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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Pentirsi

Domenica scorsa Gesù ci ha raccontato una parabola in cui si parlava degli operai presi a giornata per lavorare nella vigna di un signore. E abbiamo detto che Dio chiama tutti a lavorare nella sua vigna (che è il mondo) e dà la sua ricom­pensa con giustizia, ma anche con generosità. Dio fa entrare nel suo regno anche quelli che sono stati grandi peccatori, a condizione che vadano a lavorare nella sua vigna, cioè che si pentano e si mettano a fare la volontà di Dio.

Oggi abbiamo ancora una parabola sul lavoro nella vigna (Mt 21-28-32). Una parabola cheviene detta ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo, cioè a quei leader religiosi del popolo di Israele che si sentivano i giusti, gli eletti, i santi, e disprezzavano gli altri. Disprezzavano perfino Gesù, e saranno loro a condannarlo a morte.

Gesù racconta dunque questa parabola: un uomo aveva due figli e rivolge a tutti e due lo stesso comando: 

Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna.

Quale sarebbe la risposta di un figlio buono e ben educato? Risponderebbe: “Sì, signore” e andrebbe a fare un buon lavoro.

Invece qui abbiamo due risposte diverse: il primo figlio dice: Sì, signore, ma non va. Il secondo risponde da maleducato, dice: Non ne ho voglia, ma poi si pente e ci va.

Gesù lascia agli ascoltatori la spiegazione: Chi dei due ha fatto la volontà del padre? La risposta è facile: il secondo! Ma, ammettendo questo, gli ascoltatori sono come presi in trappola, perché capiscono che la parabola è stata detta per loro.

Loro dicono di sì a Dio, come il primo figlio della parabola, perché si dichiarano credenti e osservano la legge… Ma non fanno la volontà di Dio, perché la volontà di Dio è questa: pentirsi dei propri peccati e credere in Gesù Cristo suo Figlio.

 Pentirsi dei propri peccati: anche e soprattutto di quei peccati che si nascondo dietro l’osservanza formale della legge, ma senza amare Dio, odiando il prossimo, e con il cuore pieno di desideri cattivi. 

E credere in Gesù Cristo, che ci libera dal peccato e ci conduce alla piena comunione con Dio e con il prossimo.

Dunque da una parte abbiamo i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, che dicono “sì” e fanno “no”. Dall’altra parte abbiamo i pubblicani e le prostitute che dicono di no a Dio, ed in questo sbagliano. Però tante volte accade che si pentono, come il secondo figlio della parabola, e si convertono e credono. Perciò passano avanti nel regno di Dio.

Questa parabola Gesù l’ha detta allora per i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, ma la dice ancora oggi per noi. Anche noi abbiamo detto di sì a Dio con il nostro battesi­mo. E quanti altri sì abbiamo detto nella nostra vita! Ogni volta che ci si dichiara “cattolici”, ogni volta che si chiede un sacramento o una celebrazione… Dio si rivolge a noi e ci dice: Figlio, va’ oggi a lavorare nella mia vigna. E noi rispondiamo: Sì, Signore.

Ma poi andiamo? Ci allontaniamo veramente dai peccati? Ci impegnamo a vivere secondo giustizia e misericordia come Dio ci ha insegnato? Oppure continuiamo ad essere egoisti, chiusi all’amore di Dio e del prossimo?

Badiamo bene, perché – come dice il profeta Ezechiele (18,25-28)., è questione di vita o di morte. Il Signore è buono, vuole salvare tutti, ma ci lascia liberi di dire sì o no, di andare o non andare nella vigna. Però nella sua bontà ci richiama continuamente, come aveva fatto ai tempi di Giovanni il battista: i suoi sono inviti al pentimento, ossia a capire che nel nostro cuore prende vie che ci allontano dal Regno di Dio, e che quindi dobbiamo cambiare. 

Diciamogli di sì e facciamo la sua volontà, per essere felici per sempre insieme con lui.

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La generosità

Leggiamo la parabola degli operai della vigna (Mt 20,1-16)[*] e spontaneamente ci chiediamo: ma perché? In base a quale logica questo datore di lavoro dà la paga di un’intera giornata anche a quelli che hanno fatto un’ora sola di lavoro? Non aveva un contratto con loro, si era solo impegnato a dare ciò che è giusto… Perché dare tanto?

Non era tenuto. Si tratta di un gesto gratuito, non dovuto, dettato dalla compassione. Siamo riportati nel clima della parabola precedente (Mt 18,18-35. Certo si tratta di un gesto di proporzioni più modeste, comunque sollecitato dalla condizione di estremo bisogno di questi braccianti, che altrimenti quella sera avrebbero dovuto tornare a casa praticamente a mani vuote. Questo è implicito nella condizione stessa del bracciante, che rivive ogni mattina il dramma della ricerca di un lavoro (la scena di questa parabola si ripeteva ogni giorno, fino ad alcuni decenni fa, sulle piazze dei nostri paesi).

Se il datore di lavoro agisce così non è per fare un dispetto a quelli della prima ora, né per dare autoritariamente e capricciosamente una dimostrazione come l’altra del suo insindacabile arbitrio di padrone.

Però la sua generosità provoca malumori e recriminazioni. E il padrone non si limita a zittirle o ad ignorarle, ma entra in dialogo, espone pacatamente le sue ragioni, cerca di far capire agli operai della prima ora che le loro lagnanze sono sbagliate.

Amico, io non ti faccio torto. Non hai concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio?

La giustizia consiste nel dare ciò che si è pattuito – e il denaro viene dato, il contratto è rispettato. La generosità verso i poveri non viola certo la giustizia: va oltre.

La cosa è chiara, eppure noi moderni nonostante tutto continuiamo a chiederci: ma insomma, questo benedetto uomo così generoso non poteva dare anche a quegli altri qualcosina in più? Ebbene, la risposta è no. Accondiscendere alle pretese dei mormoratori equivarrebbe a snaturare il gesto, facendo passare per pura e semplice giustizia quello che era un libero gesto di generosità – come se a un certo punto, passandosi la mano sulla coscienza, si fosse reso conto che il salario pattuito era inadeguato, ed avesse ritenuto giusto stabilire un aumento proporzionale per tutti. Oppure equivarrebbe ad aggiungere a quel gesto di generosità, dettato dalla situazione di bisogno di quelle persone, un ulteriore gesto di generosità, ma questa volta completamente immotivato, nei confronti di chi non era nel bisogno.

In realtà gli operai della prima ora sanno bene di non poter pretendere altro. La loro richiesta di avere qualcosa in più è solo una maniera come un’altra per non dire brutalmente che avrebbero preferito che quelli dell’ultima ora avessero ricevuto solo quel poco che avevano meritato.

E così veniamo a capire perché questa parabola ci parla del Regno dei Cieli. Il malumore degli operai della prima ora riflette chiaramente la posizione dei Farisei: per loro l’obbedienza alla Legge è il mezzo per guadagnarsi a caro prezzo la benevolenza di Dio, non è la risposta dell’uomo a un amore gratuito che viene dato prima. È per questo che quando vedono che l’amicizia di Dio viene offerta anche ai peccatori, questo per loro equivale a dichiarare inutile tutta la loro vita, tutti i loro sforzi: allora, se è così, non valeva la pena di impegnarsi!

La frase decisiva  è proprio l’ultima domanda dei padrone:

O forse il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?

I Farisei vogliono un mondo retto solo dal merito, in cui l’amicizia di Dio si compra, in cui ogni uomo vale quanto valgono le sue prestazioni; un mondo in cui chi sbaglia deve pagare duramente, altrimenti non varrebbe la pena di tanto sforzo per essere giusti. Ma questo mondo in cui non c’è spazio per la misericordia, in cui viene proibito a Dio di amare gratuitamente, si rivela profondamente disumano.

E noi, da che parte stiamo? Potremmo essere proprio noi quei Farisei che, come gli operai della prima ora, si lagnano della fatica e del caldo, non amiamo il lavoro nella vigna del Signore, ma ci sottomettiamo all’obbedienza per ottenere qualche vantaggio. Dio non voglia! Se così fosse, dovremmo sentire rivolte a noi quelle terribili parole:

Prendi il tuo e vattene!

Se uno non vuole condividere la misericordia del Signore, non vuole rimanere con il Signore!

Ma potremmo forse essere come quei braccianti che non si fanno trovare dal Signore né all’alba, né alle nove, né a mezzogiorno… 

Perché ve ne state tutto il giorno oziosi? Andate anche voi a lavorare nella mia vigna!

La generosità del Signore, stiamone certi, non ci deluderà. 


[*] Riprendo queste riflessioni da V. Fusco, Oltre la parabola, Assisi 1983, pp. 115-120.

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Compassione

In queste domeniche leggiamo il “discorso comunitario” di Gesù (Mt 18,1-35)[*].

Certo, l’immagine di comunità che ne viene fuori non è affatto idilliaca. C’è chi dà “scandalo”, ossia intralcia i fratelli sulla via della salvezza; ci sono fratelli che non solo peccano, ma rifiutano ostinatamente ogni richiamo… Però Gesù aggiunge anche parole che mirano a infondere grande fiducia: alla comunità è stato affidato un potere di “legare e sciogliere” che ha efficacia anche nei cieli, alla preghiera unanime della comunità è promesso un esaudimento sicuro, perché Gesù stesso è presente in mezzo a noi.

Questa è la comunità cristiana: da una parte è bisognosa di riconciliazione, attraversata da fratture e conflitti irrisolti, né più né meno che un pezzo qualsiasi di questo mondo; per un altro verso, è segno e strumento efficace di riconciliazione, è il luogo in cui è presente Cristo, il riconciliatore che vive in lei.

Non è facile stare dentro a questa ambiguità. La Chiesa non può soltanto parlare di riconciliazione: deve esserne segno vivo, ben leggibile, credibile… Ma come tenere insieme le esigenze della credibilità con quelle della misericordia? Anche oggi, a volte si rimprovera alla Chiesa troppa severità, altre volte troppa indulgenza; a volte si chiede di assolvere, altre volte di creare nuove scomuniche. Da un lato, in nome della serietà e dell’autenticità cristiana, emerge la tentazione del rigorismo, col rischio che le persone si allontanino perché il cammino risulta troppo difficile; dall’altra emerge il rischio di banalizzare il perdono, riducendolo a routine, cosicché le persone si allontanano ugualmente, perché il cammino risulta banale e irrilevante.

Che cosa fare allora? Insistere sulla bontà di Dio che perdona sempre, o sulla responsabilità dell’uomo che deve convertirsi? Rendere le cose più facili o più impegnative? 

Ed ecco la domanda di Pietro a Gesù: “Signore, quante volte mio fratello peccherà contro di me e io dovrò perdonarlo?” (v. 21). Pietro qui – come altre volte – parla a nome della Chiesa. Quando c’è qualcuno che ricade spesso, fino a che punto dovrà essere tollerato nella comunità? “Fino a sette volte?”. Non sono poche, sette volte! C’è tutto il tempo di verificare la reale consistenza del pentimento. Arrivando a sette volte si riconosce realisticamente la fragilità umana; fermandosi lì si garantisce però la serietà del pentimento e dell’impegno da parte di chi è perdonato.

E invece no! “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette” (v. 22). È chiaro che non si tratta semplicemente di essere un po’ più elastici, di riconoscere alla fragilità umana uno spazio un po’ più grande. Si tratta di smettere di portare il conto, si tratta di non assumere quell’atteggiamento che ci fa dire: io perdono, però lui deve meritarselo, e quindi se ricade tante volte, a un certo punto sono autorizzato a non perdonare più. Questi ragionamenti sono molto umani, ma Gesù ci fa guardare la realtà con gli occhi di Dio!

Per questo, aggiunge subito la parabola del servo spietato. È la storia di un funzionario a cui il re condona un debito enorme, pari al gettito fiscale annuo di un paio di province dell’Impero. Ma lui si rifiuta di condonare ad un suo collega un debito molto più piccolo, pari a quattro mesi di salario di un operaio. Allora il re gli ritira il condono che aveva così generosamente accordato, dicendo: dovevi perdonare anche tu come io avevo perdonato a te (vv. 32-33)! 

Ma perché doveva? Perché il re, che aveva avuto compassione di lui (v. 27), ha compassione anche dell’altro. Questa parola è la chiave di tutto: compassione! Significa compenetrarsi, immedesimarsi nella sofferenza dell’altro, soffrire con lui. Tu ottieni il perdono perché il re ha compassione di te, ma quando ti trovi davanti all’altro devi ricordare che il re ha compassione di lui così come ne ha avuta di te; per cui ciò che tu fai all’altro, il Signore lo ritiene come se fosse fatto a lui (cf. Mt 25,31-ss). Dunque questo re, pronto a perdonare anche un debito astronomico, alla fine non perdona chi non ha misericordia del suo fratello!

Vediamo così che la misericordia non esclude il rigore, che il perdono illimitato di Dio non toglie affatto la nostra responsabilità, ma anzi la accresce enormemente. Certo, noi non veniamo perdonati perché abbiamo perdonato, amati perché abbiamo amato; ma al contrario, possiamo e dobbiamo amare e perdonare perché siamo stati amati e perdonati.

Sia l’una cosa (ricevere il perdono di Dio), sia l’altra (dare il perdono ai fratelli), sono possibili perché il Signore ha compassione di noi, crea un vincolo di solidarietà e di amicizia tra Lui e noi, ci rende capaci di avere verso gli altri gli stessi sentimenti suoi. Così la misericordia di Dio si inserisce nel cammino sofferto degli uomini, assumendone la lentezza, i ritardi, le contraddizioni e donando una forza più grande, una vittoria più grande.


[*] Queste riflessioni sono tratte da V. Fusco, “Settanta volte sette”, in id. La casa sulla roccia. Temi spirituali di Matteo, Magnano (VC) 1994, pp. 95-108.

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Se tuo fratello commette una colpa contro di te… che fai? 

Tuo fratello – non è l’estraneo, è il tuo familiare. Nel linguaggio del Nuovo Testamento è colui che sta nella tua comunità.

 Commette una colpa contro di te – ti manca di rispetto, ti insulta o parla male di te, si prende ciò che è tuo, insidia i tuoi affetti…

Se Gesù ne parla, significa che queste cose accadono e lui lo sa. La prima cosa da imparare è non scandalizzarsi. Non scandalizzarsi neppure di se stessi, se ci si scopre in qualche colpa, sgarbo, maldicenza, non amore verso gli altri.

Se sei vittima della colpa altrui – dice Gesù – devi prendere l’iniziativa.

Ma è proprio il contrario di ciò che pensiamo noi! Noi diciamo: io sono stato offeso, tocca a lui fare il primo passo. E invece no. Perché?

Paolo dice che siamo debitori di un amore vicendevole (Rm 13,8). Perché debitori? Perché Cristo ci fa credito del suo amore nel nostro peccato e noi dobbiamo restituire questo credito ai fratelli peccatori come noi: in questo sta la salvezza.

Il Vangelo ci insegna a non disprezzare il peccatore. Questo significa amarlo, non considerarlo per­duto ma poterlo prendere per quello che è, recuperare la comunio­ne con lui nella remissione dei peccati. Badate bene: non si tratta solo di “dimenticare e perdonare”, si tratta di prestarsi mutuamente il servizio più importante e più essenziale: quello della Parola di Dio.

Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello (Mt 18, 15).

Si tratta di testimoniare all’altro, con parole umane, tutta la consolazione di Dio e il suo ammonimento, la sua severità e la sua bontà

Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia (Ez 33,7). 

Questo non è per niente facile – e il Signore lo sa bene. Se prima non ascoltiamo correttamente l’altro, non potremo mai dirgli la parola giusta per lui. Se non siamo realmente disponibili a prestargli aiuto, la nostra parola non potrà essere credibile e veritiera. Se non siamo disposti a portare il peso dell’altro, se siamo impazienti o superbi, le nostre parole non possono recare liberazione e salvezza: 

La carità non fa alcun male al prossimo (Rm 13,10).

Però attenzione: l’ascolto dell’altro, la delicatezza nei suoi confronti, il rispetto della sua privacy, della sua dignità, della sua libertà… non deve portarci a dire come Caino: “Sono forse io il guardiano di mio fratello?” (Gn 4,9) – perché la Parola di Dio ci dice che questo atteggiamento, in apparenza nobile, può incorrere nella maledizione divina: 

Della sua morte io domanderò conto a te (Ez 3,18).

Dove si ha una comunità di cristiani che vivono insieme, si arriva per forza, ad un certo momento e per qualche motivo, alla correzione fraterna. Non è cristiano il deliberato rifiuto di questo importantissimo servizio reciproco. Se non ci vengono le parole, dobbiamo esaminarci sul modo in cui consideriamo il nostro fratello.

Il fondamento che ci consente di parlare tra noi è il sapere che gli altri sono peccatori come noi, che nonostante la loro dignità sono abbandonati e perduti, se non trovano aiuto. Allora parliamo gli uni agli altri considerando l’aiuto di cui tutti abbiamo bisogno. Ci aiutiamo gli uni gli altri a seguire la strada che Cristo ci indica. 

Quanto più impariamo ad accogliere la parola che gli altri ci dico­no, si tratti pure di duri rimproveri e di ammonimenti da accogliere con umiltà e gratitudine, tanto più si accresce la nostra capacità di parlare con libertà e pertinenza. Chi per suo conto respinge la parola fraterna detta seriamente, perché è sopraffatto dalla suscettibilità o dalla vanità, non può neppure dire umilmente la verità agli altri, in quanto ne teme il rifiuto che sarebbe causa per lui di ulteriore offesa. Chi è suscettibile, tende sempre ad adulare il proprio fratello, e dun­que anche a disprezzarlo e a calunniarlo. Invece chi è umile si attiene alla verità e insieme all’amore. Si attiene alla Parola di Dio e si lascia condurre da questa Parola al fratello. Non cercando e non temendo niente per sé, può aiutare l’altro con la parola.

È un servizio di misericordia, un’estrema offerta di comunione autentica, il porre fra di noi la sola Parola di Dio, nella sua funzione di giudizio e di aiuto. In tal caso non siamo noi a giudicare, ma Dio solo, e il giudizio di Dio procura aiuto e salvezza.

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Dopo aver accettato la confessione di Pietro che lo riconosce come Messia, Gesù spiega in che modo sarà Messia:  

Cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno (Mt 16, 21-27). 

Parole pesanti! Gesù preannuncia il suo destino di Messia rifiutato dagli uomini: dal governo (gli anziani), dal potere religioso (i capi dei sacerdoti), dal mondo della cultura (gli scribi). E a Pietro questo non piace. 

Dio non voglia, Signore: questo non ti accadrà mai!

Che cosa indica “questo”? Indica l’evento pasquale, di cui però Pietro vede solo il versante della passione e morte. Pietro non prende nemmeno in considerazione il “risorgere il terzo giorno”. La risurrezione è l’altro versante della montagna: dalla parte nostra non si vede; nella salita, tu vedi soltanto la croce sulla cima. Che ci sia l’altro versante, puoi crederlo, ma non lo vedi e non lo capisci.

Davanti alla prospettiva della mia sofferenza, cosa vedo? Certamente morirò, forse dovrò sopportare la malattia, il dolore, l’umiliazione… Vedo solo il versante della passione, non quello della risurrezione!

Davanti alla Chiesa abbandonata da tanti (in occidente sono assai più numerose le apostasie che le conversioni), con pastori sempre più inadeguati… rischiamo di perdere la speranza. Forse non perdiamo la fede, perché sappiamo che la Parola di Gesù è vera, ma la fede diventa amara.

Gesù non ci ha mai detto che passeremo di trionfo in trionfo, non ci ha mai nascosto la croce. La risurrezione ci sarà, ma non si vede: si crede! A partire da un’idea umana di Dio, ci scandalizziamo della croce. Quanta gente dice: ho perso la fede perché il Signore ha permesso questa sofferenza nella mia vita!

A partire da una giusta relazione con Dio, invece, è il nostro scandalo ad essere di scandalo:

Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini.

Va dietro a me!

dice Gesù. Cioè: seguimi e non presumere di precedermi! Altrimenti diventi Satana, diventi l’accusatore di Dio, perché Dio non corrisponde all’idea che te ne sei fatto.

Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 

Andare dietro a Gesù significa perdere la propria vita, non averne più il controllo, la gestione. Cosa significa: “rinneghi se stesso”? Siamo nel contesto del discepolato, della sequela. Rinnegare un maestro – Pietro lo comprenderà a sue spese – significa smettere di ascoltarlo, non andargli più dietro. Rinnegare se stessi significa smettere di avere come maestro il proprio “io”, non seguire più i propri desideri e il proprio modo di pensare. Significa che non devo essere più io il signore della mia vita, ma accettare che il mio unico Signore sia Gesù. 

Gesù è risorto. La nostra salvezza sta nel lasciarci prendere da lui, nell’andare dietro a lui. Perché mai dovrei risultare vincitore io laddove il Signore è stato ucciso? Piuttosto, secondo la sua parola, risorgerò anch’io laddove Lui ha vinto, cioè nell’amore totale al Padre, nell’amore fino alla fine per gli amici, nell’amore che abbraccia anche i nemici… e poi la vita eterna come orizzonte di speranza!

La croce – ha scritto J. Ratzinger – è “espressione della radicalità dell’amore che si dona totalmente, indica il processo in cui uno è ciò che fa e fa ciò che è: espressione di una vita che è totalmente essere-per-gli-altri”.

La croce è l’esodo dall’essere-per-se-stessi all’essere-per-gli-altri, è il superamento di sé nell’amore. Questo ci strappa a noi stessi, per questo comporta il dolore, la lacerazione, il rinnegamento di sé, la morte del chicco di grano che solo così può portare frutto. Un amore che non giunge fino all’accettazione del dolore – è questo che deve imparare Pietro e noi con lui – non è l’amore di Cristo. Ma il dolore non è l’ultima parola: la parola definitiva è la risurrezione!

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Dall’interno

Dopo tanti discorsi, dopo tanti miracoli, Gesù prende in disparte i suoi e pone due domande: 

“La gente chi dice che io sia? […] Ma voi chi dite che io sia?” (Mt 16,13-20).

Già il fatto che le domande siano due, ci fa capire che si guarda a Gesù da due punti di vista differenti: quello della gente di fuori e quello dei discepoli*.

La gente conosce Gesù “dall’esterno”; non che questa conoscenza sia necessariamente falsa, però è inadeguata. A questa conoscenza esterna, si contrappone una conoscenza più profonda: quella dei discepoli che rimangono in sua compagnia e camminano con lui, crescono nella consuetudine con lui. 

Cosa dice “la gente”? La gente inserisce Gesù in una categoria: quella dei profeti.  Fanno riferimento a quello che già conoscono, è “uno come” gli altri profeti. Questa opinione non è semplicemente sbagliata, anzi esprime ammirazione e persino devozione nei confronti di Gesù; tuttavia non raggiunge la sua vera natura, la sua novità. Interpreta Gesù a partire dal passato, mediante una categoria consueta, non a partire da se stesso, non nella sua unicità, che non è inseribile in nessuna categoria. 

Questo accade anche oggi nell’opinione della gente che ha conosciuto Cristo in qualche modo, magari ne ha fatto oggetto di studio, ma non l’ha mai incontrato personalmente. 

Così tra i filosofi qualcuno ha messo Gesù affianco a Socrate, Buddha e Confucio come uno dei quattro uomini che maggiormente hanno contribuito per la ricerca del modo giusto di vivere. Ma Gesù in questo modo viene compreso in una categoria in cui legittimamente si possono inserire anche altri personaggi.

Oggi c’è poi la tendenza a considerare Gesù come uno dei fondatori di religioni nel mondo, ai quali fu data una profonda “esperienza” di Dio e che pertanto hanno potuto parlare di Dio agli altri uomini. Ma ogni “esperienza” porta con sé il limite dell’uomo che la fa. Con questa opinione, uno può senz’altro amare Gesù e può anche sceglierlo come maestro – ma il suo insegnamento resta comunque qualcosa di parziale, da completare con i frammenti percepiti dalle esperienze di altri “maestri”. Alla fine, dunque, sono io che decido che cosa accettare, che cosa mi aiuta, che cosa mi è estraneo. Gesù è uno tra tanti.

All’opinione della gente si contrappone la conoscenza dei discepoli, che si manifesta nella confessione di Pietro:

“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

Pietro, portavoce dei discepoli, ha riconosciuto che Gesù non rientrava in nessuna delle categorie consuete, che Egli era qualcosa di più e di diverso da “qualcuno dei profeti”.

“Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. 

Di fronte a Gesù, “la carne e il sangue” – cioè le forze umane – dicono tante cose, ma non possono far altro che ridurre il presente al passato, interpretandolo come una seconda edizione, una replica o, nella migliore delle ipotesi, una continuazione di ciò che è già stato. Colui che viene dal Padre che è nei cieli può essere interpretato solo dal Padre che è nei cieli.

“E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. E le potenze degli inferi non prevarranno su di essai”.

 Ci viene rivelata qui la grazia di stare in una Chiesa che professa la verità sul Figlio dell’Uomo, perché non la carne e il sangue gliel’hanno rivelata: non dipende dalla scienza e dalla sapienza umana, ma dalla grazia di Dio. Una Chiesa che ha un fondamento solo: la confessione di Pietro. Invincibile per la parola di Cristo.

“A te darò le chiavi del regno dei cieli”.

Il potere delle chiavi (cf. Is 22,19-23) indica l’affidamento di un’autorità delegata, la potestà vicaria, esprime il compito di ammettere o escludere.

Verrebbe da dire: ma ammettiamo tutti! Abbattiamo le porte! Ma così verrebbero ammesse anche le potenze degli inferi, che sfascerebbero tutto. Il discernimento, la decisione e la fermezza sono necessarie. Ma traggono la loro forza dalla carne e dal sangue: possiamo contare sulla rivelazione del Padre.

“Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.

“Legare e sciogliere” indicano l’interpretazione vincolante della legge per guidare gli uomini sul sentiero giusto.

 Ed è qui che casca l’asino. Quante volte le porte degli inferi hanno prevalso sugli uomini di Chiesa! Vista dall’esterno, questa Chiesa appare troppo “carne e sangue” e troppo poco “cielo”!

Ma come Gesù può essere conosciuto solo nel discepolato – altrimenti l’apparenza esterna porta solo a verità parziali e a conclusioni ingannevoli – così la Chiesa può essere conosciuta solo dall’interno. Chi guarda le vetrate di una cattedrale da fuori, non vede altro che strisce di piombo e vetri scuri: bisogna star dentro per apprezzarne la bellezza. Ed è da dentro che si vede la gloria dei santi, la sublimità della dottrina, la consolazione della speranza, lo splendore della carità…

Ma gli scandali…? Un marinaio – fosse pure il capitano – può cadere in mare, ma non per questo la nave affonda. E la barca della Chiesa non affonda: Gesù l’ha promesso! Dobbiamo solo stare attenti noi a non caderne fuori. 


* Cf. J. Ratzinger, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano 2007, pp. 333-352.

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Nella tempesta

La Chiesa intera, in ogni tempo è chiamata a vivere “gli ultimi tempi”, e passa ininterrottamente da una prova all’altra[1].

Ognuno le vive a suo modo: i martiri la vivono come uccisione violenta, altri come insulto, solitudine, sofferenza, povertà: un abbandono, la morte di una persona cara, una malattia, la disoccupazione… Sono le “tempeste” piccole o grandi in cui siamo costretti a navigare.

Per aiutarci a capire queste nostre tempeste, ci viene incontro questa pagina del Vangelo. 

I discepoli sono in una situazione di pericolo, superiore alle forze umane: stanno per essere inghiottiti dalle acque; sono soli sulla barca, Gesù ha voluto rimanere a riva; quando poi appare sull’acqua non è chiaramente riconoscibile, tanto che i discepoli gridano di spavento, come all’apparizione di un fantasma.

Non è forse questa la nostra condizione quando siamo nella prova e ci pare che il Signore ci abbia abbandonati? Ma, proprio in questa situazione, Gesù si fa presente e ci mette in grado di compiere cose straordinarie, come Pietro che cammina sulle acque.

“Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque”. La richiesta di Pietro suppone una fede assai forte. Il dubbio (“Signore, se sei tu…”) non è dubbio sulla potenza di Gesù ma solo dubbio se sia effettivamente Gesù la figura intravista da lontano. Proprio per averne la conferma, Pietro propone come segno quell’inaudito miracolo, e Gesù glielo concede subito. 

Al cenno di assenso, Pietro scavalca il parapetto della barca e scende nel mare in tempesta: il rischio viene affrontato fiduciosamente. Fino a questo momento la fede di Pietro è grandissima. Appena appoggia il piede sull’acqua non affonda, e i primi passi che muove, uno dopo l’altro, confermano che Gesù ha approvato la sua iniziativa.

Ma allora perché poi fallisce? Nel momento in cui si fa sentire di nuovo quel vento contrario, Pietro ha paura; e nel preciso momento in cui ha paura, immediatamente affonda. Che cosa è avvenuto?

  1. Una prima risposta, più semplice, potrebbe essere che quel vento contrario, ostacolando il cammino, sollevando delle ondate, ha accresciuto le difficoltà e proprio così ha messo a nudo la poca fede di Pietro: una fede che era stata capace di arrivare fino a un certo punto, ma si rivela incapace di andare oltre. Non senza una nota ironica: Pietro, Pietro! Non hai avuto paura di camminare sull’acqua, adesso hai paura del vento! Hai superato una difficoltà tanto maggiore… e adesso? Uomo di poca fede: non abbracci fino in fondo né l’incredulità (perché hai creduto) né la fede (perché hai avuto paura).
  2. Questa prima risposta, però, non spiega del tutto quello che è successo. In realtà Pietro non ha solo avuto paura: ha dubitato (“Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”), cioè ha incrinato la certezza precedente. In quel momento, Pietro non solo non è stato capace di fare un passo avanti nella fede, ma dimostra di aver fatto un passo indietro, perdendo anche quel tanto di fede che aveva dimostrato prima. 

Infatti: è difficile supporre che a fargli paura sia stato soltanto una raffica di vento. Se fosse stato sulla terraferma, anche investito da un vento violento, Pietro non avrebbe reagito in quella maniera. 

Più che creare una nuova paura, il vento fa riaffiorare dal cuore di Pietro proprio quella paura che prima era stata sconfitta. La fede, per un istante, gli aveva fatto vedere che, per ordine di Gesù, avrebbe potuto camminare sulle acque, e glie l’aveva addirittura fatto tradurre in realtà. Ora, quella raffica di vento, glie lo fa apparire come una cosa assurda; come se si dicesse: “Ma sono impazzito? Che cosa ci sto a fare io qui in piedi, sull’acqua?”. 

Questo è lo sguardo della carne, non della fede. Per lui, in quel momento, è come se il Signore non ci fosse: c’è solo lui, Pietro, con tutta la pesantezza del suo corpo; e sotto di lui e intorno a lui nient’altro che acqua.

L’incredulità è come una radice cattiva piantata, forse nascosta nel cuore dell’uomo; ricacciata in fondo con l’atto di fede, ma sempre pronta a riemergere e a riprendere piede.

  • Una terza risposta la dà s. Agostino, che vede la causa del fallimento di Pietro in una mancanza di umiltà. Forse quei primi passi, superato il timore iniziale, gli avevano dato la sensazione di aver imparato a camminare sull’acqua, come se dipendesse da lui? Aveva dimenticato che questa capacità gli veniva da un Altro e doveva essere accolta sempre di nuovo, momento per momento, come dono? Commenta Agostino:

“Ciò che impedisce a molti di essere forti, è la presunzione di essere forti. Nessuno riceverà da Dio il dono della fortezza se non è persuaso della propria debolezza… se prima non comprende d’essere, per se stesso, debole” (Serm. 76,4,6).

È poca fede, dunque, anche l’eccesso di fiducia in se stessi, oltre che la mancanza di fiducia nel Signore.

Se questa è la reazione di Pietro, quella di Gesù è sottrargli immediatamente il sostegno miracoloso offerto sinora. Non era la fede di Pietro, direttamente, a farlo restare a galla; era però una condizione, a cui Gesù non intende rinunziare. Potrebbe far stare a galla anche un incredulo, ma non è questa la sua volontà: nel momento in cui il discepolo gli sottrae la sua fede, il Signore gli sottrae il suo potente aiuto. Dunque quella fede pur così fragile, quasi inesistente, agli occhi di Gesù rappresenta qualcosa di immensamente prezioso, irrinunziabile.

Da parte di Gesù, però, questo sottrarre il suo aiuto a Pietro, abbandonandolo per un istante alle sue sole forze, in quella situazione di pericolo, non è una punizione, ma un richiamo, un invito a ritornare all’atteggiamento di fede. Ed è quello che avviene.

Il grido di Pietro: “Signore, salvami!” conferma che Pietro è ancora credente. La sua fede non è stata così forte da distruggere l’incredulità, ma neppure l’incredulità è stata così forte da distruggere nel suo cuore la fede.

Gesù, mentre lo salva lo rimprovera, mentre lo rimprovera lo salva: Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Gesù è addolorato e stupito della mancanza di fede. Intanto stende la mano e lo afferra: Pietro è perdonato. Ed ha imparato la lezione, almeno per il momento.

Chi di fede ne ha poca, e non ha idea di che cosa sia la fede, potrà anche illudersi di averne abbastanza; chi più approfondisce il cammino della fede, chi ne sente veramente il valore, più va avanti, più scopre di averne poca, più si mette in atteggiamento di umiltà e grida: “Signore, salvami: credo, accresci la mia poca fede!”.


[1] Cfr. V. FUSCO, La casa sulla Roccia, Bose 1994, p. 49-71.

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Interpretare

Qualcuno (F. Nietzsche) ha detto che i fatti sono stupidi – vale a dire: se non vengono interpretati, non si capiscono. Però, aggiungiamo noi, l’interpretazione deve essere quella giusta, altrimenti si capiscono fischi per fiaschi.

Vediamo i fatti di cui ci parla Mt 14,13-21 e proviamo ad interpretarli con la mentalità del mondo:

  1. Erode ha fatto decapitare Giovanni Battista: brutto segno! Giovanni prepara la strada… Anche per Gesù si vede la malaparata.
  2. Gesù decide di partire per ritirarsi in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle lo rincorrono, anzi addirittura lo precedono e gli si assiepano incontro. Che scocciatura! non ha un momento di tregua!
  3. La gente è tanta, migliaia di persone. I discepoli hanno cinque pani e due pesci. I bisogni sono vasti, le risorse sono scarse… a che serve impegnarsi? 

Proviamo invece ad interpretare gli stessi fatti dal punto di vista di Gesù:

  1. L’uccisione di Giovanni lo spinge a ritirarsi nel deserto, in intimità col Padre, perché ciò che si sta preparando non è la sconfitta: è la Pasqua di salvezza!
  2. La folla che lo raggiunge non gli provoca fastidio: gli suscita compassione: sono poveri, deboli, ammalati… Gesù se ne prende cura con amore, perché è per loro che è venuto.
  3. La sua compassione si traduce anche nel dare da mangiare. La sproporzione tra il bisogno della gente e i pochi mezzi a disposizione è l’occasione per mostrare la verità delle parabole che aveva da poco raccontato: il Regno è come un seme piccolissimo, che però dà luogo ad un albero; è come una piccola quantità di lievito che fa fermentare una grande massa. Ma per ottenere questo bisogna dare tutto, come l’uomo che vende tutti i suoi beni per comprare il campo dov’è nascosto il tesoro o per acquistare la perla di valore inestimabile.

Nella pagina evangelica vi sono poi altri due punti di vista: quello della folla e quello dei discepoli – e questi sono importanti perché, in ultima analisi, è di noi che si parla.

Per le folle c’è un unico desiderio: quello di stare con Gesù, costi quel che costi! Bisogna uscire dalle proprie case, seguirlo a piedi, rischiare la persecuzione (e la morte di Giovanni Battista sta a dimostrarlo), però ne vale la pena! Sembra davvero che questa gente abbia recepito l’invito di Is 55,1-3: “O voi tutti assetati venite all’acqua… Ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti”. 

Di quale bevanda si parla? Qual è il cibo che sazia gratuitamente? È Gesù Cristo, è la comunione con lui! Questo cerca la folla, questo offre Gesù.

E i discepoli? I discepoli sono chiamati anzitutto a capire chi è Cristo: è il rifugio, è compassionevole, guarisce e sfama. Quindi sono chiamati a rifugiarsi in lui, a partecipare dalla sua compassione. E a dare tutto! 

La tentazione di scoraggiarsi è forte. Giovanni è stato ucciso: brutto segno! Volevi ritirarti in solitudine e c’è tanta gente: non te ne va una giusta! Ci sono cinquemila uomini da sfamare e hai solo cinque pani e due pesci: non vale la pena di provarci!

Ma ciò che opera in te è più forte di tutto questo: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati” (Rm 8,35).

L’amore di Cristo è la chiave di tutto: questo è ciò che la folla cerca, questo è ciò che Gesù offre, questo è ciò che dobbiamo trasmettere.

Siamo deboli, siamo scarsi… Ma il Signore moltiplica i nostri cinque pani – a noi è richiesto soltanto di metterceli tutti. E se abbiamo capito che stare con Gesù è l’unica cosa che conta, possiamo andargli dietro senza temere che ci manchi qualcosa, e possiamo diventare nel mondo lo strumento di questo amore.

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Scegliere

Quante scelte ci troviamo a fare nella nostra vita e quanto è difficile scegliere! Scegliere significa trovarsi davanti a due beni e preferire il migliore rinunziando all’altro. Ogni scelta comporta una rinuncia. Ogni scelta “costa”. E quanto più sono grandi i beni in questione, tanto più costa. Da una scelta sba­gliata può dipendere la felicità o il fallimento di una vita.

Il giovane re Salomone se ne rendeva conto, e quindi chiese a Dio un unico dono: il discer­nimento nel giudicare, cioè l’intelligenza, la capacità di va­lutare e di scegliere bene. (1Re 3,5-12).

A questa capacità di scegliere fa riferimento Gesù nelle para­bole del tesoro e della perla (M5 13,44-46). Domenica scorsa, con le parabole del lievito e del chicco di senape, ci ha parlato della forza del Regno di Dio e ci ha mostrato che esso vincerà totalmente il mondo. Oggi Gesù pone in risalto il valore del Regno e il suo prezzo, quindi l’importanza della nostra scelta.

Le parabole ci mostrano due modi di incontrare qualcosa di prezioso. 

Uno fa una scoperta per caso, inaspettatamente, come un contadino che, lavorando la terra di un altro, si imbatte in un tesoro sepolto. Ogni parabola va letta così: metti che capitasse a te una cosa del genere, cosa faresti? Tutto contento il contadino va a casa, vende tutto ciò che ha e compra quel campo per entrare, così, in possesso del tesoro. Tutto l’insegnamento della parabola è racchiuso in questi due elementi: una gioia indicibile e la conseguente decisione del contadino di disfarsi di tutto (e chissà quante piccole cose care erano comprese tra quel tutto che egli vendette!) per poter acquistare il tesoro. E tu che ascolti dici: Certo! Ha fatto bene! È logico! Anch’io farei la stessa cosa, e di corsa!

Un altro incontra il Regno dopo una lunga ricerca, come un mercante che commerciava in perle di pregio e ne aveva una ricca collezione. Un bel giorno, finalmente, ne scopre una superiore a tutte le altre, di valore inestimabile, di fronte alla quale tutte le altre messe insieme non sono che poveri oggettini volgari. Metti che capitasse a te una cosa del genere, cosa faresti? Il mercante vende tutta la collezione, alla quale era certamente attaccato, e acquista la perla preziosa. E ancora una volta tu che ascolti dici: Certo! Ne valeva la pena: ha fatto un buon affare!

Nelle due parabole troviamo un unico atteggiamento: una grande gioia per la scoperta “preziosa” e l’impossibilità di rimanere inerti, la necessità di scegliere e di dare il tutto per tutto: vendere tutto quel che si ha per acquistare il campo, la perla. La scelta della cosa migliore anche quando esige il sacrificio di tutto il resto.

Ebbene, tu sei quell’uomo che ha trovato il tesoro nel campo; tu sei il mercante che ha trovato la perla! Perché sei qui, ad incontrare Gesù, e il vero tesoro, la vera perla è il Regno di Dio che viene in Gesù.

Anche a noi sarà capitato di assaggiare la gioia della scoperta, la gioia che viene da Cristo: forse inaspettatamente, come il contadino che, per caso, trova il tesoro nel campo; forse al termine di un lungo cammino di ricerca, come il mercante che viaggia e contratta alla ricerca di perle. Comunque ci siamo imbattuti nel Signore e abbiamo assaporato la sua gioia. 

Il problema è che la gioia del Regno, superiore ad ogni altra gioia terrena, è una gioia ardua. È preziosa! E le cose preziose costano. È tutto! Per questo ti costa “tutto”! Tutto il resto va sacrificato, come gli averi di quel contadino, come la collezione di perle di quel mercante. Altrimenti si fa la fine del giovane ricco che, non volendo disfarsi dei molti suoi beni per seguire Gesù, se ne andò via triste.

Questo è il motivo per cui, con la gioia del Regno, di solito si arriva alla soglia, ma non si entra. Perché vorremmo che Cristo fosse una delle tante perle. Vogliamo conservare tutte le cose a cui siamo attaccati: i nostri averi, le nostre preferenze, i nostri punti di vista, i nostri progetti, la nostra vita… e poi vorremmo anche la Cristo. Come se fosse un di più, come se fosse la ciliegina sulla torta.

Ma una ciliegina costa pochi centesimi, Cristo è il tesoro, è la perla di valore inestimabile. Costa! C’è un prezzo da pagare. Certo l’affare è vantaggioso. Si guadagna tutto. Ma proprio per questo bisogna vendere tutto: rinunciare a tutto ciò che non è Lui, per vivere di Lui, per avere la sua gioia.

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Di fronte al male

Zizzania

Diciamocelo francamente: alle volte ci scandalizziamo di Dio. Come può un Dio onnipotente e buono lasciare che nel mondo ci sia tanta ingiustizia e tanta sofferenza? Come può permettere che nella sua stessa Chiesa vi sia spazio per il vizio e la corruzione? Se Gesù è venuto a istaurare il regno dei cieli, com’è che su questa terra le cose continuano ad andare così male?

Infondo, tutte queste domande si riassumono in ciò che i servi della parabola (Mt 13,24-30) chiedono al padrone:

Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo?

La prima domanda esprime un dubbio possibile: tutto il male che c’è nel mondo e nella stessa Chiesa, non è forse segno che Dio ha sbagliato qualcosa? che – per usare il linguaggio della parabola – forse il seme che ha seminato in realtà non era buono?

E se non dobbiamo dubitare del fatto che Dio ha fatto bene, allora si pone la seconda domanda:

Da dove viene la zizzania?

Da dove viene il male? Forse è un prodotto del “caso” e della “necessità”? Forse è qualcosa che sfugge al Signore, qualcosa su cui non ha controllo?

Un nemico ha fatto questo!

Un nemico! Dio ha creato dei soggetti liberi, perché potessero essere amici, ma alcuni di loro si sono volti in nemici. È il rischio della libertà, che è il prezzo dell’amicizia. La libertà è un grande bene, perché senza libertà non c’è amicizia, ma la libertà può essere usata anche male e fare male. A questo, con la fede e con la ragione possiamo arrivarci.

Però a questo punto ci viene spontanea una richiesta: come dobbiamo reagire di fronte al male che c’è nel mondo? Nel tuo  campo, Signore, c’è la zizzania – e questo non fa piacere né a noi né a te:

Vuoi che andiamo a raccoglierla?

È la tentazione dell’integralismo e del fanatismo: un atteggiamento con il quale le religioni sono costrette spesso a fare i conti, una mentalità che diventa terrorismo, persecuzione. E non pensiamo solo ai talebani o ai tribunali dell’Inquisizione (è troppo facile puntare il dito sugli errori degli altri o del passato)! Guardiamo anche al giustizialismo contemporaneo, alla facilità con cui pretendiamo di togliere di mezzo le “mele marce”…

È una mentalità che nasce anzitutto dalla presunzione di essere capaci di giudicare e di saper discernere il grano dalla zizzania. Ed è una mentalità che si coniuga con una sciocca mancanza di realismo, perché in un mondo in cui il bene e il male sono così strettamente intrecciati, anche se il discernimento fosse corretto, la “purificazione”, l’eliminazione del male, sarebbe comunque impossibile.

Non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano.

Bisogna aspettare la mietitura.

In realtà è tutta questione di fede. Se guardi il lato umano, vedi un campo in cui c’è un 50% di grano e un 50% di zizzania e temi che la zizzania soffochi il grano. Come quando guardi un granello di senape vedi solo la sua piccolezza o se hai un pugno di lievito vedi solo che le tre misure di farina da impastare sono molto più grandi. Ma se guardi il lato divino, sai che il grano maturerà e sarà riposto nei granai, come dev’essere; sai che il seme diventerà un albero, sai che la farina lieviterà tutta, perché la forza viene da Dio.

Di fronte a ciò che ci scandalizza, allora, premuriamoci soltanto di non essere noi a dare scandalo, usiamo bene la nostra libertà per essere amici che seminano il bene e non nemici che mettono zizzania. E soprattutto fidiamoci! Non angustiamici per nulla (Fil 6). C’è un solo Dio e tutto obbedisce alla sua parola. Tutto va come deve andare: va tutto bene. Dinanzi all’eternità di Dio, tutto è già risolto.

Non si tratta di coltivare un ottimismo sciocco, ma di guardare tutto alla luce della croce e della risurrezione di Cristo: Si tratta di rimettersi a Dio come un bambino si rimette ai genitori: fidandosi di una ragione troppo superiore per essere compresa, ma accettata perché si sa di essere amati.

 

 

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