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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Elia nel deserto

Persino i profeti possono andare in depressione. Il Primo libro dei Re (19, 4-8) ci racconta che Elia, mandato ad un popolo idolatra e testardo, perseguitato da un potere politico corrotto e violento, costretto alla fuga, a un certo punto non ce la faceva più: si inoltrò nel deserto per una giornata di cammino, andò a sedersi leopardianamente sotto una ginestra e, desideroso di morire, disse: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”.

Elia si percepisce inadeguato, la situazione lo getta nello sconforto, nella tristezza, a un filo dalla disperazione. Ma proprio allora, riceve un cibo che gli dà la forza di camminare per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio.

Quello che nella storia di Elia era solo un segno, per noi discepoli di Gesù è realtà: Gesù è il Pane disceso dal cielo; Gesù è il Pane della vita(Gv 6, 41-51).

Per capire il discorso del Pane di vita – come per capire l’intero vangelo di Giovanni – bisogna partire dal Prologo: il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutte le cose sono state create, il Verbo in cui tutto sussiste, il Verbo che sostiene ogni cosa… si è fatto carne. Ed ora si fa cibo. Gesù è il Pane, cioè il nostro nutrimento, principio di vita, di crescita, di energia.

La Parola si fa carne per salvarci e questa incarnazione non è solamente un atto po­sto a un determinato punto, all’inizio dell’esistenza terrena di Gesù; tutta la storia di Gesù è incarnazione della Parola, in tutta la sua vita Gesù è il pane del cielo, il nutrimento eterno che esce dalla bocca di Dio e si fa carne per noi. Ecco perché si insiste tanto sul fatto che questo pane è disceso dal cielo.

Nella Bibbia troviamo due o tre volte l’immagine di Dio che dà al profeta la sua parola come cibo. Dice il profeta Geremia:Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore(Ger 15, 16). Al profeta Ezechiele Dio tende un libro e gli dice: “Figlio dell’uomo, nutrisci il ventre e riempi le viscere con questo rotolo che ti porgo” (Ez 2, 9 – 3, 1); ritroviamo la stessa immagine nell’Apocalisse di Giovanni (10, 8-10).

C’è una differenza enorme – come nota P. Raniero Cantalamessa – tra il libro semplicemente letto e il libro mangiato. Nel primo caso il libro resta esterno, il rapporto con la Parola è mediato, distaccato; la Parola è passata solo attraverso gli occhi o il cervello dell’uomo. Nel secondo caso – il libro mangiato – la Parola si “incarna” nell’uomo, diventa “parola di carne”, parola viva ed efficace. Il rapporto tra il discepolo e la Parola è immediato e personale. C’è una sorta di misteriosa immedesimazione che fa pensare, appunto, al fatto dell’incarnazione. Il discepolo che “mangia” la Parola e l’accoglie nelle proprie “viscere”, come fece Maria, permette alla Parola di Dio di “incarnarsi” nuovamente e di “abitare in mezzo agli uomini”. La Parola mangiata è una parola “assimilata” dall’uomo, sebbene si tratti di una assimilazione passiva (come nel caso dell’Eucaristia), cioè di un “essere assimilato” dalla Parola, soggiogato e vinto da essa, che è il principio vitale più forte.

Evidenziamo i tempi delle affermazioni di Gesù: “Io sono il pane della vita” (presente);“Questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia” (presente); Io sono il pane vivo disceso dal cielo” (ancora presente). Tutto l’essere, l’agire e il parlare di Gesù sono la sua carne per la vita del mondo, sono pane per noi (cfr. 8,28; 14,24) e noi dobbiamo nutrirci di lui. Ma alla fine Gesù usa il tempo futuro: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

Tutta la vita terrena di Gesù è mistero del Verbo fatto carne e della carne fatta pane, fino al giorno in cui, nel più profondo della sua debolezza d’uomo, Gesù accetta, come non aveva potuto ancora fare mai, di dare la sua carne e versare il suo sangue per la vita del mondo. Nella Pasqua di Gesù il mistero dell’incarnazione del Verbo raggiunge il suo culmine: la carne donata, il sangue versato, sono accolti dal Padre, che, risuscitandolo, ricolma il Figlio di ogni pienezza, e noi da questa pienezza riceviamo grazia su grazia (1,16). Gesù è l’Agnello pasquale di Dio, santificato nello Spirito e traboccante di Spirito e perché, nella fede, gli uomini si nutrono di questo Agnello di Dio, di questo «Pane di Dio» (6,33), e diventano figli di Dio nella comunione del Figlio (cfr. 1,12).

Non a caso diciamo che l’Eucaristia è il centro della nostra fede. Il cristianesimo è tutto qui: noi riconosciamo, come Elia, di non essere migliori dei nostri padri, di non essere migliori degli altri, di essere incapaci d’amore… E Cristo ci riempie di sé, cosicché possiamo anche noi – come ha detto s. Paolo – camminare nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amati e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore.

È Cristo che compie il miracolo. Ma anche noi abbiamo un sacrificio da offrire. In questa Eucaristia, offriamo a Dio il riconoscimento della nostra povertà, della nostra debolezza, del nostro peccato. Umiliamoci davanti a Lui. E Lui trasformerà la nostra vita ad immagine della sua.

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Il cibo che dura

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Il libro dell’Esodo (16, 2-15) racconta il prodigio della manna. Nel Deuteronomio (8, 1-3) si dice che Dio aveva condotto gli Israeliti nel deserto, dove il pane non c’è, affinché comprendessero che l’uomo non vive soltanto di pane, ma di quanto esce alla bocca di Dio.

Cosa significa questo per noi, che non camminiamo in un deserto senza pane ma in città in cui si trovano decine di tipi diversi di pane e di brioches, tutti acquistabili con la loro brava data di scadenza, cibo tanto abbondante che lo si butta via a cuor leggero?

Significa che dovremmo anzitutto renderci conto che, in realtà, ci sono solo due tipi di cibo.

C’è un cibo che non dura, che “scade”, ammuffisce, si secca… E’ certamente importante procurarsi questo tipo di pane e Gesù stesso lo moltiplica per darlo da mangiare alla folla. Però è un cibo “che perisce” e, come tale, può nutrire soltanto una vita che perisce, una vita destinata a guastarsi e a finire.

C’è poi un cibo che invece dura per sempre, non perisce ed ha il potere di nutrire la vita eternain noi. Qual è questo “cibo”? Il Deuteronomio dice che è la Parola di Dio. Il Vangelo di Giovanni dice che la Parola si è fatta carne e la sua carne è il nostro pane. Gesù ci dà il cibo che dura, egli stesso è il pane della vita.

E Gesù dice anche che dobbiamo darci da fare per questo cibo di vita eterna. In che modo?

Innanzitutto purificando le nostre intenzioni, a cominciare dall’intenzione che ci anima quando cerchiamo il Signore. Perché la nostra tentazione – come quella della folla – è sempre quella di servire a due padroni. Cerchiamo il Signore, sì, ma spesso da lui vogliamo ottenere solo “cibo che non dura”: comodità, sicurezza di vita, salute… Ora, come abbiamo visto, il Signore ci dà anche questo e non c’è nulla di sbagliato nel chiederlo (lo facciamo persino nella Preghiera Eucaristica!). Solo che questo è la manna data ai padri, sono i pani moltiplicati sull’altra sponda del lago… è cioè unsegno, che bisogna trascendere e, se necessario, lasciarsi dietro le spalle. Gesù stesso, nel deserto, ebbe fame, nel suo pellegrinaggio terreno, non aveva un sasso per poggiare il capo.

Purificare le nostre intenzioni, dunque. In latino si dice: respice finem, dobbiamo guardare al fine: se il nostro fine non è la vita eterna, saremo sempre dei “morti di fame”, anche se moriremo per indigestione.

E siccome, dalla sponda del tempo, la sponda dell’eterno è invisibile, dobbiamo guardare il Figlio dell’Uomo sul quale il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo. Dobbiamo tenere lo sguardo fisso su Gesù. Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo, perché la vita è Dio, perché nel Verbo di Dio è la vita e la vita è la luce degli uomini. Non c’è altro modo per avere la vita che riceverla da Cristo. Altrimenti c’è la morte. Ci allontaniamo da Dio e cadiamo nella morte. Solo Cristo può riportarci alla vita, perché ci porta Dio, perché è – lui, personalmente – la Parola di Dio.

Come lo stomaco di chi non ha pane è vuoto e non può compiere nessuna funzione, così i pensieridi chi non ha la Parola di Dio sono vani, vuoti (Ef 4, 17). Lo sperimentiamo ogni volta che ci allontaniamo dalla Parola e vogliamo fare e giudicare a modo nostro: i nostri pensieri diventano vani e vanificanti, nelle valutazioni professionali, politiche, familiari, personali… Quando invece impariamo a conoscere Cristo, davvero gli diamo ascolto e siamo istruiti in lui, la nostra mente ne viene rinnovata, la nostra volontà nutrita, il nostri affetti, i nostri sensi, la nostra carne si riempiono di lui. Allora si realizza il prodigio del pane della vita che è Gesù: Chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!

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Il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni è conosciuto per il discorso sul “Pane di vita”, la grande catechesi eucaristica di cui la moltiplicazione dei pani (vv. 1-15) costituisce l’introduzione narrativa. Ma un’introduzione non è una sezione di importanza minore, che possa essere letta frettolosamente; al contrario: è la porta d’ingresso e solo attraversandola attentamente potremo giungere laddove l’evangelista vuole condurci, cioè alla conoscenza di Gesù Pane di vita.

La narrazione ci mostra tre protagonisti: Gesù, i discepoli – rappresentati da Filippo e Andrea, ma anche dal ragazzo che offre i cinque pani e i tre pesci – e la folla. Quel che Gesù dice e fa, serve essenzialmente ai discepoli per capire chi è Gesù e cosa debbono attendersi da lui.

Prendiamo anzitutto in considerazione la grande folla che lo segue. Seguire Gesù per quei territori, con i mezzi del tempo, non era certamente una cosa semplice: la gente doveva camminare per decine di chilometri, doveva affrontare la fatica e la fame… C’era bisogno di una forte motivazione, di una fiducia eccezionale in lui. Che cosa li spinge? Giovanni ci dice che la folla lo seguiva perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Era cioè impressionata dalle guarigioni compiute da Gesù, le quali certo manifestavano la potenza di Dio: desideravano vedere i miracoli e magari di riceverne anch’essi. E – almeno per il momento – non rimangono delusi: Gesù sazia miracolosamente la loro fame, mandandoli in visibilio. Questi è davvero il profeta che viene nel mondo!Vogliono addirittura venire a prenderlo per farlo re. Certo, un uomo come lui, che si prende cura dei bisogni degli uomini, delle loro malattie, della loro fame… vale la pena di seguirlo!

Ma questo tipo di sequela è destinato a durare poco. Sicuramente, tra tutti i malati che c’erano al mondo, quelli guariti da Gesù non erano che una piccolissima minoranza; e davanti alla fame che attanaglia milioni di persone, le poche migliaia sfamate da Gesù non sono “statisticamente rilevanti”.

Se dunque il nostro impegno a seguire Gesù si fondasse unicamente sul fatto che lui si prende cura dei nostri bisogni, non resisterebbe alle prove della vita. I malati, anche se guariti, prima o poi si ammaleranno di nuovo e la fame, saziata oggi, si ripresenterà inevitabilmente nei giorni seguenti. Ogni morte, ogni carestia, ogni sciagura si ergerebbe come uno scandalo insormontabile che ci farebbe dubitare dell’esistenza di Dio, della sua bontà, della sua provvidenza. Per questo l’uomo moderno ha preso ad attendersi la guarigione e il cibo dallo sviluppo scientifico e tecnologico, non dai miracoli, e per questo pensa di poter fare a meno di Dio.

Il fatto è che non abbiamo ancora capito che i miracoli sono segni, sono come un dito che indica il cielo: è il cielo che bisogna guardare, non il dito. Se Gesù guarisce un malato, ridonandolo alla vita terrena, questo è il segno che egli è colui che dona la vita eterna, una vita che è più forte della morte. Se Gesù sazia la fame della folla dando loro pani e pesci da mangiare, questo è il segno che egli offre un cibo che nutre la vita eterna dentro di noi, un cibo che è farmaco d’immortalità e pegno di risurrezione.

E tuttavia i segni che Gesù compie non sono soltanto insegnamenti teorici, sono invece fatti reali: vere guarigioni, vero pane. Egli ci aiuta realmente a vivere su questa terra: se cerchiamo anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, ogni cosa ci sarà data in aggiunta (Mt 6, 33).

Gesù chiede a Filippo: Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?Si tratta di una provocazione rivolta al discepolo per dargli la consapevolezza del dono di Dio. E Dio dà agli uomini i sui doni, quando gli uomini imparano a fidarsi di Dio e non di se stessi.

Alle volte, pur seguendo Gesù, ci sentiamo scoraggiati davanti alle difficoltà della vita: come potrò affrontare questo lavoro, questa malattia, questo problema? In quei momenti dovremmo ricordarci le parole di Paolo: “«Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». (…) Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 7, 9.10). “Dio solo basta”, dice santa Teresa.

Ma c’è una condizione: dobbiamo restituire a Dio tutto ciò che possediamo, come il ragazzo che aveva i cinque pani d’orzo e due pesci, che Gesù accoglie dopo aver reso grazie, grazie perché tutto viene da Dio, tutto è suo dono.

Un utilitarista avrebbe detto: “Una persona sola può mangiare quel cibo e star bene per un paio di giorni, ma che cos’è questo per tanta gente?Allora lascia che quel povero ragazzo mangi il suo pane in pace”. Spesso capita anche a noi di pensarla così a proposito delle nostre cose: ne ho appena in misura sufficiente per me, non ho abbastanza per darne ad altri, ho diritto di tenermele per me. Certo, “in punta di diritto”, il ragionamento è ineccepibile. Ma così facendo rifiutiamo di essere noi stessi un segno che conduce a Cristo, rifiutiamo la “materia” a cui lo Spirito vuole dar forma. Al contrario, se diamo tutto ciò che abbiamo, il Signore fa il miracolo e il nostro poco sarà sovrabbondante anche per una vasta folla.

Nell’eucaristia noi offriamo piccole cose: un pezzo di pane, un po’ di vino… Gesù le prende dalle nostra mani e le trasforma nel suo corpo e sangue. Così, se offriamo tutto quel che abbiamo, il Signore moltiplica la nostra offerta e la rende segno efficace della vita eterna.

 

 

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Il profeta Geremia (23, 1-6) lancia una tremenda invettiva nei confronti dei “pastori che fanno perire e disperdono il gregge” del pascolo del Signore, che scacciano le pecore e non se ne preoccupano.
Chi sono questi pastori? Al tempo del profeta erano i capi del popolo, gli scribi e gli anziani; ma si tratta di figure che ritornano ad ogni generazione, più o meno numerose, nel popolo di Dio. Oggi le troviamo tra i vescovi e i preti, ma anche tra gli insegnanti, i genitori e chiunque abbia una responsabilità su altre persone. Quando il Signore ci affida una responsabilità di questo tipo, ci fa partecipi della sua cura per gli uomini: il Signore è il pastore del suo popolo, noi siamo il gregge del suo pascolo; avere responsabilità su una diocesi, su una parrocchia, su una classe di alunni, su un gruppo di lavoro, su una famiglia… significa partecipare all’azione pastorale del Signore. È un compito importante e bellissimo; è un onore meraviglioso che il Signore ci fa.
Purtroppo, però, questa responsabilità può essere gestita anche male e i pastori, anziché collaborare con il Signore per il bene delle sue pecorelle, possono essere coloro che fanno perire e disperdono il gregge. Perché accade ciò? Perché siamo vittime dell’egoisimo, del narcisismo e dell’egocentrismo.
L’egoisimo si annida nella nostra carne. È il risultato dei nostri desideri disordinati. È l’affetto che portiamo ai nostri comodi e al nostro tornaconto. La responsabilità pastorale richiede che siamo pronti a sacrificare il nostro vantaggio per il bene delle persone che ci sono affidate – e l’egoismo le si oppone.
All’egoismo si affianca, oggi più che mai, il narcisismo: la ricerca di se stessi, del proprio successo, dei “like” sulle nostre pagine social, dell’applauso del pubblico. È il grimaldello del mondo per scardinare ogni cura pastorale seria: così il pastore che pasce se stesso e usa il gregge come specchio della propria vanità.
Il risultato dell’accoppiata di egoismo e narcisismo è l’egocentrismo: una pastorale che ha al centro non le pecore ma il pastore; non il bene comune, ma il nostro protagonismo; non l’interesse delle persone a noi affidate (ripeto: siano esse i cristiani di una diocesi o di una parrocchia, gli allievi di una scuola, i dipendenti, i figli, il coniuge…) non il loro interesse, ma il nostro.
Con la sua fine ironia, il card. Giacomo Biffi scrisse una parafrasi della parabola del buon pastore “secondo il mondo”. Mentre il vero vangelo ci presenta un pastore che parte alla ricerca della pecorella smarrita e non si dà pace finché non l’abbia trovata (cf. Mt 18, 12-13), il vangelo che non esiste ma che il mondo vorrebbe dice: “Il Regno dei cieli è simile a un pastore che avendo cento pecore e avendone perdute novantanove, rimprovera l’ultima pecora per la sua scarsità di iniziativa, la caccia via e, chiuso l’ovile, se ne va all’osteria a discutere di pastorizia”.
Grazie a Dio, conosciamo l’insegnamento di Gesù. Conosciamo non solo le sue parole, ma anche i gesti concreti e gli esempi che ci ha lasciato. Vediamo Gesù prendersi cura paternamente della stanchezza dei suoi discepoli (cf. Mc 6, 30). Questi sono appena rientrati dalla missione, sono affaticatii, e tra tanta gente che va e viene non hanno neppure il tempo di mangiare. Gesù si fa carico di loro: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”. Come è bello quando chi ha la responsabilità di un certo lavoro non si preoccupa soltanto della produzione, ma anche dell’equilibrio, della pace, della serenità delle persone a lui affidate!
Ma, allo stesso tempo, Gesù ci insegna a non fare del nostro riposo un idolo: vedendo le folle che accorrono a lui, anche nel luogo deserto scelto per riposare, egli prova compassione, amore per quel “gregge senza pastore”; cosicché mette da parte le proprie legittime esigenze e si dedica alla gente che ha bisogno della sua parola.
Dovremmo renderci conto che noi siamo oggetto di questa tenera e premurosa cura pastorale di Gesù. Ciascuno di noi personalmente è importante davanti a lui. Per ciascuno di noi, Gesù ha compassione, sollecitudine, attenzione. Ebbene, il nostro dovere è di amarci gli uni gli altri come lui ha amato noi! Sant’Agostino l’ha esplicitato chiaramente: “Pascere il gregge del Signore deve essere un servizio d’amore – Sit amoris officium pascere dominicum gregem”.
Chiediamo al Signore che ci riempia della sua carità pastorale perché tutti – vescovi, preti, genitori, insegnanti, responsabili ad ogni livello – tutti ci impegniamo nella cura delle persone a noi affidate con la stessa carità con cui Cristo Signore si prende cura di noi.

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Am 7, 12-15 ci presenta un contrasto di perenne attualità. Da un lato abbiamo un “professionista del sacro”, il sacerdote Amasia, uno per il quale le cose di Dio sono materia di lavoro e di guadagno; dall’altro lato abbiamo Amos, il profeta.

Ci sono sempre stati “professionisti” come Amasia; Gesù li chiama “mercenari” (Gv 10, 12-13); ve ne sono tra i preti e anche tra i vescovi, ve ne sono tra i diaconi e tra i laici, tra gli assistenti pastorali e gli insegnanti di religione, persino tra i catechisti e i “volontari” stipendiati… Ed io tremo al pensiero che tra tutta questa gente potrei figurare anch’io.
Il criterio per distinguerli dai profeti non è la presenza o l’assenza di una retribuzione: “Il Signore ha disposto che quelli che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo” (1 Cor 9, 14). Il criterio per distinguerli è la motivazione: lo fai allo scopo di “mangiare il tuo pane” (questa, secondo Amasia, è l’unica motivazione possibile, tanto che non vede altro modo per interpretare le intenzioni di Amos)? Oppure lo fai perché il Signore ti ha preso, ha sconvolto la tua vita, e ti ha affidato un incarico profetico (come Amos risponde)?
Se lo scopo è quello di guadagnarti il pane, cercherai di non urtare la suscettibilità dei potenti, tacerai le verità scomode, non farai mai discorsi “fuori moda”, ti accoderai al mainstream… Ma così sarai come il sale che ha perso il sapore, la tua non sarà certo profezia, bensì mercato; la tua attività non potrà essere definita “pastorale”: sarà mercimonio.
Forse è anche per questo che Gesù in Mc 6, 7-13 impone ai suoi apostoli una povertà radicale. Certo, se stiamo alla lettera del testo, sembra che la prescrizione di non portare alcun equipaggiamento per il viaggio sia dettata dall’esigenza di affidarsi totalmente alla provvidenza di Dio – e questa è senz’altro la ragione centrale, Tuttavia nel testo parallelo di Mt 10, 8, leggiamo la seguente motivazione: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.
Se con te porti il pane, ti preoccuperai di avere di che comprarne quando sarà finito; se porti la sacca, cercherai di tenerla piena; se porti denaro nella cintura, ti darai da fare per averne ancora per i giorni seguenti… Sarà quindi molto facile perdere la gratuità della motivazione.
E non sperimentiamo forse – oggi come ieri – che proprio laddove i ministri del Vangelo sono trattati economicamente meglio, proprio laddove la Chiesa è più ricca, la vita ecclesiale è maggiormente in crisi (in termini di pratica religiosa, di vocazioni, di prassi morale…)?
Il mondo cerca di assimilarci a sé; così in certi paesi i ministri della Chiesa sono semplicemente degli impiegati statali, funzionari del sacro stipendiati dal governo; in altri la Chiesa è considerata come una “impresa” privata, che fa profitti mediante le proprie attività cultuali o educative o ricreative; in altri ancora si presenta come un’organizzazione che offre servizi di carattere religioso in cambio di un’iscrizione onerosa, di una tassa annuale o di un pagamento cash. Va bene tutto ciò? Se “andar bene” significa che i conti tornano, forse si può anche sostenere che (per il momento) va bene. Ma se “andar bene” significa fedeltà al mandato di Cristo, fecondità apostolica e testimonianza evangelica… ho qualche dubbio sul fatto che vada bene.
Certo, ribadiamolo pure, “l’operaio ha diritto alla sua ricompensa” (Lc 10, 7), ma questa è concepita dal Signore come “sostentamento” dell’attività apostolica e non come suo scopo. Intendo dire: il sostentamento economico è il mezzo e l’apostolato è il fine; mentre la tentazione ricorrente è di utilizzare “la religione come fonte di guadagno” (1 Tm 6, 5).
Nessuno deve mettere “la museruola al bue che trebbia” (cf. 1 Cor 9, 4-12; 1 Tm 5, 17-18), ma stiamo ben attenti a non perdere la gratuità che, con la gratitudine, è e resta il segno essenziale della grazia.

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Anzitutto dobbiamo renderci conto che il testo di Mc 6, 1-6 è stato scritto per i discepoli.

Può sembrare una banalità, ma non lo è affatto. Se infatti teniamo presente ciò, possiamo metterci dal giusto punto di vista per comprendere quel che viene narrato e perché.

Il tema, come in Ez 2, 2-5, è quello dell’annuncio della Parola di Dio e del suo possibile rifiuto. Ma il testo di Ez è decisamente rivolto a chi annuncia e gli dice che non deve demordere di fronte agli eventuali insuccessi sia dalla parte di chi ascolta, sia da quella di chi annuncia. Il racconto di Mc 6, invece è rivolto – come dicevo – ai discepoli, che sono contemporaneamente uditori e annunciatori della Parola di Dio. Sant’Agostino, parlando da vescovo al suo popolo, dice: “Voi siete gli uditori della Parola, noi i predicatori; ma dentro, dove nessuno può vedere, siamo tutti uditori” (Sermo 179, 7).

Udendo la Parola di Dio, noi potremmo essere tra coloro che la rifiutano; oppure, portando la Parola di Dio, potremmo essere rifiutati. Purtroppo, dobbiamo aggiungere, le due eventualità talora si verificano anche contemporaneamente: può accadere che noi stessi rifiutiamo il Vangelo mentre, più o meno ipocritamente, pretendiamo di portare agli altri; in questo caso è molto facile che anche la nostra predicazione sia rifiutata. Come afferma ancora sant’Agostino: “È vano predicatore, all’esterno, della Parola di Dio, colui che non è, egli stesso, un ascoltatore all’interno” (Ivi, 1).

Ciò che si accoglie o si rifiuta è un messaggio che, nel testo di Marco, è chiamato semplicemente “il Vangelo di Dio”. Il suo contenuto essenziale è questo: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino”; accogliere questo messaggio significa “convertirsi e credere al Vangelo” (1, 14-15).

Riflettiamo sul fatto che il rifiuto del Vangelo è sempre rivolto a ciò che è essenziale nel messaggio di Gesù: non si accetta che il tempo sia “compiuto”, cioè che il momento della salvezza sia questo; non si accetta che il Regno di Dio sia vicino. Ci si illude che il tempo debba ancora venire e che il Regno di Dio sia lontano, mentre la vita è adesso e il Regno è qui, in mezzo a noi.

“Ed era per loro motivo di scandalo”. Ciò che scandalizza i Nazaretani è ciò che scandalizza anche noi: ci scandalizza l’incarnazione!

L’incarnazione ci scandalizza perché sembra svilire Dio, perché implica un abbassamento, uno svuotamento. Lo scandalo dipende dunque da un falso senso religioso, da una concezione della trascendenza di Dio (il Dio del cielo) che non sopporta l’immanenza (il Dio nel mondo); da una concezione della sacralità (Dio è santo) che non sopporta la profanità (è il falegname, mangia con i peccatori) o forse, per dir meglio, da un attaccamento alla nostra profanità (l’autonomia delle realtà mondane) che non sopporta di diventare sacra.

Ma c’è dell’altro: l’incarnazione ci scandalizza anche a motivo dell’invidia. I Nazaretani si chiedono: perché proprio a lui, il falegname, è stata data questa sapienza e questa potenza? Perché proprio dalla sua famiglia, che conosciamo bene, è sorto questo prodigio? Quali titoli poteva vantare per meritarsi tutto questo? Una religiosità che ricerca il merito, dunque; una religiosità che vorrebbe far dipendere la grazia di Dio da qualcosa che l’uomo avrebbe dovuto fare per guadagnarsela.

Vedete dunque che il problema qui non è tanto l’irreligiosità, quanto piuttosto una religione sbagliata, che afferma solo una parte della verità (Dio è trascendente, Dio è santo) ma ne nega una parte altrettanto essenziale (Dio è nel mondo, Dio si china sui peccatori, la sua grazia precede ogni possibile merito umano).

Come discepoli – al tempo stesso uditori e annunciatori del Vangelo – siamo dunque chiamati a resistere allo scandalo. Non scandalizzarci di Gesù in nome di un “dio” più conforme alle nostre idee di quanto Egli stesso ci riveli. Non scandalizzarci del nostro tempo, che invece è il momento favorevole in cui il Regno di Dio ci raggiunge. Non scandalizzarci di questo mondo e, parimenti, non considerarlo come una realtà “profana”, perché è proprio qui che il Regno di Dio è seminato. Non scandalizzarci se l’annuncio del Vangelo si scontra con il rifiuto di tanti: se Gesù stesso è passato attraverso quest’esperienza: “Un discepolo non è da più del suo maestro” (Mt 10, 24): nonostante ogni rifiuto, il Regno continua ad essere in mezzo a noi e il tempo di Dio – volenti o nolenti – si realizza comunque.

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L’autore del libro della Sapienza si pone il problema fondamentale, la domanda di tutte le domande: se Dio è il Signore della vita, perché c’è la morte? E prima ancora: cos’è la morte? E, in ultima analisi, cosa c’è “dietro” la morte? E c’è qualcosa “oltre” la morte?

La domanda sulla morte è la domanda sulla vita posta in modo serio: noi tutti “viviamo”, ci muoviamo, lavoriamo, fatichiamo, alle volte ci affanniamo, alle volte soffriamo e stringiamo i denti, altre volte piangiamo lacrime amare ma le ingoiamo più o meno in fretta per riprendere il cammino, per continuare… Ma cosa ci spinge a fare tutto questo? Il desiderio di vivere. Eppure questo desiderio che ci spinge in avanti, questo impulso che ci getta sempre nelle braccia dell’attimo futuro per realizzare la nostra esistenza, questo desiderio di vivere è destinato ad una sconfitta inevitabile: ci scaglia in avanti e davanti a noi c’è un muro inevitabile contro il quale tutti i nostri slanci vitali sono destinati ad infrangersi: la morte.

Nel vangelo (Mc 5, 21-23) ne vediamo due modalità: la fanciulla di dodici anni che mentre sta sbocciando alla vita è stroncata dalla morte, e la donna che da dodici anni è lentamente preda della morte a causa delle emorragie.

Si tratta di un tema importate oggi, proprio perché è un tema accantonato, messo da parte. La gente ha tanta paura della morte da non riuscire nemmeno a sopportarne l’idea. È proibito parlarne, è proibito ricordare. O se ne parla in modo ossessivo, la si rappresenta con necrofilia, per esorcizzarla. Ci fa tanta paura che ci spinge a fare le cose più assurde pur di allontanarla, di respingerla, di evitarla…

Ma questo è impossibile: la morte si erge davanti a noi come un muro invalicabile, o meglio, come un buco nero nel quale per forza di cose ci sembra che saremo risucchiati con tutti i nostri sforzi, tutte le nostre attese, tutte le nostre ansie…

“Maledetta morte!” Quante volte l’abbiamo detto davanti alla bara di una persona amata, o usciti dalla camera di un malato terminale o pensando al futuro più o meno lontano che ci attende tutti, inevitabilmente… Maledetta morte!

Maledetta sul serio, perché – come dice il libro della Sapienza (1,13-15; 2,23-24) – la morte non è una creatura di Dio, è una condizione causata dal diavolo per invidia.

Contro questa maledizione, però, si erge la salvezza: Gesù Cristo, il Signore della vita. In Mc 5, 21-23 viene descritta una marcia trionfale verso la vita[i].

Giàiro, una persona importante, uno dei capi della sinagoga, si getta ai piedi di Gesù e lo supplica: ha una figlia di dodici anni, che sta morendo. Gesù si incammina con lui, e lungo la strada una donna gli tocca appena il mantello, e grazie a quel gesto carico di fede guarisce da una penosa malattia rivelatasi inguaribile. Giunti a casa di Giàiro sembra che la morte abbia vinto: “Tua figlia è morta” vengono a dire al padre, senza un minimo di rispetto per il suo dolore “perché disturbi ancora il maestro?”. Ma Gesù, senza scomporsi, dice a Giàiro: “Non temere, continua solo ad aver fede”. Caccia via tutta la gente che piange e urla, prende per mano la bambina: “Fanciulla, alzati!”, le dice, come aveva detto prima al mare: “Taci, calmati!” (Mc 4, 39). Di nuovo è stupore; dunque non solo il mare gli obbedisce, ma anche la morte!

Oggi noi siamo chiamati a rinnovare la nostra fede in Gesù Signore della vita e della morte; in Gesù che salva. Abbiamo bisogno di essere salvati, di una salvezza che non si limita alla mente, al cuore o all’anima, ma che abbraccia tutto intero l’uomo, la sua carne e il suo spirito. La guarigione della donna inferma e la risurrezione della figlia di Giàiro sono un segno per noi: il segno che Dio fa trionfare la vita. E come? Semplicemente abolendo la malattia e la morte? No: riscattandole. Aprendo in esse un passaggio, un varco verso la vita. Un giorno non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno: tutte queste cose saranno passate. L’ultimo nemico – la morte – sarà annientato. Ci sarà la vita eterna! Ecco la promessa contenuta in quei segni e che fa dei miracoli di Gesù come altrettanti sacramenti della speranza.

Ma chi ci dice che questa è davvero una speranza e non un’illusione? Il fatto che almeno uno ha percorso quel cammino tutto intero: Gesù! Gesù è passato attraverso la morte ed ora – noi lo sappiamo – è il vivente. Il Vangelo di oggi è come un assaggio della Pasqua di Gesù.

Tutto questo non ha senso che nella fede: La tua fede – disse Gesù alla donna – ti ha salvata; e a Giàiro, sconvolto per la notizia della morte della figlia dice: Non temere, continua solo ad aver fede!

 

[i] Riprendo qui alcune idee che mi vengono dal p. Raniero Cantalamessa

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