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Quale pace?

divisione

Gesù pone una domanda chiara:

“Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra?” (Lc 12,51).

Beh? Lo pensiamo sì o no? Sì, Signore, lo pensiamo. Quando tu sei nato, gli angeli hanno cantato: “Pace in terra agli uomini che Dio ama” (Lc 2,14). Tu stesso dopo la tua risurrezione hai salutati i discepoli dicendo: “Pace a voi” (Gv 20,19.21.26). Per questo ci risulta strano che tu ora ci dica di non essere venuto a portare la pace, ma la divisione!

Forse perché la parola “pace” è assai ambigua[1]. Banalmente, si dice che c’è pace quando non c’è guerra, ma spesso con questa parola designiamo qualcosa di più: vogliamo “starcene in pace”, essere “lasciati in pace”, “pace” viene significare addirittura “benessere”… E quando la pace è intesa così, allora la stessa religione diventa uno strumento per raggiungerla; in particolare la ricerca di meditazione, le tecniche per rilassare la mente ed acquisire equilibrio interiore e quindi “pace”… Un desiderio di pace, però, molto psichico(centrato su se stessi) e assai poco spirituale(centrato su Dio)!

La vita odierna, in realtà, è tutta assi psichica: viviamo in ascolto ossessivo dei nostri umori, ci sentiamo sempre in debito nei confronti di noi stessi, siamo concentrati sui nostri vissuti emotivi e – siccome questi sono spesso sgradevoli – li consideriamo come prove della nostra inadeguatezza. Èl’avvitamento dell’anima su se stessa. Ma è proprio questo ripiegamento su noi stessi che ci toglie la pace, esponendoci a vertiginose oscillazioni interiori.

La pace vera, la pace che è dono di Dio, è ben diversa. Essa nasce da una conversione totale di ogni singola persona, da una sincera accoglienza del dono di Dio, da un cuore nuovo, da uno spirito nuovo: tutti doni di Dio! Essa nasce da un cuore colmo di quell’amore che Gesù ci ha insegnato. Come fondamento della pace c’è il suo comandamento: “Amatevi come io vi ho amato” (Gv 13,34 //).

Gesù è la nostra pace, è venuto ad annunciare la pace (cf. Ef 2,14-18) amandoci non a parole, ma per mezzo della croce. Questo possiamo capirlo solo

“tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio” (Ebr 12,2).

Osserviamo Gesù nel cenacolo, la notte in cui fu tradito. Non poteva non soffrire, eppure, nel lungo dialogo che intrattiene con i suoi discepoli dopo che Giuda se ne è andato, chiede loro di amarlo, osservando i suoi comandamenti e promettendo loro lo Spirito Santo, e aggiunge: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non come il mondo la dà io la dono a voi» (14,27). Non è il solito saluto di congedo quello di Gesù. L’evangelista contempla Gesù come un patriarca che prima di lasciarli dona loro in eredità quello che possiede: la pace. Egli sa che la morte si avvicina e dà senso alla sua morte rendendola fonte di riconciliazione e di pace. Questo dice che Gesù nella sua passione è sempre in comunione con il Padre ed è guidato dallo Spirito, questa è la comunione gli che infonde serenità e pace.

Quando Gesù, immagino con tanta tristezza, dice:

“Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, ma la divisione” (Lc 12,51),

sa di essere nella storia un “segno di contraddizione” (Lc 2,34). E sa che questa contraddizione continuerà per mezzo dei suoi discepoli nella storia. La pace di Cristo, al contrario di quella del mondo, ha essenziale bisogno di ospitare la divisione e la spada, di non rimuovere cioè le ragioni di lotta e inquietudine, che i rapporti umani di necessità comportano.

La storia di Geremia (38,4-10), ci mostra una fatto costante: i falsi profeti promettono la pace quando invece il giudizio di Dio sta per abbattersi sul popolo infedele. Il dono divino della pace deve fare i conti con tensioni e tribolazioni che arrivano oggi e proseguiranno domani[2].

Il Vangelo, raggiungendo le persone, scombina le relazioni familiari e sociali che offrivano finora una certa armonia nel popolo:

“D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi re contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera” (Lc 12,52-53).

Perché? Perché il Regno di Dio non si fonda sui legami naturali o sulle convenzioni sociali, ma sulla fede e sulla carità.

Ma questo prezzo non è troppo alto? Non è assurdo che l’annuncio dell’amore faccia scaturire l’odio? No. Se è la parola di Dio a dividere, essa è come il bisturi del chirurgo che taglia per guarire.

Gesù non desidera la divisione, non ci esorta a litigare con i nostri familiari. Rivolge invece un appello a favore del vangelo – che è come un fuoco che divampa. E quando ciò avviene, non è possibile rimanere neutrali per conservare una “pace” illusoria. Alcuni accettano il Vangelo, altri lo rifiutano.

La divisione portata da Cristo è la sua croce che porta alla risurrezione: provoca scissione, ma edifica la vera comunità e dona la pace autentica.

 

 

[1]Cf. G. Angelini, I frutti dello Spirito, Milano 2003, pp. 51-74.

[2]Cf. F. Bovon, Luca, vol. II, Brescia 2007, pp. 386-388.

La salvezza è per tutti, ma c’è una condizione chiara per accedervi: capire che non ci salviamo con le nostre forze, con la tecnologia, con le ricchezze. Chi entra in quest’ordine di idee comincia ad arricchirsi davanti a Dio, donando ai poveri, accettando di dipendere da lui in tutto, cercando il Regno che il Padre ha voluto donare a noi, piccolo gregge, pronto a riceverlo come un amministratore fedele (Lc 12, 32-48).

Potremmo dire che l’uomo diventa ciò che spera. O che dov’è il tuo tesoro, lì è anche il tuo cuore. Se uno spera la salvezza soltanto da se stesso, se uno mette il suo cuore nelle borse a cui i ladri possono arrivare, che la tignola può consumare… in ultima analisi aspetta la morte, diventa figlio della morte e produce morte. Chi attende il Regno di Dio, ossia il Signore Gesù, ha la sua stessa vita di Figlio del Padre. L’esistenza cristiana è attesa di colui che viene: il Signore che torna dalle nozze!

Ma il tempo dell’attesa non è vuoto. È tempo della salvezza, affidata ormai alla nostra responsabilità. A questo proposito, Gesù racconta tre brevi parabole.

La prima presenta un signore che si allontana da casa per un invito a nozze (v. 36). I festeggiamenti duravano vari giorni, quindi anche la sua assenza poteva protrarsi a lungo. In tale circostanza veniva messa alla prova la fedeltà e la laboriosità dei sudditi, come dei responsabili della casa. L’evangelista passa all’applicazione della parabola prima di averla enunciata, esortando i fedeli ad assumere un atteggiamento responsabile e vigilante come dovrebbero comportarsi i servi nell’assenza del padrone. Il simbolo e il segno della vigilanza è la lampada accesa. Chi vuol dormire spegne la lucerna; chi si vuol tenere desto alle chiamate del padrone rimane con la lampada accesa. Infatti queste possono giungere anche di notte, persino nelle ore piccole, dopo mezza notte o prima dell’alba. Egli deve dar prova perciò di aspettare anche nelle ore insolite. Il sacrificio potrà apparire grande, ma anche la ricompensa sarà grande. Il padrone, commosso dalla devo-zione e fedeltà nei suoi riguardi, accorderà ai servi una ricompensa adeguata, superiore all’attesa. Incurante degli usi e della sua dignità, fa sedere i servi alla tavola che era imbandita per lui e si cinge ai fianchi un grembiule e si mette a servirli. Da padrone diventa servo, e il servo diventa commensale, amico del suo signore (v. 37).

La necessità della vigilanza è ribadita dalla parabola del ladro (v. 39) e dalla successiva esortazione. Occorre saper attendere con la stessa solerzia che si richiede per pre¬venire un furto (v. 39): il ladro non manda mai preavvisi, uno scassinatore non ha orario d’ufficio!

La domanda di Pietro: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?” (v. 41) dà adito a una nuova para¬bola o a un nuovo sviluppo del racconto precedente (vv. 42-48). Si parla ancora di servi, ma questa volta sembra che si tratti di sorveglianti, incaricati della manutenzione e amministrazione della casa nell’assenza del padrone. La parabola quindi risulta pronunciata per i responsabili della comunità, non per la folla o per i discepoli indistintamente. Anche qui si prospetta la possibilità di un servizio fedele e intelligente (vv. 42-44), o di un comportamento irresponsabile, dispotico (vv. 45-48). Come nell’assenza del padrone i servi rischiavano di addormentarsi, così l’amministratore è in grado non solo di trascurare i suoi compiti, ma anche di abusare del suo ufficio che è quello di provvedere la servitù del necessario sostentamento. Egli non è il padrone della casa, deve solo eseguire gli ordini ricevuti, che in questo caso riguardano la giusta razione di viveri da consegnare nel giusto tempo (v. 42). Da un economo si pretende, dirà Paolo, che sia trovato fedele (2 Cor 4,2).

La ricompensa che tocca ai servi vigilanti e all’ammini-stratore fedele è la stessa: la gioia del dovere compiuto (vv. 37.43) e la benevolenza del padrone. L’amministratore diligente sarà promosso a un ufficio superiore, addirittura avrà su di sé la responsabilità di tutti i beni del padrone (vv. 43-44). Si tratta infatti di un signore così generoso che fa sedere al pro¬prio posto i suoi domestici e si pone a servirli di persona, che chiama gli amministratori a condividere tutta la sua responsabilità. La figura del buon amministratore acquista risalto dal confronto con quella di un collega dimentico dei suoi doveri (v. 45).

