Feeds:
Articoli
Commenti

Scegliere

Quante scelte ci troviamo a fare nella nostra vita e quanto è difficile scegliere! Scegliere significa trovarsi davanti a due beni e preferire il migliore rinunziando all’altro. Ogni scelta comporta una rinuncia. Ogni scelta “costa”. E quanto più sono grandi i beni in questione, tanto più costa. Da una scelta sba­gliata può dipendere la felicità o il fallimento di una vita.

Il giovane re Salomone se ne rendeva conto, e quindi chiese a Dio un unico dono: il discer­nimento nel giudicare, cioè l’intelligenza, la capacità di va­lutare e di scegliere bene. (1Re 3,5-12).

A questa capacità di scegliere fa riferimento Gesù nelle para­bole del tesoro e della perla (M5 13,44-46). Domenica scorsa, con le parabole del lievito e del chicco di senape, ci ha parlato della forza del Regno di Dio e ci ha mostrato che esso vincerà totalmente il mondo. Oggi Gesù pone in risalto il valore del Regno e il suo prezzo, quindi l’importanza della nostra scelta.

Le parabole ci mostrano due modi di incontrare qualcosa di prezioso. 

Uno fa una scoperta per caso, inaspettatamente, come un contadino che, lavorando la terra di un altro, si imbatte in un tesoro sepolto. Ogni parabola va letta così: metti che capitasse a te una cosa del genere, cosa faresti? Tutto contento il contadino va a casa, vende tutto ciò che ha e compra quel campo per entrare, così, in possesso del tesoro. Tutto l’insegnamento della parabola è racchiuso in questi due elementi: una gioia indicibile e la conseguente decisione del contadino di disfarsi di tutto (e chissà quante piccole cose care erano comprese tra quel tutto che egli vendette!) per poter acquistare il tesoro. E tu che ascolti dici: Certo! Ha fatto bene! È logico! Anch’io farei la stessa cosa, e di corsa!

Un altro incontra il Regno dopo una lunga ricerca, come un mercante che commerciava in perle di pregio e ne aveva una ricca collezione. Un bel giorno, finalmente, ne scopre una superiore a tutte le altre, di valore inestimabile, di fronte alla quale tutte le altre messe insieme non sono che poveri oggettini volgari. Metti che capitasse a te una cosa del genere, cosa faresti? Il mercante vende tutta la collezione, alla quale era certamente attaccato, e acquista la perla preziosa. E ancora una volta tu che ascolti dici: Certo! Ne valeva la pena: ha fatto un buon affare!

Nelle due parabole troviamo un unico atteggiamento: una grande gioia per la scoperta “preziosa” e l’impossibilità di rimanere inerti, la necessità di scegliere e di dare il tutto per tutto: vendere tutto quel che si ha per acquistare il campo, la perla. La scelta della cosa migliore anche quando esige il sacrificio di tutto il resto.

Ebbene, tu sei quell’uomo che ha trovato il tesoro nel campo; tu sei il mercante che ha trovato la perla! Perché sei qui, ad incontrare Gesù, e il vero tesoro, la vera perla è il Regno di Dio che viene in Gesù.

Anche a noi sarà capitato di assaggiare la gioia della scoperta, la gioia che viene da Cristo: forse inaspettatamente, come il contadino che, per caso, trova il tesoro nel campo; forse al termine di un lungo cammino di ricerca, come il mercante che viaggia e contratta alla ricerca di perle. Comunque ci siamo imbattuti nel Signore e abbiamo assaporato la sua gioia. 

Il problema è che la gioia del Regno, superiore ad ogni altra gioia terrena, è una gioia ardua. È preziosa! E le cose preziose costano. È tutto! Per questo ti costa “tutto”! Tutto il resto va sacrificato, come gli averi di quel contadino, come la collezione di perle di quel mercante. Altrimenti si fa la fine del giovane ricco che, non volendo disfarsi dei molti suoi beni per seguire Gesù, se ne andò via triste.

Questo è il motivo per cui, con la gioia del Regno, di solito si arriva alla soglia, ma non si entra. Perché vorremmo che Cristo fosse una delle tante perle. Vogliamo conservare tutte le cose a cui siamo attaccati: i nostri averi, le nostre preferenze, i nostri punti di vista, i nostri progetti, la nostra vita… e poi vorremmo anche la Cristo. Come se fosse un di più, come se fosse la ciliegina sulla torta.

Ma una ciliegina costa pochi centesimi, Cristo è il tesoro, è la perla di valore inestimabile. Costa! C’è un prezzo da pagare. Certo l’affare è vantaggioso. Si guadagna tutto. Ma proprio per questo bisogna vendere tutto: rinunciare a tutto ciò che non è Lui, per vivere di Lui, per avere la sua gioia.

Di fronte al male

Zizzania

Diciamocelo francamente: alle volte ci scandalizziamo di Dio. Come può un Dio onnipotente e buono lasciare che nel mondo ci sia tanta ingiustizia e tanta sofferenza? Come può permettere che nella sua stessa Chiesa vi sia spazio per il vizio e la corruzione? Se Gesù è venuto a istaurare il regno dei cieli, com’è che su questa terra le cose continuano ad andare così male?

Infondo, tutte queste domande si riassumono in ciò che i servi della parabola (Mt 13,24-30) chiedono al padrone:

Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo?

