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distruzione

Audio: 33-c.m4a

Per chi ha dimestichezza con i salmi, non è difficile immaginare cosa fosse il tempio di Gerusalemme per i pii israeliti: Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore; ed ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme… Una cosa ho chiesto, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore… Un giorno nei tuoi atri vale più che mille altrove… Era una sorta di dovere e un atto di religione, oltre che una sincera ammirazione estetica, quello che portava i pellegrini a lodare le belle pietre e i doni votivi che adornavano il tempio.

Di fronte a questo, le parole di Gesù dovettero suonare come una vera e propria doccia fredda:

Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta (Lc 21,5-19).

Ora, noi sappiamo che la predizione di Gesù si realizzò una quarantina d’anni dopo, nell’anno 70, ad opera dell’imperatore Tito. Questo significa che la cosa non ha più per noi alcun interesse, al di là di quello storico?

No di certo! Qui si parla della distruzione delle cose più belle e più sacre: tutto ciò che è “costruzione” sarà soggetto a “distruzione”! Tutto passa. Tutto è in cammino verso un tempo definitivo.

Si comprende anche la curiosità manifestata dagli ascoltatori: quando avverrà? e come? e quale sarà il segno che ciò sta per avvenire? Certo, anche noi, se Gesù ci dicesse che la nostra casa sarà distrutta o che della nostra chiesa non rimarrà pietra su pietra, come minimo gli chiederemmo quando e come.

La curiosità infantile dei discepolo è presente anche oggi. Ogni volta che ci arriva la notizia di una nuova guerra o di rivoluzioni, o di cataclismi naturali – terremoti, alluvioni – o di carestie e pestilenze, si sente qualcuno che dice: sono gli ultimi tempi, sta per arrivare la fine del mondo! Proliferano anzi delle sette che fanno proseliti proprio giocando sul terrore religioso:

Badate di non lasciarvi ingannare,

Da millenni ci sono in giro falsi profeti che annunciano una fine prossima: Ci sono stati e ci saranno sempre settari, maestri e discepoli d’errore, ingannati e ingannatori, che fanno calcoli e con i loro annunzi turbano e sviano le folle. Si è voluto spesso calcolare la fine, con punti di partenza e considerazioni in parte assai ridicole. Gli uomini, che vi han creduto, furono ingannati e imbrogliati. Non c’è nessun calcolo possibile. La parola di Gesù suona chiara e tagliente:

Non andate dietro a loro!

Non bisogna farsi ingannare neanche dalle catastrofi. Ci sono sempre, come afferma Gesù, guerre e rivoluzioni, conflitti di nazione contro nazione, di regno contro regno. A queste catastrofi della storia si aggiungono le catastrofi naturali: terremoti, fame, pestilenze… Gesù sottolinea:

Non è subito la fine.

Tutti questi eventi in realtà sono segni che tutte le cose finite finiscono. Però non sono prodromi di fine prossima di tutto!

Neanche la persecuzione della Chiesa è segno della fine. Tali persecuzioni sono avvenute, avvengono e avverranno; Gesù le predice con tutta la chiarezza desiderabile. Getteranno i discepoli in carcere e li trascineranno davanti a re e principi; saranno abbandonati e accusati dai propri parenti. La parola di Gesù contiene la profezia inaudita e sconvolgente:

Sarete odiati da tutti a causa del mio nome.

E tutti ci rendiamo conto di quanto siano attuali queste parole oggi, quando nel mondo essere cristiani è motivo sufficiente per essere perseguitati.

Ma neanche questo deve gettarci nell’inquietudine: nell’ora del pericolo, Gesù ci darà parola e sapienza, ed avremo così occasione di dare testimonianza. Dio sarà nostra protezione, e, se perseveriamo e resistiamo, secondo la parola di Gesù, nemmeno un capello del nostro capo andrà perduto.

Cosa significa? Forse che il Signore non permetterà che soffriamo o che veniamo uccisi? Una schiera immensa di martiri santi sta lì a testimoniare il contrario e, a capo di questa schiera, sta Gesù crocifisso! Nondimeno l’aiuto del Signore sarà potente per mezzo della luce e della forza interiore che ci consentirà di rendergli testimonianza. Il Signore non ci dice che non moriremo: ci promette che risorgeremo!

