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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Vieni fuori!

LazzaroIl Vangelo di oggi (Gv 11,1-45) ci presenta anzitutto un contesto di amore: Marta e Maria mandano a dire a Gesù: “Signore, ecco, colui che tu ami è malato”. L’evangelista nota: “Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro”. Nell’annunciare la morte di Lazzaro, Gesù lo chiama “il nostro amico”. Vedendo Gesù che ne piange la morte, i Giudei dicono:  “Guarda come lo amava!”.

Ma subito dopo c’è qualcuno che aggiunge: “Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?”. Eh, già! Che amore è quello che lascia morire  la persona amata?

È un interrogativo che non possiamo evitare in questi tempi di calamità, in cui ogni giorno il virus miete migliaia di vittime, in cui paesi e città intere piangono per la morte di tanti fratelli e sorelle. “Dov’è il tuo Dio?” (Sal 42,2). Forse è assente? Sembra questa la conclusione di Marta e Maria:  “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”.

Il nostro atteggiamento naturale ci fa muovere superficialmente su due dimensioni: da una parte la vita terrena, e dall’altra il suo contrario la morte. Non ci rendiamo conto che c’è una terza dimensione, che è quella della risurrezione e della vita eterna.

Se ci rendessimo conto di questo, potremmo capire le parole di Gesù anche davanti alla pandemia del nostro tempo:

“Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio”.

Le sofferenze umane, la malattia e la stessa morte terrena, non sono per la morte: sono perché sia manifestata la gloria di Dio, e la gloria di Dio è l’uomo vivente (sant’Ireneo). Vivente! Ma si può essere morti nella vita e si può essere vivi nella morte. Vivere nel peccato, nell’egoismo, nella disperazione… è forse “vivere”, superficialmente; ma in realtà è morte. E morire come tanti che in questi giorni danno la vita per il prossimo, è “morire” solo in superfice, ma in realtà è vivere davvero.

 Se vogliamo cominciare a capire che cos’è in realtà la vita, dobbiamo guardare a Gesù Cristo:

 Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?

Gesù non è solo “risorto”, non è solo uno che “ha risuscitato gli altri”: è la risurrezione! Non è solo “il vivente”, è la vita! La comunione con lui, solo la comunione con lui è vita: sia che moriamo, sia che viviamo (cf. Rm 14,8-9). Per salvare l’uomo dalla morte, Cristo scende nella terra di morte: “Rabbì – gli dicono i discepoli – poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?”. Gesù accetta la morte per amore. “Andiamo anche noi a morire con lui”, dice Tommaso, perché non c’è altro modo di amare, perché questo è l’unico modo per vivere davvero, perché chi crede in lui, anche se muore, vivrà.

C’è una condizione per avere questa vita: bisogna credere questo – e non è facile. Vincere il nostro atteggiamento naturale è come spingere un pallone sott’acqua: tende sempre a tornare a galla! Maria torna a dire “Se tu fossi stato qui…”, Marta fa notare che non è il caso di rimuovere la pietra…

Gesù corregge questo atteggiamento naturale, ma non lo condanna, anzi lo assume completamente per sollevarlo: piange, si commuove profondamente – e ci insegna a piangere con chi piange, perché Lui stesso piange con noi. Ma non ci lascia nel pianto: ci insegna ad alzare gli occhi al Padre, che gli dà sempre ascolto; ci dice:

Vieni fuori!

Vieni fuori dalla tua carnalità, che ti fa fermare alla superficie delle cose, che ti fa credere che è importante ciò che non vale nulla, che ti trascina qua e là come un fuscello al vento delle tue emozioni.

Vieni fuori!

Sei legato mani e piedi, hai il volto coperto da un sudario, ma sarai slegato e lasciato libero. Lo Spirito di Cristo, che è la risurrezione e la vita, abita in te (Rm 8,9-11). Anche tu sarai risuscitato, anche tu rivivrai. A cominciare da ora perché il tuo corpo è morto a causa del peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia.

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Tutto è grazia

cieco nato

La lunga pagina del Vangelo che la liturgia ci propone oggi (Gv 9,1-41) presenta, oltre a Gesù, altri personaggi o gruppi di personaggi: i suoi discepoli, i farisei, i genitori del cieco e il cieco stesso.