La prima domanda esprime un dubbio possibile: tutto il male che c’è nel mondo e nella stessa Chiesa, non è forse segno che Dio ha sbagliato qualcosa? che – per usare il linguaggio della parabola – forse il seme che ha seminato in realtà non era buono?

E se non dobbiamo dubitare del fatto che Dio ha fatto bene, allora si pone la seconda domanda:

Da dove viene la zizzania?

Da dove viene il male? Forse è un prodotto del “caso” e della “necessità”? Forse è qualcosa che sfugge al Signore, qualcosa su cui non ha controllo?

Un nemico ha fatto questo!

Un nemico! Dio ha creato dei soggetti liberi, perché potessero essere amici, ma alcuni di loro si sono volti in nemici. È il rischio della libertà, che è il prezzo dell’amicizia. La libertà è un grande bene, perché senza libertà non c’è amicizia, ma la libertà può essere usata anche male e fare male. A questo, con la fede e con la ragione possiamo arrivarci.

Però a questo punto ci viene spontanea una richiesta: come dobbiamo reagire di fronte al male che c’è nel mondo? Nel tuo  campo, Signore, c’è la zizzania – e questo non fa piacere né a noi né a te:

Vuoi che andiamo a raccoglierla?

È la tentazione dell’integralismo e del fanatismo: un atteggiamento con il quale le religioni sono costrette spesso a fare i conti, una mentalità che diventa terrorismo, persecuzione. E non pensiamo solo ai talebani o ai tribunali dell’Inquisizione (è troppo facile puntare il dito sugli errori degli altri o del passato)! Guardiamo anche al giustizialismo contemporaneo, alla facilità con cui pretendiamo di togliere di mezzo le “mele marce”…

È una mentalità che nasce anzitutto dalla presunzione di essere capaci di giudicare e di saper discernere il grano dalla zizzania. Ed è una mentalità che si coniuga con una sciocca mancanza di realismo, perché in un mondo in cui il bene e il male sono così strettamente intrecciati, anche se il discernimento fosse corretto, la “purificazione”, l’eliminazione del male, sarebbe comunque impossibile.

Non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano.

Bisogna aspettare la mietitura.

In realtà è tutta questione di fede. Se guardi il lato umano, vedi un campo in cui c’è un 50% di grano e un 50% di zizzania e temi che la zizzania soffochi il grano. Come quando guardi un granello di senape vedi solo la sua piccolezza o se hai un pugno di lievito vedi solo che le tre misure di farina da impastare sono molto più grandi. Ma se guardi il lato divino, sai che il grano maturerà e sarà riposto nei granai, come dev’essere; sai che il seme diventerà un albero, sai che la farina lieviterà tutta, perché la forza viene da Dio.

Di fronte a ciò che ci scandalizza, allora, premuriamoci soltanto di non essere noi a dare scandalo, usiamo bene la nostra libertà per essere amici che seminano il bene e non nemici che mettono zizzania. E soprattutto fidiamoci! Non angustiamici per nulla (Fil 6). C’è un solo Dio e tutto obbedisce alla sua parola. Tutto va come deve andare: va tutto bene. Dinanzi all’eternità di Dio, tutto è già risolto.

Non si tratta di coltivare un ottimismo sciocco, ma di guardare tutto alla luce della croce e della risurrezione di Cristo: Si tratta di rimettersi a Dio come un bambino si rimette ai genitori: fidandosi di una ragione troppo superiore per essere compresa, ma accettata perché si sa di essere amati.

 

 

seminatore

Tutti conosciamo la parabola del seminatore e la sua spiegazione (Mt 13, 1-23). Ma non sempre fermiamo la nostra attenzione sulla domanda che i discepoli pongono a Gesù:

Perché a loro parli con parabole?

Forse non ci soffermiamo sulla domanda, perché la risposta di Gesù non è facile da capire:

Egli rispose loro: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha”.

Vengono a distinguersi due gruppi di persone, tra loro contrapposti: Gesù dice “voi” – il gruppo dei discepoli – e “loro”, ossia gli altri. Questi altri, nel Vangelo di Marco (4,11) sono chiamati “quelli di fuori”, Luca dice semplicemente “i rimanenti” (Lc 8,10)

“Loro”, “quelli di fuori”, “gli altri” sono coloro che non appartengono alla comunità cristiana, i non-credenti. Il momento in cui Gesù parla, è il momento in cui si impone la decisione e si compie la divisione. Si delineano due gruppi: quello che ha accesso al mistero del Regno, e quello che ne resta escluso. Dunque “gli altri”, “loro” non sono quelli che non sono ancora venuti a contatto con il Vangelo, sono coloro che ascoltano l’insegnamento di Gesù ma non accolgono il suo messaggio.

“Voi”, invece, abbraccia i Dodici e tutti quelli che, con i Dodici, stanno intorno a Gesù, tutti i credenti, quelli che Gesù indica come la sua vera famiglia, formata da quelli che fanno la volontà di Dio, una minoranza rispetto alla folla.

A questa sua comunità Gesù dice: “A voi è dato”. Dato da chi? Evidentemente da Dio: si tratta di un “passivo teologico”, che alla maniera semitica esprime l’azione di Dio evitando di nominare il suo santo Nome.

“I misteri del Regno dei cieli” indicano tutto il contenuto dell’annuncio di Gesù, tutto quel che ci fa conoscere del Padre, dell’uomo, della salvezza, della vita eterna… Tutto ciò resta occulto agli estranei, i quali guardano senza vedere e ascoltano senza intendere.

