Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Uncategorized’ Category

misericordia corporale

In queste domeniche, la liturgia ci fa ascoltare il primo grande discorso di Gesù: il Discorso della Montagna, che occupa i cap. 5, 6 e 7 del Vangelo di Matteo. Si tratta del “discorso inaugurale” o “programmatico” . Ci dice chi è Gesù e chi è il cristiano. E lo dice a noi oggi. Il racconto di Matteo comincia con una frase che rischia di passare inosservata:

Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola li ammaestrava, dicendo… (Mt 5,1-2)

La montagna viene ad essere come un podio su cui si dispongono in ordine i tre soggetti del discorso: sulla cima Gesù, alla base la folla, in mezzo i discepoli.

Matteo legge la vicenda di Gesù come realizzazione delle profezie e figure dell’Antico Testamento. Ora, all’inizio della storia di Israele c’è un uomo che sale anche lui sulla montagna, Mosè. Ma sale da solo. E sulla montagna riceve da Dio la legge scritta su tavole di pietra. Gesù, invece, il nuovo Mosè, sale insieme ai discepoli. Non riceverà la legge, perché lui stesso è la nuova legge. Sale per scrivere la legge, ma non su tavole di pietra: sulle tavole di carne che sono i cuori dei suoi discepoli.

Pesiamo le parole del Vangelo! “Vedendo le folle, Gesù…” Si mise ad ammaestrarle? In altri punti del Vangelo sì, ma qui no. Sale sulla montagna e ammaestra i discepoli, per­ché siano i discepoli ad ammaestrare la folla! I discepoli sono queste tavole vive della legge nuova, in cui la folla può leggere il vangelo di Dio.

Chi è oggi la folla? Sono le persone del nostro territorio che non partecipano all’Eucaristia, che non conoscono la parola di Dio, a cui nessuno ha mai presentato “al vivo” Gesù Cristo morto e risorto – come direbbe san Paolo. Questa è “la folla”: sette italiani su dieci!

E i discepoli? I discepoli siamo noi, che senza nostro merito abbiamo avuto il dono della fede. Il nostro ascolto della Parola di Dio riunirci è proprio questo “salire sulla montagna” , avvicinarci a Gesù e lasciarci ammaestrare da lui. Ma evidentemente non possiamo fermarci qui: tutto questo deve diventare testimonianza, missione. Siamo un piccolo gruppo di persone: attraverso noi Gesù vuole arrivare ad altre migliaia e migliaia. Noi siamo in mezzo tra Gesù e la folla. Guai a noi se fossimo un ostacolo! Beati noi se saremo un tramite.

A noi oggi Gesù dice:

Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo… (Mt 5,13-16)

Voi siete: non “voi dovete diventare”: lo siete già! A noi il Signore ha fatto dei doni meravigliosi: il dono di ascoltare la Parola (tanta gente, “le folle”, non la conoscono); il dono di credere (tanta gente non crede); il dono di attingere la vita stessa di Dio nei Sacramenti… Tutto questo ci rende sale e luce.

Ma non sono doni che ci vengono dati perché ci possiamo beare di possederli. Non siamo sale e luce di noi stessi: siamo sale della terra, luce del mondo. Ricordiamoci che siamo sulla montagna con Gesù, ma che a valle c’è la folla; vale a dire: noi siamo qui a ricevere i doni di Dio, ma là fuori, per le strade, nei posti di lavoro, dentro le case c’è la gente, il 70% della popolazione, che questi doni non li conosce o li ha rifiutati. E noi siamo sale e luce per loro, non per noi stessi.

Sale della terra: a cosa serve il sale? A due cose: a dare sa­pore e a preservare dalla corruzione. Mai come oggi la gente si rende conto di vivere un’esistenza “senza sale”: il “gusto di vivere” si è perso. Si ricercano emozioni sempre più forti, sempre più scioccanti per dare sapore a ciò che non ne ha. Quante perversioni si inventano per questo motivo! E siccome tutto precipita inesorabilmente nella banalità e nella noia, alla fine spesso ci si ammazza, o ci si stordisce con la droga, con il vino, con il denaro, con il sesso… Ed ecco la corruzione! Come ci vengono facili i moralismi e i discorsi di condanna, a questo punto… Ma chi è che deve dare sapore alla vita di questa gente se non noi, che siamo il sale della terra?

