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Emmaus

In tante occasioni la vita umana è stata paragonata ad un viaggio: Homo viator, dice sant’Agostino: l’uomo è un viandante. Ma ci sono almeno tre modi di viaggiare.

Uno è quello del turista. “Turismo” viene da tour, che significa “giro”. Il turista “va in giro”, mosso dalla curiosità, e – com’è nella logica del giro – alla fine ritorna al punto di partenza. Quando oggi si parla di “turismo religioso” la cosa mi fa un po’ sorridere (e amaramente), perché mi viene da pensare che per qualcuno la religione sia una specie di turismo: si va di qua e di là, si partecipa a questa o quella iniziativa più o meno spirituale – e poi si torna a casa come se nulla fosse successo: si portano con sé ricordi, souvenir e foto… ma infondo tutto resta come prima.

Un secondo modo è quello del nomade. Al contrario del turista, il nomade si sposta mosso dal bisogno: letteralmente, è uno che va in cerca di pascolo; si ferma quando trova nutrimento e, quando l’ha consumato, va altrove. Dove? Nemmeno lui lo sa: va dove lo portano le circostanze; non ha una meta precisa.

Il terzo modo è quello del pellegrino. Il pellegrino è letteralmente uno straniero in viaggio verso la patria. Non è un turista, perché parte da una terra straniera e va altrove. Non è un nomade, perché sa benissimo qual è la sua meta. Se nella spiritualità cristiana si è sviluppata la pratica del pellegrinaggio, è perché nel “santuario” – cioè nella casa dei santi – o nella Terra Santa, si vede un’immagine di quel santuario non fatto da mani d’uomo di cui parla la Lettera agli Ebrei(9-10), ossia del cielo stesso, della casa di Dio che è la nostra vera patria.

Gesù, facendosi uomo, è diventato anche lui viator, viandante.  È apparso in mezzo a noi come straniero e pellegrino, e nel giorno della sua Ascensione il suo pellegrinaggio si conclude. Con la celebrazione di oggi il mistero della Pasqua si salda con il mistero del Natale. Solo chi è uscito dal Padre può fare ritorno al Padre: Cristo. “Nessuno è mai salito al cielo fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo” (Gv 3, 13).

Ma facendosi uomo e ascendendo al cielo con la nostra umanità, Gesù ci rivela che anche la nostra condizione su questa terra è quella di stranieri e pellegrini verso la patria, verso il santuario del cielo, verso la nostra vera casa, che è la casa del Padre.

Se fossimo lasciati alle nostre forze naturali, nessuno di noi avrebbe la possibilità di entrarvi, nessun uomo potrebbe partecipare alla vita e alla felicità di Dio. Soltanto Cristo ha potuto aprire per noi questa “via nuova e vivente”, “per darci la serena fiducia che dove è lui, Capo e Primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria” (Prefazio dell’AscensioneI). Cristo non è solo il Viandante, egli è la Via!

Per Cristo, con Cristo ed in Cristo, noi camminiamo  verso il cielo. Il cammino non è facile, perché per Cristo stesso la porta del cielo è stata la croce. Dobbiamo mantenere “senza vacillare la professione della speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso” (Ebr 10, 23). E ricordiamo cosa ci ha promesso: “Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi” (At 1, 8; cf. Lc 24, 49).

A noi si richiede di non scoraggiarci, di non cadere nelle suggestioni di trasformarci in nomadi che non sanno dove andare o in turisti che pensano di avere una dimora stabile quaggiù. La nostra patria è nel cielo, e di questa patria conosciamo la via.

 

Accogliere il Dono

Spirito

In quest’ultima parte del tempo pasquale, la liturgia vuole prepararci a ricevere il dono dello Spirito Santo. Il Vangelo che ascoltiamo (Gv 14, 23-29) ci aiuta ad entrare nelle giuste disposizioni, inserendoci nel clima dell’amore, che è il senso del dono che riceviamo.

Già, l’amore. Che parola affascinante e… vaga! Cosa significa amare? Una miriade di cose! Ma se volessimo esprimere la verità dell’amore in una sola breve espressione potremmo dire: Amare significa mettere il bene dell’altro al centro della nostra vita.