Gesù non nasconde niente a nessuno, il suo insegnamento è dispensato anche agli increduli, proprio come il seme della parabola che cade anche sulla strada o tra le pietre oppure in mezzo alle spine. Ma i discepoli comprendono quell’insegnamento ed in essi fruttifica – per altro in misura differente: il trenta, il sessanta, il cento – gli altri non comprendono.

I discepoli sono spesso descritti nel Vangelo come uomini rozzi e tardi a comprendere; ma, non ostante tutta la loro cecità, c’è in loro, sin da adesso, qualcosa che li differenzia nettamente dagli increduli: “hanno” – gli è stato dato – qualcosa che consente loro di riceverne ancora e di essere nell’abbondanza, mentre a chi non” ha questo “qualcosa”, sarà tolto anche quello che ha. Di che cosa si tratta?

Si tratta dell’adesione a Gesù. Se stai con Gesù, puoi magari essere tardo di comprendonio, puoi essere cieco, debole, peccatore…  Però ti è stato dato un dono che piano piano si fa strada nella tua vita e porta frutto.

Alcune volte Gesù parla con argomentazioni, ad esempio quando risponde ai Farisei circa l’osservanza del sabato  (Mt 12, 3 ss) o ai Sadducei sul caso della donna con sette mariti (Mt 22, 29 ss). L’argomentazione “inchioda” l’avversario, che non può aggiungere nulla e se ne va sconfitto.

Altre volte Gesù semplicemente rifiuta di parlare e lascia perdere, come quando i suoi avversari non vogliono rispondere alla domanda circa il battesimo di Giovanni: “Neppure io vi dico con quale autorità faccio queste cose!” (Mc 11, 28 ss), o – più drammaticamente – di fronte a Pilato: “Non gli rispose neppure una parola”  (Mt 27, 14).

Qui invece Gesù “parla loro con parabole”.  Le parabole né inchiodano né lasciano perdere, ma annunciano il mistero in modo che chi può capire capisca. E chi può capire?  Può capire soltanto chi è disposto a lasciarsi colpire dalla Parola, a mettersi in discussione, a giudicare se stesso, a convertirsi. Gli altri, “vedendo non vedono; udendo non odono né comprendono”.

A chi non ha, sarà tolto anche ciò che ha: per lui, che non si mette in discussione, anche ciò che si è udito diventa muto, anche ciò che si è visto diventa oscuro. A chi si mette in discussione, invece, a chi accetta di essere colpito dalla Parola, è data la luce per vedere ogni cosa, è data la chiave per decifrare ogni parola, è data una sapienza che cresce di giorno in giorno: è dato Gesù Cristo, sapienza di Dio, Parola eterna del Padre, Luce da Luce.

 

 

Il peso leggero

Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi.
Quante fatiche, quante oppressioni pesano sul nostro cuore: faticare per il pane, essere oppressi dai ritmi del lavoro; faticare per i figli, essere oppressi dalle delusioni; faticare per vivere degli affetti autentici, essere oppressi dalla solitudine e dall’incomprensione, dalla noia.
Gli affaticati e oppressi a cui Gesù si rivolge siamo noi.
Ma come reagiamo a queste situazioni? Il mondo ci offre due strade: la rivincita e la dimenticanza.
• La rivincita ci porta a lottare, a voler emergere, a trasformarci da oppressi in oppressori, facendo trionfare il nostro orgoglio. Nasce così la violenza di reazione: con i dipendenti, in famiglia, per le strade…
• La dimenticanza è l’atteggiamento più “estivo”: cerchiamo di divertirci, di stordirci, di non pensare. E così ci inebetiamo con i social, con le serie televisive , con la movida… Ma questo non basta mai, allora si arriva alle perversioni del sesso, all’alcol, alla droga…
Queste sono strade false. Cristo ci insegna la strada vera:
Venite a me…: si tratta di entrare in relazione personale con Gesù e con il Padre suo.
Ma non tutti possono accogliere questo invito. Abbiamo udito: Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti.
Si credono sapienti e intelligenti quelli che non vogliono aprire umilmente il cuore alla rivelazione di Gesù, che restano chiusi nella loro superbia, sicuri in se stessi, che pensano di non aver bisogno di maestri, che snobbano gli insegnamenti di Cristo, considerando il Vangelo come una roba superata, buona per gli ignoranti.
Certo il Signore non rimprovera gli uomini d’ingegno che si appassionano allo studio della Verità; certo i piccoli a cui il Padre ha rivelato la vita non sono gli insensati o i superficiali . I piccoli ai quali il Padre ha rivelato tutte queste cose sono i semplici, i poveri nello spirito, quelli che stanno in atteggiamento di povertà davanti a Dio: sono gli umili.
Per questo Gesù dice: Imparate da me che sono mite ed umile di cuore.
Commenta sant’Ambrogio: “Gesù non ha detto: imparate da me che sono potente. Non ha detto: imparate da me che sono glorioso. Ha detto: imparate da me che sono umile. Questa è la porta della vostra imitazione. Non esaltatevi! Non fate insuperbire il vostro cuore!”
Cosa significa essere umili? Significa verità e carità.
• L’umiltà-verità è quella che ci spinge a non farci un’idea troppo alta di noi stessi, a valutarci in modo da avere di noi una giusta valutazione. E se ci guardiamo dentro con verità scopriamo che tutto ciò che di buono possediamo è un dono di Dio. C’è solo una cosa che è tutta nostra: il peccato. Quindi ci possiamo avvicinare a Dio con gioia e gratitudine, come bambini, senza pretendere niente e lasciandoci ricolmare dei suoi doni.
• L’umiltà-carità è imitazione di Cristo: il più grande di tutti che si è fatto piccolo, si è umiliato prendendo la natura umana, si è abbassato fino a lavare i nostri piedi con le sue mani, fino a morire sulla croce… lasciandoci un esempio perché ne seguiamo le orme: senza sentirci migliori degli altri, senza compiacere noi stessi, mettendoci a servizio del prossimo.
Questo è il giogo di Cristo, questo è il suo peso. Il peso del mondo è fatica e oppressione, il giogo di Cristo è soave, il suo peso è leggero. Ci porta a trovare la pace e ad essere, con lui, operatori di pace.

