incontrarlo e rientriamo nell’ovile per presentarlo a Dio.

Cristo è il mediatore. “Noi non conosciamo più nessuno secondo la carne” (2 Cor 5, 16). Ossia non possiamo rapportarci più a nessuno con immediatezza, come se avessimo accesso diretto a quella persona o a quelle cose. Ogni rapporto è mediato da Cristo.

In questi giorni di confinamento dietro le porte delle nostre case, alcune famiglie e comunità si vive il disagio di un’intimità prolungata che viene percepita come soffocante e che a volte dà adito a risentimenti, rabbia e persino violenza. Dovremmo ricordarci più spesso che Cristo è la porta: tra genitori e figli, tra uomo e donna, tra fratelli o sorelle, tra singolo e comunità si pone Cristo, il mediatore. Per noi non c’è ormai altra via verso l’altro che non passi per Cristo: egli è la porta.

Dunque non solo il cammino verso Dio, ma anche il cammino verso quel dono di Dio che è l’altro insieme al quale vivo, passa attraverso Cristo, altrimenti è una falsa strada. Tutti i nostri tentativi di superare l’abisso che ci separa dall’altro uomo, l’insuperabile distanza, l’insuperabile diversità, l’insuperabile estraneità dell’altro uomo, ricorrendo a legami naturali o psicologici, sono destinati necessariamente al fallimento. Non esiste alcuna strada che conduca un essere umano all’altro essere. Neppure la più benevola immedesimazione, la più avveduta psicologia, la più naturale disponibilità riescono a raggiungere l’altro. Solo Cristo è la porta, solo attraverso di lui passa la via che conduce al prossimo. Perciò l’intercessione è la strada più promettente per raggiungere l’altro, e la preghiera comune in nome di Cristo è la più autentica comunione.

Non c’è autentico riconoscimento dei doni di Dio senza il riconoscimento del mediatore, per amore del quale soltanto essi ci sono dati. Non c’è autentico amore per il mondo, al di fuori di quello con cui Dio ha amato il mondo in Gesù Cristo. “Non amate il mondo né le cose del mondo” (l Gv 2,15). E però: “Dio ha tanto amato il mondo, da dare il Figlio unigenito perché tutti coloro che credono in lui non periscano, ma abbiano la vita eterna” (Gv 3,16).

Cristo Gesù, allora, l’unico mediatore, la porta delle pecore, costituisce l’unico fondamento di una comunione completamente nuova. Cristo è in mezzo tra me e l’altro. Divide e riunisce al tempo stesso. È esclusa ogni via immediata per raggiungere l’altro, ma attraverso Cristo, nella sua mediazione, la porta è aperta.

 

[*] Cf. D. Bonhöffer, Sequela.

Resta con noi!

Emmaus2

È il pomeriggio del primo giorno dopo il sabato. La luce del giorno si va consumando lenta­men­te. Due discepoli di Gesù lasciano Gerusalemme e vanno ad Emmaus: tutto è avvolto in una luce vespertina di amarezza.

Attenzione: non sono due persone qualsiasi, sono discepoli di Gesù, lo hanno riconosciuto come “profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo”. E conoscono bene i fatti: la crocifissione, la morte di Gesù, la sua sepoltura, la tomba vuota, l’annuncio della risurrezione… Ma non ostante questo sono immersi nella amarezza. Quando un ignoto viandante li interroga sul tema dei loro discorsi, si fermano – dice Luca – “col volto triste”.

I due sono talmente immersi nella discussione che riguarda Gesù, da non riconoscere Gesù! Sanno tutto, tranne l’essenziale. Conoscono persino l’annuncio della risurrezione; una cosa sola non sanno: che è vero! Sono tristi per la sorte del “profeta potente” – e tanti altri profeti hanno avuto un destino tragico!

“Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele”. Ma proprio adesso, il giorno di Pasqua, in cui la speranza si è compiuta, se ne vanno. Il punto è che la loro speranza era diversa – era una speranza terrena – e si aspettavano un percorso diverso, che non passasse per la sconfitta, un esito diverso… Anziché liberare Israele dai Romani, Gesù è stato consegnato ai Romani e crocifisso.

Il fatto che li sconvolge, a questo punto, è solo una tomba vuota. Qualcuno ha detto che “i fatti sono stupidi” (F. Nietzsche): è necessario interpretarli! L’ignoto viandante è l’interprete, svela il senso delle Scritture, perché mostra come le Scritture interpretano i fatti e i fatti consentono di interpretare le Scritture.

I due discepoli devono ristrutturare tutto il loro modo di vedere: non basta sapere le cose. Bisogna vedere che attese hai. Finché rimangono bloccati nelle loro attese, non possono accogliere la liberazione operata da Cristo.

E noi che attese abbiamo? Siamo discepoli di Gesù, ma che cosa ci aspettiamo da lui? Forse benessere, equilibrio psico-fisico, riconoscimento, apprezzamento…? La risurrezione ci costringe a saltare su un piano diverso.

I due di Emmaus, ai discorsi dell’ignoto viandante, si sentirono “ardere il cuore”: la loro mente comincia a sbloccarsi. Accade come a chi nasce e cresce in una prigione e pensa che il mondo sia tutto lì; poi viene un terremoto e sembra che il mondo crolli, invece crollano solo le pareti del carcere e, finalmente, il mondo vero appare!

Capite perché può accadere anche a noi come ai due di Emmaus, che restano fedeli nella passione, ma fuggono all’annuncio della risurrezione. La mente è bloccata nel carcere! Così può accadere che Gesù si avvicina, cammina con noi, ma i nostri occhi sono incapaci di riconoscerlo, sono “impediti” dalla nostra chiusura nell’orizzonte delle nostre attese limitate.

Ma nemmeno una catechesi biblica tenuta da Gesù in persona è sufficiente per aprire gli occhi. Certo, fa ardere il cuore; ma questo ardore deve suscitare l’invito: “Resta con noi!”. Se dal cuore non nasce questo invito, il Signore fa come se dovesse passare oltre. Gli occhi si aprono nel gesto sacramentale con cui Gesù spezza il pane alla loro mensa: nel gesto eucaristico. Gli uomini incontrano il Risorto in una Chiesa che vive questa Eucaristia: sacrificio al Padre e dono ai fratelli.

In questo periodo di reclusione, i fedeli non hanno potuto partecipare all’Eucaristia. Ma non hanno perso la compagnia di Gesù risorto. Egli si è affiancato a noi, ci ha parlato per mezzo delle Scritture, ce ne ha spiegato il senso, ha riscaldato i nostri cuori – perché sorgesse chiaro, forte, ardente il nostro invito: “Resta con noi, Signore!”; perché sorgesse il desiderio spezzare del Pane con lui. Noi tutti speriamo di poterci ritrovare presto intorno alla sua Mensa per rivivere questa esperienza. Ma finché questo non sarà possibile, approfittiamo del tempo presente per purificare le nostre attese, per superare i nostri blocchi mentali, per riaccendere il nostro desiderio – e allora la nostra celebrazione della Messa potrà essere davvero il riconoscimento del Signore Risorto che cammina con noi.

A porte chiuse

Tommaso

Il vangelo di oggi comincia col descrivere la situazione di lockdown dei discepoli. Le porte del cenacolo sono chiuse per paura. Eppure Gesù entra. Sta in mezzo. Dona la pace. Mostra i segni gloriosi della Passione. Suscita gioia. Dona lo Spirito della missione e del perdono dei peccati. Per questo soffia sui suoi discepoli, come il Creatore soffiò su Adamo e questi diventò un essere vivente, come lo Spirito dai quattro venti sulle ossa aride nella visione di Ezechiele (37,1-14).

Ora i discepoli hanno un messaggio dare:

Abbiamo visto il Signore!.

Eppure questo messaggio viene rifiutato. Tommaso rifiuta di accettare la testimonianza degli altri. Questo sorprendente! Gli “altri”, infatti, non sono pochi: dieci apostoli come lui, più le donne, più chissà forse altri… “Voi dite pure quello che vi pare, ma se io non vedo, non credo!”.

Rifiutarsi di credere significa accusare gli altri di dichiarare il falso – e per quale interesse? – oppure di follia. Ma Tommaso poteva realisticamente adottare uno di questi due punti di vista? Poteva dire: “Voi tutti mi state prendendo in giro”? Oppure: “Voi tutti vi siete fatti una canna, avete avuto un’allucinazione”? Non mi pare.

Quello di Tommaso mi sembra piuttosto un atteggiamento di dispetto, da uomo risentito e offeso: “E così – sembra dire agli altri – voi dovreste essere testimoni di un fatto a cui io dovrei prestare una fede di seconda mano? Ah, no! O appare anche a me, oppure non se ne fa niente!”. Tommaso pretende un’esperienza di prima mano. Se non crede è perché non vuole credere. La volontà di credere è tanto ingannevole quanto la volontà di non credere, perché la fede non è questione di volontà, ma di intelligenza: credere (o non credere) significa affermare (o negare) che un fatto è accaduto.

Il povero Tommaso, da una parte, appare persino saggio; dice infatti il Siracide (19,4): “Chi crede in fretta è di animo superficiale”. Dall’altra parte, però, risulta stolto perché Gesù aveva predetto la sua risurrezione, ma lui non crede; gli altri testimoniano di averlo incontrato, e lui non crede… Voi l’avete visto? Beati voi – sembra dire – ma questo che ha a che fare con me? Io crederò soltanto quando avrò visto.

Poi vede, sente e tocca il Risorto – e noi saremmo tentati di dire: “Beato lui!”. E invece:

Beati quelli che pur non avendo visto crederanno.

Certo, anche per Tommaso, non ostante abbia visto e toccato il risorto, è stata necessaria la fede. Quello che ha visto e toccato, infatti, era solo il corpo di un uomo, come poteva essere il corpo di Lazzaro venuto fuori dalla tomba. Ma nella sua professione di fede l’apostolo lo proclama

Mio Signore e mio Dio!

Gesù non è solo “il Signore” e “il vero Dio”: è il mio Signore e il mio Dio: con questo la fede è totale, perché l’intera esistenza è consegnata nelle sue mani. Ormai Tommaso non ha più una volontà che si oppone alla fede. La sua fede è autentica e sincera. Però ha avuto bisogno del segno concreto di vedere il Risorto.

Beati quelli che pur non avendo visto crederanno.

Questa è l’ultima beatitudine del Vangelo, la sola proclamata dopo la risurrezione. È una parola per noi, che crediamo senza averlo visto, fidandoci solo della parola di Dio.

Il Signore viene nella nostra solitudine, nelle nostre case e nelle nostre chiese che ora sono “a porte chiuse” come allora era il Cenacolo. Viene nella nostra reclusione. Non viene come un lampo che fugge via: viene per stare con noi. È lui la nostra pace. Lui che ci ha amati fino alla croce – e la sua passione si è volta in gloria.

Questo ci riempie di gioia, perché siamo amati, perché anche le nostre ferite diverranno gloriose.

Rinnovando il dono della pace, il Signore ci affida la sua stessa missione. È una missione che lascia piagati, ma le piaghe saranno gloriose.

tomba vuota

La morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello.

In questi tempi abbiamo sentito paragonare spesso la nostra situazione a una guerra: combattiamo contro un nemico invisibile e mortale, il virus. Naturalmente coltiviamo la speranza che, con l’aiuto dei medici e con l’impegno di tutti, alla fine “ce la faremo”. Già. Molti alla fine potranno dire: “Ce l’abbiamo fatta” – e l’uscita da questa emergenza potrà essere chiamata una “risurrezione”: la ripresa delle attività, il ritorno alla vita sociale, la “normalità”…

E quelli che non ce l’hanno fatta e sono morti?

E poi, quando saremo tornati alla “normalità”, questo nostro “avercela fatta” che cosa sarà stato se non l’aver ottenuto un differimento, più o meno breve, della morte? Ogni carne – dice Isaia – è come l’erba e come il fiore del campo. Secca l’erba, appassisce il fiore (Is 40, 6-8).

Sembra che non si vada oltre questo orizzonte: l’uomo nasce e vive per morire; può sopravvivere al coronavirus, ma non può sopravvivere a se stesso.

Ed è proprio qui che risuona l’annuncio della risurrezione!

Venerdì Santo abbiamo contemplato la solidarietà di Gesù con la nostra morte: egli soffre con noi e muore con noi. Però se tutto si fermasse qui, potremmo forse avere una consolazione a livello emotivo, ma la morte resterebbe padrona del mondo. Il cerchio della morte è infrangibile per l’uomo. Ma non per Dio!

Per vincere la morte, Dio si è fatto uomo, ha preso una carne come la nostra. Ma non basta. Ha preso su di se la causa della morte: il peccato del mondo (il mio peccato, il tuo peccato) e l’ha preso fino alle sue estreme conseguenze. I nostri peccati lo hanno schiacciato, trafitto, calpestato: i nostri peccati lo hanno ucciso. Lui si è consegnato alla morte. La morte lo ha ingoiato. Ma ingoiando lui, la morte ha ingoiato la propria distruzione. Sì, perché Gesù Cristo ha distrutto il peccato inchiodandolo nella sua carne sulla croce e pertanto ha sconfitto la morte assumendola su di se e disintegrandola con la potenza della sua Risurrezione.

In questo modo Cristo ha aperto la strada per la vita a noi che eravamo sotto il potere della morte e del peccato: il Corpo risorto di Cristo – scrive Benedetto XVI – è “il luogo in cui gli uomini entrano nella comunione con Dio e tra loro e così possono vivere definitivamente nella pienezza della vita indistruttibile”.

Così Cristo fa sorgere nel tuo cuore il sole della speranza: la morte non è l’ultima parola: puoi perdere la tua vita per ritrovarla con lui. Non devi avere più paura che la tua vita finisca, perché con lui sei chiamato a vivere in eterno. Per questo puoi offrire la tua vita ai fratelli, puoi porgere l’altra guancia, puoi dare la vita per gli altri: risorgerai come il tuo Signore!

Ma non c’è solo una risurrezione del corpo; c’è anche una risurrezione del cuore. E se la risurrezione del corpo è dell’ultimo giorno, quella del cuore è di ogni giorno. E questa risurrezione dipende concretamente da noi, fin da ora.

Con la forza della Pasqua, affrontiamo la “fase 2” di questa emergenza con lo spirito rinnovato. Ora siamo chiusi nelle nostre case come Gesù nel sepolcro: quando ne usciremo non dovrà essere come per Lazzaro un ritorno alla vita di prima – che ci ricondurrà fatalmente alla morte di prima!

Togliete il lievito vecchio per essere pasta nuova (1Cor 5,7).

“Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio” (Col 3,1-4).

Affannarsi per le cose di quaggiù, puntare tutto su di esse, adesso appare assurdo per un motivo più forte di tutti: il mondo nuovo è già iniziato; con la risurrezione di Gesù si è aperta la porta del Regno; si può entrare già da ora, anzi, bisogna affrettarsi per non restare fuori. Tutto avviene ancora “di nascosto”, come nella notte:

Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio.

“Cercare le cose di lassù e non quelle della terra” non significa certo trascurare i propri doveri terreni (lavoro, studio, famiglia, impegno sociale); significa invece cercare queste cose da “risorti con Cristo”, come banchi di prova della verità della nostra fede e tappe per la costruzione del Regno di Dio.

 

 

 

Dov’è Dio?

Via Crucis

Davanti alla pandemia che sconvolge il mondo ci chiediamo: dov’è Dio? Perché la malattia? Perché la sofferenza? Perché la miseria? Perché la morte? Perché Dio, che è buono, permette tutto questo?

Il Venerdì Santo ci pone davanti alla sofferenza e alla malattia, nella tenebra luminosa della Croce di Cristo.

Il Dio che non poteva patire, ha assunto una natura passibile. Il Santo ha preso su di sé le conseguenze del peccato, cioè la sofferenza e la morte. Gesù si è addossato tutto il peso dell’orgoglio umano, della ribellione a Dio, della lussuria, dell’ipocrisia, dell’avarizia. Tutto il peso dell’ingiustizia, tutta la violenza, tutta la menzogna, tutto l’odio… Tutta la sofferenza dell’umanità. La Passione di Gesù è un dramma spaventoso, che san Paolo ci descrive così: “Dio ha condannato il peccato nella sua carne” (Rm 8,3).

In seguito al peccato, la grandezza di una creatura davanti a Dio sta nel portare su di sé, dello stesso peccato, il meno possibile di colpa e il massimo possibile di pena. In altre parole nell’essere “agnello”, cioè vittima, e nell’essere “immacolato”, cioè innocente. Non sta tanto nell’una o nell’altra cosa presa separatamente – cioè nell’innocenza o nella sofferenza – quanto nella sintesi delle due cose e nella compresenza di entrambe nella stessa persona. Il valore supremo è, dunque, la sofferenza degli innocenti. Al vertice di questa nuova scala di grandezza, sta solitario Gesù di Nazaret, colui che la Scrittura definisce, appunto, “l’Agnello senza macchia” (cf. 1 Pt 1,19). Egli infatti, senza aver commesso nessuna colpa, ha portato tutta la pena del peccato: Egli non commise peccato… ma portò i nostri peccati (1 Pt 2,22.24); colui che non aveva “conosciuto peccato”, Dio lo trattò da peccato (cf. 2 Cor 5, 21).

Siamo invitati a leggere la sofferenza attuale in questa chiave: in Cristo, la sofferenza è espiazione dei peccati, è invito alla conversione, è correzione.

Mi pare che questa pandemia ci invita a chiederci non tanto: “dov’è Dio?”, ma piuttosto: “dove abbiamo messo Dio?” – perché Dio sta dove lo mettiamo

Mi pare che questa pandemia ci invita a chiederci non tanto: “dov’è Dio?”, ma piuttosto: “dove abbiamo messo Dio?” – perché Dio sta dove lo mettiamo noi[i]. L’abbiamo messo da parte. Ci siamo messi a venerare altre divinità, come la ricchezza, il piacere, il successo… e vediamo che adesso crollano.

Ci siamo fatte delle leggi umane che sono in contrasto con quelle che Dio ci aveva dato e che sono scritte nel cuore di ogni essere umano. Abbiamo creduto di essere i padroni della natura a tutti i livelli, e ora vediamo che essa ci sfugge, incontrollabile. Siamo diventati insensibili persino davanti all’ecatombe di bambini sterminati nel seno materno prima ancora di nascere, ci siamo arrogati il diritto di scegliere chi deve vivere e chi deve morire. Ora comprendiamo che non siamo noi a scegliere.

Abbiamo sprecato quantità enormi di cibo. Abbiamo minato le basi della famiglia accettando forme alternative accampate come diritti civili. Abbiamo tagliato i fondi pubblici alla sanità e all’educazione, pensando di poter guadagnare di più in altri settori – ed ora paghiamo il conto, immediatamente sul piano della sanità e più profondamente su quello della cultura, che non è più capace di reggere davanti alle esigenze di una solidarietà, di una responsabilità, di una cura più profonde. Abbiamo respirato i virus della volgarità, la pornografia, la bestemmia, chiamandole “libertà di espressione”. Ci siamo sentiti immortali, onnipotenti, invincibili, allontanando il pensiero di Dio dalla vita di ogni giorno, dalle nostre famiglie, dalle nostre scelte, dalla politica e dall’economia.

Ora che siamo chiusi in casa e abbiamo più tempo di riflettere, pensiamo a quanto tempo abbiamo sottratto alla famiglia, ai nostri cari, alla poca attenzione date alle cose essenziali per dedicarci a quelle superflue. Ci rendiamo conto del valore della vita: il grande dono che Dio ci ha fatto e che ora vediamo in pericolo. Ora che siamo costretti a vivere una Settimana Santa senza i riti della liturgia, ci rendiamo conto di quanto siano importanti e di quanto ci manchino, ci rendiamo conto di quanto sia difficile attaccarsi al “significato” se mancano i segni sacramentali che lo trasmettono.

Dov’è Dio ora? È sulla croce, crocifisso con noi. È in tutti coloro che si sacrificano per curare i malati, per garantirci il cibo nei negozi, nei sacerdoti che celebrano la Messa a porte chiuse, in tutti i fedeli che continuano a credere e a intercedere per il mondo.

Non possiamo pensare che “tutto andrà bene” senza aver cambiato qualcosa nel nostro cuore. Dio sta alla porta del nostro cuore, ma sta a noi aprirgli la porta e farlo entrare. E allora risorgeremo.

[i] Riprendo qui delle riflessioni inviatemi da p. Carmelo Capizzi, rcj.

Confortami!

Christus patiens

Domenica delle Palme, nella prima lettura, leggiamo:

Il Signore mi ha dato una lingua da discepolo perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattino fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli (Is 50,4-7).

Come discepoli del Signore, noi abbiamo una parola da indirizzare al mondo sfiduciato, oppresso dal flagello di questa pandemia, una parola di conforto. Il Signore ci ha aperto l’orecchio perché noi la ascoltassimo e ci ha dato la lingua perché la pronunziassimo. Ma non è un compito leggero, perché la parola di conforto per lo sfiduciato porta con sé la persecuzione del profeta.

Cogliamo il paradosso: il profeta porta parole di conforto, ma deve presentare il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che gli strappano la barba, la faccia agli insulti e agli sputi. Con-sola facendosi solidale con-chi-è-solo: assume le nostre sofferenza; e con-forta facendosi solidale con chi è debole: noi partecipiamo della sua forza perché siamo consapevoli della sua vicinanza.

Guardiamo così la passione di Gesù. Isaia ce la presenta come un’istruzione, un insegnamento da apprendere, perché possa diventare una parola di conforto, di fiducia, di consolazione.

Questo mi fa venire in mente un verso della famosa preghiera Anima Christi di sant’Ignazio di Loyola, laddove dice:

Passione di Cristo, confortami!

Abbiamo bisogno di essere confortati, ossia di ricevere forza da qualcuno che stia con noi. Ne abbiamo bisogno perché siamo deboli, non solo fisicamente, ma anche moralmente e spiritualmente. L’accusatore gioca a farci sentire inadeguati per schiacciarci nella nostra debolezza. Così ci troviamo sfiduciati, ci sentiamo soli…

Ma non siamo soli! La Passione di Cristo ci conforta, ci consola, ci ridona fiducia.

La passione di Cristo ci conforta, anzitutto come dimostrazione dell’amore di Dio per noi. Quanto siamo preziosi se il Padre ha dato il suo Figlio unigenito per noi, cioè per me e per te! Quanto siamo preziosi se Gesù ci ha chiamato amici e ha dato la sua vita per noi, i suoi amici: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me!” (Gal 2, 20).

La passione di Cristo ci consola perché tutta la nostra debolezza, tutto il nostro peccato, è dentro la passione di Cristo. Ciò significa che la mia sofferenza è in Gesù e che Gesù è dentro ogni mia sofferenza: è solidale con me, proprio con ciò che più mi ripugna di me. Gesù sta lì, nascosto nelle mie piaghe; per questo il posso nascondermi nelle sue piaghe: egli non permette che io sia separato da lui!

La passione di Cristo ci ridona fiducia perché Gesù ha vinto sul peccato e sulla morte, perché la sua sofferenza si è mutata in gioia, perché le sue piaghe ora sono gloriose, perché è risorto. E con lui anche noi risorgeremo; in lui anche le nostre piaghe sono risanate, la nostra sofferenza si muta in gioia.

In questa settimana santa, chiediamo al Signore che ci faccia fare un’esperienza “da discepoli”, che ci faccia ascoltare e contemplare il mistero della passione, questo grande mistero di amore, e che possiamo trarne conforto noi e tutti gli sfiduciati che incontriamo.

Vieni fuori!

LazzaroIl Vangelo di oggi (Gv 11,1-45) ci presenta anzitutto un contesto di amore: Marta e Maria mandano a dire a Gesù: “Signore, ecco, colui che tu ami è malato”. L’evangelista nota: “Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro”. Nell’annunciare la morte di Lazzaro, Gesù lo chiama “il nostro amico”. Vedendo Gesù che ne piange la morte, i Giudei dicono:  “Guarda come lo amava!”.

Ma subito dopo c’è qualcuno che aggiunge: “Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?”. Eh, già! Che amore è quello che lascia morire  la persona amata?

È un interrogativo che non possiamo evitare in questi tempi di calamità, in cui ogni giorno il virus miete migliaia di vittime, in cui paesi e città intere piangono per la morte di tanti fratelli e sorelle. “Dov’è il tuo Dio?” (Sal 42,2). Forse è assente? Sembra questa la conclusione di Marta e Maria:  “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”.

Il nostro atteggiamento naturale ci fa muovere superficialmente su due dimensioni: da una parte la vita terrena, e dall’altra il suo contrario la morte. Non ci rendiamo conto che c’è una terza dimensione, che è quella della risurrezione e della vita eterna.

Se ci rendessimo conto di questo, potremmo capire le parole di Gesù anche davanti alla pandemia del nostro tempo:

“Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio”.

Le sofferenze umane, la malattia e la stessa morte terrena, non sono per la morte: sono perché sia manifestata la gloria di Dio, e la gloria di Dio è l’uomo vivente (sant’Ireneo). Vivente! Ma si può essere morti nella vita e si può essere vivi nella morte. Vivere nel peccato, nell’egoismo, nella disperazione… è forse “vivere”, superficialmente; ma in realtà è morte. E morire come tanti che in questi giorni danno la vita per il prossimo, è “morire” solo in superfice, ma in realtà è vivere davvero.

 Se vogliamo cominciare a capire che cos’è in realtà la vita, dobbiamo guardare a Gesù Cristo:

 Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?

Gesù non è solo “risorto”, non è solo uno che “ha risuscitato gli altri”: è la risurrezione! Non è solo “il vivente”, è la vita! La comunione con lui, solo la comunione con lui è vita: sia che moriamo, sia che viviamo (cf. Rm 14,8-9). Per salvare l’uomo dalla morte, Cristo scende nella terra di morte: “Rabbì – gli dicono i discepoli – poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?”. Gesù accetta la morte per amore. “Andiamo anche noi a morire con lui”, dice Tommaso, perché non c’è altro modo di amare, perché questo è l’unico modo per vivere davvero, perché chi crede in lui, anche se muore, vivrà.

C’è una condizione per avere questa vita: bisogna credere questo – e non è facile. Vincere il nostro atteggiamento naturale è come spingere un pallone sott’acqua: tende sempre a tornare a galla! Maria torna a dire “Se tu fossi stato qui…”, Marta fa notare che non è il caso di rimuovere la pietra…

Gesù corregge questo atteggiamento naturale, ma non lo condanna, anzi lo assume completamente per sollevarlo: piange, si commuove profondamente – e ci insegna a piangere con chi piange, perché Lui stesso piange con noi. Ma non ci lascia nel pianto: ci insegna ad alzare gli occhi al Padre, che gli dà sempre ascolto; ci dice:

Vieni fuori!

Vieni fuori dalla tua carnalità, che ti fa fermare alla superficie delle cose, che ti fa credere che è importante ciò che non vale nulla, che ti trascina qua e là come un fuscello al vento delle tue emozioni.

Vieni fuori!

Sei legato mani e piedi, hai il volto coperto da un sudario, ma sarai slegato e lasciato libero. Lo Spirito di Cristo, che è la risurrezione e la vita, abita in te (Rm 8,9-11). Anche tu sarai risuscitato, anche tu rivivrai. A cominciare da ora perché il tuo corpo è morto a causa del peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia.

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