Quando il padrone è partito per una festa nuziale, la data del suo ritorno non è mai sicura. Tale circostanza dovrebbe tenere sempre desti i servi, ma può essere anche l’occasione per assumere atteggiamenti sbagliati, falsi. L’abuso di potere è la tentazione in cui cade di frequente chi si crede investito di un’autorità insindacabile. Normalmente si dimostra nell’aggressività contro i subalterni, nelle crapule, gozzoviglie, ecc. All’improvviso rientro del padrone la condanna sarà inevitabile (v. 46): ha abusato del suo ufficio, gli sarà perciò tolto. Mentre il servo fedele è stato promosso a un incarico più elevato, questo amministratore perde anche quello che ha, sarà tagliato perciò fuori e per di più sarà cacciato con i servi infedeli, in un luogo di punizione.

La parabola offre l’occasione per approfondire il tema delle responsabilità dei servi-economi e del trattamento che meritano (vv. 47-48). L’autore contempla il caso di chi era al corrente delle decisioni del padrone, ma non ha fatto nulla, nemmeno un tentativo per attuarle; egli avrà una punizione adeguata alla sua negligenza, riceverà cioè molte percosse invece di un adeguato premio (v. 47); chi si è comportato male perché non ha conosciuto la volontà del padrone, riceverà un castigo, ma inferiore, perché avrà la scusante di non essere bene informato sul suo dovere. Gli obblighi sono in proporzione agli oneri ricevuti; così il rendimento è in rapporto ai favori, incarichi accordati. Durante l’as¬senza del padrone i «servi» non debbono dormire o starsene oziosi. Essi hanno ricevuto particolari incombenze, debbono saperle assolvere.

Il richiamo alla venuta del Signore è essenziale. Il cristiano può essere forte, coraggioso e fedele perché attende non le ricchezze, il potere o la morte, ma il suo Signore. E noi, che cosa attendiamo?

Arricchitevi!

Quante liti familiari hanno origine da questioni di eredità! Non c’è niente di nuovo sotto il sole: anche ai tempi di Gesù era così, e così è stato sempre, sin dai tempi di Caino e Abele.

L’uomo religioso avverte che questioni di questo tipo vanno portate davanti a Dio, che il modo di gestire i rapporti economici e i rapporti fraterni ha a che fare con la nostra fede, che l’amministrazione delle le ricchezze e la loro giusta distribuzione deve essere regolata secondo Dio.

Si capisce, quindi, la richiesta rivolta a Gesù da “uno della folla” (cioè non un discepolo, ma uno dei tanti che sono in qualche modo attratti dalle parole e dai miracoli del Signore): Maestro, dì a mio fratello che divida con me l’eredità.

Se – come alcuni ipotizzano – il fratello di questo tale era (lui sì) un discepolo di Gesù, la richiesta appare comprensibilissima e ci aspetteremmo un qualche intervento del Maestro che mettesse pace tra questi fratelli: la pace non è forse l’opera della giustizia?

Ma Gesù ci spiazza: egli rifiuta questa parte di giudice o mediatore sugli uomini. Viene da chiedersi: perché? Non sarebbe un’opera di misericordia quella di esercitare un arbitrato che porti alla riconciliazione dei fratelli?

Certo che lo sarebbe, e tanti santi l’hanno fatto. Ma il compito di Gesù è molto più profondo, la sua misericordia è infinitamente più alta. Egli non risolve in superficie la discordia, ma denuncia la radice di tutte queste liti tra fratelli: l’avidità, la brama di possedere: Guardatevi e tenetevi lontani da ogni cupidigia.

E qui il nostro buon senso casereccio si ribella: eh, diciamo, queste sono parole facili a dirsi, ma abbiamo bisogno di denaro, abbiamo bisogno di garantirci una sicurezza economica; infondo la nostra vita dipende da questo!

E invece Gesù aggiunge la parabola del ricco stolto, per far comprendere quanto sia sbagliato riporre le proprie speranze nei beni materiali. Un possidente aveva ottenuto un grande raccolto e la sua unica preoccupazione a questo punto sembrava quella di costruirsi dei magazzini più grandi e quindi godersi la vita per molti anni su questa terra; ma la vita gli fu richiesta quella stessa notte. Di fronte alla morte, tutto quello che aveva guadagnato, di chi sarà?

Risuonano a questo punto le parole del Qoelet: ha lavorato, ha faticato, ha accumulato beni… e poi se ne va nella tomba e lascia tutto a un altro. Vanità di vanità: vuoto, inconsistenza, fatica sprecata, vita sprecata.

Giovanni Verga ha scritto una interessante novella dal titolo “La roba” che è un po’ una parafrasi di questa parabola: è la storia di Mazzarò, un contadino nato povero che era riuscito, con dura fatica, astuzia, sfruttamenti e rinuncie, ad accumulare una grande quantità di terreni, pascoli e animali. Giunto alla vecchiaia, i suoi conoscenti cercano di fargli presente che è giunto il momento di pensare all’aldilà e di prendersi cura della sua anima, ma al pensiero di staccarsi dalle sue ricchiezze, Mazzarò impazzisce ed esce sull’aia ammazzando a colpi di bastone le galline e gli altri animali gridando: “Roba mia, vienitene con me”.

Oggi, la mentalità consumistica sembra disposta ad accettare una parte di queste riflessioni: certo, non vale la pena di accumulare facendo sacrifici; meglio godersi la vita, consumare tutto, spassarsela e non pensare al domani. L’insegnamento di Gesù, invece è totalmente differente.

Peché oggi giudichiamo stolto l’ingordo accumulatore di beni? Perché non se li gode lui stesso! Perché invece è detto stolto da Gesù? Perché non arricchisce davanti a Dio. Sappiamo che per Gesù “arricchire davanti a Dio” significa fare l’elemosina, farsi un tesoro nel cielo, sbarazzarsi della ricchezza disonesta, facendosi con essa amici per il cielo. L’opposto dell’arricchire davanti a Dio è accumulare tesori per sé.

Tutto prende significato dal fatto che, con Gesù, ci troviamo davanti all’ora decisiva; discutere di eredità da spartire, o pensare solo a ingrandire i granai, quando il Regno è alle porte, è cecità e stoltezza grande. Dunque la ragione profonda che fa apparire stolto il ricco avaro è l’esistenza e l’imminenza di un altro mondo.

La Lettera ai Colossesi (3, 1-11) ci offre l’occasione per completare questo insegnamento di Gesù: Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio…

Dopo la Pasqua di Gesù, i beni terreni si presentano in modo diverso da prima: affannarsi per le cose di quaggiù, puntare tutto su di esse, adesso appare assurdo per un motivo più forte di tutti: il mondo nuovo è già iniziato; con la risurrezione di Gesù si è aperta la porta del Regno; si può entrare già da ora, anzi, bisogna affrettarsi per non restare fuori. Tutto avviene ancora “di nascosto”, come nella notte: Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Ma è nella fede che si apre la via della gloria. In questa nuova situazione, attardarsi come formiche per ammassre provviste, come se nulla fosse accaduto, è davvero vanità di vanità, stoltezza di stoltezza.

Ma cosa significa cercare le cose di lassù e non quelle della terra? Non significa trascurare i propri doveri terreni (lavoro, studio, famiglia, impegno sociale); significa cercare queste cose da risorti con Cristo; dunque con spirito nuovo, con intenzione nuova, con uno stile nuovo. Infatti, cosa condanna Paolo? non certo il lavoro o la sollecitudine per il prossimo. Condanna quella avarizia insaziabile che è idolatria.

Sì, idolatria, perché è evidente che i beni terreni, ricercati ossessivamente per se stessi, diventano un padrone, un assoluto, l’idolo di metallo fuso di cui parla la Bibbia, al quale si sacrifica tutto: riposo, salute, affetti, amicizie, onestà. E il cuore gli va dietro, “perché dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore”. Impariamo dunque a mettere il nostro tesoro nel cielo, e utilizziamo i beni della terra per il bene dei nostri fratelli che in cielo ci accoglieranno.

17. domenica “per Annum” – C

Molti anni fa, mi capitò tra le mani un libretto di introduzione alla preghiera, che cominciava con queste parole: “Tutti pregano”; e giù una serie di esempi: la gente sull’aereo quando sta per decollare, chi deve affrontare una prova impegnativa, chi ha una preoccupazione familiare o di salute o economica…

Devo dire che la cosa non mi convinceva allora e meno che mai mi convince adesso. Non è vero che tutti pregano. Pregare significa rivolgersi ad un Dio personale, uno che è capace di ascoltare, che è interessato a farlo, che può aiutare. E. per tanti, questo Dio semplicemente non esiste.

Con questo non intendo dire che la preghiera non sia un bisogno umano. È un bisogno umano anche quello di essere felice – ma non tutti sono felici. È un bisogno umano quello di mangiare, ma alcuni non hanno da mangiare ed altri, pur avendone, rifiutano il cibo.

Non tutti pregano. Prega chi ha conosciuto Dio. Chi l’ha conosciuto bene o meno bene, prega bene o meno bene; chi l’ha conosciuto male, prega male. Un sacerdote mi raccontò di aver incontrato una donna che camminò una notte intera, scalza, seguendo una processione devozionale, impetrando una grazia che le stava particolarmente a cuore, con pianti, preghiere e suppliche. Commosso, il sacerdote le disse: “Signora, se mi confida la sua intenzione, pregherò per lei e la ricorderò nella Messa”; e la donna: “Sì, grazie, padre! Preghi perché mia nuora possa morire prima di Natale!”. Quella donna pregava… Ma pregava male, perché conosceva male Dio.

Sicuramente nessuno tra noi si trova in quella infernale condizione. Tuttavia può capitarci di avere idee sbagliate sulla preghiera: ad esempio pensare che pregare significhi adempiere ad un obbligo, rispettare una certa contabilità devozionale, fatta di formule, di numeri, di schemi rigidi, che “valgono” o “non valgono”, che sono più o meno efficaci per convincere Dio a fare quel che vogliamo noi o, in ultima analisi, per ottenere una qualche benevolenza divina. Una preghiera di questo tipo è forse più simile alla superstizione che alla fede, e deriva da una cattiva conoscenza di Dio.

Noi non dobbiamo pregare per ottenere la benevolenza divina: quella l’abbiamo già! Guardiamo Abramo. Egli ha conosciuto l’amicizia di Dio, non tanto perché lui si confida con Dio quanto perché Dio stesso si confida con lui: “Il Signore diceva: «Devo io tenere nascosto ad Abramo quello che sto per fare?»” (Gn 18, 17).

C’è il grido del peccato di Sodoma e Gomorra, l’ingiustizia che richiede l’intervento del Dio giusto; e c’è la benevolenza di Dio stesso, la sua amicizia per l’uomo. Proprio perché Abramo conosce il vero Dio, egli può e deve pregare e intercedere per gli uomini: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? … Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Abramo prega bene perché conosce bene Dio ed è pienamente sintonizzato sulla sua giustizia e sulla sua benevolenza.

Noi siamo persino avvantaggiati rispetto ad Abramo, perché la giustizia e la benevolenza di Dio si sono manifestate pienamente in Gesù Cristo. La preghiera dei cristiani nasce guardando lui.

La pagina del Vangelo che abbiamo ascoltato si apre con Gesù che prega: è lui che conosce il Padre veramente, è lui che prega in modo perfetto. E guardandolo pregare, i discepoli si accorgono di non aver mai pregato sul serio fino ad allora; per questo gli rivolgono la richiesta: “Signore, insegnaci a pregare”.

E Gesù risponde: “Quando pregate, dite: «Padre»”.

Interpretare l’insegnamento di Gesù come la trasmissione di una formula sarebbe quanto mai deviante. Gesù ci fa innanzitutto conoscere chi è Dio, perché solo chi conosce il vero Dio può pregare bene. E Dio è Padre. È come se Gesù dicesse ai discepoli: anche alcuni di voi sono padri; certo i padri umani hanno tanti limiti, sono anche cattivi, eppure sanno dare cose buone ai loro figli. Quanto più Dio, che è il vero Padre buono, darà cose buone ai suoi figli! Ciò significa che possiamo pregare perché Dio è il nostro Padre buono!

E siccome l’idea del Padre, da sola, rischia di mettere in soggezione, Gesù ricorre all’immagi-ne dell’amico. Anche tra noi vi sono relazioni di amicizia, e gli amici sanno di poter contare gli uni sugli altri. Se un amico arriva a casa tua da un viaggio, tu gli dai da mangiare. E se non hai pane, ma c’è un amico che abita nella casa accanto che ne ha, vai a chiedere il pane in prestito al tuo amico. Certo, l’amicizia umana ha dei limiti: il tizio potrebbe stare a letto, potrebbe non voler scomodare la famiglia… però l’insistenza dell’amico, alla fine, ottiene ciò che vuole. Ma noi possiamo contare sull’amicizia di Dio, che non dorme mai, che non teme di scomodare nessuno, che ci dice, tramite il suo Figlio: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto”. Possiamo pregare, dunque, perché siamo gli amici di Dio, perché Dio è nostro amico!

Sì, però… tutti abbiamo fatto l’esperienza di chiedere a Dio qualcosa e di non ottenerla. La donna che chiedeva una pronta morte per la sua nuora, grazie a Dio, non l’ottenne! Ma noi stessi, anche quando chiediamo qualcosa di oggettivamente buono (la guarigione da una malattia, la soluzione di un conflitto o di un problema economico…), alle volte non l’otteniamo. Perché? A questo punto dobbiamo accogliere più profondamente l’insegna-mento di Gesù, che non riguarda soltanto il fatto della preghiera, ma anche il suo contenuto.

Cosa dobbiamo chiedere a Dio?

– Che sia santificato il nome del Padre, ossia che noi diventiamo capaci di riconoscerlo nella sua paternità santa, nella sua santità paterna.

– Che venga il suo regno, che è amore, pace, gioia, per tutte le creature.

– Che ci dia ogni giorno il quotidiano: che diventiamo capaci di onorare il pane sulle nostre tavole e di condividere il pane con chi ha fame; ma Gesù ci fa chiedere anche il pane che nutre lo spirito: la sua parola, l’eucaristia: è Gesù è vero pane.

– Che siano perdonati i nostri peccati e diventiamo ministri di perdono per i nostri fratelli.

– Che siamo liberati dalla tentazione.

Tutto questo si può riassumere in una sola richiesta: chiediamo che ci venga dato lo Spirito Santo. E su questo abbiamo l’assicurazione di Gesù: il Padre darà infallibilmente lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono.

Marta e Maria

Gesù entra in un villaggio e viene accolto nella casa di una donna di nome Marta (Lc 10, 38).

Il tema dell’accoglienza, dell’ospitalità è anche al centro del racconto di Gen 18, 1-10, che ci mostra Abramo e i tre misteriosi messaggeri. Abramo non poteva pensare che aveva a che fare con Dio, tuttavia accoglie gli ospiti, perché sa che in ogni uomo c’è l’immagine di Dio, e soprattutto nello straniero, nel pellegrino, nel debole. E poi gli accade di incontrare davvero Dio faccia a faccia in quegli uomini e di ricevere la più grande delle benedizioni: un figlio. Il fervore e la premura di Abramo sono impressionanti: Abramo corre, si affretta e, con lui, Sara e il servo sono in pieno movimento. E quando i tre ospiti sono a mensa, lui non sta seduto, ma in piedi, in atteggiamento di disponibilità al servizio.

Lo stesso movimento pervade la casa di Marta e Maria quando entra Gesù, ma è soprattutto Marta ad essere coinvolta in tutta la rete dei preparativi (Era tutta presa dai molti servizi). Maria invece sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola.

Non è difficile immaginare il tono con cui Marta si ferma davanti a Gesù e gli dice:

“Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”.

Marta non ha dubbi su cosa significhi accogliere: significa fare i servizi di casa. Da buona padrona, Marta si è fatta un piano di lavoro e per lei “accogliere” significa mettere in opera quanto ha pensato. Così non pensa di aver bisogno di ascoltare Gesù Maestro: è lei che insegna! Così non pensa di doversi mettere in obbedienza al Signore, anzi, è lei che dà ordini, anche a Gesù!

Marta presta un’accoglienza acida. Non fraterna. Marta è il prototipo della persona efficiente. Talmente efficiente che si dimentica di ascoltare! Presa, agitata e smembrata da tutte le cose che si devono fare, perché lei conosce il suo dovere, lo sa già! A che pro ascoltare, tanto sono cose che si sanno…

Nessuno, meno che mai Gesù, rimprovererebbe Marta, se non fosse lei a prendere l’iniziativa di rimproverare la sorella, anzi, di chiedere a Gesù di intervenire. Per questo dico che è un’accoglienza acida. Più che l’aiuto di Maria, Marta cerca approvazione per sé. In realtà è invidiosa della “parte migliore” che la sorella si è presa. Desidera che il Signore la rimproveri, e così approvi lei, che sa quel che deve fare, lo sa fare e lo fa! Questo riconoscimento della sua bravura sarebbe una gratifica sufficiente per lei – magari unito alla disapprovazione per la sorella…

“Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti affanni per molte cose!”

Principio del servizio di Marta, fin quando non diventa come Maria, è il proprio io[*]. L’io religioso è il più duro a convertirsi, perché non ne sente il bisogno. Si ritiene a posto perché cerca di piacere e sacrificarsi a Dio. Così i servizi saranno anche molti, ma nascono da una sorgente inquinata e perciò sono segnati da turbamento e affanno. Si può arrivare anche a eroismi supremi, si può perfino sacrificare la propria vita per affermare il proprio io: Se anche distribuissi agli altri tutti i mei beni ed offrissi il mio corpo in olocausto, ma non avessi la carità, non sono nulla! (1 Cor 13, 3).

La salvezza dell’uomo non è morire per Cristo, bensì Cristo che muore per lui. La pretesa di essere noi a fare qualcosa per lui è superbia ed è segno di ignoranza: si immagina un Dio cattivo che esiga la vita.

Si può osservare la legge dell’amore solo perché lui per primo mi ha amato e ha dato se stesso per me(Gal 2, 20). Diversamente la Legge (l’obbedienza, la regola, l’accoglienza intesa come “cose da fare”, il servizio) resta una pretesa umana che condanna il fratello e non conosce Dio: serve solo a essere “più bravo” dell’altro e “a posto” con Dio. La stessa vita religiosa diventa un mezzo per affermare se stessi, per difendersi da Dio e comprare il suo amore.

Contro tutti gli affanni, nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza(Is 30, 15). Convertirsi non significa fare-fare-fare, ma abbandonarsi al suo amore per noi, che vediamo e ascoltiamo stando ai piedi di Gesù. E Gesù ci rivela la tenerezza del Padre, l’unica cosa necessaria, che non ci sarà tolta.

[*]Cf. S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Luca, Bologna 2011, a.l.

Samaritano

“Un dottore della legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?»” (Lc 10, 25).

La domanda del dottore della legge – sulla vita eterna– è la domanda sulla salvezza, cioè l’unica domanda seria in assoluto. Ma non è facile porla correttamente. Qui si individua preliminarmente il carattere di provocazione[*]. Il provocatore ha già in mente la soluzione. E non capita anche a noi di accostarci a Gesù non per ascoltarlo e ubbidirgli, ma solo per sentirci giustificati nel fare quel che vogliamo?

Eppure la domanda in sé – come dicevamo – è assolutamente seria: è la stessa domanda che sarà posta dal giovane ricco in Lc 18, 18ss. Ed anche la risposta di Gesù corrisponde pienamente a quella data al giovane ricco:

“Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”

Gesù non fa altro che ricordargli che il comandamento di Dio è  esplicito e chiaro, e che egli lo conosce già. Infatti lo scriba provocatore risponde bene:

“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, ed i tuo prossimo come te stesso”.

A questo, Gesù non aggiunge una sua opinione personale o una “glossa” alla manifesta volontà di Dio. E se colui che ha posto la domanda si trova davanti a Dio in persona, viene con ciò stesso smascherato come uno che tentava di fuggire davanti al manifesto comandamento di Dio, che ha dimostrato di conoscere.

Chi chiede conosce in fondo già la risposta alla propria domanda, ma, insistendo a porla pur conoscendo la risposta, vuole sottrarsi all’obbedienza verso il comandamento di Dio. Non c’è per lui altra possibile indicazione se non: fa’ ciò che sai e vivrai.

Gli è sottratta la prima posizione difensiva. Ne segue una fuga nella polemica: E chi è il mio prossimo?

Quante volte ripetiamo anche noi questa domanda, alla maniera del dottore della legge,anche se in buona fede e senza rendercene conto. A noi sembra una domanda seria, sensata, posta da un uomo in ricerca. E invece l’intera storia del buon samaritano non è altro che il rifiuto e la demolizione di questa domanda da parte di Gesù.

Chi è il mio prossimo? È il mio fratello carnale, il mio connazionale, il mio fratello nella comunità, il mio nemico. . .? Se ci mettiamo a discutere, possiamo, con uguale diritto, affermare o negare l’una e l’altra cosa. La domanda finisce nel dissidio e nella disubbidienza. È una domanda diabolica! È una domanda all’infinito, senza risposta.

Paolo direbbe che questo tipo di domanda nasce “in menti corrotte, private dalle verità”, “prese dalle febbre dei cavilli e delle questioni oziose”; ne derivano “invidie, contese, maldicenze, cattivi sospetti, controversie” (1 Tm 6, 4s). È la domanda delle persone gonfie, “che sempre stanno ad imparare senza mai poter giungere alla conoscenza della verità”, “che hanno le apparenze della pietà, ma ne rinnegano la forza interiore” (2 Tm 3, 5-ss). Sono incapaci di credere e pongono questa domanda perché “sono bollati a fuoco nella loro coscienza” (1 Tm 4, 2), perché non vogliono obbedire alla parola di Dio.

Sì, questa domanda è ribellione verso lo stesso comandamento di Dio. Illudendo me stesso, dichiaro di voler obbedire e do la colpa a Dio che non mi dice come fare. Entro in un atteggiamento satanico, perché accuso il comandamento di Dio di essere ambiguo e di lasciarmi in un eterno conflitto.

La prima domanda dello scriba era già il primo inganno: Che devo fare? Lo sai già! Pratica il comandamento che conosci. Non devi chiedere, ma agire.

La domanda: E chi è il mio prossimo? è l’ultima scappatoia con la quale la disobbedienza giustifica se stessa. La risposta è: Tu stesso sei il prossimo. Va’, e sii obbediente nell’azione dell’amore.

Esser prossimo non è una qualità dell’altro, ma è l’amore concreto che l’altro mi chiede, e nient’altro.

In ogni momento e in ogni situazione, sono io colui a cui sono richieste l’azione e l’obbedienza. Letteralmente non resta tempo per interrogarsi sulla qualificazione dell’altro. lo devo agire e devo obbedire, io devo essere il prossimo dell’altro.

[Per un’ulteriore riflessione sulla liturgia di questa domenica: Se è il nemico a salvarti…]

 

 

 

[*]Cf. D. Bonhoeffer, Sequela, Brescia 1997, pp. 63-ss.

Nel mondo

mietitura

Nel mondo oggi vivono circa 7 miliardi e 69 milioni di persone. Di queste, più di 5 miliardi non conoscono il Vangelo. Ma per non fare come quello che, dopo aver visto il telegiornale, disse: “Per fortuna il mondo è così lontano!”, guardiamo tra le nostre famiglie, i nostri amici, i vicini: nei nostri ambienti 8 persone su 10 sono lontane dalla fede.

La messe è molta, dice Gesù (Lc 10,1-12.17-20). Tutta questa gente che non conosce il Vangelo – perché se lo conoscesse davvero, lo accoglierebbe – tutta questa gente è chiamata da Gesù la messe. La messe, lo sappiamo bene, è il grano da mietere nei campi. Se non si miete a tempo opportuno, va perduto. Indica quindi un lavoro urgente. Un lavoro molto vasto, forse troppo!

Gli operai sono pochi. Chi sono gli operai che devono andare a mietere? Non neghiamolo: stiamo pensando prima di tutto ai preti e alle suore. È giusto. Ma non basta.

È giusto, perché vediamo diverse parrocchie rimaste senza parroco, molti conventi e tante importanti attività di apostolato della Chiesa – come scuole, ospedali, case di accoglienza per persone in difficoltà – che si chiudono per mancanza di vocazioni. Dobbiamo certamente pregare il padrone della messe perché mandi operai alla sua messe, dobbiamo pregare per le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa!

Ma non basta. Se bastasse, Gesù si sarebbe limitato a mandare in missione i dodici apostoli, con qualche pia donna e pochi altri. Ed invece oggi Gesù designa e invia altri settantadue discepoli. Difficilmente si può ipotizzare che, oltre ai dodici, in quel momento ne avesse di più!. Invia tutti quelli che ha. Detto in altri termini: Gesù non invia soltanto sacerdoti e religiosi; invia anche i laici, i cristiani comuni. Invia voi.

Dove li invia? Nelle parrocchie a sostituire i parroci? Nelle chiese a fare da chierichetti? A fare i catechisti o gli assistenti pastorali? Non ci nascondiamo che queste sono le idee più comuni, anche tra noi. I laici spesso sono stati ritenuti veramente cristiani solo quando fanno cose da preti o da suore; quando si allontanano dagli impegni del mondo avvici­nandosi a una sorta di scelte para-clericali, mentre in realtà e nelmondo che il Signore li manda ed è attraversoil mondo che bisogna lavorare nella sua messe.

Gesù manda i settantadue discepoli non nelle sinagoghe o nel tempio: li manda nelle città, dentro le case, sulle piazze. È nel mondo che i laici sono chiamati a realizzare la loro vocazione e la loro missione di credenti in Cristo: bisogna che essi imparino ad essere Cristo e ad essere Chiesa dentro le normali strutture della società, là dove si trovano le loro famiglie, il loro lavoro, i loro hobby, i loro divertimenti, le loro amicizie (cf. sanGiovani Paolo ii, Christifidels Laici, 17).

È giusto che la comunità dei discepoli si riunisca intorno a Gesù per ascoltare la sua parola e celebrare l’eucaristia. Ma non può essere un gruppo ripiegato su se stesso: il Regno va annunciato subito! L’efficacia dell’annuncio non dipende dalle qualità intellettuali o dalle virtù degli annunciatori, bensì esclusivamente dalla potenza della Parola che portano. Parola che è capace di donare efficacemente la pacea chi l’accoglie; Parola che è in grado di guarire i malaticon l’annuncio che Il Regno di Dio è vicino; Parola che diventa terribile testimonianza di condanna per coloro che non l’accolgono; Parola alla quale persino i demoni sono costretti ad obbedire, nel nome di Gesù.

Il Signore ci dice di andare come agnelli in mezzo ai lupi, senza protezioni di sorta, senza borsa, né bisaccia, né sandali. Sarà lui a prendersi cura di noi: l’operaio ha diritto alla sua ricompensa, e il Signore non si lascia vincere in generosità.

Allora vedete che questa pagina di vangelo è per noi un messaggio forte di consolazione e di conversione. Di conversione, perché tante volte siamo pigri nella missione, siamo timidi e ripiegati su noi stessi: questo è segno di mancanza di fede in lui, di presunzione di dover contare sulle nostre. Di consolazione, perché siamo invitati a contare sulla sua potenza che si manifesta pienamente nella nostra debolezza. Se ci affidiamo ad essa, sperimenteremo anche noi la gioia di vedere i nostri nomi scritti nel cielo.

 

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