seguire

Domenica scorsa Gesù ci ha detto che, se vogliamo essere suoi discepoli dobbiamo testimoniarlo davanti agli uomini, dobbiamo prepararci ad essere perseguitati. E uno potrebbe chiedersi: ma chi ce lo fa fare? La risposta è una sola: l’amore.

Guardiamo un po’ quanti sacrifici gli uomini sono capaci di fare quando amano qualcosa. La Chiesa ha abolito quasi tutti i digiuni, ma digiuni si fanno oggi per amore della linea! Sant’Agostino dice: Guardate i cacciatori: si svegliano di notte, quand’è ancora buio, e vanno correndo i pericoli più impensati, attraverso selve e burroni, cadono e si rialzano e continuano la caccia… E commenta: quello che si fa per amore di un cinghiale, non si farebbe per amore di Dio! E infatti, quando Dio ci chiede, non dico di morire martiri, ma di rinunciare a qualcosa per amore suo, di rinunciare a mezz’ora di sonno in più o di passeggiata per pregare, magari per andare a messa la Domenica, per aiutare un anziano o un povero… Eh, no! tutto troppo pesante, tutto troppo duro! Perché non abbiamo amore. Perché amiamo i nostri comodi più di quanto amiamo Dio. Questo significa che mettiamo i nostri comodi al posto di Dio, che i nostri comodi diventano il nostro dio, ma un dio falso e bugiardo, un idolo!

Nel Vangelo il Signore ci ha parlato molo chiaramente: se vogliamo essere discepoli degni di lui, lo dobbiamo mettere al primo posto, lo dobbiamo amare più di ogni cosa.

Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me.

Pensate! Non soltanto più dei divertimenti o più dei passatempi: lo dobbiamo amare più dei nostri stessi familiari. È giusto e santo amare i genitori, i figli, il marito, la moglie. Ma questo amore deve essere ordinato.

L’amore per le creature tende ad entrare in concorrenza – e quindi a generare gelosie: se ami di più una creatura, vuol dire che ami di meno un’altra; in questo modo si generano i conflitti, le liti, le separazioni. L’amore di Dio, invece, chiede tutto il cuore, tutta la mente, tutte le forze – e siccome Dio è amore, quando si ama Dio in questo modo si amano le creature come le ama Dio, senza spirito di possesso, di contesa, di rivalità… senza egoismo!

Proviamo a chiederci quale amore tiene il centro del nostro cuore: quello è il nostro Dio, o il nostro idolo. Se al centro c’è una creatura (fossero pure i genitori o i figli), vuol dire che siamo idolatri, non siamo degni di Cristo.

Al centro non ci può stare altri che Dio solo. E se sappiamo mettere lui al centro, potremmo amare anche gli altri in pienezza ed autenticità, con un amore che non snatura la persona amata, facendone un idolo, ma la accetta e valorizza per ciò che realmente è.

Ma forse, se ci guardiamo dentro con attenzione, possiamo scoprire che al centro del nostro cuore non c’è l’amore per un’altra persona, ma l’attaccamento alla nostra stessa vita.

Questo amore disordinato di sé, fino al disprezzo di Dio, fino all’odio del prossimo è una delle caratteristiche più evidenti della mentalità del mondo. Gli idoli più grandi sono proprio l’autorealizzazione, la ricerca del proprio comodo, del proprio tornaconto.

Se non siamo disposti ad andare incontro agli altri, se non sappiamo affrontare la fatica, il sacrificio, la monotonia, l’impegno… è perché cerchiamo noi stessi, non il Signore.

Chi avrà trovato la propria vita la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà.

Se abbiamo il coraggio di “perdere” la nostra vita con Gesù, se siamo disposti a prendere la nostra croce (cioè morire a noi stessi) e seguirlo, lì troveremo la vera vita, la vera felicità. Perché diventiamo parte di lui.

L’amore rende una cosa sola con l’amato. Per questo Gesù può dire a chi lo ama più di ogni cosa, a chi è disposto a perdere la sua vita per lui:

Chi accoglie voi accoglie me,

perché siamo diventati una cosa sola con lui; come lui è una cosa sola con il Padre, perciò dice:

Chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.

Diventiamo una cosa sola con Gesù, per questo diventiamo “sacramento” di Cristo, cioè segno e strumento della salvezza di Cristo nel mondo.

Paura?

Pietro

Gesù si rivolge ai suoi apostoli – cioè alla sua Chiesa – e dice:

Non abbiate paura degli uomini… Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l’anima (Mt 10,26-33).

Sono parole che Matteo scrive in un contesto di persecuzione: i cristiani sono trascinati davanti ai tribunali, incarcerati, torturati, messi a morte – ed è una situazione che nella storia si ripete continuamente, anche oggi: anche in questo momento vi sono nel mondo tanti nostri fratelli e sorelle che subiscono il martirio in nome di Cristo.

Tertulliano, in tempi di persecuzioni feroci, scrisse che il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani – una verità sacrosanta. Il fatto è che questa verità l’ha capita anche il demonio, per cui, invece di fare martiri, preferisce fare corrotti.

Dalle parti nostre, questa è storia antica. È storia che comincia nel IV secolo, quando il Cristianesimo smette di essere perseguitato dall’Impero Romano e finisce col diventare addirittura religione di stato. Nasce allora una mentalità che si riflette nel linguaggio che ancora oggi usiamo popolarmente, quando per dire “una persona” diciamo “un cristiano”.

Questo può apparire conveniente per la Chiesa, ma in realtà costituisce un rischio gravissimo. Lo segnalava quasi due secoli fa un grande filosofo credente: “Dove tutti sono cristiani, persino i liberi pensatori, la situazione è la seguente: chiamarsi cristiano è il mezzo per assicurarsi contro tutti i possibili fastidi e disagi della vita” (S. Kierkegaard).

La verità – come dice san Paolo (Rm 5,12-15) – è che noi ci muoviamo in un mondo in cui il peccato è di casa, ma in questo mondo Cristo è entrato con la sua grazia. Accade come quando si incontrano due correnti d’aria opposte, l’una calda e umida, l’altra fredda e secca: scoppia la tempesta. E noi ci troviamo in mezzo a questa tempesta. Sempre.

Il mondo sarà sempre ostile a Cristo. Noi dobbiamo scegliere da quale parte stare: se con Cristo o con il mondo. Su questa terra sono gli uomini che ci giudicano, ma il giudizio finale sarà quello di Dio. Gli uomini possono uccidere il corpo, ma non possono uccidere l’anima; Dio invece ha il potere di far perire l’anima e il corpo.

Perciò – dice Gesù – chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.

Riconoscere Cristo davanti agli uomini significa prendere posizione davanti al mondo che si oppone al Vangelo. Ecco perché non possiamo essere i cappellani di questa società. Ecco perché non possiamo diventarle organici. Siamo parte della società in quanto cittadini e lavoratori, ma in quanto cristiani siamo stranieri, ospiti, pellegrini (cf. 1Pt 2,11). Per quindici secoli, in Europa, si è diffusa l’idea che il cristianesimo potesse installarsi comodamente nel mondo; ma questa o è una pia illusione, oppure è un tradimento del Vangelo. Il Cristianesimo non sarà mai del mondo. Gesù l’ha detto con ogni chiarezza: il mondo ci odia (Gv 15,18-21) e noi non dobbiamo desiderarlo (1Gv 2,15-17). Cercare di piacere al mondo significa separarsi da Cristo (Gal 1,10).

Il nostro compito è quello di dare testimonianza a Cristo – e non certo a noi stessi, per dimostrare al mondo quanto siamo bravi e quindi quanto abbiamo diritto all’8×1000, alle ore di religione, all’edilizia del culto, all’esenzione dall’IMU, ecc. La testimonianza va resa a Cristo, non perché ammirino noi ma perché si convertano a Lui.

E questa testimonianza “uccide il corpo”, nel senso che ti chiede comunque di rimetterci per Cristo, di soffrire per lui in termini di salute, di denaro, di tempo, di prestigio sociale. Tutto questo si può affrontare perché Dio, il padrone del corpo e dell’anima, è un padre amorevole; perché nelle sofferenze siamo sostenuti da lui; perché il potere e l’amore di Dio sono strettamente congiunti: fondano il timore di Dio e liberano dal timore degli uomini[*]. Nel giudizio definitivo, Gesù si schiererà dalla parte di quelli che lo hanno “riconosciuto”, ossia che hanno proclamato il Vangelo con un’esistenza povera, indifesa e sofferente per amore suo. Ed in questo amore, anche dentro la sofferenza, hanno trovato la vera gioia.

[*] U. Luz, Vangelo di Matteo, Brescia 2010, vol. 2, p. 171.

Il Pane e la vita

Eucaristia

Perché la seconda settimana dopo Pentecoste si celebra la Solennità del Corpo e Sangue del Signore?

Come abbiamo detto domenica scorso, dall’Avvento a Pentecoste si ripercorre tutta la storia della salvezza, che è costituita dai grandi interventi di Dio a favore del suo popolo, eventi che ci fanno conoscere chi è Dio e realizzano nel tempo e nel mondo il mistero eterno della salvezza. Questa storia ha in Cristo il suo compimento decisivo e si realizza ogni giorno nella Chiesa.

I sacramenti sono le “meraviglie della salvezza” nel tempo presente: sono opere della potenza di Dio che, attraverso la mediazione di segni materiali (l’acqua, l’olio, il pane, il vino…), ci fanno partecipare al mistero pasquale di Cristo e al dono del suo Spirito, incorporandoci – ciascuno alla propria maniera – al Signore risorto .

L’Eucaristia è il centro e il vertice di questa economia di salvezza: il punto di arrivo che ricapitola la storia della salvezza e rende presente nel simbolismo sacramentale la “meraviglia” decisiva dei questa storia: la Pasqua di Cristo.

Gesù presenta se stesso dicendo:

Io sono il pane (Gv 6,51).

Tutti sappiamo che cos’è il pane: è cibo – ma non un cibo qualsiasi: è il nutrimento essenziale. Il pane è frutto della terra, ma richiede il lavoro dell’uomo. Il pane indica sopravvivenza, l’energia per lavorare… ma anche la condivisione e quindi la comunione intorno ad una mensa… Possiamo dire che il pane è un segno che riassume in sé tutta la vita umana.

Questo significa che Gesù è essenziale per noi come lo è il pane quotidiano, e significa che Egli è presente nelle cose di tutti i giorni, nelle nostre attività più concrete.

Ma Gesù specifica di essere il pane vivo e afferma che questo pane è la sua carne. Nel Natale abbiamo celebrato il Verbo che si è fatto carne, ora vediamo che questa carne è data a noi come pane vivo. Nella Pasqua abbiamo celebrato Gesù cha ha dato la sua carne per la vita del mondo ed è risorto. Nell’Eucaristia Gesù dà la sua carne nel segno del pane, ossia dona se stesso affinché noi possiamo partecipare della sua vita di risorto.

Nel Vangelo del giorno di Natale abbiamo udito che “In lui era la vita” (Gv 1.4).  La vita è nel Figlio perché il Figlio dimora nel Padre, sempre (8,35). La prima parola che i discepoli rivolgono a Gesù è: “Maestro, dove dimori?”, e da quel momento anche loro andarono a dimorare con lui (1,35-42). Per avere la vita, dobbiamo “dimorare” con Gesù e lasciare che Gesù “dimori” in noi.

Questo accade anzitutto mediante l’ascolto della Parola, se le parole di Gesù rimangono in noi (15,7). Ma noi non siamo solo “pensieri e parole”, siamo anche carne e sangue: il nostro “rimanere” in Gesù non può essere solo un fatto mentale, deve diventare vita concreta. Si dice: dobbiamo quindi mettere in pratica la Parola; è vero! Ma ne siamo capaci? No. C’è bisogno che Gesù ci accolga in sé, c’è bisogno che lo assimiliamo così come si assimila il pane – o meglio: che Lui ci assimili a sé. Ed ecco il mistero dell’Eucaristia!

Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue, non avrete in voi la vita.

Siamo abituati a chiamare l’Eucaristia “comunione”. Comunione significa che c’è un’unica vita – uno stesso sangue che scorre in Lui e in noi, significa che diventiamo osso delle sue ossa, carne della sua carne (Gn 2,22), così che non siamo più due, ma una sola carne (Mt 19,6).

E questo ci fa entrare in relazione con gli altri insieme a Cristo: quello che noi facciamo viene visto come fatto da Cristo, che dice: “Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me” (Lc 10,16).

Che mistero esaltante! Tutta la vita cristiana, la vita eterna stessa è racchiusa in questo sacramento. E ci accade di essere così superficiali nei confronti dell’Eucaristia! Ci accade di banalizzare tutto: la frequenza diventa routine, la confidenza diventa mancanza di rispetto, di attenzione, di consapevolezza…!

La festa di oggi ci aiuti a recuperare la gioia, il rispetto, il timore e l’amore verso questo Sacramento per accogliere il grande dono di Cristo, la partecipazione alla vita stessa di Dio.

 

Amare è donare

Trinità

Siamo praticamente a metà dell’anno liturgico. Nella prima parte, che va dall’Avvento a Pentecoste, si è dipanato sotto i nostri occhi tutto il mistero della salvezza. La festa di oggi ne è quasi la celebrazione sintetica. A partire dall’Incarnazione del Verbo fino all’evento pasquale abbiamo avuto la rivelazione di Dio ed ora possiamo esprimere in una sola frase tutto questo:

Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque creda in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna (Gv 3,16).

La cosa più importante, a proposito dell’amore – di ogni amore, dell’amore in quanto tale – è che il Dio Padre ci ama e ci ha amato per primo: In questo sta l’amore non siamo stati noi ad amare Dio ma è lui che ha amato noi (1Gv 4,10)[*].

Questa è la verità che sostiene e spiega tutte le altre. L’amore del Padre è la rispo­sta ultima a tutti i «perché»: perché la creazione, perché l’incarnazione, perché la redenzione… Se tutta la Storia della Salvezza divenisse una sola voce, questa voce griderebbe: «Dio vi ama!». Gesù è la voce di tutta la Scrit­tura quando dice: Il Padre vi ama! (Gv 16, 27). Tutto ciò che Dio fa e dice nella Bibbia è amore, anche la «collera di Dio» non è altro che amore. Dio «è» amore!

Volendoci coinvolgere nel suo amore, Dio ne ha fatto come una rappresentazione esterna; l’ha fatto scorrere per immagini davanti ai nostri occhi con la vita di Gesù, fino all’immagine culminante della croce, per poi donarci, mediante lo Spirito, ciò che abbiamo veduto.

Questa rivelazione ci mostra anche che cosa è l’amore. Tutti sentiamo il fascino della parola “amore” e tutti sappiamo di aver bisogno di amore, ma spesso pensiamo che l’amore sia un ricevere; mentre Gesù ci rivela che l’amore sta nel dare.

Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito.

Al di fuori del Figlio, Dio non possiede nulla. Generare il Figlio rende “Padre” il Padre. Dunque, consegnando il Figlio, il Padre consegna colui nella generazione del quale egli stesso “è”. Così ci ha amati il Padre! “Egli non ha risparmiato il proprio figlio, ma lo ha dato per tutti noi” (Rm 8, 32).

Questo è il prezzo altissimo, infinito della nostra salvezza. A chi è stato pagato questo prezzo? A nessuno! Quando diciamo: “Per ottenere il successo nello sport o nello studio, devi pagarlo con l’impegno”, a chi lo dobbiamo pagare? A nessuno: lo devi pagare perché è un risultato che costa. Se il prezzo della redenzione è il Figlio, esso non è stato pagato a nessuno. Né a una creatura, non essendo Dio debitore del proprio Figlio nei confronti di nessuno; né a Dio, perché il Figlio è tutt’uno col Padre e gli appartiene assolutamente.

Eppure si tratta di un prezzo altissimo, perché vivere l’amore in un mondo segnato dal peccato significa dare la vita. Ci si dona interamente solo morendo per l’altro: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).

Gesù, donato al mondo dal Padre, si svuota di se stesso  e si dona completamente a noi. E il Padre inverte il senso della morte che conduce al nulla; gli imprime quel movimento eterno, infinitamente potente, che porta il Figlio verso il Padre e che si chiama Spirito Santo.

E noi abbiamo ricevuto lo stesso Spirito! Pertanto possiamo lasciarci prendere, come in un immenso fiume, da questo dono di potenza infinita; possiamo donarci con Cristo fino a perdere la vita per vivere pienamente.

Lunghissimo, dolorosissimo è stato il cammino che ha condotto Gesù dall’esistenza terrena fino al seno del Padre. Ebbene, un cristiano che crede e che ama, fa un’esperienza analoga; si lascia scavare fino a svuotarsi di sé… Ma non per rimanere vuoto: per accogliere l’immenso dono di Dio che è la vita eterna.

Così il cristiano quando rinuncia a possedere se stesso, quando utilizza a favore degli altri i talenti che possiede, realizza nella sua vita l’immagine di Dio, abbandonandosi come Gesù al Padre, facendo di lui tutto il significato della sua vita.

 

 

 

[*] Riprendo in questa meditazione alcune riflessioni del P. Raniero Cantalamessa.

Il Dono e i doni

Pentecoste20

Lo Spirito Santo è il primo dono di Dio, il dono che Cristo risorto porta ai suoi discepoli quando soffia su di loro e dice:

Ricevete lo Spirito Santo (Gv 20,22).

Nell’inno Veni Creator Spiritus è chiamato – egli stesso – “dono del Dio altissimo”.

Nella Sequenza di Pentecoste, però lo Spirito Santo è chiamato “datore dei doni” e questo aspetto viene sottolineato da Paolo (1Cor 12,4-13), che mette in luce i diversi “carismi”, ossia i diversi doni di grazia che lo Spirito distribuisce ai fedeli per la costruzione della comunità cristiana.

Le parole di Gesù risorto ai discepoli potrebbero far tremare i cuori e cadere le braccia:

Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi

Come possiamo, Signore, compiere la tua missione? Dovremmo essere come te! Certo: essere cristiani significa essere Cristo, fare di Cristo il principio della propria vita, condurre la propria vita come Cristo!

Perché Cristo si formi in noi c’è bisogno che lo Spirito Santo ci copra con la sua ombra, come fece con Maria, per renderla feconda di Cristo. Pietro parla del “seme incorruttibile” per il quale noi nasciamo da Dio (1Pt 1,13-25; cf. 1Gv 3,9): questo seme è lo Spirito Santo. Egli compie in noi un segreto lavoro di incarnazione. Dio Padre, mediante il suo Spirito fa abitare il Cristo nei nostri cuori, cioè nel più profondo di noi stessi, laddove si forma l’orientamento della nostra vita.

La grande idea che deve guidarci nel comprendere questa verità è che solo Dio ci può condurre per farci raggiungere il suo regno. Soltanto Dio può far agire divinamente. Ma ad agire siamo noi. In che modo allora Dio può farci agire divinamente senza sostituirsi a noi stessi? Ecco i doni dello Spirito Santo! Essi sono delle disposizioni, delle attitudini che Dio crea in noi, delle disposizioni soprannaturali che ci consentono di accogliere e di assecondare con facilità gli impulsi dello Spirito Santo. Per cui sono sempre io che agisco, ma agisco in modo divino o sovra-umano, grazie al dono di Dio.

Il dono dello Spirito Santo si compie anzitutto nella fede. E questo sia nel senso che la fede è suscitata dallo Spirito, sia nel senso che chi entra nella fede riceve il dono dello Spirito.

Noi abbiamo già lo Spirito, siamo già figlii, ma siamo ancora nella carne, nel senso di una resistenza allo Spirito, e attendiamo la pienezza della qualità di figli, e ciò sulle orme di Cristo il quale è stato crocifisso, è morto secondo la carne, ma è stato risuscitato e glorificato secondo lo Spirito. Dobbiamo quindi impegnarci a “vivere sotto il regime dello Spirito” (Rm 7, 6): “Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito” (Gal 6, 25).

Cosa vuol dire? Semplicemente, che Dio ci dà le armi per risultare vincitori nella lotta, ma non ci esonera dal combattimento. Tutta la nostra vita sarà una lotta, in primo luogo dentro di noi, tra le nostre tendenze, tra i due spiriti che abitano in noi: quindi una lotta contro “la concupiscenza degli occhi, la concupiscenza della carne e la superbia della vita” (1 Gv 2, 16). Ma sappiamo bene che la nostra lotta non è solo contro la carne e il sangue, ma contro gli spiriti del male che regnano tra cielo e terra, con lo spirito che agisce tra i figli della ribellione. Gesù, appena ricevuto il battesimo, fu condotto dallo Spirito nel deserto, per combattere contro il diavolo e sconfiggerlo; anche il cristiano, che ha ricevuto lo stesso Spirito, è chiamato alla stessa lotta e alla stessa vittoria. Lo Spirito Santo è “il dito di Dio” con cui Gesù scaccia i demoni (Mt 12, 28) ed è ciò che ci consente di vincere nelle tentazioni

Lo Spirito Santo è anche colui che opera la conversione dei peccatori. Lo Spirito Santo agisce dal di dentro, dove penetra come un’unzione. Non si ferma al livello del dispiacere di questa o quella colpa: va più in profondità e ci fa sentire l’attrattiva di Dio Santissimo, della vita nuova che Gesù Signore ci offre; e, di fronte a questo, ci dà una coscienza acuta della nostra miseria, della menzogna e dell’egoismo di cui la nostra vita è piena. Ci sentiamo giudicati e, nello stesso tempo, prevenuti dal perdono e dalla grazia.

Il Dono di Dio, lo Spirito Santo è già in noi. Ma è come la primizia, la caparra di qualcosa che dovrà compiersi in modo perfetto, nel cielo. Queste primizie sono un pegno della nostra eredità ed hanno l’effetto di consolidarci in una piena fiducia. Noi fin d’ora ne sentiamo l’anticipo e ne dobbiamo vivere le esigenze.

Quale speranza?

AscensioneProviamo a metterci nei panni dei discepoli. Gesù ha parlato loro per tre anni. Poi è morto ed è risorto. E per quaranta giorni continua a parlare loro. Di cosa? “Delle cose riguardanti il regno di Dio” (At 1,3). E i discepoli continuano ad equivocare, come se si trattasse di “ricostruire il regno per Israele” (v. 6). Il che i discepoli si aspettano è un regno terreno: autonomia politica, indipendenza economica, leggi sante, tribunali equi, benessere… Tutte cose buone e giuste! Ma tutte cose che sulla terra non si realizzano mai,  perché il “regno per Israele” – come lo chiamano i discepoli – cioè un regno degli uomini, porta sempre la tara dell’egoismo umano.

Siamo dunque condannati all’infelicità? No di certo! Siamo chiamati ad allargare gli orizzonti della nostra speranza. San Paolo ci dice che il contenuto della nostra speranza è duplice (Ef 1,18-19): “il tesoro di gloria racchiuso nell’eredità di Dio tra i santi” – cioè il Paradiso – e “la straordinaria grandezza della sua potenza” a nostro vantaggio. Noi non siamo fatti semplicemente per il benessere terreno: siamo fatti per il cielo! E Gesù ascende al cielo “per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria” (Prefazio).

Ci pensiamo qualche volta che siamo creati per la gloria? Oppure i nostri desideri si esauriscono nel comfort e nel divertimento – come quelli dei maiali che non guardano il cielo e si accontentano delle ghiande?

C’è bisogno che siano “illuminati gli occhi del nostro cuore” (Ef 1,18), perché il comfort si vede e si sente, ma la gloria dei santi quaggiù né si vede né si sente. E noi viviamo qui, in questo mondo in cui domina l’egoismo, in cui troneggia l’accusatore, in questo tempo di pandemia e di futura e certa crisi economica…

In realtà, fin dal tempo del primo annuncio del Vangelo, “il mistero dell’iniquità è in atto” (2Ts 2,7), ma è in atto anche la potenza vittoriosa di Dio. E noi siamo nel mezzo. Dobbiamo scegliere – come dice sant’Ignazio di Loyola – sotto quale bandiera schierarci. È una combattimento, ma Cristo ha già vinto “quando Dio lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al disopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione” (Ef 1,20-s).

Bisogna capire il linguaggio simbolico dell’evento dell’Ascensione (At 1,9-10)  essere elevato in alto significa ricevere il dominio; essere elevato in cielo significa dominare su tutto il mondo (Mt 28,18); essere nascosto dalla nube significa entrare nella dimensione di Dio: nella sua invisibilità, nella sua onnipotenza e nella sua onnipresenza: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (v. 20).

Cristo ha vinto: “Gli fu data una corona ed egli uscì vincitore per vincere ancora” (Ap 6,2). E noi siamo il suo corpo che è la Chiesa. Se il capo è vittorioso nella passione, anche noi in questa nostra passione “siamo più che vincitori” (Rm 8,36-s): camminiamo insieme a lui, che è il perfetto compimento di ogni cosa.

E allora comprendiamo che l’Ascensione è la festa della speranza perché è l’anticipazione del Paradiso: si realizza oggi ciò che si realizzerà alla fine. Cristo regna finché i nemici non siano posti tutti sotto i suoi piedi. “Nel tuo Figlio asceso al cielo – recita la Colletta – la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo nella gloria”.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: