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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Due vie

due vie

Nella Bibbia si trova spesso lo schema delle “due vie”. Da una parte felicità, benedizione, beatitudine; dall’altra rovina, maledizione, guai.

Il Salmo 1 propone una scelta molto semplice: da una parte ci sono i malvagi, descritti come peccatori e arroganti: la loro via va in rovina; dall’altra c’è il giusto: la sua vita è caratterizzata dalla meditazione della legge del Signore, giorno e notte. Mentre egli veglia per il Signore, in realtà è il Signore che veglia su di lui e lo rende vivo, forte, fruttuoso come un albero ben irrigato. L’esistenza dei malvagi invece è vuota e inconsistente, come pula che il vento disperde.

Ciò che fa la differenza è dunque l’ascolto della parola del Signore, la meditazione della sua legge. Dalla meditazione della parola del Signore nasce la fede.

Questa è la motivazione, più profonda, della divisione delle due vie secondo il profeta Geremia (17, 5-8). Fede significa anzitutto “fidarsi” e “affidarsi” a colui nel quale si “confida”. Ed anche qui abbiamo due tipi di persone.

Da un lato chi confida nell’uomo e pone nella carne il suo sostegno. In quale uomo? Negli altri, nei potenti che potrebbero proteggere, nei ricchi che potrebbero beneficare (c’è chi ha dei forti appoggi politici, chi può contare su amici ricchi…), ma anche in se stessi (chi confida nelle sue doti, nella sua forza, nella sua bellezza, nella sua intelligenza…). Quando si confida in queste cose, quando si pone proprio sostegno nella carne inevitabilmente si rimane delusi, non si vede venire il bene, la vita si trasforma in deserto, aridità, la morte. Dice san Paolo: “Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione” (Gal 6, 8). Perché uno non  può confidare nella carne senza allontanare il proprio cuore dal Signore. Il fondamento di una casa può essere soltanto uno: o costruisci sulla sabbia o costruisci sulla roccia; non puoi servire a due padroni: o sei di uno o sei di un altro.

Dall’altro lato abbiamo l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. Se la radice è sana, tutta la pianta è sana. Qualche anno fa abitavo in un eremo, e mi capitava spesso di dover abbattere qualche albero; dopo averlo tirato giù, con la motosega tagliavamo il moncone del tronco fino a livellarlo col terreno circostante o addirittura ad interrarlo, cosicché non emergesse più nulla. Eppure, dopo un annetto, da quel tronco raso al suolo, spuntavano rigogliosi polloni: quando la radice è sana, la pianta vive! Puoi tagliarla, puoi persino bruciarla… Se la terra ha protetto la radice e la radice è sana, la pianta vive!

Per Geremia, ciò che fa la differenza è dunque la fede. Nel Vangelo di Luca (6, 20-26) facciamo ancora un passo avanti. Vi sono due schiere di persone. Alle prime Gesù dice: Beati voi! Agli altri dice: Guai a voi!

A chi Gesù dice Beati voi? Ai poveri, a gente che ha fame, a uomini che piangono, a persone odiate, messe al bando, insultate e disprezzate. Ora vi prego di fare molta attenzione, perché su questo punto le idee sbagliate sono talmente diffuse che non si riesce mai a farsi capire. Non c’è nessun titolo di merito ad essere poveri, o affamati o afflitti o disprezzati! Queste persone non sono “beate” perché sono più brave delle altre e si sono guadagnate una posizione migliore.

La differenza con l’AT è tutta qui. Nel Salmo, è beato chi medita la legge del Signore giorno e notte: questo è un titolo di merito! In Geremia è beato chi confida nel Signore: questoè un titolo di merito! Nel Vangelo è beato chi ha fame, chi piange: che merito c’è? Nessuno!

Forse – come sentiamo dire tanto spesso – sono beati i poveri perché sono più disponibili, più ricettivi, più umili…? No! Questo non è vero (e chi ha fatto un po’ di lavoro pastorale con i poveri veri lo sa bene), e poi, se Gesù avesse voluto dire che sono beati i disponibili, i ricettivi e gli umili l’avrebbe detto chiaramente: le parole non gli mancavano.

Se Gesù dice che sono beati i poveri, gli affamati, gli afflitti e i perseguitati non è perché queste persone sono buone, ma perché è buono Dio. Beati quelli che soffrono (povertà, fame, afflizione, persecuzione), perché Dio ha compassione di loro, si china su di loro, se ne prende cura, li fa primi cittadini del suo regno, dove saranno saziati e rideranno. Allora non “beati i poveri, perché sono buoni e si prendono cura di Dio”, ma “beati i poveri, perché Dio è buono e si prende cura di loro”!

E allora come mai dice guai ai ricchi, ai sazi, a quelli che ridono, a gli uomini di successo? Forse che Dio non è buono con loro? Forse non se ne prende cura? Certo che è buono con loro e se ne prende cura! Ma al povero Dio non può chiedere altro che la fede, e, se crede, il povero si salva. Invece al ricco, oltre la fede, Dio chiede di essere come lui: di assistere i poveri con le proprie ricchezze, di dare da mangiare a chi ha fame, di consolare gli afflitti, di adoperare la propria buona fama per alleviare le sofferenze dei diseredati. C’era un giovane ricco che manifestava la sua fede, Gesù lo amò e poi gli chiese proprio questo: “Va, vendi quello che hai, dallo a i poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi” (cf. Mt 19, 16-22) cioè, fa’ quello che faccio io. E sapete come andò la storia: se ne andò triste (non beato!) perché aveva molte ricchezze!

Ed ora, amici, veniamo a noi. Chi siamo noi? Sta a noi deciderlo! Forse sentiamo il peso della nostra sofferenza presente: siamo invitati a renderci conto che c’è una speranza, che Dio vuole ristabilire la giustizia. L’annuncio del Regno di Dio ci impegna a non disperare e, al tempo stesso, a non pretendere di assicurarci da soli il nostro avvenire. Dio instaurerà la sua giustizia in modo definitivo ed eterno quando il Signore tornerà nella gloria; ma già fin d’ora noi siamo chiamati a realizzarne le esigenze condividendo i nostri beni e pregustando la beatitudine.

 

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Vocazione e missione

pesca

Tutti i cristiani sono consapevoli dell’importanza della missione nella Chiesa: la natura stessa della Chiesa è missionaria, la Chiesa è “mandata” nel mondo per annunciare il Vangelo, per battezzare, per dare testimonianza della carità… Ed incessantemente il Signore chiama ragazzi e ragazze, uomini e donne per mandarli all’umanità intera come testimoni, annunciatori e costruttori del suo Regno. E siamo abituati a definire questa chiamata col nome di “vocazione”.

Sicuramente nel passato c’è stato un certo fraintendimento di questo termine: si è inteso in senso restrittivo. “Vocazione” veniva a significare quasi esclusivamente la chiamata al sacerdozio o alla vita religiosa. Oggi abbiamo riscoperto che è “vocazione” anche quella al matrimonio e alla famiglia, anche quella all’impegno secolare… E che, pertanto, non esiste un cristiano (uomo o donna) che non abbia “una” vocazione. Il problema, si dice spesso, è non sbagliare vocazione, è capire ciò che il Signore chiede a ciascuno e realizzarlo.

Tuttavia c’è un elemento comune a tutte le vocazioni. Voglio dire: c’è qualcosa che il Signore chiede a me sacerdote, a te padre o madre di famiglia, a te religiosa, a te laico consacrato… Il Signore ci chiede di “non vivere più per noi stessi, ma per Lui che è morto e risorto per noi”. Di non avere come obiettivo, come scopo della vita, il nostro “io”, ma il “Tu” con la “T” maiuscola: il Signore!

Capite allora perché si parla – giustamente – di “crisi delle vocazioni”. Ci sono pochi giovani nei seminari, ci sono pochi novizi e novizie, ma ci sono anche poche coppie che si preparano al matrimonio o lo vivono come una vera missione al servizio del Regno di Dio. Perché? Perché la maggior parte dei cosiddetti “cristiani”, vive per il proprio “io” e non per il Signore: ricerca le proprie consolazioni, i propri comodi, i propri comfort… e non il Signore.

Oh, certo, talvolta si prega anche, si va anche a Messa, si sa che il Signore c’è… Ma è un “Lui” che sta da qualche parte (in cielo, in chiesa…), non un “Tu” che sta davanti a me e mi coinvolge in una relazione viva, personale, concreta.

Anche il giovane Isaia viveva così: credeva in Dio, andava al tempio… però Dio era semplicemente un “Lui”. Ma un bel giorno accadde ciò che leggiamo in Is 6, 1: Io vidi il Signore, dice Isaia. Questo giovane capisce che Dio non è un’idea, una presenza evanescente: è Qualcunoche gli sta davanti, nella sua tremenda e affascinante santità, e lo coinvolge in una relazione.

Davanti alla rivelazione di Dio, nell’incontro a tu per tu con Lui, il giovane si converte. Non che passi dall’ateismo alla fede: credeva già prima! Solo che capisce di colpo di essere un uomo dalle labbra impure, cioè un peccatore, in mezzo ad altri peccatori. La santità di Dio rivela ciò che c’è nel fondo del nostro cuore: rivela che siamo lontani da Dio. Ma questa non è l’ultima parola: nel momento in cui Dio gli fa riconoscere il peccato, lo purifica e lo santifica: è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato, gli dice il serafino.

Dopo di che, ecco, il mistero della vocazione! Finalmente Isaia ode la voce del Signore che dice: “Chi manderò e chi andrà per noi?”.

Il Signore lo diceva anche prima, quando Isaia ancora lo riteneva un “Lui” che stava da qualche parte, ma Isaia non era capace di udirlo. Ora l’ha incontrato come un “Tu” che gli sta di fronte e lo ama. Può udire la vocazione perché è entrato in relazione di amore, di amicizia con lui. E ad un amico del genere non si può che rispondere: Eccomi, manda me!

Anche Pietro, di cui leggiamo la vocazione in Lc  5, 1-11, aveva già conosciuto Gesù: il sabato precedente l’aveva ascoltato predicare nella Sinagoga, l’aveva visto scacciare i demoni; l’aveva ospitato a casa propria e Gesù aveva guarito sua suocera che stava a letto con la febbre; la sera del sabato aveva guarito una folla di malati proprio davanti a casa sua. Oggi è salito sulla sua barca ed ha ammaestrato le folle. Pietro sta lì, ascolta, osserva, ammira… Ma Gesù è ancora un estraneo.

Attenti bene, perché questa potrebbe essere la nostra situazione: sappiamo chi è Gesù… Ma è ancora un “Lui” col quale entriamo in relazione solo superficiale.

Le cose cambiano quando Gesù interviene nel campo in cui Pietro si sente padrone e maestro: Pietro è un pescatore, un capo pescatore. Ebbene, Gesù interviene proprio nella pesca! Gli riempie la rete di pesci. Ecco, solo a questo punto Pietro capisce chi è Gesù e chi è egli stesso: Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore”. Anche Pietro si converte, perché ha incontrato il Signore a tu per tu, sul proprio terreno.

Ed anche per Pietro, questo è il momento della vocazione: Non temere– gli dice Gesù – d’ora in poi sarai pescatore di uomini. A queste parole, Pietro e quelli che erano con lui, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Allora il messaggio è chiaro: si può accogliere la vocazione e vivere la vita come una missione solo se si è incontrato il Signore a tu per tu. Per questo, l’unica pastorale vocazionale efficace, l’unico modo di costruire una chiesa autenticamente missionaria, è portare le persone ad incontrare Cristo risorto, vivo e presente tra noi.

 

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Profeta per amore

Geremia

“Profeta” è una parola indubbiamente dotata di fascino! Pensiamo che il profeta debba essere un visionario, iniziato a segreti che sfuggono ai comuni mortali, dotato di superpoteri… Ce lo immaginiamo solenne, ieratico, carismatico, attraente, un uomo di successo.

Certo, il profeta è l’uomo scelto da Dio per parlare agli uomini. Ma a che prezzo! Nella vocazione di Geremia (1, 17-19), ad esempio, i destinatari della sua parola incutono timore, “Ti faranno guerra”, gli dice il Signore, anche se aggiunge: “Ma non ti vinceranno”. Eppure conosciamo la storia di Geremia: rifiutato dal suo popolo, imprigionato, perseguitato in tutti modi, morirà in esilio, inascoltato fino alla fine. Allora verrebbe da chiedersi: ma il Signore non aveva promesso che sarebbe stato con lui per salvarlo? Eh, già! Ma non certo di salvezza terrena si trattava. Di fatto, il messaggio di Geremia è salvo: a ventisei secoli di distanza, ci parla ancora!

Ma di che messaggio si tratta? La Parola di Dio è sempre un messaggio d’amore, il suo fine è la comunicazione dell’amore di Dio. Allora perché suscita rifiuto? Perché l’amore di Dio è amore veroe la verità non sopporta falsità, richiede che gli ascoltatori rispondano con amore all’amore. L’amore annunciato dal profeta non “corteggia”, non lusinga, non cerca di accattivarsi simpatie, di comprare l’affetto.

Gesù a Nazaret viene rifiutato proprio per questo: sei un nostro concittadino – gli dicono – e allora perché non ti prendi cura anzitutto della tua città, prima che degli altri? Un medico non dovrebbe prendersi cura anzitutto di se stesso? Tu invece ha operato guarigioni e prodigi a Cafarnao!

L’invidia, la gelosia, lo spirito di possesso, sono le malattie mortali dell’amore. I nazaretani vogliano impadronirsi di Gesù, vogliono requisire a proprio vantaggio la sua attività. Gesù non ci sta: ricorda loro gli esempi di Elia ed Eliseo, che avevano beneficato persone estranee. Una patria che vuole sequestrare il profeta, in realtà non lo accoglie come profeta: pretende di condizionarne la parola e l’attività! Ma un profeta così condizionato non porterebbe più il messaggio di Dio; porterebbe un messaggio umano, un compromesso: smetterebbe cioè di essere profeta!

Don Primo Mazzolari rifletteva con una certa amarezza sul destino del profeta:

«Non ci guadagna niente: anzi, ci perde tutto, il profeta. In casa è guardato male; fuori, benché a volte lo citino, è temuto più degli altri. Come gli costa la parola! Talora essa può diventare un grido. E c’è chi lo accusa di mancanza d’amore, quando egli grida per amore».

L’amore è il senso della profezia. La profezia senza la carità – dice Paolo (1 Cor 13, 2) – è “nulla”. Vorrei citare qui un’opportuna riflessione di P. Raniero Cantalamessa:

«Oggi ci dobbiamo ricordare di questo aspetto della vita della Chiesa. Non è profezia vera quella che non è animata da carità, da comunione e da obbedienza, ma solo da fredda critica o risentimento; però, non è neppure carità vera quella che non è pervasa da spirito di profezia (…). Il cristiano non è profeta per il semplice fatto che contesta il male che c’è nel mondo, ma solo se lo fa per amore».

 

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Insegnare

 

gesù a nazaret

Nel vangelo di Luca tutta l’attività di Gesù, all’inizio della sua vita pubblica, è descritta con una frase:

 Insegnava nelle loro sinagoghe (Lc 4, 15).

L’impegno principale di Gesù è insegnare. Certo questo verbo non va inteso nel senso scolastico: si tratta invece di una spiegazione delle Scritture nel contesto del culto praticato di sabato nelle sinagoghe. In altri termini, Gesù fa ciò che facevano i leviti al tempo di Neemia (8, 8-10), i quali:

leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura.

Una cosa ci colpisce, considerando quella pagina dell’AT: il profondo coinvolgimento del “cuore” – non solo della mente – degli ascoltatori:

Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge.

Tanto che i leviti e il governatore li esortano a cambiare il loro pianto in festa:

Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza.

Come nasce un coinvolgimento del genere? E perché, invece, tante volte i nostri insegnamenti non coinvolgono, ma anzi annoiano e lasciano indifferenti?

Il fatto è che l’insegnamento coinvolge quando incontra le esigenze profonde degli ascoltatori, quando arriva come acqua per chi a sete. Non a caso Esdra “lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque” (Ne 8, 3). Non a caso san Paolo dice:

Tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito (1 Cor 12, 13).

L’insegnamento, se vuol funzionare, deve partire dalla sete e dev’essere in grado di rispondere a questa sete. “Sete” è il bisogno di vita, di bellezza, di bontà, di gioia. Quando vediamo tanti che si perdono nella droga, tanti che cercano lo “sballo” nel sesso e nel consumo, nel teppismo e nella violenza… dobbiamo tener presente che ciò che li spinge è comunque sete di vita! Sete alterata, malintesa, alienata, mistificata… ma comunque sete di Dio, perché Dio è vita, è bellezza, è bontà, è gioia! E noi – dice san Paolo – siamo stati dissetati dallo Spirito Santo!

Per questo l’insegnamento di Gesù è efficace, suscita reazioni, perché incontra la sete degli ascoltatori. Egli è stato riempito di Spirito Santo, si muove con al potenza dello Spirito, e proclama il compimento delle attese:

Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista (Lc 4, 18).

I poveri sono coloro che hanno bisogno e mancano dell’essenziale: non si tratta solo di povertà economica, ma di quella povertà esistenziale che ti fa vedere la tua vita come una misera cosa, mentre tu hai giustamente sete di cose grandi e belle. I prigionieri sono coloro che non possono realizzare i loro desideri perché ne sono impediti da schiavitù sociali, economiche e personali: si tratta di quelle catene invisibili che frustrano costantemente i tuoi desideri di libertà. I ciechi sono coloro che “quando viene il bene, non lo vedono”, perché non sono in grado di riconoscerlo. Quando ci scopriamo così, quando prendiamo coscienza di essere oppressi in questo modo – e la peggiore oppressione è quella che ciascuno di noi esercita su se stesso: l’oppressione del peccato – l’insegnamento di Gesù ci raggiunge con la sua potenza liberante.

L’insegnamento di Gesù è vangelo, cioè lieto annunzio: è un’esplosione di grazia. “Grazia” significa bellezza, bontà, gioia! Significa che Dio interviene con benevolenza ed efficacia per darti quella vita di cui hai sete. I nostri insegnamenti, invece, se annoiano e lasciano indifferenti, è perché hanno perso il grande detonatore della grazia: restano le polveri bagnate dell’etica, dei valori, degli impegni… Ma non è questo che fa Gesù: egli è venuto

a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore (Lc 4, 19).

L’anno di grazia è cominciato allora e continua anche oggi. Ogni volta che ascoltiamo la Parola del Signore e la riconosciamo come Vangelo, la potenza dello Spirito Santo ci rimette in libertà. Oggi si compie nella nostra vita la Scrittura che abbiamo ascoltato e la gioia del Signore è la nostra forza.

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“Non hanno più vino”

cana

 

La celebrazione dell’Epifania (= apparizione, manifestazione) comprendeva in antico tre eventi, ora distribuiti in tre celebrazioni: l’adorazione dei Magi, il Battesimo del Signore, il prodigio di Cana. Oggi siamo arrivati al terzo. Cosa “appare”, cosa “si manifesta” nell’epifania alle nozze di Cana (Gv 2, 1-11)?

Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù. Egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Notiamo una cosa: Giovanni dice che questo fu “l’inizio”, o – come si potrebbe anche tradurre – “il principio” dei segni, non semplicemente “il primo”.

Possibile che il principio di tutti i miracoli di Gesù non sia quello di dar da mangiare agli affamati, o dare acqua nel deserto, o guarire i malati, o risuscitare i morti, ma qualcosa di assai secondario come dare un genere tutto sommato di lusso e inutile come il vino? Se guardiamo l’evento con gli occhi della carne non comprendiamo: sembra una cosa piuttosto banale, un’esibizione di potenza finalizzata semplicemente a salvare una festa: possibile che Costui, che si è dato da fare per evitare una brutta figura a due sposini, poi non fermi i terremoti e le alluvioni?

Chiaramente dobbiamo cambiare sguardo. In questa storia c’è un ricchissimo significato simbolico che dobbiamo imparare a leggere.

In quel tempo, vi fu una festa di nozze.

A queste parole, il cuore di un israelita va immediatamente all’alleanza di Dio col suo popolo, tante volte rappresentata dai profeti con l’immagine delle nozze – come leggiamo in Is 62, 1-5. Soprattutto le nozze simboleggiano i tempi del Messia e Gesù utilizzerà spesso questa immagine per parlare del Regno di Dio (Mt 8, 11; 22, 1-14; Lc 22, 16-18).

E c’era la madre di Gesù.

Il Vangelo di Giovanni menziona la madre di Gesù solo in due contesti: in questo cap. 2 e poi nel cap. 19: “Vicino alla croce di Gesù stavano sua madre”. E basta. Forse ha qualcosa da dirci. Proseguiamo.

Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino».

Gli storici ci informano che la scorta di vino dipendeva un qualche misura dai doni degli ospiti (J. D. M. Derret). Maria richiama l’attenzione di Gesù sulla situazione di disagio. È difficile pensare che chieda un miracolo, però è chiaro che si aspetta una qualche risposta ed azione da parte di Gesù. Ma la risposta è negativa:

«Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora».

Attenzione, perché qui rischiamo di intendere queste parole in modo banale, come se significassero: “Non è ancora il momento di fare il primo miracolo” – magari fra una settimana o due, ma oggi è presto. No! L’ora nel Vangelo di Giovanni è qualcosa di molto preciso. Ogni pagina del quarto Vangelo freme nell’attesa dell’“ora”, l’“ora in cui gli adoratori del Padre lo adoreranno in spirito e verità” (4, 21.23), l’“ora in cui i morti udranno la voce del Figlio dell’uomo e avranno la vita” (5, 23.28). Quando in due occasioni i Giudei cercano di catturare Gesù, non riescono a prenderlo “perché non era giunta ancora la sua ora” (7, 30; 8, 20). Quando ormai sono a Gerusalemme per l’ultima pasqua, Gesù dirà ai suoi discepoli: “Viene l’ora in cui è glorificato il figlio dell’uomo” (12, 23). Ed infine, nell’ultima cena Gesù sa che “è giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre” (13, 1), e si rivolgerà al Padre in preghiera dicendo: “È giunta l’ora” (17, 1).

L’ora è dunque l’ora della croce. Vedete che cominciamo a mettere insieme i pezzi: le nozze/l’alleanza, Maria a Cana/Maria sotto la croce, l’ora del segno/l’ora della croce. Ma proseguiamo.

L’acqua per il miracolo è posta nelle anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei. L’antica alleanza richiedeva una purificazione dal peccato, ma non l’otteneva, perché l’acqua purifica l’esterno ma lascia l’interno pieno di corruzione. C’è bisogno di una purificazione ottenuta non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue (1 Gv 5, 6). Ed è questa la nuova purificazione che Gesù compie, la nuova alleanza nel suo sangue!

Il vino richiama la coppa dell’alleanza che si beve nella cena pasquale. Benedicendo quella coppa, nell’ultima cena, Gesù dirà: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati » (Mt 26, 27-28).

Gesù sostituisce l’antica con la nuova alleanza. Lungo tutto il vangelo di Giovanni vediamo come Gesù sostituisca le istituzioni e le concezioni religiose ebraiche con la sua persona: è lui il tempio, è lui il pane disceso dal cielo, è lui che dona l’acqua viva, è lui la luce, è lui il consacrato del Padre. Nei Sinottici, Gesù paragona il suo insegnamento al vino nuovo, che non può essere messo negli otri vecchi delle usanze dei farisei (Mc 2, 19).

Così le parole del maestro di tavola, alla fine dell’episodio di Cana:

«Tu hai conservato il vino buono fino ad ora»,

vanno intese come la proclamazione della venuta di giorni messianici. In questa luce, la frase di Maria, «Non hanno più vino», diventa una pungente riflessione sulla sterilità di una religiosità che non trova il suo compimento in Cristo.

Ora vino ce n’è, e in quale abbondanza: circa 600 litri! “Una delle immagini costanti dell’AT per esprimere la gioia dei giorni finali è un’abbondanza di vino” (R. E. Brown).

Purtroppo tante volte anche noi, uomini e donne della nuova alleanza, “non abbiamo più vino”: si avverte la sensazione di una certa stanchezza ed esaurimento. Perdiamo la gioia messianica, cadiamo in un ritualismo vecchio e stantio. Attenzione! I riti e le istituzioni sono buoni nella misura in cui ci aiutano a entrare in contatto con Gesù, ma se lo perdiamo di vista per concentrarci su noi stessi, perdono ogni significato, diventano “acqua fresca” e non “vino nuovo”!

Maria, nel Vangelo di Giovanni, dice solo due frasi: una rivolta a Gesù: «Non hanno più vino», e una rivolta ai servi:

«Qualsiasi cosa vi dica, fatela»

Ebbene, mettiamo in pratica quello che Maria ci dice: facciamo quello che ci dice Gesù, qualunque cosa ci dica. E allora il vino nuovo, buono e abbondante  delle nozze inonderà di gioia la nostra vita.

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Immersi nel fuoco

battesimo

Nel nostro Paese i battezzati si contano a decine di milioni. Ma per quanti di essi l’essere battezzati significa realmente qualcosa? E che cosa?

Forse siamo troppo abituati all’idea del Battesimo come “sacramento” da non renderci conto del valore di segno che esso presuppone. I sacramenti, infatti, sono anzitutto dei segni. Se “producono” determinati effetti soprannaturali è proprio perché, sul piano naturale, “significano” qualcosa: Significando causant, dice san Tommaso d’Aquino.

Cosa significa il battesimo, dunque? Il termine greco baptisma significa “immersione”. Quel che fa Giovanni è “immergere” le persone nell’acqua. Certo, questo ha un significato molto chiaro: indica un lavacro, una purificazione.

Per chi ha consuetudine con la Bibbia, questa purificazione mediante un’immersione nell’acqua rimanda alla storia del diluvio: quello fu un “battesimo”, un’immersione di tutto il mondo, un “lavacro” da cui l’umanità uscì tragicamente purificata mediante la morte dei peccatori.

Ma c’è anche un’altro rimando biblico da tener presente: esso fa riferimento all’esodo e all’ingresso nella terra promessa: per uscire dall’Egitto, il popolo di Israele passa attraverso l’acqua del Mar Rosso, per entrare in Canaan passa attraverso il Giordano. In entrambi i casi si “aprono le acque”, come quando sta per nascere un bambino “si rompono le acque”. Dunque in questa prospettiva, quelli che accedono al battesimo di Giovanni compiono un rituale che significa morte e vita: morte al peccato e vita nuova nell’attesa del Messia.

Quello che fa Giovanni è un segno, un gesto che esprime un desiderio, una volontà, ma che non ha in sé la capacità di produrre ciò che esprime: Io vi battezzo con acqua; il Cristo vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco (Lc 3, 16)

Il fuoco, come l’acqua del diluvio, è anch’esso segno di giudizio: l’oro si prova col fuoco! La stessa parola “purificazione” viene dal greco pyr che significa appunto “fuoco”. La purificazione di Sodoma e Gomorra avvenne con la pioggia di fuoco, ma alla fine non rimase nulla! Se hai una pepita d’oro, non ti basta certo lavarla con l’acqua per ottenere il metallo puro. Devi passarla attraverso il fuoco, che entra dentro, che penetra nelle fibre, che riduce in cenere tutto ciò che vi è di sporco e rende fluido, scintillante e puro il metallo prezioso.

L’acqua è già un simbolo dello Spirito Santo: l’acqua viva, quella che disseta per la vita eterna, quella che sgorga da Cristo come nel deserto sgorgò dalla roccia che Mosè aveva percosso. Ma qui lo Spirito Santo è presentato come fuoco. A Pentecoste, sulla Chiesa nascente, scende un fuoco ardente: i discepoli sono battezzati, immersi nel fuoco dello Spirito.

Certamente lo Spirito Santo è consolazione, è pace – come indica la forma di colomba in cui discende su Gesù (Lc 3, 22) – ma non si tratta di una consolazione blanda, che ci lascia così com’eravamo prima. Il battesimo che abbiamo ricevuto è un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo (Tt 3, 5): questa è un’opera meravigliosa di salvezza, di misericordia da parte di Dio nei nostri confronti, è grazia, ossia benevolenza, dolce condiscendenza, affascinante bellezza della bontà. Ma proprio per questo non è qualcosa che ti può lasciare come sei, con le tue abitudini, i tuoi comodi e i tuoi comfort. Capite che, se si tratta di rinnovamento, lo Spirito Santo non ci può lasciare come ci trova: egli “piega ciò che è rigido, drizza ciò che è sviato”, trasforma la nostra vita!

Lasciarsi immergere nell’acqua è relativamente facile… Ma lasciarsi immergere nel fuoco? Immerso nel fuoco, diventi un olocausto, un sacrificio di cui a te non resta nulla, e ne esci come una creatura nuova.

Noi tutti abbiamo ricevuto il battesimo, ma questo porta frutti nella nostra vita o no? Certamente il battesimo, come ogni sacramento, è “efficace”, ossia produce la grazia. Tuttavia dobbiamo anche sapere che il sacramento rimane inerte, “legato”, se il suo effetto non è desiderato. E noi desideriamo di essere purificati? Sottoponiamo al giudizio e al fuoco dello Spirito Santo i nostri desideri, la nostra volontà, le intenzioni, il modo di pensare, le attese…? Siamo decisi a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo (Tt 2, 12)?

Probabilmente in noi ci sono ancora tante resistenze. Ma se vogliamo, lo Spirito Santo stesso le vincerà. Dobbiamo fare come Gesù, che ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera (Lc 3, 21). Mettiamoci in preghiera anche noi e chiediamo che il dono dello Spirito Santo vinca ogni nostra resistenza, ci purifichi col suo fuoco e ci renda realmente creature nuove.

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La ricchezza delle genti

epifania

 

“Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo” (Mt 2, 2).

I Magi[*] di cui parla il Vangelo erano membri della casta sacerdotale persiana, sapienti stranieri al popolo ebraico, dediti all’osservazione degli astri, all’astrologia e a pratiche divinatorie che ancor oggi noi chiamiamo “magiche”. Al tempo in cui fu scritto il Vangelo, essi erano considerati talvolta con rispetto in quanto sapienti, talaltra con timore in quanto “maghi”, e talaltra ancora con disprezzo come imbroglioni e seduttori (cf. At 13,4-12).

L’ambivalenza del termine «mago» mette in luce l’ambivalenza della dimensione religiosa come tale. La religiosità può diventare una via verso una vera conoscenza, una via verso Gesù Cristo. Quando, però, di fronte alla presenza di Cristo, non si apre a Lui e si pone contro l’unico Dio e Salvatore, essa diventa demoniaca e distruttiva.

Nel racconto evangelico sui Magi, la sapienza filosofico-religiosa è chiaramente una forza che mette gli uomini in cammino e conduce in definitiva a Cristo.

In quanto astronomi, questi Magi osservano un fenomeno astrale (con tutta probabilità la congiunzione dei pianeti Giove, la stella della più alta divinità babilonese, e Saturno, rappresentante cosmico del popolo dei Giudei, nel segno zodiacale dei Pesci, avvenuta negli anni 7-6 a.C, ritenuti oggi il vero tempo della nascita di Gesù). Si trattava di un fenomeno calcolabile per gli astronomi babilonesi che avrebbe indicato loro la terra di Giuda e un neonato «re dei Giudei».

Ma non a tutti coloro che erano in grado di calcolare la con­giunzione dei pianeti e la vedevano, venne il pensiero di un re in Giuda che aveva un’importanza anche per loro. Potevano concorrere diversi fattori per far percepire nel linguaggio della stella un messaggio di speranza. Ma tutto ciò poteva mettere in cammino soltanto chi era uomo di una certa inquietudine interiore, uomo di speranza, alla ricerca della vera stella della salvezza. Gli uomini di cui parla Matteo non erano soltanto astronomi. Erano «sapienti», erano cioè capaci di andare al di là di sé, erano uomini religiosi nel senso profondo, cercatori della verità, cercatori del vero Dio. Possiamo dire che questi Magi rappresentano il cammino delle religioni e della scienza degli uomini verso Cristo, come anche del loro superamento in vista di Lui: sono dei predecessori, dei precursori, dei ricercatori della verità, che riguardano tutti i tempi.

La stella li guida alla ricerca del re dei Giudei: questo significa che il cosmo parla di Cristo! Ma significa anche che, per l’uomo nelle sue condizioni reali, il linguaggio del cosmo non è pienamente decifrabile. La creazione offre molteplici indicazioni. Suscita nell’uomo l’intuizione del Creatore. Suscita, inoltre, l’attesa, anzi, la speran­za che questo Dio un giorno si manifesterà. E suscita al tempo stesso la consapevolezza che l’uomo può e deve andargli incontro. Ma la conoscenza che scaturisce dalla creazione e si concretizza nelle religioni può anche perdere il giusto orientamento, così da non spingere più l’uomo a muoversi per andare al di là di se stesso, ma da indurlo a fissarsi nei propri schemi.

Quando i Magi si prostrano davanti a Gesù bambino, tutti i loro schemi saltano: come astrologi essi, fino a quel momento, avevano creduto che le stelle guidassero i destini degli uomini, ora invece riconoscono che non è la stella a determinare il destino del Bambino, ma è il Bambino che guida la stella (s. Gregorio Nazianzeno).

Una volta riconosciuto Cristo, tutto ciò che c’è di vero nella scienza e nella sapienza dei pagani, tutto può e deve essere assunto dai cristiani, perché è a Cristo che appartiene! Questa è l’essenza del cattolicesimo. Questo è il senso dei doni dei Magi, Questa è la realizzazione della profezia di Is 60, 5:

“Verrà a te la ricchezza delle genti”.

Per questo i cristiani delle origini hanno potuto prendere le immagini greche e romane, gli stessi templi antichi, persino alcuni elementi cultuali e utilizzarli nella liturgia cristiana. Per questo i monaci nel medioevo hanno copiato i testi del pensiero e della letteratura pagana. Per questo nell’umanesimo si studiano le lettere classiche e nel rinascimento l’architettura, la pittura e la scultura riprendono, trasfigurandoli, i modelli pagani . Non si tratta di eclettismo o di sincretismo – in cui si mettono insieme cose diverse e disarmoniche – ma dell’instaurazione di ogni cosa, veramente ogni cosa in Cristo. «Tutto è vostro» dice san Paolo, perché «voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Cor 3, 22-23).

Accostiamoci dunque con rispetto alle religioni dei popoli, accogliamo con gratitudine le scoperte della scienza, accettiamo con amore i doni della sapienza degli uomini, ma tutto questo ha un senso solo se ci prostriamo come i Magi davanti al Bambino e lo adoriamo.

 

[*] Cf. J. Ratzinger – Benedetto XVI, L’infanzia di Gesù, Milano 2012, pp. 105-125.

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