Voi siete la luce del mondo: Gesù stesso è la luce, ed ha acceso la nostra lampada perché rischiari il cammino degli uomini del nostro tempo. In che modo? Attraversi le nostre azioni, le nostre opere:

perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

Il Vangelo è il sale e la luce. La comunità cristiana deve predicarlo incessantemente. Ma questa predicazione non può essere efficace se non è confermata dalla coerenza delle opere. Si tratta – come dice Isaia (58,7-10) – di dividere il pane con l’affamato… introdurre in casa i miseri, senza tetto… vestire uno che vedi nudo… di togliere di mezzo l’oppressione, il puntare il dito, il parlare male, di aprire il cuore all’affamato, di saziare l’afflitto di cuore. Nella concretezza di questi comportamenti, brilla la luce di Cristo, la vita riacquista sapore e il Regno di Dio può raggiungere quello spazio di mondo in cui il Signore ci ha posto.

 

Read Full Post »

La consolazione

Presentazione

La festa di oggi celebra la presentazione di Gesù. Ma chi lo presenta e a chi lo presenta? A un livello più semplice, sono Maria e Giuseppe che presentano il bambino a Dio (Lc 2,22), ma ad un livello più profondo è Dio stesso che presenta Gesù a noi, e lo fa attraverso la profezia di Simeone.

Simeone ci appare come un uomo giusto e pio, che vive proteso verso la realtà che deve venire. “Aspettava la consolazione di Israele”, vale a dire “il Cristo del Signore”. Già da queste poche parole noi abbiamo una prima presentazione di Gesù, fatta direttamente dallo Spirito Santo che riposa su Simeone: Gesù è il Cristo – il Messia, l’Unto del Signore – e la sua attività è indicata come “consolazione”. “Consolare” significa “stare con uno che è solo”, dunque fare compagnia a chi è triste, alleviare il dolore con la propria presenza. Ecco: Gesù ci viene presentato anzitutto come la nostra consolazione: abbiamo tanti motivi di desolazione nella nostra vita, ma abbiamo un motivo di consolazione che vince su tutto: Gesù è con noi!

Simeone, accogliendo il bambino tra le braccia, prorompe in una benedizione a Dio in cui il bambino Gesù viene chiamato “la tua salvezza”. La salvezza è la vittoria su un male, significa essere tratti da un pericolo in cui si rischiava di soccombere. “Salvare” – a seconda dei pericoli – significa proteggere, liberare, riscattare, guarire; e la salvezza significa vittoria, vita, pace… Ebbene, Gesù è salvezza di Dio per noi!

Proseguendo, Simeone afferma che Gesù è “luce per rivelarti dalle genti e gloria del tuo popolo Israele”. “Le genti” sono tutte le nazioni; per tutti i popoli Gesù è la Parola di Dio che illumina chi sta nel buio dell’ignoranza e dell’errore. “Israele” è il popolo di Dio, povero e umiliato davanti al mondo, ma infinitamente glorioso per la potenza salvifica di Dio.

Consolazione, salvezza, luce, gloria… Sembra una pagina trionfale, e in un certo senso lo è, per la parte rivolta a Dio; ma, ancora con il bambino in braccio, Simeone si rivolge con una parola profetica a Maria, alla quale, dopo gli accenni gioiosi a motivo del bambino, annuncia una profezia della croce[i]. Gesù “è posto per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione”. Infine viene riservata alla madre una predizione molto personale: “A te una spada trafiggerà l’anima”. La gloria è collegata inseparabilmente alla croce, la luce spesso non viene accolta, perché c’è chi preferisce nascondersi nel buio perché le sue opere sono malvagie, la salvezza si scontra tante volte col rifiuto a lasciarsi salvare.

