“Profeta” è una parola indubbiamente dotata di fascino! Pensiamo che il profeta debba essere un visionario, iniziato a segreti che sfuggono ai comuni mortali, dotato di superpoteri… Ce lo immaginiamo solenne, ieratico, carismatico, attraente, un uomo di successo.
Certo, il profeta è l’uomo scelto da Dio per parlare agli uomini. Ma a che prezzo! Nella vocazione di Geremia (1, 17-19), ad esempio, i destinatari della sua parola incutono timore, “Ti faranno guerra”, gli dice il Signore, anche se aggiunge: “Ma non ti vinceranno”. Eppure conosciamo la storia di Geremia: rifiutato dal suo popolo, imprigionato, perseguitato in tutti modi, morirà in esilio, inascoltato fino alla fine. Allora verrebbe da chiedersi: ma il Signore non aveva promesso che sarebbe stato con lui per salvarlo? Eh, già! Ma non certo di salvezza terrena si trattava. Di fatto, il messaggio di Geremia è salvo: a ventisei secoli di distanza, ci parla ancora!
Ma di che messaggio si tratta? La Parola di Dio è sempre un messaggio d’amore, il suo fine è la comunicazione dell’amore di Dio. Allora perché suscita rifiuto? Perché l’amore di Dio è amore veroe la verità non sopporta falsità, richiede che gli ascoltatori rispondano con amore all’amore. L’amore annunciato dal profeta non “corteggia”, non lusinga, non cerca di accattivarsi simpatie, di comprare l’affetto.
Gesù a Nazaret viene rifiutato proprio per questo: sei un nostro concittadino – gli dicono – e allora perché non ti prendi cura anzitutto della tua città, prima che degli altri? Un medico non dovrebbe prendersi cura anzitutto di se stesso? Tu invece ha operato guarigioni e prodigi a Cafarnao!
L’invidia, la gelosia, lo spirito di possesso, sono le malattie mortali dell’amore. I nazaretani vogliano impadronirsi di Gesù, vogliono requisire a proprio vantaggio la sua attività. Gesù non ci sta: ricorda loro gli esempi di Elia ed Eliseo, che avevano beneficato persone estranee. Una patria che vuole sequestrare il profeta, in realtà non lo accoglie come profeta: pretende di condizionarne la parola e l’attività! Ma un profeta così condizionato non porterebbe più il messaggio di Dio; porterebbe un messaggio umano, un compromesso: smetterebbe cioè di essere profeta!
Don Primo Mazzolari rifletteva con una certa amarezza sul destino del profeta:
«Non ci guadagna niente: anzi, ci perde tutto, il profeta. In casa è guardato male; fuori, benché a volte lo citino, è temuto più degli altri. Come gli costa la parola! Talora essa può diventare un grido. E c’è chi lo accusa di mancanza d’amore, quando egli grida per amore».
L’amore è il senso della profezia. La profezia senza la carità – dice Paolo (1 Cor 13, 2) – è “nulla”. Vorrei citare qui un’opportuna riflessione di P. Raniero Cantalamessa:
«Oggi ci dobbiamo ricordare di questo aspetto della vita della Chiesa. Non è profezia vera quella che non è animata da carità, da comunione e da obbedienza, ma solo da fredda critica o risentimento; però, non è neppure carità vera quella che non è pervasa da spirito di profezia (…). Il cristiano non è profeta per il semplice fatto che contesta il male che c’è nel mondo, ma solo se lo fa per amore».
L’ha ribloggato su SrIlariaScarcigliae ha commentato:
V Domenica T.O. Anno C