Siamo a Gerusalemme. Ai bordi della strada, dove la gente va e viene, c’è un uomo seduto a mendicare: è cieco dalla nascita. La sofferenza di quell’uomo interroga i discepoli di Gesù, ma non sul piano della compassione e della solidarietà; non si pongono il problema di come aiutarlo: vogliono sapere di chi è la colpa:

Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?

Non siamo anche noi, talvolta, vittime di questa mentalità? Di fronte alla terribile epidemia di questi tempi, ad esempio, non viene spontaneo chiedersi di chi è la colpa? Non parlo delle colpe oggettive di chi non rispetta le norme ed espone gli altri al contagio – quelle ci sono e sono assai gravi! Sto parlando invece di quella mentalità magico-religiosa che si riferisce a “colpe” castigate dalla divinità. E anche di quella mentalità secolarizzata che si esprime nella “dietrologia” e dà la colpa ai poteri occulti, alle trame dei servizi segreti, ai disegni geopolitici, alle multinazionali… Entrambe le mentalità – quella magico-religiosa e quella dietrologico-secolarizzata – sono forme di cecità spirituale, ossia di mancanza di fede.

Gesù risponde:

Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio.

Tutto ciò che accade, accade perché siano manifestate in noi le opere di Dio; particolarmente ciò che ci mette in crisi, ci costringe a modificare i nostri schemi, rivela i nostri limiti e smonta le nostre presunzioni.

Noi non comprendiamo, non vediamo – e in questo non c’è peccato. Il peccato sta nella presunzione di vederci. Questa è la colpa dei farisei, ai quali Gesù dice:

Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: «Noi vediamo», il vostro peccato rimane.

I farisei sono attaccati ai loro pregiudizi: Gesù, facendo del fango nel giorno di sabato ha trasgredito i precetti della tradizione. Arrivano quindi a negare l’evidenza della guarigione pur di non mettere in discussione i loro schemi. E di fronte al fatto innegabile, reagiscono con la violenza, espellendo il cieco guarito dalla comunità.

Questa violenza fa presa persino sui genitori del cieco nato. La pressione sociale, il conformismo, tolgono loro il coraggio e la libertà di aprirsi alla luce di Cristo.

Paradossalmente, l’unico che ci vede è il cieco. Egli è il vero povero in spirito a cui appartiene il Regno dei Cieli (Mt 5,3). È cieco, e sa di esserlo. E sta lì perché anche noi riconosciamo la nostra cecità. Tutti siamo ciechi dalla nascita. I nostri occhi, più che finestre sul mondo, sono specchi che riflettano i nostri fantasmi, scambiati per verità. Il buio e la paura ci hanno chiuso gli occhi e ci fanno proiettare sulle palpebre i nostri timori[1].

Per questo Gesù si mescola col nostro fango, si sporca le mani con la nostra miseria. Bisogna lasciargli spalmare i fango sui nostri occhi e lavarci in lui – lasciare che Cristo rimuova la nostra cecità dall’interno e dall’esterno. Lasciare che Cristo doni nuovi criteri, una luce nuova, uno sguardo su cose mai viste.

Ciò che ci mette in crisi – come la tremenda epidemia che stiamo affrontando – ci rivela che siamo tutti ciechi: non conosciamo Dio, non comprendiamo il mondo. Ed è qui che la crisi si rivela come un’occasione di grazia (perché – come ripeteva santa Teresa di Lisieux – Tutto è grazia!). È l’occasione per accogliere l’opera di Dio, il “fango” che Gesù ci pone davanti agli occhi. “Siamo esortati a immergerci in lui, l’inviato del Padre, per ascoltare la sua parola. Chi l’ascolta, viene alla luce: la sua vera identità di uomo libero, con una nuova immagine di sé e degli altri, di Dio e della sua legge”[2]. Ed allora, invece di attribuire colpe agli uomini o a Dio, accoglieremo la verità del Dio che per amore si mescola col nostro fango, ci libera dalla rigidità dei nostri schemi, ci insegna la via della misericordia e sostiene la nostra responsabilità.

[1] Cf. S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Giovanni, vol. I, Milano 2002, p. 225.

[2] Ivi, p. 239.

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La sete

samaritana

Nel Vangelo di oggi (Gv 4,5-42) tutti cercano qualcosa, tutti sono mossi da un qualche tipo di “sete” o di “fame”.

C’è una sete materiale, che cerca l’acqua da bere. È questa sete a spingere la Samaritana verso il pozzo di Giacobbe per attingere. C’è una fame materiale, che spinge i discepoli di Gesù ad andare in città a fare provvista di cibi…

Gesù anche, affaticato per il viaggio, nell’ora più calda del giorno, ha sete; anche questa è una sete materiale, ma ci fa pensare a un desiderio più profondo che, sulla croce, gli farà dire: “Ho sete” (Gv 19,28).

Gesù chiede da bere alla Samaritana. Sul piano materiale, la donna è in posizione di vantaggio: lei ha il mezzo per attingere, Gesù no. Per questo comincia ad obiettare: ci sono troppe barriere tra me te; tu sei giudeo, io sono samaritana, e non usiamo gli stessi recipienti perché ci accusiamo reciprocamente di essere impuri; inoltre tu sei un uomo e io sono una donna… e allora, che vuoi realmente? non è che ci stai provando con me? (Notiamo che questi pensieri sorgeranno – anche se non espressi – nella mente dei discepoli al loro ritorno).

In realtà – come dicevamo – la sete di Gesù è molto più profonda: le chiede acqua di pozzo, ma in realtà le chiede di chiedere un’acqua diversa, un’acqua viva, zampillante: il dono di Dio – cioè lo Spirito Santo, che appaga ogni desiderio e rimane in eterno. Gesù – dice sant’Agostino – aveva sete della sete di lei!

Sì, amici, Gesù ha sete della nostra sete! Noi siamo consapevoli di aver sete di tante cose, ma infondo abbiamo sete di una cosa sola: di felicità! Chi di noi non desidera essere felice? Tutti ci diamo da fare, corriamo a destra e a manca per fare, disfare, cercare, vedere… Ma perché? Per essere felici! E, magari, riusciamo anche ad intuire una verità: solo l’amore può appagare questa sete. Ma quale amore?

La Samaritana ha provato con l’amore umano, ma ha fallito: ha avuto cinque mariti ed ora ha un uomo che non è suo marito. Ha bevuto acque che – come l’acqua del pozzo – le fanno tornare la sete, non l’appagano. C’è bisogno di altro! Questa è un’acqua che estingue la sete solo provvisoriamente, spesso in modo ingannevole e illusorio. E in ogni caso verrà il momento in cui non se ne potrà più bere. Guai a puntare tutto su questo!

Gesù, invece, ci offre la sua acqua che placa ogni arsura e ogni bisogno del cuore dell’uomo: un amore che appaga totalmente. San Paolo ce l’ha detto: L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5,1-8). È questo amore che fa la nostra felicità piena.

Attenzione, però! La Samaritana capisce che Gesù la sta rimandando a Dio, ma i suoi pregiudizi di carattere religioso le fanno porre una domanda che è anch’essa materiale: è su questo monte o a Gerusalemme che dobbiamo amare Dio?

In una domenica come questa, nella quale non si può partecipare all’assemblea eucaristica, la risposta di Gesù è quanto mai attuale:

Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità.

Gli atti della religione – come la partecipazione alla Messa – i luoghi sacri – come le chiese – sono importanti, come il corpo è importante per la vita. Ma la vita è superiore al corpo. La condizione dolorosa di non poter partecipare materialmente all’assemblea eucaristica, non poter frequentare le chiese – quando la Provvidenza di Dio ce lo impedisce – ci richiede di recuperare la motivazione profonda dei nostri atti di religione: adorare Dio in spirito e verità.

Dio è spirito, dunque non è circoscritto da un luogo: anche la tua casa diventa così il luogo sacro in cui devi adorarlo. Cristo è la verità, dunque l’ascolto del suo Vangelo diventa il tuo modo concreto di adorarlo. E tutto questo è possibile perché hai ricevuto lo Spirito Santo, la sorgente di acqua viva che zampilla dentro di te per la vita eterna.

Dicevamo all’inizio che in questa pagina del Vangelo tutti cercano qualcosa. Persino Dio Padre cerca (come traduceva correttamente la CEI 1974):

I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca (zetei) tali adoratori.

Anche Gesù ha fame, ma il cibo di Gesù è fare ciò che il Padre chiede. Per questo viene a darci lo Spirito Santo, di cui noi abbiamo sete. Ha sete della nostra sete, perché ha fame della volontà del Padre. Rispondiamo a questa sete! Adoriamo Dio in Spirito e Verità! Diamo da bere a Gesù in tutte le situazioni che richiedono l’esercizio della misericordia corporale e spirituale (cf. Mt 25,31-46). Ed approfittiamo del tempo presente, di tutte le limitazioni penose che la Provvidenza ci chiama ad affrontare per crescere nella fede, nella speranza e nella carità.

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Oltre le apparenze

trasfigurazione

La trasfigurazione di Gesù è uno sguardo su ciò che è invisibile agli occhi ma è più di ciò che gli occhi possono vedere; è uno sguardo oltre la faccia abusata delle cose, sulla realtà vera, sull’essenziale. Le cose sono quelle, ma si arriva al profondo di esse, cioè al Verbo di Dio.

San Paolo dice che “adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio” (1Cor 13,12): ecco, sul monte della trasfigurazione possiamo distoglierci per un attimo dallo specchio e contemplare la realtà.

Che, forse non è reale tutto il resto? Lo è, certamente. Ma è incomprensibile e confuso, come a chi guarda senza un fuoco. come a chi volesse capire un mosaico considerando le tessere separatamente.

La trasfigurazione è un mistero di luce, è un’epifania, una manifestazione che fa vedere il tutto in un unico sguardo. Tutta la Bibbia (Mosè ed Elia – la legge e i profeti), tutta la realtà (la materia e lo spirito – l’ombra e la luce), tutto Gesù Cristo (l’uomo e Dio – la croce e la risurrezione – l’umiliazione e la gloria): tutto appare in un unico quadro.

Se vuoi capire com’è fatta una valle, devi guardarla dalla cima del monte. Se vuoi capire il mondo, la storia e la vita, devi guardarla dal Tabor. È davvero bello per noi stare qui, come dice Pietro!

Ma a che cosa ti servirebbe aver capito la valle, se tu rimanessi sulla cima del monte? Bisogna ridiscendere!

Ogni giorno si deve salire sull’alto monte, se si vuole essere in grado di vivere nella valle: come fai ad affrontare il mondo, la storia, la vita, senza la luce di Cristo? Ed ogni giorno si deve discendere a valle perché si realizzi ciò che si è contemplato sul monte.

La sostanza delle cose è la creazione; la sostanza degli eventi è la provvidenza. Cristo è il senso di ogni cosa, anche di quelle che ci sconvolgono. Quindi tutto ha senso, anche ciò che non capiamo; quindi tutto è bene, anche ciò che ci ferisce e ci uccide, anche ciò che ci appare come male.

Male è la flagellazione, la corona di spine, la salita al Calvario, la crocifissione, la morte, la sepoltura… Ma tutto questo non è altro che il preludio della risurrezione.

Don Tonino Bello vide che in una chiesa della sua diocesi era stato posto un crocifisso che avrebbe poi dovuto essere spostato; accanto ad esso, il parroco aveva messo un cartello che diceva “Collocazione provvisoria”. Don Tonino raccomandò a quel parroco di lasciare il cartello sempre accanto al crocifisso, anche quando l’avesse spostato, perché la croce è sempre una “collocazione provvisoria”: la collocazione definitiva è la risurrezione!

Epidemie, guerre, terremoti, catastrofi ambientali… e poi, erosione dei valori, secolarizzazione, ateismo, corruzione… Tutto è grazia! Persino la disgrazia è grazia, per chi ha conosciuto Cristo. Se una volta hai visto la luce, puoi fidarti anche al buio.

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La prova

Tentazioni

Mercoledì scorso, con il solenne rito delle Ceneri e il digiuno, è cominciato il tempo di Quaresima. Tutti sappiamo che è un tempo di quaranta giorni, in cui ci prepariamo a celebrare la Pasqua. E sappiamo anche la Pasqua è la vittoria di Cristo sulla morte. Però dobbiamo tener presente che la morte è la conseguenza del peccato (Rm 5,12-19), e che Cristo può vincere la morte perché vince sul peccato. E c’è ancora un passo avanti da fare. Cristo vince la morte e il peccato non per sé (che non ne aveva bisogno), ma per noi: ci coinvolge nella sua vittoria! Questo significa che noi dobbiamo lasciarci coinvolgere, dobbiamo scegliere di vincere con Cristo sul nostro peccato perché la nostra morte sia sconfitta.

E qual è il nostro peccato? Non sto parlando dei singoli peccati – che sono diversi per ciascuno – ma del peccato che è alla radice di tutti gli altri. Il peccato è il rifiuto di Dio (Gn 3,1-7). Così la Quaresima ci vuole riportare alla sostanza della vita, a ciò che vince la morte. Cioè a Dio. Alla fede in Dio solo.

Vogliamo spere se abbiamo realmente fede o no? Chiediamoci come reagiamo davanti alle tentazioni che Gesù ha subito (Mt 4,1-11). Sono tre, ma il loro senso è uno solo: allontanarsi da Dio.

  1. Gesù viene condotto dallo Spirito nel deserto. Il deserto è il contrario del giardino in cui l’Uomo era destinato a vivere (Gn 2,7-9): non più alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, ma pietre. È l’immagine della condizione umana nel mondo. E il tentatore dice: un Dio onnipotente e buono non dovrebbe forse trasformare le pietre in pane? Che senso ha invece venire in questo mondo a patire la fame?

Il tentatore vuole insegnare a Dio come dovrebbe essere Dio. E quante volte anche noi ragioniamo in questo modo! Accetteremmo un Dio che ci togliesse la sofferenza, ma un Dio che viene a soffrire insieme a noi… questo ci sconcerta! È che noi abbiamo “mangiato dell’albero della conoscenza del bene e del male”, ossia crediamo di sapere ciò che è bene e ciò che è male: bene è il pane, male è la fame.

Gesù – che patisce la fame con noi – risponde che sì, il pane è bene, ma l’uomo non vive di solo pane: l’uomo vive di ciò che esce dalla bocca di Dio. Si tratta allora di restituire a Dio la conoscenza del bene e del male, di non pretendere di insegnare noi a lui come si deve fare, ma di riconoscerlo ed accoglierlo come Dio, come colui senza il quale nient’altro può essere buono.

  1. Il tentatore propone poi a Gesù di buttarsi giù dal tempio per vedere se Dio lo soccorre. È la tentazione di mettere alla prova Dio, di dirgli: okay, possiamo anche fidarci della tua parola, però tu devi dimostrare con un prodigio quello che vali veramente, devi sottoporti a un esperimento! Dio viene “provato” così come si provano le merci. Deve sottostare alle condizioni che noi riteniamo necessarie per ottenere una certezza.

Vedete quanta presunzione! Chi vuole fare di Dio un oggetto, chi vuole imporgli le proprie condizioni, non può trovarlo, perché si pone al di sopra di Dio, è lui a dettare legge, è disposto ad accogliere solo ciò che rientra nei suoi schemi.

Gesù non si è gettato dal pinnacolo del tempio, non ha messo alla prova Dio. Ma quando è venuta l’ora stabilita, ha accettato con fiducia di cadere nelle mani dei suoi nemici e di sprofondare nella morte, riponendo la sua fiducia nell’amore del Padre.

  1. Infine la terza tentazione, la più comune: adorare satana per ottenere potere e ricchezze.

Per cedere a questa tentazione non c’è bisogno di arrivare al satanismo esplicito – benché, purtroppo, ci sia chi ci arriva. È sufficiente scegliere di peccare per ottenere qualche vantaggio. Questo è il vero “patto col diavolo”: tu fai il male, lui ti fa ottenere qualcosa su questa terra – e poi?

Qui la risposta di Gesù è semplice e schietta: “Vattene, satana!”. Non c’è altro da dire: un chiaro “no” al maligno che è un altrettanto chiaro “sì” a Dio.

Gesù vince sul tentatore e questa vittoria non la consegue per sé (che bisogno ne aveva?), ma per noi. Innanzitutto per farci capire che, com’è stato tentato Lui, siamo tentati anche noi, di sostituire a Dio i nostri criteri, di porgli condizioni, di abbandonarlo per ottenere dei presunti vantaggi. Ma Gesù consegue la vittoria soprattutto per farcene partecipi: con lui possiamo vivere la vera fede, superare il peccato e gustare la vita vera nella luce della Pasqua.

 

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L’impotenza del male

Gesù deriso

Gesù non abolisce certo i comandamenti, va addirittura oltre: comanda di non opporsi al malvagio, di porgere l’altra guancia, di amare il nemico.

Se non vogliamo travisare il Vangelo, dobbiamo mantenere intatto il senso delle parole di Cristo e cercare di capire il loro perché profondo. Perché l’uomo deve opporsi ai suoi istinti più profondi che lo spingono a reagire all’offesa, a replicare e a vendicarsi?

Perché il Regno di Dio è in mezzo a noi, perché viviamo della gioia del Vangelo: abbiamo un tesoro che vale infinitamente più di tutto quello che possedevamo prima, perché abbiamo la perla di valore inestimabile di fronte alla quale tutta la nostra collezione precedente non vale più nulla. Pieni di gioia per l’incontro con Cristo, lasciamo tutto (la barca, le reti, il padre, i garzoni…) e andiamo dietro a lui, che dà senso alla nostra vita, che trasforma la nostra breve e dolorosa esistenza terrena in vita eterna, in beatitudine!

E allora possiamo rinunciare anche al nostro diritto: se volessimo attaccarci a questo nostro possesso, dovremmo rinunciare a seguire lui, che ha rinunciato ad ogni cosa per amore nostro.

L’amore di Gesù ti lega e ti libera allo stesso tempo. Ti lega a lui e ti libera da tutto il resto, a cominciare da te stesso.

“Dammi uno che ami – dice sant’Agostino – e capirà quello che sto dicendo”. Il Regno di Dio è l’amore infinito e tenerissimo del Padre che si rende visibile nel suo Figlio Gesù. Se abbiamo incontrato Gesù, se ci siamo lasciati amare da lui, se ci siamo innamorati del suo amore… Allora, pieni di gioia, esultanti di beatitudine, andiamo dietro a lui, ci comportiamo come si comporta lui, non ci interessa più nient’altro che lo stare con lui. E se sul piatto della bilancia c’è l’offesa da perdonare, l’amaro da ingoiare o un bene materiale da perdere, dall’altra parte c’è il peso del Regno che riequilibra tutto.

Il male – dice D. Bonhoeffer – si riduce all’impotenza perché non trova più opposizione, più resistenza, ma è volontariamente sopportato e sofferto. Dove c’è la rinuncia a contraccambiare il male col male, il male stesso non può raggiungere il suo scopo, di creare altro male, e resta isolato. La disponibilità a concedere tutto ciò che ci viene richiesto nasce dal fatto che siamo soddisfatti unicamente di Gesù Cristo e vogliamo seguire solo lui.

Questo non significa che il malvagio sia giustificato. Il colpo che disonora, l’atto di violenza, lo sfruttamento, restano un male. I discepoli di Cristo devono saperlo e testimoniarlo, come ha fatto Gesù stesso, proprio perché altrimenti il male non verrebbe sconfitto. Il malvagio deve cadere nelle mani di Gesù: non sono io, ma è Gesù che deve trattare con lui.

Colui che ci dice di non opporci al malvagio è colui che personalmente fu vinto dal male sulla croce e che da questa sconfitta uscì come colui che ha superato e vinto il male. Non può esserci altra giustificazione di questo comandamento di Gesù tranne la sua stessa croce. Solo chi in questa croce di Gesù trova la fede nella sua vittoria sul male può obbedire al suo comandamento, e solo un’ubbidienza di questo tipo ottiene la comunione con Gesù nella sua croce e nella sua vittoria.

Quando ci mettiamo di fronte alla croce di Cristo, anche noi riconosciamo che noi stessi appartenevamo al numero dei nemici di Gesù, di quelli che sono stati vinti dal suo amore. Questo amore apre i nostri occhi, cosicché riconosciamo nel nemico il fratello e lo trattiamo da fratello.

In Cristo, l’amore di Dio ha cercato il nemico che ne aveva bisogno; quel nemico (e noi eravamo tali) che Dio considera degno di amore. Dio glorifica il suo amore nel nemico.

Dio – ci ha detto Gesù – fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Ma non si tratta solo del sole e della pioggia in senso fisico, che scendono sui buoni e sui cattivi: è anche il “sole dei giustizia”, Gesù Cristo in persona, e la pioggia della Parola di Dio a rivelare la grazia del Padre che è nei cieli per i peccatori.

 

 

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ma io vi dico

Domenica scorsa Gesù ci ha detto che, in quanto suoi discepoli, noi siamo il sale della terra e la luce del mondo. Oggi ci dice che c’è però una condizione da adempiere per essere sale e luce: bisogna che la nostra giustizia superi quella degli scribi e dei farisei (Mt 5,17-37).

Gli scribi sono la parte più istruita del popolo, i maestri nella conoscenza delle Scritture. I farisei sono i più impegnati nell’osservanza dei comandamenti. Dunque Gesù ci sta dicendo che se la nostra giustizia non supererà il meglio del meglio, non saremo suoi discepoli: non solo falliremo nella missione (saremo sale che viene gettato via e calpestato dagli uomini, saremo una lucerna messa sotto il moggio, che non illumina più nulla e dopo pochi istanti si spegna), ma addirittura non entreremo nel regno dei cieli, in cui ci sforziamo – nel nostro apostolato – di far entrare gli altri.

Concretamente cos’è questa giustizia? È la conformità alla volontà di Dio, è l’osservanza dei suoi comandamenti. “Se mi amate – dice Gesù – osservate i miei comandamenti” (Gv 14, 15). I comandamenti insistono sul fatto che la fede cristiana è un modo di comportarsi nel mondo: se abbiamo fede, se vogliamo portare gli altri alla fede, questa fede si deve vedere dal modo in cui ci comportiamo. Su questo mondo c’è una volontà del Padre che è in vigore. I segnavia concreti di questa volontà sono i comandamenti, così come sono formulati in modo durevolmente valido nella Legge e nei Profeti e come sono stati compiuti da Gesù. Essi non possono essere aggirati.

Tanto per essere concreti, Gesù richiama tre comandamenti fondamentali (nel decalogo sono il V, il VI e l’VIII) che, d’altra parte, costituiscono le delle tre condizioni fondatrici di una civiltà: la proibizione dell’omicidio, dell’adulterio e della menzogna.

Quando, nelle antitesi, Gesù dice: “Avete udito che fu detto agli antichi… Ma io vi dico…”, egli non chiede qualcosa di meno rispetto ai comandamenti: ne richiede l’osservanza piena, totale, rigorosa e radicale. “Gesù – dice Benedetto XVI – ci sta davanti non come un ribelle né come un liberale, ma come l’interprete profetico della Torah che Egli non abolisce, ma porta a compimento”.

Solo che ora la volontà di Dio, tramandata come Torah (legge), è una realtà vivente: Gesù è il Messia, è il Maestro unico che insegna la volontà di Dio perfettamente, con le sue parole e con la sua vita.

Gesù ci mostra nella sua persona che il centro della legge e dei profeti, il senso della giustizia superiore a quella degli scribi e dei farisei, sta nell’amore: questo è il compimento della legge. Il comandamento dell’amore non cancella i più piccoli comandamenti, perché per chi ama non c’è nulla di troppo piccolo da risultare indifferente: “Mi hai ferito il cuore – canta lo sposo del Cantico – mi hai ferito il cuore con uno solo dei tuoi sguardi, con una sola gemma della tua collana” (Ct 4, 7). E allora capisci che basta uno sguardo adulterino per disgustare lo sposo, basta una parola cattiva verso uno dei suoi figli per causargli dolore, basta un cedimento alla menzogna per ferire amaramente chi ti ama infinitamente e ti richiede una risposta adeguata. E se ami uno che ha dato la sua vita sulla croce per te, sarai ben disposto a tagliarti una mano o cavarti un occhio pur di stare con lui; pur di non dargli dolore, dirai anche tu, come il giovane san Domenico Savio: “La morte, ma non i peccati”.

 

 

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