La promessa che Gesù fa a chi lo ama è meravigliosa:

Il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.

Il dono dello Spirito Santo non è altro che questo: è l’amore del Padre con il quale il Padre e il Figlio vengono a noi e prendono dimora presso di noi. Dio ci mette al centro della sua vita, si prende cura di noi, si fa garante del nostro bene!

Ma l’amore ha le sue condizioni. L’amore non si può imporre a chi non ama: l’amore è relazione e, per essere in relazione bisogna essere in due. Per questo può ricevere l’amore solo chi è disposto ad amare.

Se uno mi ama, osserverà la mia parola.

“Se”, perché c’è il rischio che questa condizione non venga rispettata:

Chi non mi ama, non osserva la mia parola.

L’osservanza della Parola è conseguenza diretta e necessaria dell’amore: per questo ne costituisce la verifica. Se l’osservanza non c’è, non c’è l’amore. Cosa significa osservare? Significa conoscere e mettere in pratica. Allora dobbiamo chiederci: ci diamo da fare per conoscere la Parola di Cristo? E la mettiamo in pratica?

Osservare vuol dire amare. E tante volte non ci riusciamo, ci lasciamo sopraffare dai nostri interessi, dal nostro egoismo, dalle nostre debolezze…

L’amore di cui parla Gesù non è qualcosa di sentimentale, di… vago. Gesù chiede un amore effettivo. Ma lo chiede perché promette un amore ancora più effettivo: “Il Padre mio lo amerà”! L’efficacia di questo amore è la sua compagnia, il suo sostegno, la sua forza.

Il Paraclito, lo Spirito che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

Questo strano nome, il Paraclito,ha diverse sfumature di significato: difensore, avvocato, consolatore… Ma tutte indicano un’azione a favore dei credenti. Lo sfondo in cui ci è presentata l’azione del Paraclito è quello dello scontro con il mondo. Il mondo però non è solo quello esterno a noi; è anche quello che opera dentro di noi, nelle tendenze cattive, nelle resistenze, nelle debolezze, nel peccato. Una massa tale di negatività che, a volte, sembra impossibile resistere ad essa. Ma con lui tutto è possibile!

Per questo, promettendo lo Spirito Santo, Gesù dice:

Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la da il mondo io la do a voi.

La suapace è l’amore del Padre. Gesù sa che per i suoi discepoli il cammino sarà duro, perciò dice:

Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.

La pace nasce dalla comunione con lui. Quante volte sperimentiamo l’incapacità di giungere con le nostre sole forze alla vera pace: il peccato ce la ruba in continuazione! Ma abbiamo il Paraclito, il difensore, l’avvocato, il consolatore: non siamo soli! Gesù e il Padre vengono ad abitare presso di noi! La pace è il frutto dello Spirito Santo; è davvero ben diversa da una pace puramente umana. Essa nasce dall’aver messo Cristo al centro della nostra vita, perché Dio ci ha messo al centro della sua, donandoci il suo Spirito.

come io ho amato

 

 “Quando Giuda fu uscito dal cenacolo, Gesù disse: Ora il  Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui” (Gv 13,31).

Che senso ha?[*] Giuda è uno dei Dodici, uno che mangia il pane di Gesù (v. 18), colui al quale Gesù dà il suo boccone (v. 26) va a consegnare il Maestro, l’amico, nelle mani dei suoi nemici. Perché con questo Gesù viene “glorificato” e Dio viene glorificato in lui? Sembrerebbe, invece, di trovarci di fronte all’infamia più grave, al trionfo del male!

Certo, noi sappiamo che Gesù poi è risorto, e siamo ben disposti a riconoscere che è stato glorificato nella risurrezione… Ma qui si dice che Gesù è stato glorificato nel tradimento. È assurdo! Il tradimento è l’apice del mistero del male. Il caso di Giuda ci fa pensare che l’onnipotenza di Dio si ferma davanti alla libertà dell’uomo: il bene perde davanti al male! Che gloria c’è per Gesù nel lasciarsi consegnare? Che gloria c’è per Dio nel consegnare il suo Figlio?

C’è la gloria dell’amore fino alla fine (v. 1). Gesù conosce il traditore, ma gli offre la sua amicizia anche nel momento supremo, pur sapendo che la respinge. L’amico è infedele, ma Gesù gli offre la sua fedeltà, con un amore che non conosce condizioni né condizionamenti.

Gesù ama Giuda e dà la sua vita per lui. Ama Caifa, Pilato, i soldati… Ama Pietro che rinnega, gli altri che se la danno a gambe. Ama quella città, quel popolo, questa umanità che lo rifiuta. E ama il Padre che lo consegna, che lascia fare, che non gli toglie il calice, che sembra abbandonarlo, perché Egli stesso, Gesù, si è consegnato totalmente al Padre per gli uomini e agli uomini per il Padre. Questa è la glorificazione del Figlio dell’uomo come Figlio di Dio; ed è insieme la glorificazione di Dio stesso, che in lui si rivela come amore. Qui “risplende agli occhi di tutti l’amore eterno tra Padre e Figlio, comunicato ai fratelli, cominciando dai più lontani” (S. Fausti).

Non a caso in questo contesto, Gesù da il suo comandamento “nuovo”, che è il distillato di tutto il vangelo:

“Che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (v. 34).

Prima di essere un comandamento, l’amore è un dono. Di questo amore, prima di essere il modello, Gesù è la fonte

Gesù chiama questo  comandamento “nuovo”. E Dio nell’Apocalisse 21,5 dice:

“Io faccio  nuove tutte le cose”.

Il Signore ci rende “nuovi”, e ci rende capaci di  attuare il comandamento “nuovo”.

È difficile amare. Amare come Gesù è impossibile per chi si fonda su se stesso. Ci destabilizzano già le banali difficoltà e i contrattempi della vita quotidiana. Spesso ci ribelliamo a Dio. E quali sono i nostri comportamenti interiori ed esteriori verso coloro che ci amareggiano la vita?

Ma per chi si fonda sulla grazia di Dio, per chi prega, per chi fa penitenza,  per chi si confessa spesso, per chi si accosta di frequente  all’Eucaristia, nulla è impossibile, perché Cristo vive ed  ama in lui. Il comandamento dell’amore è “nuovo”, perché l’amore di Dio in Gesù viene nel nostro cuore e lo rinnova, perché non è una legge “fuori di noi”, alla quale dovremmo conformarci con uno sforzo impossibile della nostra volontà, ma è una legge che nasce da dentro: è l’amore di Dio dentro di noi!

Gesù ci dona di vivere gli uni verso gli altri il suo stesso amore. Con il suo amore, anche noi possiamo amarci gli uni gli altri. Il suo amore ci rende figli che possono amare come sono amati. Il Signore ci comanda di essere ciò che siamo.

Certamente dobbiamo amare tutti, ma in special modo dob­biamo amare i nostri fratelli nella fede. Da questo tutti  sapranno che siamo cristiani. In questo tutti troveranno la parola del Vangelo: nell’amore che ci caratterizzerà.

[*]Per queste riflessioni mi ispiro, in buona parte, a S. Fausti, Una comunità legge il vangelo di Giovanni, vol. II, pp. 21-36,

Pastore

Che immagine potente ci viene incontro nell’Apocalisse di Giovanni (7,9)! Una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua: la salvezza è per tutti: non vi sono preclusioni etniche o culturali. Tutti stavano in piedi: sono i risorti! Davanti al trono – la sede di Dio – e all’Agnello – Gesù Cristo –, avvolti in vesti candide – segno di redenzione –, e tenevano rami di palma nelle loro mani – segno di vittoria.

È un’immagine fatta per darci speranza: di quella moltitudine immensa dobbiamo far parte anche noi! Siamo chiamati alla redenzione, alla vittoria, alla risurrezione! Ma il percorso per giungervi non è fatto di rose e fiori. C’è una grande tribolazione da attraversare. La redenzione si ottiene nel sangue dell’Agnello, al prezzo della sua passione. Può risorgere solo chi muore con lui. Bisogna accettare che l’Agnello sia il nostro pastore, ma questo è paradossale perché l’agnello appare come il più piccolo, il più fragile, il più debole del gregge e spontaneamente noi non ci fidiamo di lui. Come può condurci alla vita uno che va a morire sulla croce?!

Qui si dividono gli animi. Certo, la salvezza è per tutti, nel senso che tutti sono chiamati; ma pochi sono gli eletti, cioè coloro che accolgono la salvezza. Perché viene facile preferire una vita terrena comoda qui ed ora, anziché affrontare la grande tribolazione nell’attesa di una vita eterna che adesso non si vede.

Non si vede, ma c’è! Gesù è risorto ed è qui in mezzo a noi. Non lo vediamo, ma udiamo la sua parola. Se l’accogliamo, siamo parte del suo gregge: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono (Gv 10,27).

La promessa che il Signore fa è immensa: Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno. Ma cos’è mai questo “in eterno” di cui Gesù parla? Cos’è l’eternità? Due parole: sempre-mai. Sempre inizio, mai fine. Significa essere sottratti alla consumazione del tempo, all’invecchiamento, alla morte: mai più la morte! Noi non riusciamo a immaginarci l’eternità, perché la nostra immagine dello spazio e del tempo ci è di ostacolo. Il poeta Giacomo Leopardi rappresentava questo ostacolo con l’immagine di una siepe che di tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude; ma proviamo a spingere il pensiero oltre e troveremo interminati spazi di là di quella, e sovrumani silenzi e profondissima quiete… ove per poco il cor non si spaura. Dovremmo – come diceva p. Raniero Cantalamessa – per una volta smettere i contare i nostri soldi e metterci a contare le stelle. Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare. Proviamo a rimuovere l’ostacolo del tempo che si consuma e pensiamo all’eternità come ad un tempo che non può passare: mille anni, e sei sempre all’inizio; milioni di anni, miliardi di anni, e sei sempre all’inizio, sempre all’inizio: non si è mai consumato nulla! E il naufragar m’è dolce in questo mare, mi è dolce perché sono fatto per questo: Dio ci ha creati per questo!

Possiamo affrontare “la grande tribolazione” perché abbiamo questa grande speranza: la tribolazione passa, la vita eterna resta! Possiamo seguire l’Agnello nostro pastore, perché ci guida alla risurrezione, alle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi.

Quando si ama

mi ami tuLa liturgia della Parola di oggi si apre con un brano “eroico”, per così dire, di testimonianza coerente e incurante delle bastonate. Pietro e gli apostoli rendono testimonianza alla risurrezione di Gesù, senza esitazione. E quando vengono fustigati se ne vanno

lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù (At 5, 41).

Ebbene, fermiamoci un poco su questa lettura. Perché oggi più che mai, dopo 2000 anni di cristianesimo, chi rende testimonianza a Gesù risorto viene perseguitato, minacciato, percosso… Si vuol mettere a tacere chi afferma che

bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomi­ni (At 5, 29).

Ma le minacce e le violenze non devono farci paura! “Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono toccare lo spirito – dice il Signore –: temete piuttosto colui che ha il potere di gettare l’uno e l’altro nella Geenna!” (Mt 10, 28).

Cosa pensava Pietro mentre veniva fustigato? Certamente pensava a Gesù. Certamente gli tornava in mente la sua passione e morte. Ma anche e soprattutto la sua risurrezione. Mi piace pensare che Pietro abbia ricordato in quei momenti quell’incontro sul mare di Tiberiade e quelle parole oscure che Gesù gli consegnò:

Un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi… Seguimi! (Gv 21, 18.19)

Parole che profetizzavano per il discepolo una morte simile a quella del maestro.

Dopo  la morte di Gesù, come il Maestro aveva predetto (Gv 16, 32), i discepoli si erano dispersi[*]. Rimangono insieme sette persone. Pietro riprende il mestiere che sa fare: la pesca sul lago; ma è un’attività vana, intrapresa per disperazione. Non prendono niente, perché senza Gesù non possono far nulla (Gv 15, 5).  Ma proprio quando la depressione arriva al suo estremo, Gesù si manifesta. La pesca portentosa produce il riconoscimento: chi altri, se non Gesù, potrebbe dare un segno del genere?