La persecuzione della Chiesa non è un segno della fine vicina. Tutte queste cose, la comparsa di falsi profeti, l’irruzione di catastrofi, la furia delle persecuzioni, ci sono sempre state e ci saranno sempre nel corso della storia. Appartengono alla vita del pianeta, dell’umanità e della Chiesa di Cristo; non sono perciò segno di qualcosa di straordinario e d’insolito, non sono prova di una fine imminente.

Da cristiani dobbiamo avanzare in mezzo a tutte queste difficoltà, angustie e lotte, impressionati certamente, ma non inquieti. Non ne siamo sorpresi, giacché Cristo ce l’ha predetto. Ma non ne siamo neanche sopraffatti, perché le affrontiamo con la forza di Gesù.

Nessun terrore, dunque. Il terrore è segno di cattiva coscienza!

Il profeta Malachia (3,19-20) e il Salmo 98 (97) esprimono un’attesa piena di speranza da parte di coloro che temono Dio e desiderano la sua giustizia. Il giorno del Signore segnerà la distruzione dell’ingiustizia nelle sue radici e nei sui germogli, la distruzione degli oppressori. Dobbiamo allora chiederci: noi da che parte stiamo?

Se stiamo dalla parte degli oppressori ci preoccupiamo del quando del come, dei segni, per trovare qualche stratagemma e sottrarci al giudizio di Dio. Se invece siamo dalla parte degli oppressi, Risolleviamoci e alziamo il capo, perché la nostra liberazione è vicina (Lc 21,5-19).

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Morte e risurrezione

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Audio: 32-domenica-c.m4a

In occasione della Festa di tutti i Santi e della Commemorazione dei Fedeli defunti abbiamo meditato sulla morte e la risurrezione. Le letture di questa domenica ci invitano a ritornare su questi temi.

Dobbiamo farlo, perché la nostra società ha con la morte un rapporto insano. Da una parte ne ha paura, dall’altra ne è attratta.

Da una parte nasconde la morte: sono quasi scomparsi i segni del lutto, si abbreviano i tempi di permanenza del cadavere in casa, le visite ai cimiteri si diradano…

Dall’altra parte ricerca la morte: il numero dei suicidi cresce spaventosamente (soprattutto tra i giovani), si compiono scelte di morte legalizzate (l’aborto), si auspica la legalizzazione dell’eutanasia…

Un rapporto insano con la morte che nasce quando si perde la fede nella Risurrezione.

Proprio della Risurrezione ci parla il Vangelo di Luca (20,27-38): ci presenta una scena che ha come sfondo Gerusalemme e gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù: sta per morire anche lui!

Dallo sfondo s’avanzano i Sadducei: il partito aristocratico-conservatore, sostenuto soprattutto dai sommi sacerdoti. Essi, dice Luca, “negano che vi sia la risurrezione”.

Questi vengono per presentare un “caso” fantasioso, assurdo, inventato ad arte per tentare di invischiare Gesù in una polemica sbiadita e inutile.

La loro visione della vita dopo la morte è banale, materialistica, concepita come un ricalco della vita terrena.

Ecco allora il caso stravagante di questi sette fratelli.

Se un uomo sposato moriva senza figli, per legge il fratello doveva prendere sua moglie e dare eredi al defunto. Ed ecco che sette fratelli sono costretti a sposare l’uno dopo l’altro la stessa donna. E si vuol sapere di chi sarà moglie quando risorgeranno tutti insieme.

Gesù non si lascia invischiare in questa polemica e va dritto al cuore del problema, mostrando il vuoto e l’inconsistenza di quella religiosità così meschina. Il nostro futuro ultimo non una copia migliorata del presente: per i giusti la vita dopo la morte, la vita nella risurrezione è vita simile a quella degli angeli, è comunione piena con Dio.

L’avevano già intuito la madre e i sette fratelli martiri di cui parla il Secondo libro dei Maccabei (7,1-14). Questi ragazzi, prima di essere uccisi, dicono al tirannò: “Tu ci elimini dalla vita presente, ma il re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna… Noi attendiamo da Dio l’adempimento delle speranze di essere da lui di nuovo risuscitati”.

Se su questa terra abbiamo costruito un legame di vita e di amore con Dio, questo non può finire: anzi, dopo la morte giungerà a una fioritura perfetta.

Ma il punto è questo: lo stiamo costruendo questo legame di vita e di amore con Dio? San Paolo dice che ognuno raccoglierà quel che ha seminato: chi semina nella carne, dalla carne raccoglierà corruzione, chi semina nello spirito, dallo spirito raccoglierà vita eterna. Vale a dire: se su questa terra cerchiamo l’avere, il potere e il godere, la morte sarà la nostra condanna; se cerchiamo Dio, la morte si aprirà alla vita eterna.

 

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Punti di vista…

Zaccheo

La storia narrata all’inizio del capitolo 19 del Vangelo di Luca può essere letta  assumendo tre diversi punti di vista: quello della folla, quello di Zaccheo e quello di Gesù.

La folla

Cominciamo dalla folla: che cosa vide quel giorno, in cui Gesù attraversava Gerico? Tutti si accalcavano per vedere Gesù, e dietro la folla si scorge persino Zaccheo,  l’uomo più odiato della città: “Capo dei pubblicani e ricco”. I pubblicani sono tutti corrotti, infami, ladri, spie… Lui è il capo di tutti! E per di più è basso di statura. Appare come una figura grottesca e ripugnante. La gente lo vede muoversi qua e là, alzarsi in punta di piedi, cercarsi un varco… Non vi riesce, e allora “corre avanti e, per poterlo vedere”, arriva perfino ad arrampicarsi su di un albero. Immaginate: coi vestiti lussuosi, un tipo come lui, un’autorità…! È comico!

Ma poi la gente vede Gesù che si ferma proprio sotto quell’albero, che rivolge la parola a quell’uomo ridicolo ed odiato, che addirittura va ad alloggiare da lui, da un infame! Ma che razza di maestro è questo Gesù? Che razza di profeta?

Zaccheo

Passiamo però dal punto di vista di Zaccheo. Egli sa di essere un uomo ricco, potente e temuto. È quasi un nano, sì, ma ha saputo vendicarsi degli “occhi e le battute della gente” (De Andrè): è diventato un’autorità. Sembrerebbe del tutto autosufficiente. Però quel Gesù lo incuriosisce. Lo vuole vedere. E la voglia di vederlo, che lo porta a vincere ogni senso della sua propria dignità, ogni timore del ridicolo: va ad arrampicarsi come un monello su un sicomoro!

Ma quando Gesù arriva sotto l’albero succede qualcosa di inaspettato: fino a quel punto era Zaccheo che voleva vedere, ora è Gesù che alza lo sguardo: il vedere si trasforma in essere visto. Il ricco capo dei pubblicani sente su di sé lo sguardo di Cristo. È un attimo, ma un attimo eterno. Tutta la vita di Zaccheo è sotto quello sguardo. Zaccheo si sente colto, come si può cogliere il frutto dell’albero. Colto in quell’atteggiamento buffo, sui rami di un sicomoro coi suoi vestiti di lusso. Come si sarà sentito in quel momento? Come avrà valutato la sua vita fino a quel punto, i suoi peccati, i suoi imbrogli, le sue violenze?

E a questo punto ha la sorpresa inaudita di sentire che Gesù gli rivolge anche la parola, lo chiama per nome, si invita addirittura a casa sua.

La frenesia del curioso Zaccheo si trasforma nella fretta del nuovo Zaccheo, “pieno di gioia”. Pieno di gioia, perché ha avuto il coraggio di svuotarsi di sé ed accogliere Cristo. La sua vita è trasformata: da oppressore dei poveri diventa generoso fino all’estremo: dà metà dei suoi beni ai poveri; da imbroglione diventa giusto: restituisce quattro volte tanto!

Gesù

Con tanta gente intorno, il suo sguardo si rivolge proprio a quell’uomo maledetto da tutti. Con tante case per bene nelle quali trovare accoglienza, sceglie proprio la casa di quel peccatore. Perché

“Il Figlio dell’Uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.

Mentre tutti in Zaccheo non vedono altro che il peccatore, Gesù vede il figlio di Abramo, perché questi – non ostante tutto – dimostra di avere la fede di Abramo: è alla ricerca, è disposto ad accogliere, è pronto a trarre tutte le conseguenze pratiche della salvezza ricevuta. La salvezza è entrata nella sua casa nella persona di Cristo: questo figlio di Abramo che era perduto ha capito di essere cercato e salvato dal Figlio dell’uomo.

E noi?

Possiamo identificarci in Zaccheo? Abbiamo dentro di noi quest’ansia di vedere Gesù, che ci porta a rischiare anche il ridicolo pur di incontrarlo? O abbiamo timore del fatto che Lui ci può guardare, si può invitare a casa nostra, cosicché la nostra vita deve cambiare radicalmente per far entrare la salvezza? Abbiamo sperimentato (desideriamo sperimentare) la gioia della salvezza?

Oppure ci identifichiamo con la folla, che giudica il peccatore, condanna il Salvatore e rimane fuori dalla salvezza?

Chiediamo al Signore di darci lo sguardo di Gesù, la capacità di guardare gli altri con l’amore di Dio, che vede non solo ciò che essi sono, ma anche e soprattutto ciò che possono diventare se incontrano la sua grazia.

 

 

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Chi sono i santi?

Santi

Molti pensano che i santi siano degli esseri intermedi tra Dio e gli uomini, una sorta di semi-dèi capaci di influenzare in qualche modo le vicende umane. Per altri, i santi sono persone dotate di superpoteri: fanno miracoli, prevedono il futuro e cose di questo genere…

Se però andiamo alla Sacra Scrittura, vediamo che “il Santo” è Dio, che Gesù Cristo è “il Santo di Dio”, che noi tutti siamo chiamati santi perché abbiamo ricevuto lo Spirito Santo.

L’idea biblica della santità indica anzitutto una separazione da ciò che è mondano, esprime ciò che è sacro in contrapposizione a ciò che è profano. Le cose sante sono quelle “diverse da quelle comuni”. Dio è il santo, perché è totalmente altro rispetto a tutte le creature, perché è perfezione totale di unità, verità, bontà e bellezza. Tuttavia – e questo secondo passaggio è fondamentale – Dio  comunica la sua santità alle persone, ai luoghi e agli oggetti che rende “santi”. La parola santa, il luogo santo, la liturgia santa, hanno il potere di aprire il cuore degli esseri umani affinché essi ricevano lo Spirito Santo che è la santità stessa di Dio effusa nei cuori.

La santità è essenzialmente partecipazione alla vita di Dio. Essa ha – per così dire – un duplice movimento: nel suo momento negativo è separazione dal mondo e dalla sua mentalità; nel suo momento positivo è “comunicazione” alla vita di Dio-Amore.

  1. La mentalità del mondo si chiama successo, linguaggio politically correct, banalità. Il cristiano deve (e quindi può) essere “alternativo” a tutto ciò: l’appiattimento sul mondo è “profanazione”. Giovanni chiama tutto ciò che è nel mondocon tre brevi espressioni: concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita (1 Gv 2, 16). La concupiscenza della carne è la brama di godere, la concupiscenza degli occhi è la brama di avere, la superbia della vita è la brama di potere, l’indipendenza da Dio, fondata sulla presuntuosa autosufficienza dell’uomo ricco e sazio. Si può essere santi solo nella misura in cui ci si “separa” da ciò e si pongono dei segni concreti della propria diversità.
  2. Ma questo è solo il momento negativo. In positivo la santità è comunione con Dio-Amore. “Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!”(1 Gv 3, 1) . Ecco cosa significa essere santi: essere figli di Dio. Siamo realmente figli di Dio! Non si tratta di una metafora: il cristiano vive della stessa vita di Dio: “Dio è amore e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1 Gv 4, 16). Se il Padre si manifesta come “amore”, l’uomo figlio di Dio sarà colui che, entrando in relazione con Dio, parteciperà di questo amore del Padre

Allora possiamo tranquillamente dire che la santità non è altro che carità: chi ama partecipa alla vita stessa di Dio. E i santi – cioè coloro che amano in questo modo – sono un segno vivente dell’amore di Dio.

Chi sono dunque i santi? Sono quelli che amano, che rimangono nella carità! Solo sulla base della carità si può giudicare della santità.

Allora vediamo come è utile accostarci ai santi – ma non tanto per chiedere grazie e miracoli, quanto per imparare dal loro esempio cosa significa che Dio ci ama e in che modo dobbiamo amarci gli uni gli altri.

Guardando le loro vite, scopriamo uomini e donne con tutte le nostre fragilità, debolezze, inconsistenze, limiti…  che però nelle loro povertà hanno vissuto la pienezza della carità.  Questo significa che anche per noi il cammino è possibile: possiamo anche noi “separarci” dalla logica del mondo e accogliere nella nostra povertà l’amore che viene da Dio.

 

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Presunzione

Fariseo e PubblicanoLa settimana scorsa, attraverso le figure di Mosè e della vedova importuna, il Signore ci ha parlato dell’importanza della preghiera costante, continua. Oggi ci dice come dev’essere la preghiera per essere accetta.

Il primo insegnamento lo troviamo nel libro del Siracide (35,15-22). Da una parte si dice che Dio non fa preferenza di persone, ma poi il testo sembra contraddirsi perché afferma che Dio preferisce i poveri. Come mai? Perché Dio è come una mamma, che cura in modo speciale i figli più deboli.

Risuonano qui le parole di Gesù: “Beati voi, poveri” (Lc 6,20);  ma soprattutto: “Beati i poveri in spirito” (Mt 5,3), cioè coloro che non pretendono ma stanno in umiltà davanti a Dio e confidano in lui: La preghiera del povero attraversa le nubi.

Ma come raggiungere questa povertà di spirito? Devo chiedermi dove sta il mio cuore: se sta nella ricerca di Dio o nella ricerca di me stesso.

Questo ci viene plasticamente insegnato nel vangelo[1].

Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri.

Consideriamo bene questo atteggiamento: non si tratta di una legittima fiducia in se stessi, ma di un’arroganza – tipica degli insicuri – che sopravvive soltanto criticando gli altri. Chi è così, proprio perché ha paura di essere inferiore, ha bisogno di affermare la propria superiorità sugli altri e di farlo sentire attorno a sé. Proprio l’ostentazione di sé fa capire quanto poco salde siano queste persone. Pretendono di essere giusti, ma fatto stesso che disprezzino gli altri dimostra quanto poco giusti essi siano in realtà. Questo verbo “disprezzare”, Luca lo userà nella passione per descrivere l’atteggiamento di Erode davanti a Gesù: “ebbe disprezzo per lui”. Proprio a simili persone, presuntuose e sprezzanti, Gesù rivolge la sua parabola.

Il fariseo (“puro”) comincia la preghiera in modo ineccepibile: ringrazia Dio. Bene! Ma di cosa lo ringrazia? Fateci caso, non gli interessa tanto l’essere fedele alla Legge di Dio, quanto non essere come gli altri uomini. La sua fedeltà alla Legge non è amore per Dio, ma amore di sé: tutto il sui discorso non è una lode di Dio, ma di se stesso… Il suo stare in piedi, il fatto che “pregava tra sé” – quasi a dire che non rivolgeva il suo pensiero a Dio, ma a se stesso… Il Fariseo usa Dio come uno specchio delle sue vanità. Dov’è il suo cuore? Le opere del fariseo possono anche apparire buone, ma il suo cuore non lo è. E proprio qui si gioca tutto: perciò le opere sono contaminate e diventano altrettante bestemmie. Il fariseo in realtà non conosce Dio, perché Dio è amore, è grazia, è misericordia. Il fariseo, che non ama il suo prossimo: ha bisogno del prossimo, ma per avere qualcuno da disprezzare e così sentirsi migliore. In definitiva è ancora più colpevole del pubblicano.

Il pubblicano (un esattore delle imposte al soldo dei romani, impuro, corrotto, traditore) non ha coraggio di avvicinarsi, non osa alzare lo sguardo. La sua è una preghiera di richiesta, non di ringraziamento: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Ma chi è al centro? Dio e la sua misericordia. Dov’è il suo cuore? È come il figlio prodigo: sa di non aver nulla da far valere e spera solo nella misericordia di Dio, gli chiede di essere perdonato, di ricominciare la relazione con lui.

L’intento della parabola non è tanto di presentare il fariseo come esempio negativo e il pubblicano come esempio positivo, quanto quello di far comprendere qual è la valutazione agli occhi di Dio[2]. Il pubblicano pregando ha ottenuto il perdono, mentre il fariseo proprio nel suo pregare ha peccato, arrogandosi il potere di giudicare l’altro uomo, togliendo a Dio la possibilità di perdonare e all’uomo quella di essere redento.

Per capire bene la parabola, bisogna che ci sentiamo feriti in noi stessi da quel che Gesù dice del fariseo. Può darsi che ci sentiamo tranquilli, con la coscienza a posto: questo va bene. Ma la verità del nostro atteggiamento religioso si vede dal nostro modo di guardare gli altri. Se ci sentiamo superiori, se li disprezziamo, questo significa che siamo falsi davanti a noi stessi, perché siamo falsi davanti al prossimo – e quindi siamo falsi anche davanti a Dio.

Gettiamo allora il nostro cuore in Dio, come il pubblicano. Non fidiamoci della nostra pseudo-giustizia. Chiediamo a Dio che ci renda giusti Lui! Allora comprenderemo il discorso di Paolo: al termine della sua vita, prima di essere martirizzato dichiara senza ombra di presunzione:

Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede (1Tm 4,6-18)

Ho dei meriti? Sì, però non sono meriti che vengono da me, ma da Dio che mi ha dato la grazia per compiere quello che ho compiuto.

Attende “la corona di giustizia” come dono, come “l’incoronazione che Dio stesso fa dei suoi doni di grazia e di amore liberamente accettati dalla sua creatura” (s. Agostino).

[1] Cf. F. Bovon, Vangelo di Luca, vol. 2, Brescia 2007, pp. 785-803.

[2] Cf. V. Fusco, Oltre la parabola, Roma 1983, pp. 138-140.

 

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Senza stancarsi

preghiera di mosèQualche settimana fa, la liturgia ci ha fatto ascoltare una parabola “gemella” a quella della vedova e del giudice iniquo (Lc 18,1-8) – ricordate? – la parabola dell’amico importuno che va di notte a chiedere un pane e, tanto insiste, che alla fine viene esaudito (Lc 11,5-10). L’insegnamento delle due parabole è lo stesso: se tra esseri umani (amanti del proprio comodo, egoisti o perfino empi come questo giudice) l’insistenza finisce per ottenere, figuriamoci con Dio!

Però la parabola di oggi si colloca in un orizzonte diverso rispetto alla precedente. Lì si trattava della preghiera personale, che presenta a Dio le proprie necessità e chiede ciò di cui ha bisogno. Qui, il contesto in cui Luca narra la parabola, è segnato dal discorso escatologico del cap. 17: quando verrà il regno di Dio? dove si manifesterà? Gesù dice che il Figlio dell’Uomo tornerà, la sua manifestazione sarà tremenda; accadrà come il diluvio o come la distruzione di Sodoma, che avvennero quando meno la gente se l’aspettava. Ma nel frattempo, cosa succede?

Nel frattempo la vita della comunità cristiana è per certi versi paragonabile a quella di una vedova (i suo Sposo è asceso al cielo), che ha a che fare con un avversario che la perseguita (il maligno), e si trova di fronte un potere mondano che – come il giudice della parabola – non teme Dio e non rispetta gli uomini. Pensiamo alla Chiesa perseguitata, allora come adesso in tante parti del mondo, dalla tirannia dei potere politici ed economico. E pensiamo alle persecuzioni più gravi che sorgono dall’interno della Chiesa, dal peccato che la rovina, dalla corruzione, dai tradimenti… Sono cose antiche e sempre attuali, purtroppo!

La vedova è l’incarnazione della dipendenza e della fragilità: l’unica cosa che può fare è appellarsi al giudice, reiterare i tentativi. La parabola ci mette davanti ad una situazione claustrofobica: la poverina si reca dal giudice per chiedergli di occuparsi del suo caso, ma il giudice non l’ascolta; lei insiste e lui fa orecchie da mercante. E questo per ore, giorni, settimane, mesi, anni… Chissà! Tutto tempo nel quale la vedova continua a subire il sopruso del suo avversario. Come la comunità cristiana, che deve subire le persecuzioni all’esterno e le tentazioni e gli scandali all’interno.

Come resistette la povera vedova? Ripetendo la sua supplica, senza stancarsi. E la comunità cristiana, come resisterà? Pregando sempre, senza stancarsi mai.

 La preghiera è indispensabile, come anche è indispensabile lottare contro lo scoraggiamento. Il libro dell’Esodo (17,8-13) ci presenta plasticamente questa verità: Giosuè deve affrontare i nemici sul campo di battaglia, ma la vittoria dipende dalla preghiera di Mosè, che sta sul monte con le braccia alzate.

La perseveranza nella preghiera è un motivo che si incontra spesso nel NT. Se troviamo tante esortazioni a questo riguardo, evidentemente, è perché ci sono tante tentazioni in contrario: tanti dubbi, tanta trascuratezza, tanto sconforto, tante distrazioni mondane, e soprattutto la mancanza di fede davanti al fatto che i tempi di Dio non sono i nostri tempi.

L’insistenza della vedova è come una goccia che scava la pietra. Anche se il giudice iniquo non teme Dio né rispetta gli uomini, alla fine si decide ad agire e la vedova sarà ristabilita nel suo diritto. C’è un tempo lungo e c’è un attimo: per molto tempo il giudice rifiuta di ascoltarla, ma in un attimo cambia atteggiamento. Ella gridava “fammi giustizia” – egli finalmente decide: “le farò giustizia”. È un iniquo, è un uomo che abusa del suo potere, ma alla fine cede alla volontà di una poveretta, per non essere ulteriormente seccato.

A maggior ragione – dice il Signore – Dio che è giudice giusto farà giustizia ai suoi eletti che manifestano la loro fedeltà con una preghiera incessante, a “coloro che gridano a lui giorno e notte”. Gridano  perché soffrono in un mondo ostile che li emargina e si appellano a Dio perché li consoli e dia loro piena soddisfazione, perché li ascolti!

Quanto ai tempi… non è del tutto adeguata la traduzione che dice: “Farà loro giustizia prontamente”; meglio sarebbe tradurre: “Farà loro giustizia senza tardare”. Certamente Luca vuol dire che il Signore verrà senz’altro per giudicare e non tarderà, ma per il momento bisogna aspettare. La situazione dei cristiani – come quella della vedova – cambierà improvvisamente, in un istante. Ma quando? Quando i tempi saranno maturi. Non spetta a noi conoscerli.

E qui la pagina evangelica termina con una riserva temibile: non c’è dubbio che Dio farà giustizia ai suoi eletti, ma questi devono rimanere fedeli fino alla fine, devono conservare la fede! Lo faranno?

Quando verrà, il Figlio dell’Uomo troverà la fede sulla terra?

Dal momento che bisogna fare i conti con la durata, non si deve temere un raffreddamento della fede? La risposta non è scritta, perché dobbiamo scriverla voi ed io, e sappiamo come: la fede si manifesta e si nutre nella preghiera.

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Guarigione e salvezza

dieci lebbrosi

Negli esseri umani, in tutti, c’è un fondo di religiosità naturale per cui, davanti a difficoltà che superano le nostre forze, ci viene spontaneo fare un atto di fede e chiedere aiuto al Cielo. Di fronte a un male insormontabile, cosa resta da fare se non chiedere aiuto a Dio, raccomandarsi alla Madonna, pregare qualche santo? E così – più o meno – fan tutti: un proverbio inglese dice che è difficile mantenersi atei quando si sta in trincea.

