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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

La novità presente

risurrezione

La liturgia di oggi ci offre due livelli di lettura del mistero della risurrezione: il livello dei fatti, che ha la sua testimonianza principale nei testi evangelici, ed il livello del significato dei fatti, che si esprime in varie testimonianze apostoliche e liturgiche.

I fatti sono all’inizio molto semplici, scarni: una tomba vuota, le bende e il sudario, un cadavere che non si trova (Gv 20, 1-10). Di Pietro, davanti a questi segni, si dice che vide: i suoi sensi ricevettero l’immagine. Punto e basta. Di Giovanni, invece, si dice che vide e credette: non solo l’immagine si stampò nei sensi e quindi nella memoria, ma il cuore credette, il cuore comprese il significato di quei fatti, di quella tomba vuota.

Il significato dei fatti – dicevamo – viene illustrato dagli altri testi liturgici. L’espressione più sintetica è quella che troviamo nel Prefazio: “Cristo, nostra Pasqua, si è immolato. È lui il vero Agnello che ha tolto i peccati del mondo, è lui che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita”. In forma più poetica si esprime la Sequenza: “La morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa”.

Questa enunciazione del significato ci fa capire che la risurrezione di Gesù non è la semplice rianimazione di un cadavere: se così fosse, quale interesse potrebbe avere per noi che viviamo duemila anni dopo? Nel vangelo sono raccontate le risurrezioni del giovane di Nain (Lc 7, 11-17), della figlia di Giairo (Mc 5, 22-24-35-43 e //), di Lazzaro (Gv 11, 1-44). Ma questi personaggi, dopo un periodo di tempo più o meno lungo, sono morti nuovamente – e il destino di morte di tutti gli altri uomini e donne non è cambiato!

La risurrezione di Gesù, invece, è qualcosa di totalmente nuovo. Gesù è il Figlio di Dio che ha assunto la nostra umanità e in questa umanità è stato ucciso, ma attraverso la morte ha aperto la strada verso una vita per sempre libera dalla legge della corruzione e della morte: ha inaugurato una nova dimensione dell’essere uomini.

“Per questo la risurrezione di Gesù non è un avvenimento singolare, che noi potremmo trascurare e che apparterrebbe soltanto al passato, ma è una «mutazione decisiva» (…), un salto di qualità. Nella risurrezione di Gesù è stata raggiunta una nuova possibilità di essere uomo, una possibilità che interessa tutti e apre un futuro, un nuovo genere di futuro per gli uomini”  (J. Ratzinger).

Nel bel mezzo del vecchio mondo, che continua ad esistere con il suo carico di sofferenza e di morte, la risurrezione di Cristo apre una condizione nuova, differente e definitiva: la vita di Dio si fa presente e si dona a noi!

Dopo gli eventi della passione, nel cuore dei discepoli la morte sembra aver vinto. “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele – dicono i discepoli ad Emmaus –; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute” (Lc 24, 21). Ma il terzo giorno è il giorno di un avvenimento: la scoperta del sepolcro vuoto! Di più: l’incontro con il Signore risorto di cui gli apostoli rendono testimonianza: “Noi – dice Pietro – abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti” (At 10, 41).

Ma nelle parole di Pietro c’è qualcosa che ci lascia perplessi. Egli dice che Dio volle che Gesù risorto si manifestasse “non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti” da lui. E noi ci chiediamo: perché? Perché, Gesù, non ti sei mostrato ai nemici che ti hanno crocifisso? Perché non hai dimostrato a tutti che sei il Vivente, il Signore della vita e della morte?

Questo, cari amici, è il modo in cui Dio si rivela al mondo. Sceglie il piccolo Abramo e non i potenti del mondo. Sceglie l’insignificante popolo di Israele e non i grandi imperi della terra… Dio agisce in modo sommesso, il suo regno è come un piccolo seme posto nella terra, che pian piano germoglia e diventa un grande raccolto. La risurrezione di Gesù è un seme di vita che si diffonde lungo tutta la storia. Per diffonderlo, Dio si serve di pochi uomini, testimoni dell’incontro col risorto. E non è questa forse la cosa veramente grande? La potenza di Dio si manifesta nella piccolezza e nella debolezza dei suoi testimoni! Si manifesta nella piccolezza e nella fragilità delle parole e dei segni nei quali però si cela e si rivela potenza infinita della sua risurrezione.

Nella celebrazione eucaristica anche noi veniamo coinvolti in questa manifestazione: crediamo alla testimonianza degli apostoli, mangiamo e beviamo anche noi con Gesù risorto, e diventiamo, nel nostro piccolo, anche noi testimoni della vittoria del Signore della vita.

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Il valore di una vita

crocifissione   

Tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto (Lc 23, 48)

Il nostro compito oggi è proprio questo: accorrere allo “spettacolo” della croce, “contemplare colui che hanno trafitto”. E ripensare a quanto è accaduto per cogliere il senso della vita e della morte, per accogliere il vangelo della vita.

Verso mezzogiorno del venerdì santo, il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo.

È il simbolo di un grande sconvolgimento che coinvolge tutta la creazione, di una lotta tra le forze del bene e le forze del male, tra la vita e la morte.Questa lotta continua anche oggi, in modo drammatico. La cultura della morte colpisce gridando che la vita di una persona conta qualcosa solo quando è efficiente, produttiva, piacevole; altrimenti va scartata, negata, uccisa.

Sembra che la morte sia più forte: il sole si eclissa, si fa buio… Ma in quest’oscurità lo splendore della Croce non viene sommerso. Anzi, la Croce si staglia ancor più nitida e luminosa e si rivela come il centro, il senso e il fine di tutta la storia e d’ogni vita umana.

Gesù è inchiodato sulla croce e viene innalzato da terra. Vive il momento della sua massima “impotenza” e la sua vita sembra totalmente consegnata all’indifferenza della gente, agli scherni dei suoi avversari e alle mani dei suoi uccisori:

Il popolo stava a vedere, i capi invece lo deridevano… anche i soldati lo deridevano.

Eppure, proprio di fronte a tutto ciò, e visto ciò che era accaduto, il centurione romano esclama:

«Veramente quest’uomo era giusto».

Si rivela così, nel momento della sua estrema debolezza, la potenza della giustizia di Cristo: sulla croce si manifesta la sua gloria!

Con la sua morte, Gesù illumina il senso della morte di ogni essere umano. Prima di morire, Gesù prega il Padre invocando il perdono per i suoi persecutori. E al malfattore, che gli chiede di ricordarsi di lui nel suo regno, risponde:

«In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».

La morte di Gesù è salvezza per noi, è dono di vita, di resurrezione. Lungo la sua esistenza, Gesù aveva donato salvezza anche sanando e beneficando tutti. Ma i miracoli, le guarigioni e le stesse risurrezioni erano segno di un’altra salvezza: il perdono dei peccati e l’elevazione dell’uomo alla vita stessa di Dio. E questo avviene nel momento della sua massima debolezza: quando i suoi piedi non possono muoversi per le strade, quando le sue mani non possono toccare, quando il suo corpo è rigido, freddo, inchiodato sul legno.

In questo Gesù ci fa capire che il valore di una vita umana non sta nella sua efficienza, nella capacità di lavorare o di produrre ricchezza. Il valore di una vita umana sta nella gloria di Dio che vi si manifesta. Allora anche la vita dell’handicappato grave, anche la vita ancora nascosta nel grembo della madre, anche la vita del malato terminale ha un valore sconfinato, intangibile.

Nel momento supremo, Gesù grida

«Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.

Con la parola “spirò”, la morte di Gesù è descritta come quella di ogni essere umano. Però questa morte non è vana, il suo spirito non è disperso: è consegnato, donato nelle mani del Padre, che lo fa ritornare come dono di salvezza a tutti gli uomini.

In questo modo Gesù proclama che la vita raggiunge il suo centro il suo senso e la sua pienezza quando viene donata.

La meditazione a questo punto si fa lode e ringraziamento e, nello stesso tempo, ci sollecita ad imitare Gesù e a seguirne le orme.

Anche noi siamo chiamati a dare la nostra vita per i fratelli, realizzando così in pienezza di verità il senso e il destino della nostra esistenza. Lo potremo fare perché Tu, o Signore ci hai donato l’esempio e ci hai comunicato la forza del tuo Spirito. Lo potremo fare se ogni giorno, con Te e come Te, saremo obbedienti al Padre e faremo la sua volontà. Concedici perciò di ascoltare con cuore docile e generoso ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Impareremo non solo a “non uccidere” la vita dell’uomo, ma a venerarla, amarla e servirla.

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Senza cortocircuiti

adultera

Riflettiamo oggi su alcuni aspetti problematici della nostra fede: il peccato, la legge, il giudizio, la misericordia. È un cammino  di approfondimento rispetto a quello delineato nella domenica precedente. Allora, con la parabola del “figlio prodigo” tutto si è giocato sui due estremi: il peccato e la misericordia. Certo questo è l’essenziale. Però non dobbiamo pensare che la legge e il giudizio non ci siano, o che non siano importanti. Perché senza la legge non avremmo il senso del peccato: la legge lo denuncia, lo fa conoscere, lo sanziona. E senza il giudizio la misericordia sarebbe semplicemente complicità, connivenza con il peccato: tu fai il male, fai del male che resta, e te ne vai tranquillo a testa alta perché ti è stata usata misericordia… È quella che Bonhoeffer chiamava “la grazia a buon mercato”: un cortocircuito tra peccato e misericordia che nega il giudizio. E invece no: il giudizio è importante – e il Credo ce lo fa ripetere ogni domenica: Gesù Cristo “di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”.

Dunque: peccato – legge – giudizio – misericordia, senza cortocircuiti.

1.  Il peccato

C’è una donna che ha peccato, ha commesso adulterio, è stata colta sul fatto (Gv 8, 1-11). Quanti adulteri si commettono al giorno d’oggi! Si sa… Ma come reagisce la nostra coscienza? Probabilmente cercando delle scusanti: la solitudine, l’incomprensione del coniuge, la provocazione del complice, la debolezza della carne… Oppure si pensa: beh, ma infondo ci sono peccati più gravi, che so, la violenza, la corruzione, lo sfruttamento… Ma sì, un adulterio, che vuoi che sia…! Tanto Dio perdona. Deve perdonare! Se no, che Dio è?

Ecco: abbiamo un’idea debole del peccato, abbiamo un’idea debole di Dio. E questa è una delle conseguenze peggiori del nostro essere peccatori.

2.  La legge

La legge viene a destarci da questa narcosi della coscienza:

“Mosè nella legge ci ha comandato di lapidare donne come questa”.

Caspita! Lapidare?! Ma era pazzo Mosè?

No. La legge di Mosè è legge di Dio. Gesù ha detto di non essere venuto ad abolire la legge, anzi, nemmeno uno iota o un segnodella legge passerà (Mt 5, 17-ss). Prima di dire che Mosè era pazzo o crudele, chiediamoci se i pazzi e i crudeli non siamo noi, con la nostra concezione debole del peccato.

L’adulterio nella legge di Mosè va punito con la morte, perché è un’uccisione: uccide il coniuge nella sua umanità più profonda, nella sua relazione d’amore; e uccide la comunità nella sua cellula fondamentale, la famiglia. Non a caso il più grave peccato, che è l’idolatria, è chiamato dai profeti “adulterio” e “prostituzione”. Il peccato è gravissimo e non merita perdono. Ma richiede un giudizio.

3.  Il giudizio

Gli scribi e i farisei il loro giudizio l’hanno bell’e formulato: va lapidata. Se la portano da Gesù, è per metterlo alla prova ed avere di che accusarlo. Sanno della sua benevolenza verso i pubblicani e i peccatori, ma non oserà mettersi contro la legge di Mosè. Se d’altra parte approvasse l’uccisione, si metterebbe contro Pilato, perché solo i Romani potevano eseguire le condanne a morte.

Qual è il giudizio di Gesù?

“Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra”.

I proverbiali “fiumi d’inchiostro” che sono stati versati per spiegare questo gesto di Gesù non hanno spiegato nulla. Da parte mia rimango perplesso, perché la scena si svolge nel tempio di Gerusalemme e cioè in un luogo pavimentato con lastre di pietra. Gesù si china e traccia dei segni col dito sul pavimento. Chi è che scrive col dito sulla pietra? Dio, sulle tavole di Mosè (Es 31, 18; Dt 9, 10)!

Gesù richiama l’attenzione alla legge per riguardo di colui che l’ha data e per farne l’uso che Colui che l’ha data vuole che se ne faccia.

Siccome gli accusatori non capiscono si alza, ossia mostra in se stesso chi era colui che dà la legge e il senso della legge stessa.

Il peccato merita la morte: questo è vero! È vero! Ma ogni peccato: “Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio, ma io vi dico…” Che cosa ci dici? Che possiamo commetterlo? Che in fondo non è così grave? Che tanto poi tu ci perdoni? No. “Io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla ha commesso adulterio” (Mt 5, 27-ss). Meriti la morte!

Tu che credi di poter usare la legge per giudicare gli altri, ma non è questo l’uso che vuole Dio. Tu sei il primo che è giudicato da questa legge. Non solo chi uccide, ma anche chi litiga e insulta; non solo chi ruba, ma anche chi non dona… La legge serve per giudicare te stesso, non gli altri.

“Chi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei”.

Mosè ha detto bene: il peccato va punito. Ma ogni peccato, il peccato di ognuno. Perciò, chi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei. E se non sei senza peccato… allora sei tu che dovresti essere lapidato!

È come se Gesù avesse sollevato di colpo il coperchio della coscienza di ognuno.

E si rimette a scrivere, perché la legge rimane, perché nemmeno uno iota o un segno sarà cancellato senza che tutto sia compiuto.

4.  La misericordia

Nel tribunale è sceso un silenzio insopportabile; i più anziani cominciano ad andarsene, forse spaventati dall’idea che Gesù potesse aiutarli a scavare nella loro vita per vedere se davvero erano senza peccato. E via via se ne andarono tutti,uno per uno.Questa è la legge: uguale per tutti. Tutti peccatori,quindi tutti meritevoli di morte.

Sono rimasti in due: lui è il legislatore e giudice, lei l’accusata.

“Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”

Non le chiede niente del suo peccato, né delle scuse che poteva portare. La aiuta a tirare un sospiro di sollievo: la sua sorte era segnata, se non fosse stata portata davanti a Gesù, a quel momento sarebbe già morta:

“Nessuno mi ha condannata, Signore”.

“Neppure io ti condanno”.

Eh sì, l’unico senza peccato è Gesù, l’unico che poteva scagliare la pietra… Gesù però non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva.

Allora misericordia senza giudizio? Abolizione della legge? No. La legge rimane, perché altrimenti il peccato non sarebbe riconosciuto. Il giudizio di condanna resta, perché il peccato va punito. Solo che la sentenza di morte, che toccava a te, se la prende Gesù stesso, sulle sue spalle.

Vedi quanto costa la misericordia che ti è stata usata?

“Va’, e non peccare più”.

 

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figlio prodigo

“Si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro»” (Lc 15, 1-2).

A partire da versetti come questo molti oggi dicono: se Gesù accoglieva i peccatori alla sua mensa, perché mai non si dovrebbero ammettere all’Eucaristia tutti, senza distinzioni, anche coloro che vivono in peccato abituale?

In genere questo tipo di richiesta viene rivolto a favore di coloro che vivono in una situazione familiare irregolare, e spontaneamente proviamo simpatia per queste persone.

Ma se invece parlassimo di pedofili? Se parlassimo di mafiosi? Se parlassimo di politici corrotti? Qui la nostra simpatia svanisce e i nostri sentimenti di accoglienza si tramutano in richieste di esclusione, di scomunica.

Nell’uno e nell’altro caso, però, siamo lontani dal cuore di Gesù. Egli è venuto per i peccatori. Per tuttii peccatori: non solo per quelli che vivono situazioni matrimoniali irregolari, ma anche per i pedofili, anche per i corrotti. Però a tutti Gesù chiede la conversione. Chiede di fare quel che facevano i pubblicani e i peccatori di cui si parla nel testo sopra citato: andare da lui– cioè allontanarsi dal loro modo di vivere abituale – e ascoltare la sua parola– cioè obbedire a lui, non al proprio modo di pensare o alla mentalità del mondo.

“Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove” (2 Cor 5. 17).

Ribadiamolo: Gesù è venuto per noi peccatori, per salvarci dal peccato, per ammetterci alla sua mensa, perché Dio ci ama come figli! Ma  proprio per amore ci chiede di cambiare vita, ci chiama a conversione. Se noi privassimo i peccatori – e il primo peccatore sono io che dico queste cose – del diritto a ricevere la parola forte ed esigente della conversione,  non faremmo forse loro il peggiore torto?

Gesù, con i peccatori, ha saputo usare anche parole forti, esigenti, persino dure; ma sempre con amore e solo per amore. Se noi non sappiamo usarne, è perché non amiamo. Pertanto o ci sdilinquiamo in un sentimentalismo compassionevole, o ci irrigidiamo nel rigorismo della legge.

Tutti sono accolti con onore e con gioia festante nella casa del Padre, proprio come il figlio minore della parabola. Ma a tutti è chiesto di tornare alla sua casa. A tutti è richiesta la conversione. Il Padre non manda le vesti e il cibo al figlio lontano, cosicché possa continuare a vivere da dissoluto, lontano da lui!

Nel popolo di Dio non vi sono giusti e peccatori, ma solo peccatori giustificati, peccatori che si convertono.

Il più grande peccatore sembra proprio il figlio maggiore: infondo la parabola è detta per lui. Mentre il fratello è rientrato nella casa, lui rimane fuori e si rifiuta di entrare: rifiuta la conversione perché pensa di essere giusto, di non averne bisogno. E dopo aver ascoltato la parabola, tutti siamo pronti a condannarlo, vero?

Ma allora è proprio lui, il figlio maggiore, il peccatore che deve essere accolto e chiamato alla conversione:

“Suo padre allora uscì a supplicarlo” (Lc 15, 28).

Ovviamente, non può entrare se non si converte, se non accetta che il Padre sia padre e che il fratello sia Fratello.

Ricordiamo le parole ascoltate domenica scorsa: se non ci convertiremo, periremo tutti allo stesso modo(Lc 13, 1-9): tutti! Figli minori e figli maggiori, scapestrati e santarellini, trasgressori e osservanti: tutti. Ma se ritorniamo all’amore del Padre, a tutti viene data la sovrabbondanza del perdono e la gioia della festa:

“Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione (…) Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2 Cor 5, 18.20).

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Cronaca nera

fico sterlie

In questi giorni la gente delle mie parti è rimasta sconvolta da alcuni incidenti mortali verificatisi sulle nostre strade. Le disgrazie accadono, lo sappiamo bene. A volte assumono le dimensioni della strage, della sciagura – e allora fanno più impressione all’opinione pubblica. Ma per coloro a cui tocca, anche le tragedie “di piccole dimensioni”, quelle che non valgono due colonne nella cronaca di un giornale, sono  nondimeno tragedie.

Nel Vangelo (Lc 13, 1-9), Gesù prende lo spunto proprio da due fatti di cronaca nera avvenuti ai suoi tempi: mentre nel tempio si offriva un sacrificio, Pilato aveva fatto uccidere un gruppo di Galilei – probabilmente perché tramavano un’insurrezione; inoltre, presso la piscina di Siloe era caduta una torre, uccidendo e seppellendo diciotto persone.

Il popolo  vede in questi fatti dei castighi divini per i peccati delle persone colpite, ma Gesù rigetta questa interpretazione: quegli infelici non erano più cattivi di quelli restati in vita.  Le sciagure non sono castighi, ma avvertimenti:

“Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.

Nella ma città c’è un proverbio che dice: “Per piovere e per morire non ci vuol nulla”. L’uomo non può mai sentirsi troppo sicuro sulla sua strada – per dirla con le parole di un poeta: “Rincorrendo il balletto delle ore / noi che sappiamo dove siamo nati/ ma non sapremo mai dove si muore” (F. Guccini).

Sappiamo che c’è un pericolo che ci minaccia, che verrà la fine della nostra vita. E non sappiamo quando. Per questo dobbiamo approfittare del tempo di cui ancora disponiamo: giorno per giorno. Perché se non ci convertiamo, periremo.

E cosa significa “perire”? Morire? Moriremo comunque, sia che ci convertiamo sia che non ci convertiamo! Ma si tratta qui di quella che il Nuovo Testamento chiama “la morte seconda”. Dio è la vita. La nostra vita è la comunione con lui. Se rigettiamo Dio fino alla fine, rigettiamo la vita e siamo nella morte.

E cosa significa “convertirsi”? Significa volgere lo sguardo verso Dio. Mi sono chiesto quale sia il contrario di “conversione” e l’ho trovato: “diversione”, cioè volgersi altrove. Pascal parlava del divertissement, il divertimento fatto per non pensare alla realtà in cui Dio ci chiama. Oggi c’è tutta un’industria del divertimento, un mercato, una pubblicità… sembra l’elemento centrale della nostra vita. Badiamo bene: non “fare festa”, “gioire” (tutte cose belle e sante) ma “divertirsi”. Il figliol prodigo si divertee il culmine del divertimento lo porta a contendere le carrube ai porci; solo quando si converte trova la festa!

La necessità e l’urgenza della conversione è illustrata da Gesù con la parabola del fico sterile. Il padrone ha deciso di tagliare l’albero che non dà frutti:

“Taglialo, dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”.

La sentenza è stata pronunciata. Ne è stata pubblicata persino la motivazione! Ma il vignaiolo gli ottiene una proroga. Gli ottiene un tempo di recupero:

“Padrone, lascialo ancora quest’anno”.

Un anno: non alla lettera (dodici mesi), ma un periodo di grazia sufficientemente lungo, ma di durata limitata. Nel quale il vignaiolo stesso si prenderà cura della pianta. La cura, ovviamente, non si rivolge tanto ai rami, quanto piuttosto alle radici: è lì che zappa, è lì che mette il concime.

Siamo noi quell’albero. I frutti che il Padre si aspetta sono i frutti dello Spirito elencati da san Paolo “amore, gioia, pace, pazienza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5, 22). Sarebbe inutile sforzarsi di portarli con le nostre forze: sono frutti dello Spirito, non della carne! C’è solo un modo di fruttificare: convertirci, liberarci dalla distrazione, volgere lo sguardo al Signore, dedicarci a lui, lasciarci curare da lui.

Per chi accoglie l’invito, si realizza la beatitudine dell’uomo che si compiace della legge del Signore e la sua legge medita giorno e notte: Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai (Sal 1).

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transfigurazione

Come mai in questa seconda domenica di quaresima la liturgia ci fa ascoltare il vangelo della trasfigurazione (Lc 9,28b-36)?

La quaresima è il tempo della nostra conversione: è il tempo di riorientare la nostra vita per seguire più da vicino il Signore. E domenica scorsa abbiamo visto che la condizione prima della nostra conver­sione sta nell’ascolto obbediente della Parola di Dio, nell’accettazione fiduciosa della sua volontà.

Ma com’è difficile mantenere questa fiducia nell’ora della nostra croce: il lutto, la malattia, la sofferenza! Riconoscere il volto del Messia nella passione, sfigurato dal dolore, dal sangue, contratto nel­la morte…!

Gesù lo sa e per questo prepara i suoi discepoli all’ora della croce: li porta sul monte a pregare. Proprio Pietro, Giacomo e Giovanni che saranno i testimoni della sua agonia nell’orto degli Ulivi.

Gesù si rivela nella preghiera. La trasfigurazione è un momento della preghiera stessa.

Sappiamo che Gesù trascorreva lunghi tempi immerso nella preghiera. Come pregava? Cosa diceva? La sua preghiera (lo vediamo nel vangelo di oggi) non era un semplice “dire”, ma un accendere e gustare la comunione con Dio, era il trovare se stesso come Figlio nel Padre.

Nella preghiera sul monte l’umanità di Gesù diventa trasparente, e i discepoli possono intravvedere la sua natura divina: è la prefigurazione della gloria della risurrezione.

Due uomini appaiono: Mosè ed Elia, la legge e i profeti. Ai discepoli si svela il senso delle scritture: tutto l’AT converge in Cristo e nella sua Pasqua: il suo esodo.

I tre discepoli rimangono abbagliati, frastornati, vorrebbero fermare, immobilizzare quell’attimo di grazia: “Facciamo tre capanne…!

Ma questo significa non aver capito il senso della trasfigurazione: essa è una preparazione alla passione, non un bello spettacolo fine a se stesso.

Infatti la scena luminosa si copre con una nube, e l’entusiasmo dei discepoli si cambia in paura.

E la voce del Padre viene a svelare il senso di quell’avvenimento: Gesù è il Figlio suo, l’eletto. Dobbiamo ascoltarlo.

Ecco: l’ascolto. Dobbiamo convertirci, e il primo passo della conversione consiste nella Fede. Ma il primo passo della Fede consiste nell’ascolto:

“Questi è il mio Figlio, l’eletto: ascoltatelo”.

Chi ascolta e crede, segue le vie del Padre, resiste nell’ora della croce e viene trasfigurato come il Figlio.

La prima lettura (Gen 15,5-12.17-18) ci presenta la fede di Abramo:

“Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia”.

E per la sua fedeltà diventa lo strumento dell’alleanza tra Dio e il suo popolo.

La seconda lettura (Fil 3,17-4,1) ci dice che se Cristo, fedele al Padre è stato trasfigurato, anche i nostri corpi, se saremo fedeli, saranno trasfigurati. Coloro che seguono nella fede la via della conversione saranno trasfigurati come Cristo.

Ma questa stessa lettura, all’inizio, ci mostra una situazione di­versa e tragica: la situazione di quelli che “si comportano come nemici della Croce di Cristo”, e la cui fine sarà la perdizione, perché essi, “hanno come dio il loro ventre”. Cosa significa? Significa che mettono la propria fiducia non nel Dio vivente, ma in se stessi, nella propria carne, nei propri desideri e nella capacità che hanno di soddisfarli.

Attenzione: qui non si parla di giudei o di pagani, ma di cristiani che hanno perso la fede nell’ora della Croce. E purtroppo questo succede molto di frequente.

Una volta un giovane monaco chiese ad un anziano come mai tanti intraprendevano il cammino della conversione, e a un certo punto si stancavano e tornavano peggio di prima. Il santo rispose: avviene come quando un cane vede la lepre e le corre dietro; molti altri cani, vedendolo correre a quel modo, gli si mettono dietro, ma la corsa è faticosa, e tanti desistono: riesce a raggiungere la lepre solo chi l’ha vista.

La corsa della conversione è faticosa. L’ora della Croce è umanamente insopportabile. Per questo Cristo si fa vedere trasfigurato dai discepoli: perché non desistano nella corsa. Per questo il Padre dice a noi “Ascoltatelo”, perché ascoltandolo nella preghiera possiamo incontrarlo, vederlo con gli occhi del cuore, e continuare la nostra corsa fino ai piedi della Croce, fino alla tomba vuota, fino all’incontro col Risorto.

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Tentazione

diavolo

“Tentazione” è un termine molto usato dalla pubblicità di dolci oppure dall’erotismo. Si pensa che a “tentare” sia il piacere e che il piacere sia più forte quando, in qualche modo, è proibito dal dietologo o dalle convenzioni sociali.

Tutto questo ha poco o nulla a che fare con il senso biblico della tentazione. La Bibbia esprime la convinzione che gli uomini che Dio ha creato e che ama – Adamo, Abramo, Mosè, Davide, Giobbe… – sono esposti al rischio di rifiutare Dio, si trovano in circostanze in cui la fedeltà a Dio sembra assurda, e rifiutarlo appare conveniente, utile, persino necessario.

Fin dal suo battesimo, Gesù viene manifestato come il Messia, colui che compie le speranze di Israele. Lo Spirito Santo scende su di lui e la voce del Padre lo proclama come il Figlio prediletto in cui il Padre si è compiaciuto (Lc 3, 21s). Ci aspetteremmo una marcia trionfale verso la realizzazione di tutte le promesse di terra, di abbondanza, di sicurezza… E invece (sorpresa!) la prima disposizione dello Spirito conduce Gesù nel deserto per essere tentato dal diavolo. Prima di compiere le speranze, prima ancora di annunciare il loro compimento, Gesù deve intraprendere una lotta per purificare le attese dai travisamenti che ne falserebbero la realizzazione.

Al fondo di ogni tentazione, infatti, sta una falsa speranza, una speranza che sembra la realizzazione di qualcosa di urgente, di giusto, di “migliore” rispetto a quello che Dio ha stabilito. Il Dio della speranza, quindi, andrebbe piegato ai nostri desideri, altrimenti risulterebbe superfluo o persino fastidioso.

Luca (4, 1-13) sottolinea che, nel deserto,  Gesù viene tentato dal “diavolo”. Non a caso l’evangelista sceglie questo nome per designare il tentatore: ho diabolos, in greco, significa “colui che porta la divisione, la separazione” e le sue tentazioni non hanno altro scopo che separare Gesù dal Padre, vogliono portarlo a rifiutare il Padre e il suo volere, per costruirsi una messianicità infedele.

Nel deserto si mette alla prova la speranza, perché si mette alla prova Dio stesso: è lui il bene, oppure dobbiamo inventare noi stessi ciò che è bene?

Qual è il bene per eccellenza? Il pane! Non si dice infatti: “Buono come il pane”? E quale speranza umana è più naturale, più legittima, di quella di avere pane? E allora: “Se sei Figlio di Dio, di’ che questi sassi diventino pane!”. La tentazione è vecchia: il diavolo aveva già giocato questa carta spingendo gli Israeliti a rimpiangere l’Egitto, in cui erano schiavi, sì, ma mangiavano pane a sazietà! La risposta di Gesù è invece quella dell’israelita fedele: l’uomo non vive soltanto di pane (cf. Dt 8, 3). A questo proposito il gesuita tedesco Alfred Delp, messo a morte dai nazisti, disse: “Il pane è importante, la libertà è più importante, ma la cosa più importante di tutte e la costante fedeltà e l’adorazione mai tradita”. Gesù moltiplicherà i pani (Lc 9, 12-17), ma lo farà per gli altri, non per sé. La sua fame di pane – per quanto naturale e legittima – non ha la precedenza rispetto al suo rapporto con il Padre.

Appena ribadita la relazione del Figlio con il Padre, il diavolo gli propone un’alleanza pervertita: gli promette tutta la ricchezza e il potere dei regni terreni in cambio dell’adorazione. La risposta di Gesù è semplice: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”»; questa breve frase indica che la sua vita è tutta a servizio di Dio, senza alcun obiettivo di potere personale. Sarà attraverso la croce e la risurrezione che Gesù riceverà dal Padre la potenza e la gloria su ogni cosa.

E proprio alla croce fa allusione la terza tentazione. Per attirare Gesù nella sua trappola il diavolo cita la Scrittura, il Sal 91 in cui si parla della protezione che Dio garantisce al suo fedele: “Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani che porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede”. Se Dio è tuo Padre, egli ti preserverà dal fallimento – ma se fallisci, significa che non gli sei Figlio! Sarà questa l’idea che porterà gli spettatori a deridere Gesù crocifisso: “Si è affidato al Signore, lui lo scampi: scenda dalla croce e gli crederemo!” (cf. Lc 23, 35 ss). Ma Dio ha un altro piano, e Gesù lo accetta. Gesù non si è salvato da sé, non per impotenza ma per obbedienza al Padre. La salvezza verrà, ma attraverso la sofferenza e la morte.

La Quaresima ci porta a rivivere personalmente l’esperienza di Gesù nel deserto. Questo è il luogo in cui si ascolta la voce di Dio, ma anche quella del diavolo. La nostra obbedienza a Dio è continuamente minacciata da ciò che sembra più necessario (il pane), più desiderabile (il potere), e da ciò che per l’evangelista Luca costituisce la più grave di tutte le tentazioni: mettere alla prova Dio, sottoporlo a un esperimento: «Il Signore in mezzo a noi sì o no?»” (Es 17, 7); la presunzione di imporre a Dio le nostre condizioni.

Rivivere l’esperienza di Gesù significa fare come lui, che ha accolto con amore il progetto del Padre:

“Non ha messo alla prova Dio. Ma è sceso nell’abisso della morte, nella notte dell’abbandono, nell’essere in balia che è proprio degli inermi. Ha osato questo salto come atto dell’amore di Dio verso gli uomini. E perciò sapeva che, saltando, alla fine avrebbe potuto soltanto cadere nelle mani benevole del padre. Così si palesa il vero senso del Sal 91, il diritto a quell’estrema e illimitata fiducia di cui in esso si parla: chi segue la volontà di Dio sa che in mezzo a tutti gli orrori che può incontrare non perderà mai un’ultima protezione. Sa che il fondamento del mondo è l’amore e che quindi anche laddove nessun uomo può o vuole aiutarlo, egli può andare avanti riponendo la sua fiducia in colui che lo ama” (J. Ratzinger).

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