Notiamo che il riconoscimento di Gesù avviene nel l’amore: fu “il discepolo che Gesù amava” a capire per primo che quel l’uomo sulla sponda del lago era “il Signore”; e fu un impeto d’amore che spinse Pietro a gettarglisi incontro a nuoto.

Con un gesto d’amore, Gesù stesso aveva preparato la colazione per i suoi, e con gesti d’amore che richiamano l’eucaristia, Gesù distribuisce il cibo ai suoi discepoli.

A questo punto ha luogo quel commovente e misterioso dialogo tra il Maestro e il discepolo. Gesù per tre volte domanda a Pietro: “Mi ami?”; per tre volte Pietro risponde: “Ti amo”; per tre volte Gesù ordina a Pietro di pascere le sue pecorelle. Questo è strano: Pietro non viene interrogato sul suo amore per il gregge, ma sul suo amore per Gesù; se lo ama, allora il Signore può affidargli suo gregge, nella certezza che Pietro obbedirà alla volontà di Gesù.

Pietro è notoriamente debole e peccatore. Non viene nominato pastore grazie a un suo speciale merito. La sua scelta è una dimostrazione che Dio opera mediante le cose deboli di questo mondo. Ma richiede l’amore. La morte di Pietro è la prova della sincerità della sua triplice professione di amore per Gesù, perché “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13).

Pietro ha accettato questo destino tragico perché amava Cristo e viveva nell’amore il mistero della Risurrezione. Non a caso gli Atti ci presentano Pietro e gli altri che sono lieti di essere stati oltraggiati “per amore del nome di Gesù”. Chi ama non ha paura di dare la vita per la persona amata. E’ questo amore che ci spinge a rendere testimonianza.

Quante volte sentiamo discorsi stanchi, vediamo comportamenti stanchi! Quante volte si avverte nei cristiani un senso di imborghesimento spirituale, una forma di invecchiamento del cuore che prende anche i ragazzi di vent’anni, una paura che si arrende davanti alle difficoltà della lotta contro il male e della testimonianza. Questa stanchezza, questa vecchiezza, queste paure sono il segno che non amiamo abbastanza!

Si parla tanto di crisi delle vocazioni… Ma perché ci sono pochi giovani che decidono di consacrarsi? Perché si ama poco Cristo! “Se tu mi ami, Simone, pasci le mie pecorelle. Pascile non come il mercenario, a cui le pecore non appartengono, ma come il buon pastore che dà la vita per il suo gregge” (come ascolteremo domenica prossima).

Che lo Spirito Santo accenda in noi il fuoco del suo amore e ci renda suoi testimoni coraggiosi, lieti anche di essere oltraggiati per amore del suo nome.

[*]Su questo e su ciò che segue, cf. R. E. Brown, Giovanni, Assisi 1979, §§ 71-72.

Alitò su di loro

apparizione

 

Siamo nella domenica dell’ottava di Pasqua, chiamata anche “domenica in albis”, che significa “domenica con la veste bianca”, perché anticamente, coloro che avevano ricevuto il battesimo nella notte di Pasqua portavano la veste bianca per una settimana intera e oggi la deponevano ai piedi dell’altare.

La liturgia di oggi vuole farci entrare ancora meglio nel mistero della salvezza, perché tutti

comprendiamo l’inestimabile ricchezza del Battesimo che ci ha purificati, dello Spirito che ci ha rigenerati, del sangue che ci ha redenti (Colletta).

Pesiamo le parole: dobbiamo comprendere, ossia renderci conto, essere consapevoli dell’inestimabile ricchezza del mistero che si è compiuto in noi grazie alla Pasqua di Cristo Gesù.

  • Noi siamo stati purificati dai nostri peccati mediante il Battesimo (e la Penitenza, la Confessione, che è come una rinnovazione del Battesimo);
  • noi siamo stati rigenerati, siamo stati fatti nascere di nuovo, fatti rinascere come persone nuove dallo Spirito santo, che abbiamo ricevuto nella Cresima;
  • noi siamo stati redenti, ossia liberati dalla schiavitù dei nostri vizi e dei nostri peccati, e dalla tristezza, dalla disperazione, dalla morte, dall’inferno che ne sono la conseguenza. Siamo stati liberati da tutto ciò grazie al Sangue che nostro Signore Gesù Cristo ha versato sulla croce e che tra qualche istante si renderà presente nell’Eucaristia.

Portiamoci dunque in spirito nel Cenacolo, la sera del giorno stesso della risurrezione del Signore, il primo giorno dopo il sabato. Qui troviamo un gruppo di uomini impauriti, che tengono le porte ben chiuse per timore dei Giudei (Gv 20,19-31). Il timore è una conseguenza della disperazione: il Maestro è morto, nessuno può più difenderli, la loro avventura è finita! Aspettano solo che si calmino un po’ le acque per tornarsene a casa e… addio!

Mi viene spontaneo chiedermi: erano la Chiesa quei discepoli? Materialmente sì: erano proprio loro gli apostoli, le colonne e i fondamenti della città di Dio… Ma spiritualmente non erano ancora Chiesa, non avevano fede, non avevano speranza, non avevano carità… non avevano pace, non avevano gioia… Stavano lì muti, sordi e ciechi. Erano come il pupazzo di fango da cui Dio trasse Adamo: quel fango diventò un essere vivente quando Dio soffiò nelle sue narici un alito di vita.

Così, questi uomini deboli, paurosi, incapaci, diventano la Chiesa di Dio quando Gesù risorto alita, soffia su di loro e dice:

Ricevete lo Spirito Santo.

L’apparizione di Cristo risorto a porte chiuse li riempie di gioia, il saluto di Gesù,

Pace a voi,

ripetuto due volte, è il segno del perdono del loro peccato, del tradimento, del rinnegamento, ed è anche la realizzazione della promessa fatta nell’ultima cena: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. E tutto questo si realizza nel dono dello Spirito Santo: questi poveri uomini peccatori diventano Chiesa, diventano il prolungamento di Cristo nel mondo, diventano il segno della sua presenza di risorto:

Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi… A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi.

Ed è così che nasce la magnifica comunità che vediamo in At 5, 12-16:

Molti miracoli e prodigi avvenivano per opera loro… Il popolo li esaltava. Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore…

Questa descrizione dovrebbe essere uno specchio per la Chiesa di tutti i tempi.

Ebbene: la nostra comunità, la nostra Chiesa diocesana, la Chiesa universale del nostro tempo, si può ritrovare in questa descrizione? In alcune sue componenti certamente sì: penso a tanti missionari, contemplativi, sacerdoti, laici che diffondono ovunque il profumo di Cristo risorto.

Ma sappiamo bene che l’aria che si respira “mediamente” non è così “profumata”! C’è un grande imborghesimento, scoraggiamento, esibizionismo, egoismo e disimpegno… Cosa manca? Mancano la Speranza e la Carità.

È vero. Nella Chiesa di oggi i problemi ci sono: forse siamo più simili ai discepoli paurosi chiusi nel cenacolo che a quegli stessi apostoli coraggiosi che fanno prodigi, convertono il mondo e danno la vita per Cristo. Ma sappiamo una cosa: quegli uomini cambiarono solo quando ricevettero lo Spirito Santo. E questo vale per la Chiesa di tutti i tempi. Dobbiamo mettercelo bene in testa: la nostra Chiesa non si salverà grazie alle offerte deducibili, o all’otto per mille, o a questo governo, o a un altro partito, ai convegni, ai congressi e compagnia bella. E il Signore rende più evidenti i nostri fallimenti proprio perché impariamo a porvi rimedio,

perché tutti comprendiamo l’inestimabile ricchezza… dello Spirito che ci ha rigenerati,

e impariamo ad aspettarci la salvezza da Lui e non dagli uomini.

risurrezione

La liturgia di oggi ci offre due livelli di lettura del mistero della risurrezione: il livello dei fatti, che ha la sua testimonianza principale nei testi evangelici, ed il livello del significato dei fatti, che si esprime in varie testimonianze apostoliche e liturgiche.

I fatti sono all’inizio molto semplici, scarni: una tomba vuota, le bende e il sudario, un cadavere che non si trova (Gv 20, 1-10). Di Pietro, davanti a questi segni, si dice che vide: i suoi sensi ricevettero l’immagine. Punto e basta. Di Giovanni, invece, si dice che vide e credette: non solo l’immagine si stampò nei sensi e quindi nella memoria, ma il cuore credette, il cuore comprese il significato di quei fatti, di quella tomba vuota.

Il significato dei fatti – dicevamo – viene illustrato dagli altri testi liturgici. L’espressione più sintetica è quella che troviamo nel Prefazio: “Cristo, nostra Pasqua, si è immolato. È lui il vero Agnello che ha tolto i peccati del mondo, è lui che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita”. In forma più poetica si esprime la Sequenza: “La morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa”.

Questa enunciazione del significato ci fa capire che la risurrezione di Gesù non è la semplice rianimazione di un cadavere: se così fosse, quale interesse potrebbe avere per noi che viviamo duemila anni dopo? Nel vangelo sono raccontate le risurrezioni del giovane di Nain (Lc 7, 11-17), della figlia di Giairo (Mc 5, 22-24-35-43 e //), di Lazzaro (Gv 11, 1-44). Ma questi personaggi, dopo un periodo di tempo più o meno lungo, sono morti nuovamente – e il destino di morte di tutti gli altri uomini e donne non è cambiato!

La risurrezione di Gesù, invece, è qualcosa di totalmente nuovo. Gesù è il Figlio di Dio che ha assunto la nostra umanità e in questa umanità è stato ucciso, ma attraverso la morte ha aperto la strada verso una vita per sempre libera dalla legge della corruzione e della morte: ha inaugurato una nova dimensione dell’essere uomini.

“Per questo la risurrezione di Gesù non è un avvenimento singolare, che noi potremmo trascurare e che apparterrebbe soltanto al passato, ma è una «mutazione decisiva» (…), un salto di qualità. Nella risurrezione di Gesù è stata raggiunta una nuova possibilità di essere uomo, una possibilità che interessa tutti e apre un futuro, un nuovo genere di futuro per gli uomini”  (J. Ratzinger).

Nel bel mezzo del vecchio mondo, che continua ad esistere con il suo carico di sofferenza e di morte, la risurrezione di Cristo apre una condizione nuova, differente e definitiva: la vita di Dio si fa presente e si dona a noi!

Dopo gli eventi della passione, nel cuore dei discepoli la morte sembra aver vinto. “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele – dicono i discepoli ad Emmaus –; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute” (Lc 24, 21). Ma il terzo giorno è il giorno di un avvenimento: la scoperta del sepolcro vuoto! Di più: l’incontro con il Signore risorto di cui gli apostoli rendono testimonianza: “Noi – dice Pietro – abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti” (At 10, 41).

Ma nelle parole di Pietro c’è qualcosa che ci lascia perplessi. Egli dice che Dio volle che Gesù risorto si manifestasse “non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti” da lui. E noi ci chiediamo: perché? Perché, Gesù, non ti sei mostrato ai nemici che ti hanno crocifisso? Perché non hai dimostrato a tutti che sei il Vivente, il Signore della vita e della morte?

Questo, cari amici, è il modo in cui Dio si rivela al mondo. Sceglie il piccolo Abramo e non i potenti del mondo. Sceglie l’insignificante popolo di Israele e non i grandi imperi della terra… Dio agisce in modo sommesso, il suo regno è come un piccolo seme posto nella terra, che pian piano germoglia e diventa un grande raccolto. La risurrezione di Gesù è un seme di vita che si diffonde lungo tutta la storia. Per diffonderlo, Dio si serve di pochi uomini, testimoni dell’incontro col risorto. E non è questa forse la cosa veramente grande? La potenza di Dio si manifesta nella piccolezza e nella debolezza dei suoi testimoni! Si manifesta nella piccolezza e nella fragilità delle parole e dei segni nei quali però si cela e si rivela potenza infinita della sua risurrezione.

Nella celebrazione eucaristica anche noi veniamo coinvolti in questa manifestazione: crediamo alla testimonianza degli apostoli, mangiamo e beviamo anche noi con Gesù risorto, e diventiamo, nel nostro piccolo, anche noi testimoni della vittoria del Signore della vita.

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