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L’impotenza del male

Gesù deriso

Gesù non abolisce certo i comandamenti, va addirittura oltre: comanda di non opporsi al malvagio, di porgere l’altra guancia, di amare il nemico.

Se non vogliamo travisare il Vangelo, dobbiamo mantenere intatto il senso delle parole di Cristo e cercare di capire il loro perché profondo. Perché l’uomo deve opporsi ai suoi istinti più profondi che lo spingono a reagire all’offesa, a replicare e a vendicarsi?

Perché il Regno di Dio è in mezzo a noi, perché viviamo della gioia del Vangelo: abbiamo un tesoro che vale infinitamente più di tutto quello che possedevamo prima, perché abbiamo la perla di valore inestimabile di fronte alla quale tutta la nostra collezione precedente non vale più nulla. Pieni di gioia per l’incontro con Cristo, lasciamo tutto (la barca, le reti, il padre, i garzoni…) e andiamo dietro a lui, che dà senso alla nostra vita, che trasforma la nostra breve e dolorosa esistenza terrena in vita eterna, in beatitudine!

E allora possiamo rinunciare anche al nostro diritto: se volessimo attaccarci a questo nostro possesso, dovremmo rinunciare a seguire lui, che ha rinunciato ad ogni cosa per amore nostro.

L’amore di Gesù ti lega e ti libera allo stesso tempo. Ti lega a lui e ti libera da tutto il resto, a cominciare da te stesso.

“Dammi uno che ami – dice sant’Agostino – e capirà quello che sto dicendo”. Il Regno di Dio è l’amore infinito e tenerissimo del Padre che si rende visibile nel suo Figlio Gesù. Se abbiamo incontrato Gesù, se ci siamo lasciati amare da lui, se ci siamo innamorati del suo amore… Allora, pieni di gioia, esultanti di beatitudine, andiamo dietro a lui, ci comportiamo come si comporta lui, non ci interessa più nient’altro che lo stare con lui. E se sul piatto della bilancia c’è l’offesa da perdonare, l’amaro da ingoiare o un bene materiale da perdere, dall’altra parte c’è il peso del Regno che riequilibra tutto.

Il male – dice D. Bonhoeffer – si riduce all’impotenza perché non trova più opposizione, più resistenza, ma è volontariamente sopportato e sofferto. Dove c’è la rinuncia a contraccambiare il male col male, il male stesso non può raggiungere il suo scopo, di creare altro male, e resta isolato. La disponibilità a concedere tutto ciò che ci viene richiesto nasce dal fatto che siamo soddisfatti unicamente di Gesù Cristo e vogliamo seguire solo lui.

Questo non significa che il malvagio sia giustificato. Il colpo che disonora, l’atto di violenza, lo sfruttamento, restano un male. I discepoli di Cristo devono saperlo e testimoniarlo, come ha fatto Gesù stesso, proprio perché altrimenti il male non verrebbe sconfitto. Il malvagio deve cadere nelle mani di Gesù: non sono io, ma è Gesù che deve trattare con lui.

Colui che ci dice di non opporci al malvagio è colui che personalmente fu vinto dal male sulla croce e che da questa sconfitta uscì come colui che ha superato e vinto il male. Non può esserci altra giustificazione di questo comandamento di Gesù tranne la sua stessa croce. Solo chi in questa croce di Gesù trova la fede nella sua vittoria sul male può obbedire al suo comandamento, e solo un’ubbidienza di questo tipo ottiene la comunione con Gesù nella sua croce e nella sua vittoria.

Quando ci mettiamo di fronte alla croce di Cristo, anche noi riconosciamo che noi stessi appartenevamo al numero dei nemici di Gesù, di quelli che sono stati vinti dal suo amore. Questo amore apre i nostri occhi, cosicché riconosciamo nel nemico il fratello e lo trattiamo da fratello.

In Cristo, l’amore di Dio ha cercato il nemico che ne aveva bisogno; quel nemico (e noi eravamo tali) che Dio considera degno di amore. Dio glorifica il suo amore nel nemico.

Dio – ci ha detto Gesù – fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Ma non si tratta solo del sole e della pioggia in senso fisico, che scendono sui buoni e sui cattivi: è anche il “sole dei giustizia”, Gesù Cristo in persona, e la pioggia della Parola di Dio a rivelare la grazia del Padre che è nei cieli per i peccatori.

 

 

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ma io vi dico

Domenica scorsa Gesù ci ha detto che, in quanto suoi discepoli, noi siamo il sale della terra e la luce del mondo. Oggi ci dice che c’è però una condizione da adempiere per essere sale e luce: bisogna che la nostra giustizia superi quella degli scribi e dei farisei (Mt 5,17-37).

Gli scribi sono la parte più istruita del popolo, i maestri nella conoscenza delle Scritture. I farisei sono i più impegnati nell’osservanza dei comandamenti. Dunque Gesù ci sta dicendo che se la nostra giustizia non supererà il meglio del meglio, non saremo suoi discepoli: non solo falliremo nella missione (saremo sale che viene gettato via e calpestato dagli uomini, saremo una lucerna messa sotto il moggio, che non illumina più nulla e dopo pochi istanti si spegna), ma addirittura non entreremo nel regno dei cieli, in cui ci sforziamo – nel nostro apostolato – di far entrare gli altri.

Concretamente cos’è questa giustizia? È la conformità alla volontà di Dio, è l’osservanza dei suoi comandamenti. “Se mi amate – dice Gesù – osservate i miei comandamenti” (Gv 14, 15). I comandamenti insistono sul fatto che la fede cristiana è un modo di comportarsi nel mondo: se abbiamo fede, se vogliamo portare gli altri alla fede, questa fede si deve vedere dal modo in cui ci comportiamo. Su questo mondo c’è una volontà del Padre che è in vigore. I segnavia concreti di questa volontà sono i comandamenti, così come sono formulati in modo durevolmente valido nella Legge e nei Profeti e come sono stati compiuti da Gesù. Essi non possono essere aggirati.

Tanto per essere concreti, Gesù richiama tre comandamenti fondamentali (nel decalogo sono il V, il VI e l’VIII) che, d’altra parte, costituiscono le delle tre condizioni fondatrici di una civiltà: la proibizione dell’omicidio, dell’adulterio e della menzogna.

Quando, nelle antitesi, Gesù dice: “Avete udito che fu detto agli antichi… Ma io vi dico…”, egli non chiede qualcosa di meno rispetto ai comandamenti: ne richiede l’osservanza piena, totale, rigorosa e radicale. “Gesù – dice Benedetto XVI – ci sta davanti non come un ribelle né come un liberale, ma come l’interprete profetico della Torah che Egli non abolisce, ma porta a compimento”.

Solo che ora la volontà di Dio, tramandata come Torah (legge), è una realtà vivente: Gesù è il Messia, è il Maestro unico che insegna la volontà di Dio perfettamente, con le sue parole e con la sua vita.

Gesù ci mostra nella sua persona che il centro della legge e dei profeti, il senso della giustizia superiore a quella degli scribi e dei farisei, sta nell’amore: questo è il compimento della legge. Il comandamento dell’amore non cancella i più piccoli comandamenti, perché per chi ama non c’è nulla di troppo piccolo da risultare indifferente: “Mi hai ferito il cuore – canta lo sposo del Cantico – mi hai ferito il cuore con uno solo dei tuoi sguardi, con una sola gemma della tua collana” (Ct 4, 7). E allora capisci che basta uno sguardo adulterino per disgustare lo sposo, basta una parola cattiva verso uno dei suoi figli per causargli dolore, basta un cedimento alla menzogna per ferire amaramente chi ti ama infinitamente e ti richiede una risposta adeguata. E se ami uno che ha dato la sua vita sulla croce per te, sarai ben disposto a tagliarti una mano o cavarti un occhio pur di stare con lui; pur di non dargli dolore, dirai anche tu, come il giovane san Domenico Savio: “La morte, ma non i peccati”.

 

 

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misericordia corporale

In queste domeniche, la liturgia ci fa ascoltare il primo grande discorso di Gesù: il Discorso della Montagna, che occupa i cap. 5, 6 e 7 del Vangelo di Matteo. Si tratta del “discorso inaugurale” o “programmatico” . Ci dice chi è Gesù e chi è il cristiano. E lo dice a noi oggi. Il racconto di Matteo comincia con una frase che rischia di passare inosservata:

Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola li ammaestrava, dicendo… (Mt 5,1-2)

La montagna viene ad essere come un podio su cui si dispongono in ordine i tre soggetti del discorso: sulla cima Gesù, alla base la folla, in mezzo i discepoli.

Matteo legge la vicenda di Gesù come realizzazione delle profezie e figure dell’Antico Testamento. Ora, all’inizio della storia di Israele c’è un uomo che sale anche lui sulla montagna, Mosè. Ma sale da solo. E sulla montagna riceve da Dio la legge scritta su tavole di pietra. Gesù, invece, il nuovo Mosè, sale insieme ai discepoli. Non riceverà la legge, perché lui stesso è la nuova legge. Sale per scrivere la legge, ma non su tavole di pietra: sulle tavole di carne che sono i cuori dei suoi discepoli.

Pesiamo le parole del Vangelo! “Vedendo le folle, Gesù…” Si mise ad ammaestrarle? In altri punti del Vangelo sì, ma qui no. Sale sulla montagna e ammaestra i discepoli, per­ché siano i discepoli ad ammaestrare la folla! I discepoli sono queste tavole vive della legge nuova, in cui la folla può leggere il vangelo di Dio.

Chi è oggi la folla? Sono le persone del nostro territorio che non partecipano all’Eucaristia, che non conoscono la parola di Dio, a cui nessuno ha mai presentato “al vivo” Gesù Cristo morto e risorto – come direbbe san Paolo. Questa è “la folla”: sette italiani su dieci!

E i discepoli? I discepoli siamo noi, che senza nostro merito abbiamo avuto il dono della fede. Il nostro ascolto della Parola di Dio riunirci è proprio questo “salire sulla montagna” , avvicinarci a Gesù e lasciarci ammaestrare da lui. Ma evidentemente non possiamo fermarci qui: tutto questo deve diventare testimonianza, missione. Siamo un piccolo gruppo di persone: attraverso noi Gesù vuole arrivare ad altre migliaia e migliaia. Noi siamo in mezzo tra Gesù e la folla. Guai a noi se fossimo un ostacolo! Beati noi se saremo un tramite.

A noi oggi Gesù dice:

Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo… (Mt 5,13-16)

Voi siete: non “voi dovete diventare”: lo siete già! A noi il Signore ha fatto dei doni meravigliosi: il dono di ascoltare la Parola (tanta gente, “le folle”, non la conoscono); il dono di credere (tanta gente non crede); il dono di attingere la vita stessa di Dio nei Sacramenti… Tutto questo ci rende sale e luce.

Ma non sono doni che ci vengono dati perché ci possiamo beare di possederli. Non siamo sale e luce di noi stessi: siamo sale della terra, luce del mondo. Ricordiamoci che siamo sulla montagna con Gesù, ma che a valle c’è la folla; vale a dire: noi siamo qui a ricevere i doni di Dio, ma là fuori, per le strade, nei posti di lavoro, dentro le case c’è la gente, il 70% della popolazione, che questi doni non li conosce o li ha rifiutati. E noi siamo sale e luce per loro, non per noi stessi.

Sale della terra: a cosa serve il sale? A due cose: a dare sa­pore e a preservare dalla corruzione. Mai come oggi la gente si rende conto di vivere un’esistenza “senza sale”: il “gusto di vivere” si è perso. Si ricercano emozioni sempre più forti, sempre più scioccanti per dare sapore a ciò che non ne ha. Quante perversioni si inventano per questo motivo! E siccome tutto precipita inesorabilmente nella banalità e nella noia, alla fine spesso ci si ammazza, o ci si stordisce con la droga, con il vino, con il denaro, con il sesso… Ed ecco la corruzione! Come ci vengono facili i moralismi e i discorsi di condanna, a questo punto… Ma chi è che deve dare sapore alla vita di questa gente se non noi, che siamo il sale della terra?

Voi siete la luce del mondo: Gesù stesso è la luce, ed ha acceso la nostra lampada perché rischiari il cammino degli uomini del nostro tempo. In che modo? Attraversi le nostre azioni, le nostre opere:

perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

Il Vangelo è il sale e la luce. La comunità cristiana deve predicarlo incessantemente. Ma questa predicazione non può essere efficace se non è confermata dalla coerenza delle opere. Si tratta – come dice Isaia (58,7-10) – di dividere il pane con l’affamato… introdurre in casa i miseri, senza tetto… vestire uno che vedi nudo… di togliere di mezzo l’oppressione, il puntare il dito, il parlare male, di aprire il cuore all’affamato, di saziare l’afflitto di cuore. Nella concretezza di questi comportamenti, brilla la luce di Cristo, la vita riacquista sapore e il Regno di Dio può raggiungere quello spazio di mondo in cui il Signore ci ha posto.

 

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La consolazione

Presentazione

La festa di oggi celebra la presentazione di Gesù. Ma chi lo presenta e a chi lo presenta? A un livello più semplice, sono Maria e Giuseppe che presentano il bambino a Dio (Lc 2,22), ma ad un livello più profondo è Dio stesso che presenta Gesù a noi, e lo fa attraverso la profezia di Simeone.

Simeone ci appare come un uomo giusto e pio, che vive proteso verso la realtà che deve venire. “Aspettava la consolazione di Israele”, vale a dire “il Cristo del Signore”. Già da queste poche parole noi abbiamo una prima presentazione di Gesù, fatta direttamente dallo Spirito Santo che riposa su Simeone: Gesù è il Cristo – il Messia, l’Unto del Signore – e la sua attività è indicata come “consolazione”. “Consolare” significa “stare con uno che è solo”, dunque fare compagnia a chi è triste, alleviare il dolore con la propria presenza. Ecco: Gesù ci viene presentato anzitutto come la nostra consolazione: abbiamo tanti motivi di desolazione nella nostra vita, ma abbiamo un motivo di consolazione che vince su tutto: Gesù è con noi!

Simeone, accogliendo il bambino tra le braccia, prorompe in una benedizione a Dio in cui il bambino Gesù viene chiamato “la tua salvezza”. La salvezza è la vittoria su un male, significa essere tratti da un pericolo in cui si rischiava di soccombere. “Salvare” – a seconda dei pericoli – significa proteggere, liberare, riscattare, guarire; e la salvezza significa vittoria, vita, pace… Ebbene, Gesù è salvezza di Dio per noi!

Proseguendo, Simeone afferma che Gesù è “luce per rivelarti dalle genti e gloria del tuo popolo Israele”. “Le genti” sono tutte le nazioni; per tutti i popoli Gesù è la Parola di Dio che illumina chi sta nel buio dell’ignoranza e dell’errore. “Israele” è il popolo di Dio, povero e umiliato davanti al mondo, ma infinitamente glorioso per la potenza salvifica di Dio.

Consolazione, salvezza, luce, gloria… Sembra una pagina trionfale, e in un certo senso lo è, per la parte rivolta a Dio; ma, ancora con il bambino in braccio, Simeone si rivolge con una parola profetica a Maria, alla quale, dopo gli accenni gioiosi a motivo del bambino, annuncia una profezia della croce[i]. Gesù “è posto per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione”. Infine viene riservata alla madre una predizione molto personale: “A te una spada trafiggerà l’anima”. La gloria è collegata inseparabilmente alla croce, la luce spesso non viene accolta, perché c’è chi preferisce nascondersi nel buio perché le sue opere sono malvagie, la salvezza si scontra tante volte col rifiuto a lasciarsi salvare.

Sappiamo quanto Cristo oggi sia segno di contraddizione: una contraddizione che, in ultima analisi ha di mira Dio stesso, Dio che viene visto come il limite della nostra libertà, un limite da eliminare perché l’uomo possa essere totalmente se stesso. Dio, con la sua verità, si oppone alla molteplice menzogna dell’uomo, al suo egoismo ed alla sua superbia. Dio è amore, ma l’amore può anche essere odiato, quando ci chiede di uscire da noi stessi per andare al di là di noi stessi. La salvezza non è il benessere dell’uomo autocompiaciuto, bensì una liberazione dall’egoismo – e questo ha come prezzo la sofferenza della Croce.

Una spada trafiggerà l’anima di Maria: ella sarà pienamente solidale con il Figlio, così come il Figlio si è fatto pienamente solidale con noi. Ma proprio questa solidarietà è la nostra consolazione: nella croce, non siamo soli; nella croce, Gesù è la nostra salvezza, la nostra luce, la nostra gloria, e Maria ci accompagna.

Questo non solo ci consola, ci insegna anche a consolare gli altri, ad essere a nostra volta solidali con chi patisce la croce, ad accogliere la sofferenza altrui come sofferenza nostra e ad adoperarci perché la salvezza di Cristo raggiunga ogni essere umano.

 

 

 

[i] J. Ratzinger – Benedetto XVI, L’infanzia di Gesù, Roma-Milano 2012, pp. 100-102, che riporto quasi alla lettera.

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Luce e gioia

Pescatori

In queste domeniche che stanno in mezzo tra il tempo di Natale e la Quaresima, la liturgia ci presenta i primi passi della vita pubblica di Gesù Egli è colui che porta a compimento le promesse di Dio agli uomini. Lo schema è questo: la Prima Lettura ci presenta una profezia dell’Antico Testamento, il Vangelo ci mostra l’adempimento di questa profezia.

Domenica scorsa Gesù ci si è presentato come l’Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo. Oggi Gesù ci viene indicato come “luce” e “gioia”.

Nella prima Lettura, il profeta Isaia (8,23b – 9,3) rivolge al popolo che abitava il Nord della Palestina, la “Galilea delle genti”, cioè territorio mezzo ebreo e mezzo pagano. Questo popolo aveva subìto l’invasione degli Assiri, ed era stato ridotto in schiavitù. L’annuncio è forte: passeranno dalle tenebre alla luce, dalla tristezza alla gioia, dalla schiavitù alla libertà.

In questo messaggio di liberazione è racchiusa una promes­sa per tutto il genere umano, anche per noi. Anche il nostro Paese è una “Galilea delle genti”: vi sono cristiani e non cristiani, ed anche i cristiani – a tratti – sono… non-cristiani! Anche noi siamo schiavi: magari non portiamo materialmente un giogo sulle spalle e non ci sono aguzzini che ci bastonano (per quanto, se guardiamo le vittime dei racket e delle mafie, ci rendiamo conto che la schiavitù materiale è qualcosa di terribilmente attuale!), ma anche se non siamo schiavi esteriormente, tutti viviamo delle schiavitù interiori spaventose: l’in­capacità di amare, la superbia che ci fa essere sempre più soli, la pigrizia che non ci fa compiere il bene, l’egoi­smo del piacere che ci avvilisce e ci riduce come be­stie… In una parola: la schiavitù del peccato.

Il peccato si presenta come una luce soffusa e seducente: ti offre una soddisfazione immediata, un’allegria da consuma­re in fretta… ma poi ti lascia nelle tenebre profonde, nell’“ombra di morte” e ti toglie la gioia di vivere.

Nella seconda Lettura (1 Cor 1,10-13.17), san Paolo mette il dito su una piaga dovuta al peccato: la divisione nella Chiesa. A Corinto erano passati diversi predicatori: Paolo stes­so, un discepolo chiamato Apollo, Cefa (cioè Pietro); cosicché si erano creati dei gruppi di fans, come dei partiti che divide­vano la comunità. Vedete, non sono cose di altri tem­pi: è un rischio a cui siamo sempre esposti. Portare la divisione nel corpo di Cristo è gravissimo. Stiamo celebrando un ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani proprio perché queste divisioni hanno por­tato separazioni tali nella Chiesa che i cristiani hanno smesso di essere in comunione tra loro e si sono divisi: da una parte i cattolici, dall’altra gli ortodossi, dall’altra ancora i protestanti. E come sempre il frutto del peccato è stato ed è tenebra, schiavitù, tristezza.

Ma il la fede ci dice che Gesù viene realizzare la profezia di Isaia, a portare la luce, a moltiplicare la gioia. “Predicava il Vangelo”, ossia la “bella notizia” (Mt 4,12-23).

E qual è questa “bella notizia”? È che “il regno dei cieli è vicino”. Il “regno dei cieli” significa che Dio regna e Dio è la salvezza del suo popolo: Dio estende la sua “signoria” sull’uomo, ma una signoria di amicizia, di alleanza. Se l’uomo l’accetta, regnerà nel mondo la luce, la gioia, la libertà, la pace.

Per questo il richiamo: “Convertitevi!”. Significa: accettate la signoria di Dio, accogliete la luce e la liberazione, apritevi alla gioia!

È un messaggio talmente forte ed affascinante che Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, appena lo ascoltano e si sentono chiamare, lasciano tutto e vanno dietro a Gesù, diventano discepoli e apostoli. Come mai tanta prontezza? Perché questa “bella notizia” è quel che nel profondo del loro cuore desideravano da sempre, anche se forse, fino a quel momento, non se n’erano mai accorti.

Gesù oggi viene in quella “Galilea delle genti” che è la nostra città, la nostra casa. Viene ad illuminare l’oscurità della nostra vita, a liberarci dalle nostre schiavitù: il Regno è vicino: convertitevi!

Se accettiamo il Vangelo, se siamo disposti a “convertirci”, cioè a rinunciare al peccato e alle divisioni, a “lasciare le reti”, cioè le solite abitudini, la solita apatia, Dio in noi “moltiplicherà la gioia”. E la gioia del Signore sarà la nostra forza.

 

 

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Chi è Gesù?

Agnello

Audio: via-giuseppe-garibaldi-2.m4a

Chi è Gesù? Quante risposte diverse sono state date a questa domanda! Possiamo dire che ogni epoca e ogni uomo cercano di interpretarne la figura in base alla propria sensibilità, non di rado allontanandosi dall’unico strumento che abbiamo a disposizione per dare una risposta vera, ossia il Vangelo.

Così – tanto per stare ai tempi recenti – abbiamo avuto un Gesù rivoluzionario, predicatore della giustizia sociale e della liberazione delle masse, o un Gesù hippie, sognatore della pace e dell’amore universale; un Gesù tranquillizzante, che ti garantisce protezione e successo, o un Gesù fallito, che aveva un progetto utopistico e poi è finito male…

Il Vangelo invece ci presenta la testimonianza di Giovanni Battista (Gv 1,29-34). Egli evidenzia tre elementi essenziali per capire chi è Gesù: 1. è l’agnello di Dio; 2. è il Figlio di Dio; 3. è colui che battezza nello Spirito Santo.

È l’agnello di Dio

L’espressione ci è familiare, perché la liturgia ce la ripropone continuamente. Ma cosa significa?

A noi, l’agnello suscita un’idea di piccolezza e di mitezza. Ma questo non basta. Nelle parole di Giovanni riecheggiano due immagini bibliche[i]. Il profeta Isaia (53,7), paragona il Messia sofferente ad un agnello che viene condotto al macello. Ancora più importante è il fatto che Gesù fu crocifisso durante una festa di Pasqua, nell’ora in cui si immolavano gli agnelli, che costituivano il memoriale della liberazione dall’Egitto.

Così Giovanni indica anzitutto che Gesù è il servo di Dio, che soffre al posto del popolo, che “toglie” – ossia prende su di sé e porta via – i peccati del mondo.

È il Figlio di Dio

Il sacrificio di Gesù non è un incidente di percorso, non è il fallimento delle sue illusioni. È la strada meravigliosa e misteriosa che Dio ha scelto. Per questo Giovanni insiste sul fatto che Gesù, quest’uomo che viene “verso di lui”, non è un uomo come gli altri: pur venendo “dopo”, in realtà “era prima”. Non è un grand’uomo, un filosofo, un rivoluzionario, un profeta come ce ne sono stati altri: è “il Figlio di Dio” che è divenuto servo, è il pastore che è diventato agnello. Per questo si è fatto garante non più soltanto per Israele, ma per la salvezza a tutte le nazioni, “fino all’estremità della terra” (Is 49,3-6).

Battezza nello Spirito

Per questa missione Gesù è riempito di Spirito Santo, in modo da poter immergere gli uomini in quello stesso Spirito – questo è il significato dell’espressione “è lui che battezza nello Spirito Santo”. Gesù si è immerso nella nostra vita per immergerci nella vita di Dio!

Questo è il senso delle parole di san Paolo: nel battesimo noi siamo stati “santificati in Cristo Gesù” e siamo “santi per chiamata”.

Qual è dunque la missione di Gesù? Portare pace, giustizia e salvaguardia dell’ambiente? Predicare un’utopia e poi finire male? No. La sua missione è quella di prendere su di sé ciò che è nostro e dare a noi ciò che è suo. Prende su di sé il peccato del mondo, fino ad esserne schiacciato, per liberarci da ciò che causa ogni male: il peccato. E dona a noi il suo Spirito di santità, per renderci capaci di continuare la sua opera nel mondo e vivere la comunione con lui per l’eternità.

 

 

 

 

[i] Cf. J. Ratzinger, Gesù di Nazaret, Roma-Milano 2007, pp. 41-44.

 

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Lo Spirito per noi

Bae

Audio:via-giuseppe-garibaldi-1.m4a

All’inizio del suo Vangelo, Giovanni (1,16) afferma solennemente che dalla pienezza del Verbo incarnato noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia[i]. I Padri della Chiesa hanno inteso queste parole in un senso ben preciso: dalla “pienezza di Spirito Santo” di Gesù noi abbiamo ricevuto e riceviamo grazia su grazia.

La festa di oggi ci parla di Gesù che viene riempito di Spirito Santo per potere, a sua volta, riempire di Spirito Santo noi che partecipiamo al suo mistero.

Per cogliere il senso di questa festo, dobbiamo chiederci tre cose: 1. Che importanza ebbe il battesimo personalmente per Gesù? 2. Che importanza ha il battesimo di Gesù per noi Chiesa? 3. Quali conseguenze dobbiamo trarre per la nostra vita?

1. Il battesimo per Gesù

Il Vangelo (Mt 3,13-17) racconta che

appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui.

Prima del battesimo lo Spirito era certo già venuto nell’esistenza del Figlio di Dio: era venuto al momento stesso dell’incarnazione, grazie alla quale gli era “santo” già fin dalla nascita. Tuttavia i primi cristiani attribuivano un significato a parte, decisivo, a questa manifestazione solenne nel Giordano, in occasione dell’inizio della sua opera messianica. Come dice Pietro:

Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui (At 10,34-38).

Nella vita di Gesù, vediamo realizzarsi la profezia di Isaia (42,1-7):

“Egli porterà il diritto alle nazioni”,

senza arroganza, senza frastuono, con mitezza e con forza insieme, per aprire gli occhi ai ciechi, per liberare i prigionieri e coloro che sono nelle tenebre.

Lo Spirito Santo viene ad consacrare, cioè, nel linguaggio biblico, a dare l’investitura e i poteri necessari a Gesù per la missione di salvare gli uomini. Dopo il battesimo, la potenza dello Spirito Santo si manifesta in Gesù attraverso effetti grandiosi e immediati: miracoli, predicazione con autorità, instaurazione del Regno di Dio, vittoria sui demoni.

2. Per noi

Diceva sant’Atanasio: “È a noi che è destinata la discesa dello Spirito Santo su Gesù nel Giordano”. Gesù viene riempito di Spirito Santo per noi!

Innanzitutto perché siamo noi “le nazioni” alle quali Cristo porta il diritto; siamo noi i ciechi ai quali apre gli occhi, i prigionieri che viene a liberare: ciechi per il nostro peccato, prigionieri del nostro egoismo, dell’ignoranza, della morte. Gesù viene a togliere il nostro peccato e a donarci la libertà dei figli di Dio.

Ma c’è un altro aspetto da considerare: liberati dal peccato, abbiamo ricevuto anche noi lo Spirito Santo! Se noi siamo Cristiani è perché lo Spirito di Cristo è sceso su di noi: noi siamo il corpo di Cristo perché abbiamo in noi lo Spirito di Cristo. Noi siamo un “popolo messianico”, come il Concilio Vaticano II definisce la Chiesa, perché siamo un popolo di consacrati nello Spirito Santo. Questo è il mistero del nostro Battesimo, la cui potenza si rinnova ogni volta che – come nella festa di oggi – ne riprendiamo coscienza.

3. In noi

Questo mistero di consacrazione tende a portare in noi il suo frutto. E il frutto è questo: che diventiamo noi stessi come Cristo. Che passiamo per le strade del mondo portando pace, facendo del bene, portando guarigione e liberazione.

Ciò è possibile, perché lo Spirito di Cristo abita in noi. Ma richiede il nostro impegno ad assecondarne l’opera, a vivere sulle orme di lui, così come ce l’ha presentato Isaia: senza clamore, senza toni sopra le righe, con mansuetudine e umiltà, avendo cura della fragilità umana, con dolcezza e forza, con fedeltà e mitezza.

Preghiamo perché anche noi, che siamo partecipi della consacrazione di Gesù, possiamo essere suoi testimoni.

[i] Cf. R. Cantalamessa I misteri di Cristo nella vita della Chiesa, Milano 1991, pp. 125-ss

 

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