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Il potere

il primo sia l'ultimo

 

«Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono» (Mc 10, 42).

Eh sì, Gesù, lo sappiamo bene. Ne abbiamo visti e ne vediamo di abusi di potere, di prepotenze, di scandali…! E come ci viene facile accusare, disprezzare, insultare quella classe di corrotti e di oppressori!

Un po’ più difficile è accogliere quel che Gesù dice subito dopo:

«Tra voi, però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (v. 43).

Davvero tra noi non è così? J. Ratzinger si domanda come sia stato possibile che i successori degli apostoli , ai quali era stato detto che dovevano cercare di non imitare i grandi di questo mondo, una volta che il cristianesimo era diventato religione di stato, abbiano ritenuto giusto diventare i principi di questa società: così facendo si ritorna alla situazione pagana!

Il desiderio di primeggiare e di spadroneggiare – il vizio capitale della superbia – è sempre in agguato. Dappertutto. Persino tra gli apostoli di Cristo.

In queste domeniche la liturgia ci fa ascoltare la narrazione del cammino di Gesù verso Gerusalemme, verso la croce. Lungo questo cammino Gesù ripete il suo invito a seguirlo, invito rivolto ai discepoli di tutti i tempi, quindi a ciascuno di noi, Ma si scontra con l’incomprensione dei discepoli, che Mc ci presenta come specchio della nostra incomprensione, che smaschera la nostra durezza di cuore e di mente.

Domenica scorsa abbiamo ascoltato Gesù che, ai discepoli che hanno abbandonato tutto per seguirlo, prometteva il centuplo su questa terra e la vita eterna. Giacomo e Giovanni colgono al volo l’occasione: anch’essi hanno lasciato tutto per seguire Gesù; vogliono perciò assicurarsi un posto di rilievo nel suo regno messianico, nella sua gloria.

  1. Quale gloria aspettano? La gloria terrena, il potere, il successo: non hanno capito niente di quello che Gesù va a fare a Gerusalemme.
  2. Cosa chiedono? Di sedere uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, cioè di essere i primi dignitari del regno: chiedono il potere.
  3. Come lo chiedono? Con arroganza, come una rivendicazione: “Maestro, vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo“. Abbiamo lasciato tutto per seguirti, abbiamo diritto a un posto.

Gesù afferma chiaramente: Voi non sapete ciò che domandate. Non avete ancora capito chi sono io e che cosa vado a fare a Gerusalemme. Isaia (53, 10-11) lo aveva preannunciato: il Cristo sarebbe stato prostrato con dolori, avrebbe offerto se stesso in sacrificio di riparazione, addossandosi le iniquità degli uomini.

Chi starà alla sua destra e alla sua sinistra quando il viaggio di Gesù sarà concluso? Due ladroni crocifissi! Certo, se avessero capito ciò che domandavano, Giacomo e Giovanni si sarebbero ben guardati dal farlo!

Ora, se loro erano – in un certo senso – scusabili (perché Gesù non era ancora stato crocifisso, ed essi non avevano ancora ricevuto lo Spirito Santo) noi non siamo scusabili. Se pretendiamo da Cristo crocifisso il successo e il potere terreno, ci dimostriamo veramente stolti.

Ma Gesù non si arrabbia, e con molta pazienza li invita a condividere anzitutto la realtà concreta della sua obbedienza al Padre: “Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?”. E i discepoli, senza capire, rispondono sì. Forse pensano che si tratti di celebrare qualche rito particolare: bere alla stessa coppa (come si faceva nella cena ebraica), immergersi insieme nell’acqua (come faceva Giovanni il Battista).

Certo a noi la risposta di Gesù fa venire alla mente due sacramenti: il Battesimo e l’Eucaristia (il calice). Ma cadremmo nello stesso errore dei discepoli se pensassimo che ripetere materialmente i riti di questi sacramenti ci dia diritto a qualche trionfo della nostra superbia.

Ricevere il battesimo di Gesù significa immergersi nella sua morte, morire a noi stessi, lasciarsi espropriare dalla vita egoistica, per risorgere a vita nuova, in modo che – come dice san Paolo –  “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20).

Bere il calice di Gesù, fare veramente eucaristia, significa condividere la sua passione, entrare nella logica del suo amore “fino alla fine” (Gv 13, 1), l’amore che dà la vita per gli amici (Gv 15, 13), che muore non per i giusti ma per i peccatori (Rm 5, 6-8). Fare eucaristia significa lasciare che il nostro sangue sia trasformato nel Suo sangue divino, e poi sia versato per la salvezza del mondo.

La richiesta di Giacomo e Giovanni era dettata da superbia, e la reazione degli altri dieci da invida. Gesù capovolge le aspettative degli uomini e afferma che chi vuol essere il primo deve essere come Lui: l’ultimo di tutti, il servo di tutti, che dà la sua vita per amore nostro.

Cristo, non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti, e chi lo segue deve imitarlo. Il riscatto è prezzo che viene pagato per liberare uno schiavo. Con la sua vita, Gesù paga a favore e al posto dei peccatori e ci coinvolge nella sua azione d’amore: diventiamo così – per usare l’espressione di san Francesco – altri cristi, partecipiamo all’opera della redenzione. E allora anche per ciascuno di noi si realizzerà la parola di Isaia che si è già realizzata per Cristo:

“Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza”.

 

 

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Il comandamento mancante

Giovane ricco

Viviamo, ma a volte ci rendiamo conto che la nostra vita non è perfettamente realizzata. Avvertiamo che da qualche parte – in una qualche attività o condizione – c’è una sorta di pienezza, di ricchezza; lì la vita è cioè più piena, più ricca, più profonda, più degna, più ammirevole, più “come dovrebbe essere”. Per alcuni si tratta di un’aspirazione vaga, per altri è invece un invito ad entrare in rapporto con Dio, è una ricerca di vita eterna.

L’uomo ricco che ci viene presentato in Mc 10, 17-31   è mosso proprio da questa ricerca. Egli dimostra una grande stima per Gesù: gli corre incontro, si prostra in ginocchio davanti a lui, lo chiama “maestro buono”, e pone a lui la domanda più importante di tutte: “Che cosa devo fare per avere la vita eterna?”.

Gesù, anzitutto, lo invita a prendere coscienza del significato di questi suoi gesti e delle sue stesse parole: Tu ti rendi conto che soltanto Dio è buono?

Bene! Allora tu sai che Dio ha dato alcuni precisi comandamenti che bisogna seguire per avere la vita eterna: Tu conosci i comandamenti: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre. E l’uomo risponde che quelle cose lui le ha osservate sempre.

Ma attenzione! Gesù ha fatto un elenco di comandamenti in cui, volutamente, manca qualcosa. Qual è il comandamento che manca? Manca addirittura il primocomandamento: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze”! Perché Gesù non menziona il primo comandamento? Perché è facile dire a parole: “Io amo Dio”… Gesù invece pone quell’uomo (e tutti noi) alla prova dei fatti.

Anzitutto Gesù lo fissa con amore, con espressione di simpatia affettuosa, e gli domanda: per amore di Dio, sei disposto a vendere tutto quello che hai e darlo ai poveri per venire dietro di me? Qui concretamente si vede se ami Dio con tuttoil cuore, con tuttala mente, con tutte le forze; qui si vede se Dio è veramente al primoposto nella tua vita, o se al primo posto vi sono le tue ricchezze. Ma qui si vede anche se ami il prossimo: vuoi tenere le tue ricchezze per amore di te stesso, o sei disposto a soccorre la miseria dei poveri? Gesù l’aveva già detto: “Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6, 21).

Come abbiamo visto, la storia finisce male, perché quell’uomo si rese conto di amare le sue ricchezze più di quanto amasse Dio.

E noi? Se il Signore ci chiedesse (non lo chiede a tutti, ma ammettiamo per ipotesi che lo chiedesse a te ora): “Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”, che faresti? Preferiresti andartene via afflitto, verso i tuoi beni, o lasceresti tutto pur di entrare con Gesù nella gioia?

Gesù dice che assai difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel Regno di Dio, e lo fa volgendo lo sguardo sui suoi discepoli, perché capiscano bene che non si tratta di giudicare quell’uomo o i ricchi in genere, ma che è di loro stessi che si tratta. Lo fa chiamandoli figli, perché capiscano che sono parole d’amore quelle che rivolge loro. E affinché i suoi discepoli si stàmpino bene in mente questo insegnamento, usa un’immagine paradossale: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio.

I discepoli sono stupiti e costernati davanti a queste parole: è tipico di certi uomini religiosi considerare l’obbedienza a Dio come un mezzo per ottenere il benessere terreno, ed i Giudei  erano abituati a considerare ricchezza e prosperità come segni della benedizione divina… Invece Gesù rovescia completamente questo modo di pensare: la ricchezza non facilita le cose, anzi le complica terribilmente! I discepoli di Gesù non erano certamente dei ricconi, ma il loro sconcerto dimostra che hanno capito la lezione: non è solo la quantità delle ricchezze, esistono anche altri ostacoli che rendono impossibile l’ingresso nel Regno, e sono tutte le cose, le relazioni, gli affetti che ci tengono attaccati e ci impediscono di amare Dio “con tuttoil cuore”.

Chi, dunque, può salvarsi? Umanamente, nessuno! Ma quello che è impossibile agli uomininon lo è a Dio, perché tutto è possibile a Dio. Dunque non ci viene chiesto di compiere chissà quali gesti eroici di rinuncia, con la presunzione di farcela perché siamo bravi… Ci viene richiesta una piena fiducia nell’amore che Dio ha per noi e la totale disponibilità ad andare dietro a Gesù, senza anteporgli nulla.

La sua promessa è grande: avremopersecuzioni, ma non ci mancheranno né casa, né fratelli, sorelle, madre, figli o campi, perché Dio ci darà cento volte tanto: è un Padre che ha cura di noi. L’importante è che noi desideriamo soltanto lui e la vita eterna nel mondo che verrà.

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matrimonio

“… domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie” (Mc 10, 2).

Domanda inattuale! Oggi non fa problema il ripudio, ma il matrimonio. Per gli sposati, la legge degli uomini non solo predispone la possibilità del divorzio, ma ne affretta sempre più i tempi e le modalità. Per i non sposati, alle convivenze e alle unioni di fatto sono date talmente tante tutele giuridiche da rendere praticamente non solo inutile ma perfino sconveniente il matrimonio. Matrimonio, però, che viene rivendicato come diritto da persone dello stesso sesso, il che rende il termine privo di significato.

Così, davvero vogliamo parlare del matrimonio e addirittura della sua indissolubilità – come fa Gesù? Non è meglio parlare di altro? Risponde papa Francesco:

“Come cristiani non possiamo rinunciare a proporre il matrimonio allo scopo di non contraddire la sensibilità attuale, per essere alla moda o per sentimenti di inferiorità di fronte al degrado morale e umano. Staremmo privando il mondo dei valori che possiamo e dobbiamo offrire. Certo, non ha senso fermarsi a una denuncia retorica dei mali attuali, come se con ciò potessimo cambiare qualcosa. Neppure serve pretendere di imporre norme con la forza dell’autorità. Ci è chiesto uno sforzo più responsabile e generoso, che consiste nel presentare le ragioni e le motivazioni per optare in favore del matrimonio e della famiglia, così che le persone siano più disposte a rispondere alla grazia che Dio offre loro” (Amoris laetitia, n. 35).

Dunque il matrimonio è anzitutto una grazia che Dio offre alle persone. Comprendiamo che la domanda posta dai farisei a Gesù è sbagliata perché manca del presupposto: non ha senso chiedersi se sia lecito o illecito vanificare il matrimonio se non si è capito che grazia è il matrimonio!

Non a caso, rispondendo ai farisei, Gesù si riferisce alla creazione. Nel linguaggio poetico che gli è proprio, il libro della Genesi (2, 18-24) si richiama alla tenerezza provvidente di Dio verso l’uomo creato a sua immagine:

“Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”.

Dio è amore e l’uomo è creato ad immagine dell’amore. L’amore implica relazione, corrispondenza, comunione, incontro delle differenze, collaborazione nella complementarità: questo genera vita e richiede stabilità.

“Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne”.

Le parole di Gesù, così chiare nel rifiutare la separazione: “L’uomo non divida ciò che Dio ha congiunto” (Mc 10, 9), non devono essere vanificate dalla “durezza del nostro cuore”. Esse – dice papa Francesco – non devono essere intese anzitutto “come un «giogo» imposto agli uomini, bensì dome un «dono» fatto alle persone unite in matrimonio” (Amoris laetitia, n. 62).

Diamo anzitutto un nome a questa durezza del nostro cuore, che ci impedisce di accogliere il dono, perché il nome c’è ed è estremamente chiaro: si chiama “egoismo”. La ricerca del proprio tornaconto, della propria soddisfazione, del proprio utile è il cancro che mina alla base ogni relazione umana, a partire da quella relazione letteralmente fondamentale che è il matrimonio da cui nasce la famiglia e quindi la società. Dice ancora papa Francesco:

“Nessuno può pensare che indebolire la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio sia qualcosa che giova alla società. Accade il contrario: pregiudica la maturazione della persone, la cura dei valori comunitari e lo sviluppo etico delle società e dei villaggi. Non si avverte più con chiarezza che solo l’unione esclusiva e indissolubile tra un uomo e una donna svolge una funzione sociale piena, essendo un impegno stabile e rendendo possibile la fecondità” (Amoris laetitia, n. 52).

Ma noi sappiamo quanto l’egoismo sia radicato nel nostro cuore, e Dio lo sa certamente meglio di noi stessi! Per questo,

“la condiscendenza divina accompagna sempre il cammino umano, guarisce e trasforma il cuore indurito con la sua grazia, orientandolo verso il suo principio, attraverso la via della croce” (Amoris laetita, n. 62).

In ultima analisi, accogliere la grazia del matrimonio è accogliere il Regno di Dio che viene nella vita degli sposi. Esso viene nella logica dell’Incarnazione e della Pasqua. È un amore che si fa carne in Gesù e si innesta nella carne dell’uomo e della donna rendendoli una carne sola. Ed è un amore che si rivela pienamente nella croce, come capacità di rinunciare a se stessi, di perdere la propria vita per l’altro, ritrovandola pienamente nella risurrezione.

Che cosa bisogna fare, dunque? In una parola: bisogna accogliere il regno di Dio “come l’accoglie un bambino”: senza i tanti “se” e i tanti “ma” che il nostro cuore duro gli oppone, senza stare a misurare i propri meriti e i propri interessi. La grazia è un dono che ti viene fatto, va invocato con fiducia dal Padre e ricevuto da lui con gratitudine.

Con questo non si intende certamente negare che la parola di Gesù sul matrimonio e sulla famiglia sia “segno di contraddizione”. Da essa però riceviamo le “motivazioni per una coraggiosa scommessa su un amore forte, solido, duraturo”, e le famiglie possono scoprire “la via migliore per superare le difficoltà che incontrano sul loro cammino” (Amoris laetitia, n. 200).

“Il Vangelo della famiglia è risposta alle attese più profonde della persona umana: alla sua dignità e alla realizzazione piene nella reciprocità, nella comunione e nella fecondità”. (Amoris laetitia, n. 201).

 

 

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“Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare” (Mc 9, 42).

In questi tempi il pensiero corre ovviamente alla pedofilia. E poi anche a tutti gli altri scandali che turbano la vita ecclesiale: misfatti finanziari, lotte per il potere e la carriera, cordate, lobbies…

Ne siamo “scandalizzati” e ne restiamo “indignati”, perché indignarsi è giusto, è doveroso. Ed è facile. Troppo facile. Un po’ più difficile è capire l’oggetto dello scandalo e, pertanto, le sue cause e i suoi rimedi.

Si dirà, l’oggetto dello scandalo dato dai preti e dai vescovi pedofili o pederasti è di carattere sessuale; gli scandali finanziari sono di natura economica, gli scandali del carrierismo sono di tipo mafioso… Sì, ma non basta.

La pedofilia è certamente più diffusa nell’ambito delle associazioni sportive che nella Chiesa, eppure nella Chiesa – giustamente – scandalizza molto di più. Così i misfatti finanziari, i comportamenti mafiosi, ecc., sono più diffusi nel mondo politico, sociale e aziendale che in quello ecclesiale, eppure quando succedono nella Chiesa – giustamente – scandalizzano di più. Perché?

Perché nella Chiesa vengono scandalizzati non soltanto i benpensanti o gli onesti, vengono scandalizzati i piccoli che credono in Gesù. L’oggetto dello scandalo non è tanto di natura sessuale o economica o politica: quella ne è semplicemente la materia, è la punta dell’iceberg; l’oggetto dello scandalo è la mancanza di fede. Chi si comporta in quei modi, si comporta così perché non ha fede e perciò distrugge la fede nel cuore dei piccoli.

Ed allora comprendiamo che il problema della Chiesa di oggi non è tanto la castità o la giustizia o il servizio o quel che altro volete. Il problema è ciò che genera la mancanza di castità, di giustizia, di servizio, ecc. Vale a dire: la mancanza di fede ossia, per essere più diretti, la mancanza di timore di Dio. Un prete o un vescovo che pecca contro la castità, contro la giustizia, contro il servizio, e non fa nemmeno un atto di pentimento sincero, non si impone (lui per primo, da se stesso) una vita di espiazione e di penitenza, ma al contrario si difende, mente, contrattacca… è uno che evidentemente non teme Dio, e quindi non crede al Vangelo.

Questo, amici miei, è il caso serio. Qui si tratta di vita o di morte: Gesù dice che è meglio morire affogati che vivere in quel modo. Questo è il concetto di “peccato mortale”, che oggi sembra scomparso. Per un peccato mortale, anche per uno solo, se non ci riconciliamo con Dio, saremo destinati all’inferno per l’eternità.

Eh, già! Ma chi parla più dell’inferno oggi?

Certo, ne parla Gesù! E dice che anziché dare scandalo è meglio tagliarsi una mano, tagliarsi un piede, cavarsi un occhio… perché altrimenti tutti interi saremo gettati nella Geenna, rosi dal verme che non muore, bruciati dal fuoco che non si estingue.

Ma andate un po’ a dire oggi queste cose dall’ambone di una chiesa o dalla cattedra di un istituto teologico… Come minimo vi prenderanno per pazzi o vi accuseranno di fare del terrorismo o di allontanare la gente. Ma sono parole di Gesù Cristo, o no?

Vedete qual è il problema? Il problema è che non crediamo a Gesù Cristo! Ci siamo fatti un’ideologia religiosa a nostro piacere e andiamo dicendo che è teologia; abbiamo decretato che l’inferno è vuoto, ci siamo fatti un dio a nostro comodo e abbiamo abolito il santo timore e il giudizio… Qualche anno fa mi trovavo in una comunità religiosa il cui superiore, ad ogni predica, ripeteva almeno due o tre volte: “Il Signore non ci giudica”. Quando a un certo punto lo presi a quattr’occhi e gli dissi che la sua predicazione andava contro ciò che tutta la Bibbia insegna, fece spallucce e continuò come prima.

Ma quali sono le conseguenze di questa mentalità? Abbiamo abolito il giudizio di Dio, e siamo diventati vittime dei giudizi dei tribunali, dei mass-media, del social. Questi ci condannano senza pietà – ed hanno ragione – perché scandalizziamo i piccoli che credono, anzitutto con la nostra mancanza di timor di Dio, e poi con le mancanze di castità, di giustizia, di servizio che sono la conseguenza della nostra mancanza di fede.

Abbiamo abolito l’inferno ed abbiamo reso infernale la nostra vita e la vita dei “piccoli” che scandalizziamo. Ma non credere all’inferno non significa che all’inferno – se non ci convertiamo – non ci andremo! Manzoni, nei Promessi sposi, racconta di don Ferrante che assolutamente non credeva alla peste e tuttavia morì di peste. Perché, che ci crediamo o no, se una cosa c’è, c’è! E se Gesù Cristo ha detto che c’è, io preferisco credere a Gesù Cristo piuttosto che a tutti gli altri, a cominciare da me stesso.

Certo, l’annuncio di Gesù è annuncio di vita, di salvezza, di gioia, ma se non si parla anche della morte, del giudizio, dell’inferno, annunciare la salvezza è come pretendere di scrivere con un gesso bianco su di un muro bianco. Chi non teme Dio, non può nemmeno aver fiducia in lui.

La radicalità della morale evangelica può essere accettata solo da chi ha ben presente da un lato la speranza della vita eterna e dall’altro il rischio di rimanerne fuori. Entrare nella vita, conseguire la salvezza, è l’unica cosa che conta; rimanerne fuori è l’unico male di cui aver paura. Per questo Gesù non teme di usare immagini paradossali come quella secondo cui è meglio cavarsi un occhio, meglio tagliarsi una mano o un piede che peccare: “Conviene che perisca uno dei tuoi membri piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna”.

La speranza della vita eterna e il timore della dannazione sono come il contrappeso, che consente agli uomini di pesare secondo una giusta misura i sacrifici e le sofferenze che inevitabilmente sono connessi alla sequela di Cristo (cfr. Mt 16, 24-27). Quando si smarrisce il contrappeso, si perde la misura, e qualunque cosa si metta sul piatto della vita sembra troppo pesante: non solo gli obblighi della castità, della giustizia e del servizio, ma semplicemente alzarsi la mattina in tempo per pregare; non solo la vita di penitenza, ma semplicemente resistere a qualche tentazione.

Non ha senso fermare l’attenzione a valle dei problemi e scandalizzarsi per la pedofilia, la pederastia, le truffe, gli imbrogli, la mentalità e i metodi mafiosi… Se si sceglie il godimento immediato, si sceglie il potere, si sceglie la morte, è perché non si ha più fede, non si ha più timore di Dio.

Facciamo dunque un atto di fede nella verità delle parole di Gesù. Ed invochiamo dallo Spirito Santo il dono del santo timore. Il timore di Dio è la prima e più immediata conseguenza della fede: ci fa sentire la “brevità della vita”, perché tutto ciò che passa, rapportato a ciò che è eterno, è da ritenersi comunque breve. Così saremo portatori di vita e di libertà:

“La fede conferisce alla vita una nuova base, un nuovo fondamento sul quale l’uomo può poggiare e con ciò il fondamento abituale (…), si relativizza. Si crea una nuova libertà di fronte a questo fondamento della vita” (Benedetto XVI, Spe Salvi, n. 8).

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Gesù servo

La voglia di vincere, di primeggiare, ci caratterizza un po’ tutti. Per gli uomini è il sogno di essere soli in cima alla scala, per le donne è quello di essere al centro della rete. Ma la sostanza è sempre quella: vogliamo essere i primi, i più importanti, i più grandi. Il bambino vuol essere il primo a scuola, se non ci riesce, cercherà di essere il primo nei giochi, se non riesce nemmeno lì cercherà di essere i più discolo. Così l’adolescente nelle attività tipiche della sua età, così il giovane, l’adulto, l’anziano… Non c’è nessuno di noi, se sappiamo esaminarci per bene, che non senta il bisogno di primeggiare in qualche cosa: persino nelle disgrazie ci vantiamo di essere più sfortunati degli altri…

Su questa base si costruiscono le mitologie antiche e moderne, che ci presentano i loro modelli di grandezza, gli eroi a cui tutti vorremmo somigliare: da Ercole a Superman, da Venere alle top-model, da Creso ai tycoon contemporanei.

Il problema è che questi modelli trovano breccia anche tra i discepoli di Gesù. Un frate di mia conoscenza arringava i giovani del suo gruppo esortandoli ad essere “belli, potenti, forti e vincenti”. “Perdente”, looser, è il peggiore epiteto che il mondo contemporaneo possa rivolgere a qualcuno.

Ma Gesù crocifisso non appare forse come un perdente? In Mc 9, 30-32, per la seconda volta egli istruisce i discepoli sul mistero della croce e della risurrezione. Ma i discepoli da quell’orecchio non ci vogliono sentire.

Gesù dice: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. E Marco osserva che “essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo”.

Non capivano, perché il titolo di Figlio dell’uomo designa il Messia glorioso, divino, che distrugge i regni del male e instaura il Regno di Dio (Dn 7): è un vincente. È paradossale che sia consegnato nelle mani degli uomini e che sia ucciso: sembra la sconfitta! I discepoli non capivano e avevano timore di interrogarlo , forse per il presentimento di una risposta chiara che li avrebbe spaventati ancora di più.

Gesù indica la sua strada: non si evita la sofferenza e la morte: le si vince nella risurrezione, per la potenza di Dio, dopo esserne stati ingoiati. Ma questo fa paura, disgusta. I suoi stessi discepoli preferivano rimuoverne il pensiero…

Non solo. Lungo il cammino disputano su un argomento che è proprio agli antipodi delle parole di Gesù: discutono tra di loro su chi fosse il più grande, chi debba stare al primo posto ed esercitare il potere. Dispute che si protrarranno poi per duemila anni, fino ad oggi: discussioni sulle precedenze, sui primati d’onore e di giurisdizione, su quale sia lo stato di vita più perfetto…

Gli uomini vogliono essere i primi: è un desiderio innato; e non è neppure un desiderio cattivo. Gesù non censura questo atteggiamento, ma lo corregge. Dice: “Se uno vuol essere il primo…” Dunque è lecito volerlo essere! Ciò che Gesù cambia radicalmente è il motivo di questo desiderio e, quindi, anche il modo di realizzarlo: sia l’ultimo di tutti  e il servitore di tutti.

Quando sentono queste cose, i non credenti si scandalizzano e dicono: “Voi siete matti o – peggio – siete scemi”. Ma la vera pazzia è la loro, è la pazzia del mondo, di questo mondo costruito sulla volontà di potenza, sull’ambizione, sull’arrivismo. Chi non vede come i nostri mali più terribili vengono proprio da qui?

La lettera di Giacomo (3, 16 – 4, 3) ci ammonisce sulla gravità di questa passione che combatte nelle nostre membra, da cui derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a noi: Bramate e non riuscite a possedere e uccidete…

“Dunque non solo l’infelicità del mondo, ma anche la nostra personale, quotidiana infelicità deriva da qui: dai desideri di primeggiare, dalle ambizioni che non riusciamo a soddisfare, o che, una volta soddisfatte, ci lasciano più scontenti e insoddisfatti di prima” (R. Cantalamessa).

In realtà, quel Gesù crocifisso che, agli occhi del mondo, appare come un perdente, è il vero vincente, e noi con lui! Gesù vince, perché lo scopo del gioco non è evitare la sofferenza, ma continuare ad amare; non è evitare gli insulti, ma perdonare; il premio non è non morire, ma risuscitare.

Per vincere, Gesù ci indica un’altra strada, la sua strada: egli si è fatto ultimo di tutti e servo di tutti. Servo, cioè accogliente, di tutti, a cominciare dai più insignificanti, dagli ultimi che, ai suoi tempi, erano i bambini, che contavano meno degli animali da cortile. Accogliente fino ad identificarsi con loro, perché chi accoglie i piccoli accoglie Gesù. E per questo il Padre si identifica con lui: Chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato.

In questa linea, anche noi saremo presi da lui, posti nel mezzo e abbracciati come quel bambino. E questa sarà l’unica vittoria che conta, la vittoria definitiva.

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seguimi

Nel lontano 1976, il giornalista e scrittore Vittorio Messori scrisse un libro intitolato Ipotesi su Gesù. Il libro è stato e continua ad essere un successo editoriale di grande portata: tradotto in 22 lingue, in Italia ha venduto più di un milione di copie. Segno che la domanda posta da Gesù ai suoi discepoli, dopo duemila anni continua a provocare: «La gente chi dice che io sia?» (Mc 8, 27.29).

Quel che dice la gente varia a seconda delle epoche, delle culture, delle ideologie, ma infondo le diverse risposte hanno un denominatore comune: Gesù è uno come altri – uno come i profeti, dicono i pii Giudei dei suoi tempi; uno come gli altri impostori, dicono i suoi nemici; uno come i grandi filosofi, dicono i suoi ammiratori razionalisti; uno come altri fondatori di religioni, dicono certi storici; uno dei rivoluzionari, dicono certi politici; uno dei grandi poeti e sognatori, dicono i romantici….

Ma nessuna di queste opinioni può andar bene per i suoi discepoli. «Ma voi chi dite che io sia?»: se non si riconosce l’unicità di Gesù, se non si riconosce che non è uno come altri, che non può essere considerato come “uno dei tanti che…“, o “uno dei pochi che…”, se non si riconosce che è l’unico, non si può essere suoi discepoli.

Ed infatti Pietro, a nome di tutto il gruppo, pronuncia la professione di fede: «Tu sei il Cristo». “Il”, non “uno dei”: l’unico.  “Cristo”, “Messia” cioè “Unto del Signore”, colui che Dio ha consacrato per realizzare la salvezza.

Già. Ma questa professione di fede rischia di essere vuota se non si capisce da che cosa Gesù Cristo ci salva e come ci salva.

Ci salva dal male. Ma che cosa è il male? Il senso comune dice che la sofferenza e la morte sono il male. Dunque ci si aspetta che il Cristo ci preservi dalla sofferenza e ci impedisca di morire. Logico, no? Logico come le tentazioni di satana nel deserto: ci aspettiamo un Cristo che trasformi le pietre in pane, che si butti dal pinnacolo del tempio per fare il suo ingresso nella città santa portato sulle mani degli angeli, che si impadronisca di tutti i regni del mondo con la loro gloria (cf. Mt 4, 1-11).

Sapendo che la logica degli uomini è questa, Gesù ordina severamente ai suoi discepoli di tacere, perché fino a quando non si convertiranno alla logica di Dio, la messianicità di Gesù – cioè la sua vera identità – non potrà mai essere capita. Per questo comincia a insegnare che il Figlio dell’uomo (cioè il Messia che viene dal cielo) doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani (dal potere politico), dai capi dei sacerdoti (il potere religioso) e dagli scribi (il mondo della cultura), venire ucciso e, dopo tre giorni risuscitare (Mc 8, 31). In queste parole Gesù dedica maggiore spazio al suo destino di sofferenza anziché alla sua vittoria. La vittoria è certa, però è collocata al termine del suo cammino. Non è salvezza “dalla sofferenza” e “dalla morte”: è una salvezza che attraversa la sofferenza, che entra nella morte e la supera.

Ma allora da cosa ci salva? Ci salva dal male vero, radicale, che è l’egoismo, la mancanza di amore, la chiusura nel proprio io. E come ci salva? Amando Dio con tutto se stesso, senza opporre resistenza, senza tirarsi indietro; amando il prossimo fino a presentare il suo dorso ai flagellatori, le guance a coloro che gli strappano la barba, senza sottrarre la sua faccia agli insulti e agli sputi (cf. Is 50, 5-9).

Questo modo di essere “il Cristo” – diciamocelo francamente – risulta assai scomodo. Pietro protesta con Gesù: lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Come facciamo anche noi tante volte quando vediamo l’ingiustizia, la sofferenza degli innocenti, il male del mondo, e ce la prendiamo con il Signore che permette tutto questo. Se volgessimo lo sguardo al Crocifisso, capiremmo tutta l’inconsistenza del nostro modo di pensare, capiremmo quanto sia satanico.

«Va’ dietro a me, Satana!». Tu devi seguire me, non metterti davanti a me, devi imparare a pensare secondo Dio, non a misurare l’opera di Dio sul modo di pensare secondo gli uomini.

Seguire Gesù non è una passeggiata: si tratta di rinnegare se stessi, rinunciare a se stessi, porre il Signore al di sopra dei propri desideri e dei propri progetti. Si tratta di prendere la propria croce dietro di lui.

È inutile nasconderci che questo non ci piace, che contraddice la nostra sensibilità e il nostro istinto naturale. Ma proprio in questa contraddizione impariamo ad amare, cioè a dare la vita per l’Amico per essere con lui sempre. Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo la salverà.

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Guarigione del sordomuto

Quante volte ci sentiamo smarriti di cuore! Quante volte percepiamo di essere come in esilio dalla vita vera e schiavi di tanti poteri nascosti, fuori e dentro di noi, che non riusciamo a identificare! E quante volte noi uomini e donne di Chiesa (sacerdoti, ma anche genitori, catechisti, ma anche operatori sociali) ci accorgiamo di non capire ciò che accade intorno a noi, di non essere in grado di parlare alle persone…! Ed allora ci illudiamo che un po’ più di “aggiornamento”, il ricorso a qualche metodo psicologico o altri mezzi umani possano guarirci e ridarci l’efficacia che ci manca.

La Parola di Dio viene oggi ad illuminare questa nostra situazione.

Il profeta Isaia (35, 4-7) annuncia che Dio viene a salvare un popolo di smarriti di cuore. I destinatari diretti di questa profezia sono i Giudei esiliati a Babilonia. La “salvezza” di cui si parla è la liberazione, il ritorno dall’esilio. Cosa c’entrano dunque i miracoli di guarigione che vengono promessi dopo: “Si apriranno gli occhi dei ciechi, si schiuderanno gli orecchi dei sordi, lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto”?

È evidente che il profeta usa un linguaggio figurato. I suoi interlocutori non erano materialmente ciechi, sordi, zoppi e muti, o almeno non erano di questo genere i problemi che dovevano affrontare in quel momento: erano esuli e schiavi in terra straniera. Ma il profeta va all’origine del loro problema: siete schiavi, siete “smarriti di cuore” perché siete diventati come gli idoli delle genti, che hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono… hanno piedi e non camminano, la loro gola non emette alcun suono” (Sal 115, 5-7). Chi abbandona il Signore e pone la sua fiducia negli idoli, diventa come loro.

La salvezza non può dunque limitarsi a un rientro in patria, se permangono le condizioni che hanno determinato la schiavitù e l’esilio: sarebbe un ritorno effimero e questo popolo si troverebbe presto a ricadere nell’oppressione. C’è bisogno di una guarigione! Si devono aprire spiritualmente i loro occhi e devono diventare capaci di vedere le opere del Signore, i loro orecchi sordi devono schiudersi alla Parola di Dio, i loro piedi che zoppicano sulla via dei suoi comandamenti devono essere sanati, la loro lingua muta deve sciogliersi per gridare l’annuncio della salvezza.

Il Vangelo dichiara che questa profezia di salvezza si è realizzata in Cristo Gesù: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti”  (Mc 7, 37).

Notiamo che l’azione di Gesù a cui queste parole si riferiscono si svolge in un territorio pagano, segnato dall’idolatria. Il sordomuto che Gesù guarisce è dunque icona dell’idolatra che è diventato come i suoi idoli.

Gesù viene pregato di imporgli la mano, ma egli non si limita a questo gesto generico di benedizione e di simpatia: lo porta in disparte, lontano dalla folla, perché la vera guarigione è il frutto di un incontro profondo, personale con lui, che viene impedito dalla dispersone e dalla superficialità che regna in mezzo alla folla.

Gesù compie dapprima dei gesti di alto valore simbolico: gli pose le dita negli orecchi– il “dito di Dio” è lo Spirito Santo (cf. Lc 11, 20) – e con la saliva gli toccò la lingua – la saliva, nel mondo semitico, rappresentava lo spirito solidificato (cf. anche Gv 9, 6). Volge quindi lo sguardo verso il cielo– gesto di preghiera, rivolto al Padre, fonte della salvezza che Gesù realizza – ed emette un sospiro, che ricorda la creazione di Adamo (Gn 2, 7). Pronuncia infine la parola della guarigione: “«Effatà», cioè «Apriti!», e l’uomo, chiuso nella sordità e nel mutismo della sua idolatria, si apre all’ascolto della Parola di Dio e all’annuncio.

Davvero Gesù ha fatto bene ogni cosa. Queste parole fanno riferimento alla conclusione del racconto della creazione (Gn 1, 31, LXX): la salvezza operata è una nuova creazione, l’uomo guarito è una creatura nuova.

La Parola di Dio, per tornare a noi, ci svela che l’oppressione che sperimentiamo, che la schiavitù che ci tiene, è una conseguenza dell’idolatria, del fatto che abbandoniamo il Signore e poniamo la nostra fiducia in cose che non possono salvare. Anche noi abbiamo bisogno di essere guariti!

Lasciamo quindi che il Signore ci conduca con sé in disparte dalla folla! Se viviamo nel rumore, immersi nel caos dei social, frastornati dai suoni e dalle parole dei media, ci sottraiamo all’incontro con lui, gli impediamo di guarirci. Poi magari andiamo in chiesa, magari ci accostiamo anche ai sacramenti, come se fosse sufficiente farci mettere una mano in testa dal Signore per ottenere la pace; ma sufficiente non è. Dobbiamo entrare in una relazione profonda con lui, dargli modo di toccarci le orecchie e la lingua col suo Spirito, recuperare l’intimità col Signore e lasciarci guarire da lui. Allora si realizzerà anche per noi la profezia: Coraggio, non temete! Egli viene a salvarvi.

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