Se ci riflettiamo, però, vediamo che questo atteggiamento “naturale” è sì “religioso”, ma fino a un certo punto. In realtà non ci interessa tanto la nostra relazione con Dio, quanto piuttosto il nostro benessere terreno. La fede in Dio può far comodo, se ci da una mano quando ne abbiamo bisogno; ma poi – come si dice – “avuta la grazia, gabbato lo Santo”.

Eppure il nostro benessere terreno, comunque sia, prima o poi è destinato a finire. E Dio non ci ha creati per finire col nostro benessere terreno: ci ha creati per la sua gloria, per l’eternità, per la beatitudine. Ci ha creati perché potessimo entrare in relazione con lui, come figli amati. “Ma l’uomo nella prosperità non comprende – dice un salmo –: è come gli animali che periscono”. Allora le difficoltà che il Signore permette nella nostra vita sono una benedizione, sono come un richiamo che ci dice: guarda che se vivi solo per il tuo benessere, prima o poi morirai! Se entri in relazione d’amore con Dio, invece, vivrai in eterno! In questo consiste la salvezza.

Nel vangelo (Lc 17,11-19) vediamo dieci uomini (dieci è un numero simbolico, che indica la totalità: stanno a rappresentare tutta l’umanità), che hanno il problema peggiore che si immagini nell’antichità: la lebbra, malattia contagiosa, che rende “impuri”, che taglia fuori dal contesto umano, che impedisce la partecipazione al culto. Essi si presentano dinanzi a Gesù, fermandosi a distanza come prescrive la legge, e si appellano a lui, con un atto di fede commovente: “Gesù maestro, abbi pietà di noi!”.

Luca sottolinea che “appena li vide” Gesù disse: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. I sacerdoti avevano il compito di diagnosticare l’eventuale guarigione. Ma è importante notare lo sguardo di Gesù[*]: uno sguardo di compassione, è lo sguardo di Dio stesso che ama questi uomini e vuole la loro salvezza. Confermando la loro fiducia, Gesù li esorta a credere sin d’ora nella loro guarigione e a presentarsi ai sacerdoti. Essi vanno, fiduciosi nel suo potere e mentre sono in cammino avviene il miracolo: la loro fede li ha guariti.

La seconda parte del racconto, però, dimostrerà subito che se questa fede li ha “purificati”, non è stata sufficiente per “salvarli”. Questo è il punto culminante del racconto: bisogna capire che, se la fede non diventa relazione con il Signore, improntata a gratitudine ed amicizia, se resta ancorata al proprio benessere terreno, non è autentica fede: rimane bloccata sul proprio tornaconto, non si innalza fino alla salvezza.

Nove di loro, infatti, si accontentano della guarigione e si allontanano da Cristo. Solo uno, un Samaritano – cioè uno straniero, considerato come un pagano – torna a Gesù per ringraziare e lodare Dio. Solo lui interiorizza la sua guarigione, rafforza la sua fiducia iniziale, approfondisce la propria fede e completa la sua conversione.

Per gli altri, la consapevolezza di essere membri del popolo eletto, non stranieri, li porta a ritenere che la guarigione sia una specie di diritto acquisito. Non ostante la guarigione, contraggono un male peggiore della lebbra: l’ingratitudine.

Dice s. Bernardo: “Fortunato il Samaritano, il quale riconobbe di non aver niente che non avesse ricevuto” e perciò sgorga in lui il grido della lode, del ringraziamento, dell’adorazione di Cristo. Questo fa spazio a un dono superiore alla guarigione: la salvezza.

Quante volte siamo nella condizione dei nove Giudei? Siamo talmente pieni di noi stessi, pronti ad accampare diritti, anche nei confronti di Dio, che non ci rendiamo conto che tutto è dono. E diventiamo ingrati. E infelici. Se si aprono gli occhi sul nostro nulla, appare con chiarezza il dono di Dio ed in noi nasce la gratitudine, l’amore che risponde all’Amore, la lode, la salvezza.

 

[*] Cf. F. Bovon, Vangelo di Luca, vol. 2, Brescia 2007, pp. 733-ss.

 

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