Sappiamo quanto Cristo oggi sia segno di contraddizione: una contraddizione che, in ultima analisi ha di mira Dio stesso, Dio che viene visto come il limite della nostra libertà, un limite da eliminare perché l’uomo possa essere totalmente se stesso. Dio, con la sua verità, si oppone alla molteplice menzogna dell’uomo, al suo egoismo ed alla sua superbia. Dio è amore, ma l’amore può anche essere odiato, quando ci chiede di uscire da noi stessi per andare al di là di noi stessi. La salvezza non è il benessere dell’uomo autocompiaciuto, bensì una liberazione dall’egoismo – e questo ha come prezzo la sofferenza della Croce.

Una spada trafiggerà l’anima di Maria: ella sarà pienamente solidale con il Figlio, così come il Figlio si è fatto pienamente solidale con noi. Ma proprio questa solidarietà è la nostra consolazione: nella croce, non siamo soli; nella croce, Gesù è la nostra salvezza, la nostra luce, la nostra gloria, e Maria ci accompagna.

Questo non solo ci consola, ci insegna anche a consolare gli altri, ad essere a nostra volta solidali con chi patisce la croce, ad accogliere la sofferenza altrui come sofferenza nostra e ad adoperarci perché la salvezza di Cristo raggiunga ogni essere umano.

 

 

 

[i] J. Ratzinger – Benedetto XVI, L’infanzia di Gesù, Roma-Milano 2012, pp. 100-102, che riporto quasi alla lettera.

Read Full Post »

Luce e gioia

Pescatori

In queste domeniche che stanno in mezzo tra il tempo di Natale e la Quaresima, la liturgia ci presenta i primi passi della vita pubblica di Gesù Egli è colui che porta a compimento le promesse di Dio agli uomini. Lo schema è questo: la Prima Lettura ci presenta una profezia dell’Antico Testamento, il Vangelo ci mostra l’adempimento di questa profezia.

Domenica scorsa Gesù ci si è presentato come l’Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo. Oggi Gesù ci viene indicato come “luce” e “gioia”.

Nella prima Lettura, il profeta Isaia (8,23b – 9,3) rivolge al popolo che abitava il Nord della Palestina, la “Galilea delle genti”, cioè territorio mezzo ebreo e mezzo pagano. Questo popolo aveva subìto l’invasione degli Assiri, ed era stato ridotto in schiavitù. L’annuncio è forte: passeranno dalle tenebre alla luce, dalla tristezza alla gioia, dalla schiavitù alla libertà.

In questo messaggio di liberazione è racchiusa una promes­sa per tutto il genere umano, anche per noi. Anche il nostro Paese è una “Galilea delle genti”: vi sono cristiani e non cristiani, ed anche i cristiani – a tratti – sono… non-cristiani! Anche noi siamo schiavi: magari non portiamo materialmente un giogo sulle spalle e non ci sono aguzzini che ci bastonano (per quanto, se guardiamo le vittime dei racket e delle mafie, ci rendiamo conto che la schiavitù materiale è qualcosa di terribilmente attuale!), ma anche se non siamo schiavi esteriormente, tutti viviamo delle schiavitù interiori spaventose: l’in­capacità di amare, la superbia che ci fa essere sempre più soli, la pigrizia che non ci fa compiere il bene, l’egoi­smo del piacere che ci avvilisce e ci riduce come be­stie… In una parola: la schiavitù del peccato.

Il peccato si presenta come una luce soffusa e seducente: ti offre una soddisfazione immediata, un’allegria da consuma­re in fretta… ma poi ti lascia nelle tenebre profonde, nell’“ombra di morte” e ti toglie la gioia di vivere.

Nella seconda Lettura (1 Cor 1,10-13.17), san Paolo mette il dito su una piaga dovuta al peccato: la divisione nella Chiesa. A Corinto erano passati diversi predicatori: Paolo stes­so, un discepolo chiamato Apollo, Cefa (cioè Pietro); cosicché si erano creati dei gruppi di fans, come dei partiti che divide­vano la comunità. Vedete, non sono cose di altri tem­pi: è un rischio a cui siamo sempre esposti. Portare la divisione nel corpo di Cristo è gravissimo. Stiamo celebrando un ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani proprio perché queste divisioni hanno por­tato separazioni tali nella Chiesa che i cristiani hanno smesso di essere in comunione tra loro e si sono divisi: da una parte i cattolici, dall’altra gli ortodossi, dall’altra ancora i protestanti. E come sempre il frutto del peccato è stato ed è tenebra, schiavitù, tristezza.

Ma il la fede ci dice che Gesù viene realizzare la profezia di Isaia, a portare la luce, a moltiplicare la gioia. “Predicava il Vangelo”, ossia la “bella notizia” (Mt 4,12-23).

E qual è questa “bella notizia”? È che “il regno dei cieli è vicino”. Il “regno dei cieli” significa che Dio regna e Dio è la salvezza del suo popolo: Dio estende la sua “signoria” sull’uomo, ma una signoria di amicizia, di alleanza. Se l’uomo l’accetta, regnerà nel mondo la luce, la gioia, la libertà, la pace.

Per questo il richiamo: “Convertitevi!”. Significa: accettate la signoria di Dio, accogliete la luce e la liberazione, apritevi alla gioia!

È un messaggio talmente forte ed affascinante che Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, appena lo ascoltano e si sentono chiamare, lasciano tutto e vanno dietro a Gesù, diventano discepoli e apostoli. Come mai tanta prontezza? Perché questa “bella notizia” è quel che nel profondo del loro cuore desideravano da sempre, anche se forse, fino a quel momento, non se n’erano mai accorti.

Gesù oggi viene in quella “Galilea delle genti” che è la nostra città, la nostra casa. Viene ad illuminare l’oscurità della nostra vita, a liberarci dalle nostre schiavitù: il Regno è vicino: convertitevi!

Se accettiamo il Vangelo, se siamo disposti a “convertirci”, cioè a rinunciare al peccato e alle divisioni, a “lasciare le reti”, cioè le solite abitudini, la solita apatia, Dio in noi “moltiplicherà la gioia”. E la gioia del Signore sarà la nostra forza.

 

 

Read Full Post »

Chi è Gesù?

Agnello

Audio: via-giuseppe-garibaldi-2.m4a

Chi è Gesù? Quante risposte diverse sono state date a questa domanda! Possiamo dire che ogni epoca e ogni uomo cercano di interpretarne la figura in base alla propria sensibilità, non di rado allontanandosi dall’unico strumento che abbiamo a disposizione per dare una risposta vera, ossia il Vangelo.

Così – tanto per stare ai tempi recenti – abbiamo avuto un Gesù rivoluzionario, predicatore della giustizia sociale e della liberazione delle masse, o un Gesù hippie, sognatore della pace e dell’amore universale; un Gesù tranquillizzante, che ti garantisce protezione e successo, o un Gesù fallito, che aveva un progetto utopistico e poi è finito male…

Il Vangelo invece ci presenta la testimonianza di Giovanni Battista (Gv 1,29-34). Egli evidenzia tre elementi essenziali per capire chi è Gesù: 1. è l’agnello di Dio; 2. è il Figlio di Dio; 3. è colui che battezza nello Spirito Santo.

È l’agnello di Dio

L’espressione ci è familiare, perché la liturgia ce la ripropone continuamente. Ma cosa significa?

A noi, l’agnello suscita un’idea di piccolezza e di mitezza. Ma questo non basta. Nelle parole di Giovanni riecheggiano due immagini bibliche[i]. Il profeta Isaia (53,7), paragona il Messia sofferente ad un agnello che viene condotto al macello. Ancora più importante è il fatto che Gesù fu crocifisso durante una festa di Pasqua, nell’ora in cui si immolavano gli agnelli, che costituivano il memoriale della liberazione dall’Egitto.

Così Giovanni indica anzitutto che Gesù è il servo di Dio, che soffre al posto del popolo, che “toglie” – ossia prende su di sé e porta via – i peccati del mondo.

È il Figlio di Dio

Il sacrificio di Gesù non è un incidente di percorso, non è il fallimento delle sue illusioni. È la strada meravigliosa e misteriosa che Dio ha scelto. Per questo Giovanni insiste sul fatto che Gesù, quest’uomo che viene “verso di lui”, non è un uomo come gli altri: pur venendo “dopo”, in realtà “era prima”. Non è un grand’uomo, un filosofo, un rivoluzionario, un profeta come ce ne sono stati altri: è “il Figlio di Dio” che è divenuto servo, è il pastore che è diventato agnello. Per questo si è fatto garante non più soltanto per Israele, ma per la salvezza a tutte le nazioni, “fino all’estremità della terra” (Is 49,3-6).

Battezza nello Spirito

Per questa missione Gesù è riempito di Spirito Santo, in modo da poter immergere gli uomini in quello stesso Spirito – questo è il significato dell’espressione “è lui che battezza nello Spirito Santo”. Gesù si è immerso nella nostra vita per immergerci nella vita di Dio!

Questo è il senso delle parole di san Paolo: nel battesimo noi siamo stati “santificati in Cristo Gesù” e siamo “santi per chiamata”.

Qual è dunque la missione di Gesù? Portare pace, giustizia e salvaguardia dell’ambiente? Predicare un’utopia e poi finire male? No. La sua missione è quella di prendere su di sé ciò che è nostro e dare a noi ciò che è suo. Prende su di sé il peccato del mondo, fino ad esserne schiacciato, per liberarci da ciò che causa ogni male: il peccato. E dona a noi il suo Spirito di santità, per renderci capaci di continuare la sua opera nel mondo e vivere la comunione con lui per l’eternità.

 

 

 

 

[i] Cf. J. Ratzinger, Gesù di Nazaret, Roma-Milano 2007, pp. 41-44.

 

Read Full Post »

Lo Spirito per noi

Bae

Audio:via-giuseppe-garibaldi-1.m4a

All’inizio del suo Vangelo, Giovanni (1,16) afferma solennemente che dalla pienezza del Verbo incarnato noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia[i]. I Padri della Chiesa hanno inteso queste parole in un senso ben preciso: dalla “pienezza di Spirito Santo” di Gesù noi abbiamo ricevuto e riceviamo grazia su grazia.

La festa di oggi ci parla di Gesù che viene riempito di Spirito Santo per potere, a sua volta, riempire di Spirito Santo noi che partecipiamo al suo mistero.

Per cogliere il senso di questa festo, dobbiamo chiederci tre cose: 1. Che importanza ebbe il battesimo personalmente per Gesù? 2. Che importanza ha il battesimo di Gesù per noi Chiesa? 3. Quali conseguenze dobbiamo trarre per la nostra vita?

1. Il battesimo per Gesù

Il Vangelo (Mt 3,13-17) racconta che

appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui.

Prima del battesimo lo Spirito era certo già venuto nell’esistenza del Figlio di Dio: era venuto al momento stesso dell’incarnazione, grazie alla quale gli era “santo” già fin dalla nascita. Tuttavia i primi cristiani attribuivano un significato a parte, decisivo, a questa manifestazione solenne nel Giordano, in occasione dell’inizio della sua opera messianica. Come dice Pietro:

Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui (At 10,34-38).

Nella vita di Gesù, vediamo realizzarsi la profezia di Isaia (42,1-7):

“Egli porterà il diritto alle nazioni”,

senza arroganza, senza frastuono, con mitezza e con forza insieme, per aprire gli occhi ai ciechi, per liberare i prigionieri e coloro che sono nelle tenebre.

Lo Spirito Santo viene ad consacrare, cioè, nel linguaggio biblico, a dare l’investitura e i poteri necessari a Gesù per la missione di salvare gli uomini. Dopo il battesimo, la potenza dello Spirito Santo si manifesta in Gesù attraverso effetti grandiosi e immediati: miracoli, predicazione con autorità, instaurazione del Regno di Dio, vittoria sui demoni.

2. Per noi

Diceva sant’Atanasio: “È a noi che è destinata la discesa dello Spirito Santo su Gesù nel Giordano”. Gesù viene riempito di Spirito Santo per noi!

Innanzitutto perché siamo noi “le nazioni” alle quali Cristo porta il diritto; siamo noi i ciechi ai quali apre gli occhi, i prigionieri che viene a liberare: ciechi per il nostro peccato, prigionieri del nostro egoismo, dell’ignoranza, della morte. Gesù viene a togliere il nostro peccato e a donarci la libertà dei figli di Dio.

Ma c’è un altro aspetto da considerare: liberati dal peccato, abbiamo ricevuto anche noi lo Spirito Santo! Se noi siamo Cristiani è perché lo Spirito di Cristo è sceso su di noi: noi siamo il corpo di Cristo perché abbiamo in noi lo Spirito di Cristo. Noi siamo un “popolo messianico”, come il Concilio Vaticano II definisce la Chiesa, perché siamo un popolo di consacrati nello Spirito Santo. Questo è il mistero del nostro Battesimo, la cui potenza si rinnova ogni volta che – come nella festa di oggi – ne riprendiamo coscienza.

3. In noi

Questo mistero di consacrazione tende a portare in noi il suo frutto. E il frutto è questo: che diventiamo noi stessi come Cristo. Che passiamo per le strade del mondo portando pace, facendo del bene, portando guarigione e liberazione.

Ciò è possibile, perché lo Spirito di Cristo abita in noi. Ma richiede il nostro impegno ad assecondarne l’opera, a vivere sulle orme di lui, così come ce l’ha presentato Isaia: senza clamore, senza toni sopra le righe, con mansuetudine e umiltà, avendo cura della fragilità umana, con dolcezza e forza, con fedeltà e mitezza.

Preghiamo perché anche noi, che siamo partecipi della consacrazione di Gesù, possiamo essere suoi testimoni.

[i] Cf. R. Cantalamessa I misteri di Cristo nella vita della Chiesa, Milano 1991, pp. 125-ss

 

Read Full Post »

Magi

L’annuncio della Pasqua, che segue la lettura del vangelo di oggi, spiega sinteticamente il senso di questa festa: “Fratelli carissimi, la gloria del Signore si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi”.

Come si è manifestata? Qualcuno di noi ha forse visto Dio? “Dio nessuno lo ha mai visto; il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, egli ce lo ha rivelato” (Gv 1, 18). Avendo udito, veduto e toccato Gesù, gli apostoli attestano: “Abbiamo visto la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1, 14).

Beh, beato Giovanni! Beati gli apostoli! Essi hanno visto Gesù, hanno visto la gloria… E noi?

No, cari amici: la logica del Vangelo è opposta: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” (Gv 20, 29). Col Vangelo è così: non è che prima si vede la gloria e poi si crede, ma al contrario, prima si crede e poi si vede: “Se credi, vedrai la gloria di Dio” (Gv 11, 40).

Dobbiamo dunque credere “al buio”, senza alcuna indicazione? In realtà, di luci e di indicazioni ne abbiamo tante: ma si tratta di una manifestazione fatta di segni, che predispongono alla fede, che preparano l’incontro con Cristo in cui “la gloria del Signore si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi”.

Noi i segni li abbiamo visti. Né miracoli né prodigi eclatanti, ma cristiani che giorno per giorno ci hanno testimoniato la verità e la bellezza della gloria di Dio: la sua parola annunciata, celebrata e vissuta, l’incontro con Dio nella preghiera e nei sacramenti, l’esperienza dello Spirito Santo. Per questo ci siamo avvicinati a Cristo. Per questo crediamo.

Dio i segni li ha sempre dati. Ai Giudei aveva dato come segno le Scritture profetiche: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infetti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo Israele” (Mt 2, 6; Mi 5, 1). Ad Erode, che non era un israelita, ma uno straniero messo dai Romani a capo di Gerusalemme, comunque Dio aveva dato come segno i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, che potevano istruirlo sulla parola di Dio. Ai Magi, che vivevano lontani dalla Palestina ed erano praticamente degli astrologi, Dio diede come segno una stella, e tramite essa li guidò fino a Betlemme.

Con ciascuno Dio usa il linguaggio che gli è comprensibile. Noi non crediamo all’astrologia, ma i Magi ci credevano, quindi Dio si abbassa a parlare la loro lingua, usa il loro codice: volendo essere ascoltato, non pretende di imporre il proprio!

Però, una volta giunti a Cristo, tutti i codici devono essere ricapitolati nell’unica Parola: il Verbo che si è fatto carne: la natura (le stelle) e la scrittura (le profezie), il cosmo e la storia, tutto può e deve condurre a credere a Cristo, per poi essere riletto per Cristo, con Cristo e in Cristo, manifestazione definitiva e continua della gloria del Padre.

Noi, annunciatori della parola di Dio nel mondo di oggi, stiamo qui a testimoniare che questo itinerario è percorribile: dai molti segni – sparsi nei più diversi codici umani di comunicazione – all’unico Segno, Gesù Cristo: dalla fede alla contemplazione della gloria.

Ma “percorribile” non significa “facile”: bisogna rimuovere gli ostacoli. E gli ostacoli si chiamano: chiusura alla verità, difesa dello status quo, attaccamento al potere…

I Magi – scrive san Giustino martire – accolgono con Cristo la fine della magia; Clemente Alessandrino dice che la stella di Cristo annulla l’antico ordinamento delle stelle. Insomma, accogliendo Cristo, i Magi rimangono disoccupati! Tertulliano interpreta le parole “per un’altra strada fecero ritorno al proprio paese” nel significato di una conversione radicale.

I Magi sono stati disponibili a questo. Erode no. Gli scribi no. Diversi Padri insegnano che l’offerta dell’oro, dell’incenso e della mirra sta a rappresentare la sottomissione totale a Cristo di ogni regalità, di ogni potenza di ogni gloria: come diremo tra poco, dopo il Padre nostro: “Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli”. Ma se io voglio conservare i miei privilegi, il mio potere, il mio tornaconto, non posso credere e quindi non vedrò la gloria di Dio. Forse che essa non si manifesta? Tutt’altro! Si manifesta, ma io la rifiuto. “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta” (Gv 1, 5).

Se invece siamo disponibili a perdere il nostro oro, il nostro incenso, la nostra mirra, se siamo pronti a donarli per sempre al Signore, allora accade il miracolo: non solo “vediamo la gloria di Dio”, ma addirittura veniamo trasformati in immagine di Dio, di gloria in gloria (cf. 2 Cor 3, 18). Ossia diventiamo a nostra volta un segno – una stella, una profezia, un’istruzione – che conduce a Cristo. Così una Chiesa, una comunità, un cristiano che hanno ceduto a Cristo tutto il potere, realizzano il proprio compito di essere un riflesso della sua gloria per la salvezza del mondo.

Read Full Post »

Sapienza

Audio: via-giuseppe-garibaldi.m4a

La liturgia di oggi ci vuole aiutare a entrare meglio e più profondamente nel mistero del Natale. Così il Vangelo (Gv 1,1-18) torna a riflettere sulla persona di Gesù, ci rivela chi è. È il Verbo di Dio che si è fatto carne.

Cosa significa questo termine: “Verbo”? Significa molte cose: significa “Parola di Dio”, “Pensiero di Dio”, “Sapienza di Dio”.

Dio crea ogni cosa con la sua parola: Dio disse “sia la luce”, e per la parola di Dio tutte le cose sono state create.

Ma la parola di Dio esprime il suo pensiero e quindi la sua sapienza, il suo progetto giusto, saggio, perfetto, in forza del quale tutte le cose sono ordinate e belle: ecco, questo può darci un’idea di cosa significhi “il Verbo”.

Gli uomini antichi potevano avere un’idea del Verbo di Dio guardando le cose create. Pensiamo al movimento delle stelle, così perfetto. Pensiamo alla puntualità con cui sorge e tramonta il sole; con cui si avvicendano le fasi della luna… Ma non solo le cose grandi: anche le piccole e piccolissime ci mostrano questa perfezione di ordine e di bellezza: pensiamo a un cristallo di neve, o al prodigio della vita… Tutto questo ci mostra che Dio, che ha fatto queste cose, le ha fatte con infinita sapienza. E l’uomo che guardi queste cose con animo aperto alla verità non può che riconoscere la Sapienza di Dio, il Verbo di Dio, e rendergli lode. Di questo san Paolo dice: “Dio non ha mai cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendovi di cibo e riempiendo di gioia i vostri cuori” (At 14, 17).

Ma il libro del Siracide (24,1-12) mette in luce soprattutto questo concetto: la sapienza con cui Dio ha fatto tutte le cose, la parola che è uscita dalla bocca dell’Altissimo è stata mandata agli uomini. Notiamo però che si tratta ancora un testo dell’Antico Testamento, scritto prima della venuta di Cristo: gli uomini, qui, sono soltanto gli appartenenti a un popolo: il popolo di Israele, con la sua capitale Gerusalemme, Sion. A questo popolo Dio ha rivelato in modo speciale la sua Sapienza, perché ha parlato loro per mezzo di Mosè, e ha dato loro una legge che esprime e fa conoscere il pensiero di Dio. Quante volte, nelle Scritture troviamo queste espressioni: “Lampada ai miei passi è la tua parola, la tua legge Signore!”. Cosa significa? Significa che la legge di Dio, la parola di Dio, rivelandoci ciò che Dio pensa e ciò che Dio vuole, ci fa partecipi della sapienza di Dio, ci rende saggi a nostra volta, e così illumina il nostro cammino, ci fa compiere i passi giusti. Ma questo rapporto con la luce di Dio mediato dalla legge è ancora un rapporto a distanza. Certo, Dio fa conoscere agli uomini la sua parola, il suo pensiero, la sua sapienza, e facendo questo “illumina” gli uomini… Ma è ancora una luce di lampada, come una piccola fiammella che brilla in una immensa oscurità, e riesce ad illuminare solo pochi metri d’intorno.

Ed ecco che succede qualcosa di nuovo e sconvolgente, qualcosa che capovolge completamente il rapporto degli uomini con Dio. Il Verbo, il pensiero di Dio, il progetto sapiente per mezzo del quale Dio ha fatto tutte le cose, la parola che ha creato ogni cosa, il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Questo è il mistero di Cristo! Gesù Cristo, questo bambino che abbiamo visto nascere in una stalla, è la parola di Dio che è diventata uomo, è il pensiero di Dio, la sapienza con cui Dio ha creato tutte le cose, che è diventata creatura! Capite perché l’evangelista Giovanni grida di gioia dicendo: noi abbiamo visto la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Guardiamo con quali parole parla del Verbo:

  • era in principio: cioè esisteva da sempre;
  • era presso Dio: era la Sapienza, il pensiero, la parola di Dio;
  • era Dio: della stessa sostanza del Padre, Dio come il Padre, un solo Dio con il Padre.
  • tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste, e più sotto ancora: il mondo fu fatto per mezzo di lui: è la parola di Dio che ha creato l’universo ed ha creato noi stessi.
  • In lui era la vita: Dio è la vita; noi abbiamo la vita, ma non siamo la vita – tant’è vero che moriamo. Dio solo è la vita, e per mezzo di lui tutti vivono.
  • e la vita era la luce degli uomini, e più sotto: la luce vera, quella che illumina ogni uomo: non più solo una lampada, una fiammella che illumina a pochi metri, ma la luce vera. Non più una legge che ci fa conoscere qualcosa della sapienza di Dio, ma lo stesso pensiero di Dio, la stessa parola di Dio che si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi: la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Allora comprendiamo perché, se vogliamo conoscere Dio, non dobbiamo perderci in mille vani ragionamenti, o andare “come a tentoni” a cercarlo chissà dove. Tu puoi prendere un’astronave e viaggiare fino ai confini dell’universo senza trovare Dio. E invece ti basterebbe scendere in una stalla, sotto una capanna, in una grotta, chinarti sul bambino Gesù e vedere la sua gloria: Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.

 

Read Full Post »

« Newer Posts - Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: