Feeds:
Articoli
Commenti

GiovanniBattista

Perché la Chiesa vuole che noi celebriamo con tanta solennità la figura e l’opera di Giovanni il Battista, al punto da consacrargli ben due giorni dell’anno liturgico, quello della sua nascita (24 giugno) e quello del suo martirio  (29 agosto), al punto che la celebrazione della nascita di san Giovanni ha la prevalenza persino sulla liturgia domenicale? Chi è Giovanni il Battista?

Per testimonianza di Gesù, Giovanni è un profeta senza pari; anzi, più che un profeta. È il messaggero che precede il Signore, secondo la profezia di Mal 3, 1: “Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, per prepararti la via”. È il testimone, che ha visto la verità di Cristo e la attesta.

Giovanni inaugura il vangelo. Sant’Agostino dice che Giovanni sembra posto come un confine fra l’Antico e il Nuovo testamento. “Fino a lui furono la legge e i profeti – dichiara Gesù in persona – da allora il Regno di Dio è annunziato” (Lc 16, 16).

Giovanni ci viene mostrato dall’ultimo versetto del Vangelo di oggi come un uomo vissuto nel deserto, fino al giorno della sua manifestazione.

Quando questo giorno arriva, Giovanni appare come un maestro circondato da discepoli, cui insegna a digiunare ed a pregare. La sua voce potente scuote la Giudea; egli predica una conversione, il cui segno è un’immersione rituale nell’acqua, accompagnata dalla confessione dei peccati, ma che esige uno sforzo di rinnovamento della vita: praticare la giustizia.

Per il suo zelo, Giovanni appare come il nuovo Elia atteso, che deve preparare il popolo alla venuta del Messia. Ma gli scribi, i farisei e i capi del popolo non vogliono riconoscerlo. Il suo zelo lo porta a denunciare l’adulterio di Erode e si attira così la prigione e quindi la morte: il suo martirio annuncia e prefigura la passione di Gesù.

Bene; e tutto questo che rilevanza ha per noi, che veniamo dopo Gesù? Qual è per noi l’insegnamento di uno che è venuto prima? L’angelo Gabriele, annunciando la nascita del Battista a suo padre Zaccaria, disse – misteriosamente – che il compito di Giovanni sarebbe stato quello di “Ricondurre il cuore dei padri verso i figli”. È vero che noi “veniamo dopo” Gesù, ma in realtà veniamo anche prima: anche noi siamo messaggeri che il Signore manda davanti a sé per preparargli la via nel cuore degli altri, soprattutto dei “figli”, cioè delle nuove generazioni. Come dobbiamo svolgere questo compito? Seguiamo l’esempio di Giovanni:

La testimonianza di Giovanni con­siste innanzi tutto nel vivere in modo alternativo, eccentrico. Se un padre (o una madre), naturale o spirituale che sia, non è alternativo, non genera, lascia che sia il mondo a fare da padre!

Poi la testimonianza di Giovanni consiste nel proclamarsi semplice precursore. Di fatto la folla si chiede se egli non sia il Messia; ad una in­chiesta ufficiale, il Battista risponde di non essere degno di sciogliere i sandali di colui che egli precede e che «era prima di lui». Colui «che viene», e che battezzerà nello Spirito e nel fuoco, è Gesù. Un padre (o una madre) genera davvero i suoi figli alla vita solo se si pone come semplice precursore, e non come salvatore!

Poi ancora nell’essere aperto all’imprevedibilità di Cristo: proclamandolo “agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”, Giovanni non prevedeva il modo in cui l’avrebbe tolto, come non comprendeva il motivo per cui Cristo aveva voluto essere battezzato da lui. Per togliere il peccato, Gesù avrebbe dovuto ricevere un battesimo di cui quello di Giovanni non era che la fi­gura, il battesimo della sua passione; in tal modo avrebbe compiuto ogni giustizia, non ster­minando i peccatori (come, nella mentalità di Giovanni sarebbe stato logico), ma giustificando la moltitudine di cui avrebbe portato i peccati. Ancor prima della pas­sione, il comportamento di Gesù stupisce Giovanni ed i suoi discepoli che attendevano un giustiziere; Cristo ricorda loro le pro­fezie della salvezza che egli realizza e li invita a non scandalizzarsi. Un padre (o una madre) deve essere capace di cogliere l’imprevedibilità di Cristo nella vita dei suoi figli e di assecondarla, disponibile a rimuovere i propri schemi e la propria ideologia!

Infine, vero amico dello sposo e ricolmo di gioia per la sua venuta, Giovanni si è eclis­sato dinanzi a lui e, con le sue pa­role, ha invitato i suoi stessi discepoli a seguirlo. Un padre (o una madre) genera davvero i suoi figli se sa eclissarsi, se al momento opportuno li sa lasciare soli con Gesù e gioisce perché Lui è il vero sposo, Lui deve crescere e noi diminuire.

 

Semina

Genitori, sacerdoti, insegnanti, catechisti… Quante volte ci capita di perdere la speranza in quel che facciamo?

Ci affanniamo ad educare con le parole e con l’esempio, ci impegniamo ad insegnare con studio e fatica, organizziamo, predichiamo, accompagniamo… Ma i nostri sforzi sembrano cadere nel vuoto. Tanti figli si perdono, la maggior parte dei giovani si allontana dalla Chiesa, molti nostri allievi sembrano refrattari ad ogni insegnamento… I frutti del nostro lavoro non si vedono o sono scarsi: piccoli numeri, gruppetti sparuti di fedeli, spesso deboli e inadeguati… E siccome  viviamo in una “società manageriale”, al momento dei nostri bilanci consuntivi ci troviamo privi di frutti e ci sentiamo dei falliti.

C’è poi una dimensione ancor più profonda di questo senso di fallimento, ed è quella che riscontriamo nei confronti di noi stessi. Sinceramente impegnati nel cammino spirituale, ascoltiamo e meditiamo la Parola di Dio, preghiamo, riceviamo con frequenza i sacramenti, ci impegniamo a vivere la carità… Eppure, quando andiamo a verificare il nostro livello di crescita, ci troviamo sempre mancanti, difettosi, mediocri. E perdiamo la speranza.

Le due parabole di Mc 4,26-34 vengono incontro a questi nostri sentimenti, così comuni, per correggerli e riequilibrarli.

Genitore, sacerdote, insegnante, catechista… se sei al servizio del Regno di Dio, il tuo compito è di seminare il Vangelo, come lo ha seminato Gesù, “con fatti e parole intimamente connessi” (cf. DV 2). Sei responsabile di questa semina, sei tenuto a farla al meglio delle tue possibilità. La semina è un lavoro che costa lacrime e sangue: “Nell’andare, se ne va piangendo portando la semente da gettare” (Sal 126, 6).

Ma, una volta seminato, non c’è più niente da fare: bisogna solo pazientare.

Se il contadino, dopo aver seminato, decidesse passare in veglia le sue notti, pensando di accompagnare in questo modo la crescita della messe, non farebbe altro che rovinare la propria salute e la messe seguirebbe comunque il corso prestabilito. Se – peggio – il contadino volesse rendersi conto del processo di germinazione e di sviluppo ed andasse a rovistare nella terra per vedere ciò che accade, comprometterebbe gravemente il raccolto. Così noi: dobbiamo seminare al meglio delle nostre possibilità, e poi dobbiamo lasciare fare a Dio ed attendere fiduciosi: “Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge” (Gc 5, 7).

Se i frutti che raccogliamo sono scarsi, se i numeri si assottigliano, se ci ritroviamo in pochi, ricordiamoci che il Signore può fare un grande albero con un piccolo ramoscello, umilia l’albero alto e innalza l’albero basso, fa seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco (cf. Ez 17, 24). Uno sparuto gruppetto di pescatori e povere donne della Galilea ha portato il Vangelo fino ai confini del mondo.

Questo, lo ripeto, vale per l’impegno educativo familiare, per la vita sociale e professionale, per la cura pastorale, e per il cammino spirituale personale. Dobbiamo coltivare la virtù della speranza, sperando – come Abramo – “contro ogni speranza” (Rm 4, 18). Attendere fiduciosi anche quando non si vede niente, anche quando tutto sembra smentire le nostre attese, anche quando diciamo con Geremia: “Aspettavamo la pace, ma non c’è alcun bene, il tempo della guarigione, ed ecco il terrore” (Ger 14, 19). Attendere fiduciosi perché ciò che abbiamo seminato non è una teoria o una morale umana: è la Parola di Dio “viva ed efficace” (Eb 4, 12) ed è in essa, non certo nelle nostre capacità, che abbiamo fiducia.

[Una riflessione alternativa sul vangelo di oggi si trova in https://aldovendemiati.blog/2012/06/19/fino-a-quando/ ]

Com’è facile ingannarsi, e com’è pericoloso!

Dal racconto di Gen 3, 9-15 vediamo come sin dall’inizio l’umanità sia stata vittima dell’inganno demoniaco, che fa apparire desiderabile il male e cattivo il bene. Il demonio vive di inganno e diffonde inganni intorno a sé. Il combattimento spirituale si gioca intorno a questa inimicizia tra la stirpe del serpente e la stirpe della donna: “Questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”. La testa del serpente è la sua astuzia: è la più astuta di tutte le bestie. Il calcagno dell’uomo è la sua debolezza, sulla quale il demonio fa leva per condurci nell’inganno. Ma proprio questa debolezza, se si sottomette a Dio, può diventare l’arma della vittoria che schiaccia la testa del serpente.

In Mt 3, 20-35 abbiamo due esempi di questo combattimento: in uno vince il serpente, nell’altro vince la stirpe della donna.

Il serpente vince sugli scribi venuti da Gerusalemme, che accusano Gesù di essere posseduto dal diavolo. Il calcagno, la debolezza di questi scribi è l’invidia: non possono negare l’evidenza, ossia che Gesù scaccia i demoni, e allora attribuiscono il suo potere al diavolo. Cadono pertanto nella più grande contraddizione, perché anche un bambino capisce che Satana non può scacciare Satana: basterebbe ragionare per rendersi conto dell’assurdità della loro posizione; ma l’invidia acceca la loro mente. Avrebbero tutti gli strumenti per capire che Gesù può entrare nella tana del demonio e liberare coloro che ne sono prigionieri perché ha lottato contro di lui e lo ha vinto. Il loro è un peccato imperdonabile, un peccato contro lo Spirito Santo, perché conoscono la verità e la negano. La loro è una debolezza che si riveste di violenza e ne rimane avvelenata.

Ma veniamo all’altro combattimento. Qui il serpente prova ad ingannare i parenti di Gesù, i quali temono che Gesù sia impazzito: dicevano infatti: “È fuori di sé”. Il loro calcagno, la debolezza sulla quale il tentatore fa leva, non è un sentimento cattivo, ma piuttosto un sentimento buono fuori luogo: sono preoccupati per Gesù, vedono che non ha più nemmeno la possibilità di mangiare… Forse gioca in loro anche un senso di conformismo sociale: Gesù si comporta in modo diverso dagli altri, appare come un eccentrico, quel che fa risulta strano. Allora lo cercano per prenderlo e ricondurlo ad uno stile di vita più “normale”. Persino Maria viene coinvolta in questo tentativo, sicuramente per il grande amore verso suo figlio. Non dobbiamo scandalizzarci del fatto che anche Maria abbia potuto essere tentata: lo è stato pure Gesù! Però in questo caso al serpente viene schiacciata la testa. L’arma della vittoria è la parola di Gesù: “Chi fa la volontà di Dio, costui è per me fratello, sorella e madre”, e Maria accoglie pienamente la parola e fa sua, senza riserve, la volontà di Dio; accoglie la propria debolezza come tale e viene rivestita della forza di Dio per la vittoria, e la sua maternità risplende non solo sul piano della carne, ma ancor di più su quello dello spirito.

Ed ora veniamo a noi. È evidente che anche noi ci troviamo e ci troveremo continuamente a dover fronteggiare gli inganni del serpente. Sappiamo purtroppo che il nostro calcagno è esposto ai suoi morsi; le nostre debolezze ci sono note: superbia, avarizia, invidia, ira, lussuria, gola, accidia – che sono sentimenti cattivi – ma anche sentimenti buoni in sé, ma ancora carnali e spesso fuori posto. Come potremo vincere? Come potremo schiacciare la testa del serpente? Facendo nostra la disponibilità di Maria, la sua umiltà, il suo abbandono alla volontà di Dio. Così la nostra debolezza viene assunta da Gesù e diventa la nostra forza, e noi veniamo trasformati da “esuli figli di Eva” in figli di Maria: fratelli, sorelle e madri di Gesù.

568234BD-392C-4B99-9396-090B8E66C756

Spesso sacerdoti e catechisti sono in imbarazzo davanti al tema della festa di oggi. Ci sembra che per parlare della Santissima Trinità dobbiamo usare un linguaggio tecnico, complicato:“la Trinità è un concetto difficile”! Cosicché molti rinunciano semplicemente a parlarne. Penso che questa rinuncia sia un vero peccato di omissione, che fa seguito ad un atteggiamento pericolosamente gnostico. La Trinità non è un concetto: è Dio! Certamente è un mistero, ma non dobbiamo annunciare i misteri della fede? Incarnazione, Eucaristia, Risurrezione, Salvezza… sono forse “idee chiare e distinte”?

Se viene meno la Trinità cosa resta? Un certo discorso su Gesù, centrato solo sugli aspetti umani, che lo riduce ai minimi termini e poi lo fa scomparire tra i filosofi e gli eroi. Gesù si annuncia solo nella Trinità. Con il Padre e lo Spirito Santo.

Il mistero della Trinità ci rivela che Dio non è un solitario, un single: Dio è amore. E non riusciamo a capire cos’è l’amore se non lo vediamo nella Trinità: il Padre è pienezza che genera l’amore uguale nel Figlio, e il mistero di questo amore del Padre e del Figlio è lo Spirito. L’amore divino è tanto grande che sono tre persone, ma un Dio solo: tre persone che non stanno semplicemente l’una accanto all’altro, ma sono l’una per l’altra. Dio è comunione.

Mistero grande! Sì, ma per eccesso di luce, non per oscurità. Mistero inaccessibile, ma non per lontananza: è anzi quanto di più vicino, quanto di più intimo a noi stessi.

Già Mosè, in Dt 4, annunciava con stupore questa vicinanza: Dio ha fatto udire la sua voce, si è scelto un popolo con segni grandi: si prende cura del suo popolo.

Per cui già l’uomo dell’Antico Testamento può dire nel Sal 32: “Beato il popolo scelto dal Signore”; “L’occhio del Signore veglia su chi lo teme, per liberarlo, per nutrirlo: il Signore è nostro aiuto, nostro scudo”.

Nel Vangelo Cristo ci rivela la Trinità in termini chiarissimi: manda i discepoli a battezzare “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28, 16-20); non solo ad ammaestrare, insegnando che Dio è Trinità, ma a battezzare (immergere, tuffare) dove? Nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, cioè nella realtà profonda, intima, della SS. Trinità.

Ma dire che noi siamo tuffati in Dio equivale a dire che Dio si è tuffato in noi. Paolo (Rm 8, 14-17) esprime questo dicendo che abbiamo ricevuto uno Spirito da figli, che ci consente di rivolgerci al Padre con la voce di Gesù e chiamarlo “Abbà”, che significa “babbo”. Lo Spirito Santo che ci rende figli del Padre e fratelli di Gesù.

Per cui noi siamo nella Trinità e la Trinità è in noi, come Dio Padre è nel Figlio ed il Figlio è nel Padre, ed essi sono una cosa sola nello Spirito Santo.

Per questo anche noi siamo chiamati ad essere una cosa sola nella Comunità cristiana, e siamo mandati nel mondo a testimoniare l’amore.

Lingue

giotto_di_bondone_6_pentecost

Nel racconto di Pentecoste (At 2, 1-11), Luca sottolinea fortemente il tema delle lingue. Anzitutto nel fenomeno visivo che segue al rumore di vento: “Apparvero loro lingue (glôssai) come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro”. A questa visione fa seguito un prodigio: “Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue (glôssais)”, al punto che i membri “di ogni nazione che è sotto li cielo” li udivano parlare “ciascuno nella propria lingua nativa”.

Perché Luca dà tanto risalto al fenomeno delle lingue nel racconto di Pentecoste? La risposta costante della Tradizione, mantenuta anche oggi dalla maggioranza degli esegeti, è che l’evangelista abbia voluto creare un tacito contrasto tra ciò che accadde nella costruzione della torre di Babele (Gen 11, 1) e ciò che si verifica ora nella Pentecoste[i].

Il racconto di Babele può essere letto come un approfondimento del tema del peccato originale. Dio aveva creato l’umanità per l’armonia e l’unità: “Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole”; ma gli uomini hanno ceduto all’arroganza di “toccare il cielo” e alla superbia di “farsi un nome”. Il racconto biblico prosegue dicendo che Dio scese e confuse la loro lingua, in modo che non si comprendessero più l’uno con l’altro. È il modo consueto in cui si esprimono i testi dell’Oriente antico; in realtà non dobbiamo vedere qui un intervento punitivo o peggio vendicativo di Dio; non è necessario un suo intervento diretto: la conseguenza della incomprensione, della divisione e della separazione è un effetto inevitabile della superbia e dell’arroganza che muovono il progetto. Gli uomini che si mettono al posto di Dio, gli uomini che cerca di fare un nome a se stessi anziché a Dio, finiscono inevitabilmente nell’incomprensione e nell’incomunicabilità.

La parola è una realtà specificamente umana, perché non si limita ad esprimere ciò che fa piacere o provoca dolore (questo sono capaci di farlo anche gli animali coi loro versi): la parola è fatta per esprimere ciò che è utile e ciò che è nocivo, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è bene e ciò che è male. Ma questo è il punto: che percezione abbiamo del bene e del male? Se pretendiamo di “mangiare il frutto dell’albero”, ossia di essere noi, con la nostra volontà superba ed arrogante, a stabilire ciò che è bene e ciò che è male, la parola si perverte perché non esprime più la verità (che è una) ma le menzogne degli uomini (che sono tante), le lingue si confondono, le persone non si capiscono, la divisione trionfa.

La cosa paradossale è che Babele era, in origine, un progetto di unità: “Facciamoci un nome per non disperderci su tutta la terra” (Gen 11, 4). Ma l’insegnamento che scaturisce dall’accostamento di Babele e Pentecoste è che vi sono due tipi di unità possibili: un’unità secondo la carne e un’unità secondo lo Spirito. L’unità di Babele è quella che si persegue anche oggi, anche tra noi, quando ognuno vuole “farsi un nome”, quando ognuno si pone al centro del mondo. Siccome noi siamo tanti e siamo diversi, da questa strada non potrà derivare che “confusione”; le parole, in questo caso, non fanno che dividere e si fa, anche concretamente, l’esperienza degli uomini di Babele che non si compresero più e si separarono.

Perché questo? In genere è perché noi vogliamo, sì, che si faccia l’unità ma… intorno al nostro punto di vista. Ciascuno di noi si illude di stare su una torre la cui cima tocca il cielo, ossia ciascuno pensa di guardare le cose dal miglior punto di vista possibile; il guaio è che anche l’altro la pensa così. Ognuno vuole che si faccia unità attorno a sé e, siccome siamo molti, l’unità si allontana sempre più. Ogni tentativo di unità secondo la carne è destinato al fallimento babelico.

Al contrario, l’unità secondo lo Spirito nesce quando si vuole, o meglio si accetta, che al centro vi sia Dio. Solo quanto tutti tendono a questo “Uno”, si avvicinano e si incontrano tra loro. Avviene come dei raggi di un cerchio, i quali a mano a mano che procedono verso il centro, si avvicinano anche tra di loro, fino a congiungersi e a formare un unico punto. Passare da Babele a Pentecoste significa decentrarci da noi stessi e ricentrarci su Dio.

Gli apostoli sono la migliore dimostrazione di quanto siamo venuti dicendo. Prima della Pentecoste, quanto erano alla ricerca ognuno di una sua affermazione o supremazia personale e a ogni occasione discutevano “chi tra loro fosse il più grande” non regnavano tra di essi se non malumori e contese (cfr. Mc 9, 34; 10, 41). Dopo la Pentecoste, quando la venuta dello Spirito ha spostato completamente l’asse dei loro pensieri da se stessi a Dio, ecco che li vediamo formare tra loro e con gli altri discepoli un cuore solo e un’anima sola(At 4, 32). Il linguaggio nuovo che essi hanno imparato e che tutti capiscono è il linguaggio dell’umiltà cristiana. È questa unità che fa esclamare con il salmo:Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme(Sal 133, 1).

 

[i]Cf. R. Cantalamessa, I misteri di Cristo nella vita della Chiesa, Milano 1991, pp. 451-ss.

Il cielo

Ascensione

Quando ero bambino la festa dell’Ascensione mi lasciava piuttosto perplesso: mi metteva addosso una sorta di tristezza che non riuscivo a superare. Certo, la liturgia era piena di canti di gioia, di alleluia, di luce, di fiori… Ma l’evento celebrato mi sembrava molto triste: “Gesù ascende al cielo”. Tradotto nel linguaggio di un bambino: Gesù va in cielo. Il che significa – pensavo da bambino – che non sta più con noi: se ne va!

Capite bene: per me era una tragedia molto più grande di quella del Venerdì Santo: lì Gesù moriva sulla croce, ma io sapevo che dopo tre giorni sarebbe risuscitato, sarebbe tornato presto alla vita. All’Ascensione, invece, il distacco sembrava definitivo. Mi sembrava questa la vera morte di Gesù. Quando muore una persona, cosa si dice ai bambini: “Il nonno è morto, sta in cielo”. Così mi pareva che Gesù, quando “va in cielo”, muore davvero!

Se chiedevo spiegazioni, mi rispondevano: Gesù tornerà. Sì, alla fine dei tempi, alla fine del mondo. Ma ora? Ora dobbiamo vivere senza Gesù? E allora, quando tornerà? Quando finalmente sarà di nuovo con noi? Quando?

Grazie a Dio, crescendo ho capito qualche altra cosa. Anzitutto ho capito che “il cielo” a cui Gesù “ascende” non è un luogo fisico, non è lo spazio sopra le nostre teste. Il cielo, nella Bibbia, indica semplicemente la dimora di Dio. Dio è in cielo, ma è in terra ed è in ogni luogo. Così Gesù, ascendendo alla destra del Padre, è anche lui in cielo, in terra e in ogni luogo!

Dunque il cielo al quale Cristo Gesù oggi ascende, evidentemente, non è un luogo fisico, così come non è un luogo fisico l’inferno.

L’inferno non è una parte del cosmo, è una dimensione dell’esistenza umana, è l’abisso di odio nel quale l’uomo può cadere definitivamente quando si chiude nel perseguimento dei propri interessi egoistici e rifiuta la comunione con Dio e con gli altri. Soltanto l’uomo può infliggere l’inferno a se stesso e, purtroppo, lo infligge, e ne facciamo esperienza ogni volta che assecondiamo l’egoismo e l’odio nella nostra vita.

Il cielo è l’opposto: è la comunione con tutti gli altri uomini in forza dell’amore di Dio, è la condivisione della vita di Dio. E questo soltanto Dio può donarlo, l’uomo non può darselo da sé: “Il cielo, in quanto amore perfetto, può essere sempre e solo accordato come un dono all’uomo” (J. Ratzinger).

Il cielo al quale Gesù ascende è quindi la comunione piena tra Dio e l’uomo, è l’incontro d’amore tra il Creatore e la creatura che si attua definitivamente in Cristo. Il cielo è il futuro di salvezza che rimane chiuso per l’uomo centrato su se stesso, ma si apre quando appare l’Uomo Nuovo, il cui centro è Dio e attraverso il quale Dio è entrato nella natura umana.

La vita e la passione di Gesù sono l’affermazione dell’amore perfetto, dell’amore “fino alla fine”, dell’amore più forte della morte, che risorgendo supera il confine della morte. Con la risurrezione di Cristo è già cominciata l’era nuova e definitiva dell’umanità, è già iniziato il nostro futuro, è già cominciata l’eternità.

Con la sua ascensione al cielo, Gesù ha inaugurato un nuovo modo di essere presente. Dal momento della sua incarnazione, fino alla sua morte e alla sua risurrezione, e per i quaranta giorni in cui si mostra vivo e risorto ai suoi discepoli fino all’ascensione, Gesù è presente fisicamente tra i suoi. Dall’ascensione in poi è presente nello Spirito Santo.

La domenica successiva celebreremo infatti la festa di Pentecoste, in cui si realizza la promessa di Gesù: Tra non molti giorni sarete battezzati in Spirito Santo … Riceverete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi.

Lo Spirito Santo è il mistero della permanenza di Gesù in mezzo a noi, perché è l’Amore stesso di Dio tra noi ed in noi: è la Comunione in persona. Come il Padre – scrive s. Basilio – si rende visibile nel Figlio, così il Figlio si rende presente nello Spirito.

Se dunque Gesù non si congeda da noi, ma, al contrario, oggi inaugura una nuova forma di presenza, nello Spirito Santo, il nostro compito non è di stare a guardare il cielo, ma di vivere nell’amore di Gesù che lo Spirito Santo rende vivo e operante in noi; è il compito essere suoi testimoni, testimoni dell’amore fino alla fine, dell’amore più forte della morte, dell’amore che apre il cielo a chi lo accoglie.

 

Disputa_01

Tanta gente immagina il cristianesimo come una religione severa, addirittura sospettosa nei confronti della gioia, dell’allegria, della spontaneità. E invece Gesù afferma: “Vi ho detto questo perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 12).

Che cosa ci ha detto? “Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi: rimanete nel mio amore”. La gioia, anche quella semplicemente umana, nasce dall’amore. Secondo le parole di Gesù, si tratta di un “amore diffusivo”: dal Padre al Figlio, dal Figlio ai discepoli e da ogni discepolo agli altri discepoli. Dell’amore del Padre e del Figlio si parla al passato, perché davanti alla comunità c’è oramai il Cristo risorto; la sua risurrezione è il segno tangibile di una vita spesa nell’amore del Padre e del prossimo. Dell’amore dei discepoli, invece, si parla al presente: “Rimanete”. Il presente dice continuità: rimanete, perseverate nel mio amore che è già in voi, perché è l’amore che rende bello e possibile il mutuo “rimanere in”, è l’amore che crea l’atmosfera della comunità cristiana che potremmo definire come un entusiasmo, un mutuo infervorarsi nella donazione totale degli uni agli altri. Di qui l’inevitabile gioia, una gioia che deve farsi piena.

San Tommaso d’Aquino scrive: “Dall’amore di carità consegue necessariamente la gioia. Infatti, chiunque ama gioisce per la presenza dell’amato, e la carità ha sempre presente Dio che è l’amato, come dice Giovanni nella sua Prima Lettera (4, 16): «Chi rimane nella carità, rimane in Dio e Dio in lui». Per cui, conseguenza dell’amore è la gioia” (S. Th.,I-II, q. 70, a. 3, c).

La vera gioia non può essere racchiusa in noi come in un cassetto. Se è vera e profonda, è anche diffusiva e non può restare nascosta. Traspare dagli occhi, dal volto e viene intuita da chi ci è vicino. La vogliamo definire meglio? Chiamiamola esultanza nello Spirito. Solo così la possiamo distinguere dalle gioie passeggere e false, dalle gioie che non fondano la comunione. È falsa la gioia di chi si rallegra del male altrui (Sal 35,15), di chi giudica felicità il piacere di un giorno (2 Pt 2,13); è passeggera ogni gioia puramente umana (Ger 25,10). Più bella e profonda è la gioia della festa, soprattutto quella in cui, nel culto, si esprime in forma di giubilo il nostro rapporto con Dio.

Ascoltiamo un testo meraviglioso: “Gioiscano i cieli, esulti la terra, rimbombi il mare e quanto contiene, esplodano di gioia tutti gli alberi della foresta davanti al Signore che viene…” (Sal 96,11-13).

Non è una gioia isolata questa; è il popolo che esulta nello spirito davanti al suo Dio e vuole coinvolgere nella gioia la creazione intera. È una gioia cosmica, pura, festosa, una gioia che si fa “rimbombo”, cioè esultanza rumorosa; è l’esplosione di tutto l’essere in una danza cosmica, è l’esplosione di una gioia pura e totale, un inno di giubilo che sale da tutto l’essere a Dio. Quando si prega e si loda Dio, tutto il mondo appare sotto un aspetto meraviglioso e ogni cosa mi dice che esiste solo per l’uomo e testimonia così l’amore di Dio per me. C’è gioia perché il Signore viene, perché Dio entra solennemente nella storia con lo scopo di ricostruire un nuovo cielo e una nuova terra. È una gioia che dice la speranza della totale salvezza.

Muoviamoci in questo campo di fede pura, perché è qui che si fa esperienza di vera gioia, di una gioia che può farsi piena. Per ottenerla bisogna vivere il “martirio della speranza”. Se guardiamo la storia umana, ci accorgiamo che bisogna sempre andare contro corrente per avere il coraggio di una gioia vera, per vivere una vita serena, malgrado ogni difficoltà.

Come possiamo possedere questa gioia? Gesù lo dice: “Osservate i miei comandamenti… Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”. Possediamo la sua gioia amando gli altri come Gesù ci ha amati, vivendo in una totale donazione agli altri senza cercare il nostro interesse. Quando, nella fede e in comunione con Gesù, noi ci doniamo, da questo amore nasce la vera gioia e la nostra vita, anche nei momenti difficili, sprigiona quel senso di serenità che coinvolge tutti e la gioia, dono del Signore, diventa missionaria.

La gioia che emana dall’amore, non si impone, si comunica insensibilmente. Non posso presentarmi a uno che soffre scoppiando di gioia e parlando con entusiasmo della mia felicità. Tutto questo non ha senso per chi soffre. Se voglio comunicargli la mia serenità debbo prima condividere la sua sofferenza, lasciare che si sfoghi, stringergli a lungo e in silenzio la mano, fargli sentire che gli voglio bene. Allora, se io sono davvero una persona gioiosa, il sofferente sentirà la dolcezza di essersi incontrato con me nel Signore e sperimenterà un senso di sollievo e serenità e lo percepirà come dono del Signore, come presenza del Signore. Debbo infatti comunicargli quella gioia che Gesù chiama ”la mia gioia”.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: