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Il peso leggero

Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi.
Quante fatiche, quante oppressioni pesano sul nostro cuore: faticare per il pane, essere oppressi dai ritmi del lavoro; faticare per i figli, essere oppressi dalle delusioni; faticare per vivere degli affetti autentici, essere oppressi dalla solitudine e dall’incomprensione, dalla noia.
Gli affaticati e oppressi a cui Gesù si rivolge siamo noi.
Ma come reagiamo a queste situazioni? Il mondo ci offre due strade: la rivincita e la dimenticanza.
• La rivincita ci porta a lottare, a voler emergere, a trasformarci da oppressi in oppressori, facendo trionfare il nostro orgoglio. Nasce così la violenza di reazione: con i dipendenti, in famiglia, per le strade…
• La dimenticanza è l’atteggiamento più “estivo”: cerchiamo di divertirci, di stordirci, di non pensare. E così ci inebetiamo con i social, con le serie televisive , con la movida… Ma questo non basta mai, allora si arriva alle perversioni del sesso, all’alcol, alla droga…
Queste sono strade false. Cristo ci insegna la strada vera:
Venite a me…: si tratta di entrare in relazione personale con Gesù e con il Padre suo.
Ma non tutti possono accogliere questo invito. Abbiamo udito: Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti.
Si credono sapienti e intelligenti quelli che non vogliono aprire umilmente il cuore alla rivelazione di Gesù, che restano chiusi nella loro superbia, sicuri in se stessi, che pensano di non aver bisogno di maestri, che snobbano gli insegnamenti di Cristo, considerando il Vangelo come una roba superata, buona per gli ignoranti.
Certo il Signore non rimprovera gli uomini d’ingegno che si appassionano allo studio della Verità; certo i piccoli a cui il Padre ha rivelato la vita non sono gli insensati o i superficiali . I piccoli ai quali il Padre ha rivelato tutte queste cose sono i semplici, i poveri nello spirito, quelli che stanno in atteggiamento di povertà davanti a Dio: sono gli umili.
Per questo Gesù dice: Imparate da me che sono mite ed umile di cuore.
Commenta sant’Ambrogio: “Gesù non ha detto: imparate da me che sono potente. Non ha detto: imparate da me che sono glorioso. Ha detto: imparate da me che sono umile. Questa è la porta della vostra imitazione. Non esaltatevi! Non fate insuperbire il vostro cuore!”
Cosa significa essere umili? Significa verità e carità.
• L’umiltà-verità è quella che ci spinge a non farci un’idea troppo alta di noi stessi, a valutarci in modo da avere di noi una giusta valutazione. E se ci guardiamo dentro con verità scopriamo che tutto ciò che di buono possediamo è un dono di Dio. C’è solo una cosa che è tutta nostra: il peccato. Quindi ci possiamo avvicinare a Dio con gioia e gratitudine, come bambini, senza pretendere niente e lasciandoci ricolmare dei suoi doni.
• L’umiltà-carità è imitazione di Cristo: il più grande di tutti che si è fatto piccolo, si è umiliato prendendo la natura umana, si è abbassato fino a lavare i nostri piedi con le sue mani, fino a morire sulla croce… lasciandoci un esempio perché ne seguiamo le orme: senza sentirci migliori degli altri, senza compiacere noi stessi, mettendoci a servizio del prossimo.
Questo è il giogo di Cristo, questo è il suo peso. Il peso del mondo è fatica e oppressione, il giogo di Cristo è soave, il suo peso è leggero. Ci porta a trovare la pace e ad essere, con lui, operatori di pace.

seguire

Domenica scorsa Gesù ci ha detto che, se vogliamo essere suoi discepoli dobbiamo testimoniarlo davanti agli uomini, dobbiamo prepararci ad essere perseguitati. E uno potrebbe chiedersi: ma chi ce lo fa fare? La risposta è una sola: l’amore.

Guardiamo un po’ quanti sacrifici gli uomini sono capaci di fare quando amano qualcosa. La Chiesa ha abolito quasi tutti i digiuni, ma digiuni si fanno oggi per amore della linea! Sant’Agostino dice: Guardate i cacciatori: si svegliano di notte, quand’è ancora buio, e vanno correndo i pericoli più impensati, attraverso selve e burroni, cadono e si rialzano e continuano la caccia… E commenta: quello che si fa per amore di un cinghiale, non si farebbe per amore di Dio! E infatti, quando Dio ci chiede, non dico di morire martiri, ma di rinunciare a qualcosa per amore suo, di rinunciare a mezz’ora di sonno in più o di passeggiata per pregare, magari per andare a messa la Domenica, per aiutare un anziano o un povero… Eh, no! tutto troppo pesante, tutto troppo duro! Perché non abbiamo amore. Perché amiamo i nostri comodi più di quanto amiamo Dio. Questo significa che mettiamo i nostri comodi al posto di Dio, che i nostri comodi diventano il nostro dio, ma un dio falso e bugiardo, un idolo!

Nel Vangelo il Signore ci ha parlato molo chiaramente: se vogliamo essere discepoli degni di lui, lo dobbiamo mettere al primo posto, lo dobbiamo amare più di ogni cosa.

Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me.

Pensate! Non soltanto più dei divertimenti o più dei passatempi: lo dobbiamo amare più dei nostri stessi familiari. È giusto e santo amare i genitori, i figli, il marito, la moglie. Ma questo amore deve essere ordinato.

L’amore per le creature tende ad entrare in concorrenza – e quindi a generare gelosie: se ami di più una creatura, vuol dire che ami di meno un’altra; in questo modo si generano i conflitti, le liti, le separazioni. L’amore di Dio, invece, chiede tutto il cuore, tutta la mente, tutte le forze – e siccome Dio è amore, quando si ama Dio in questo modo si amano le creature come le ama Dio, senza spirito di possesso, di contesa, di rivalità… senza egoismo!

Proviamo a chiederci quale amore tiene il centro del nostro cuore: quello è il nostro Dio, o il nostro idolo. Se al centro c’è una creatura (fossero pure i genitori o i figli), vuol dire che siamo idolatri, non siamo degni di Cristo.

Al centro non ci può stare altri che Dio solo. E se sappiamo mettere lui al centro, potremmo amare anche gli altri in pienezza ed autenticità, con un amore che non snatura la persona amata, facendone un idolo, ma la accetta e valorizza per ciò che realmente è.

Ma forse, se ci guardiamo dentro con attenzione, possiamo scoprire che al centro del nostro cuore non c’è l’amore per un’altra persona, ma l’attaccamento alla nostra stessa vita.

Questo amore disordinato di sé, fino al disprezzo di Dio, fino all’odio del prossimo è una delle caratteristiche più evidenti della mentalità del mondo. Gli idoli più grandi sono proprio l’autorealizzazione, la ricerca del proprio comodo, del proprio tornaconto.

Se non siamo disposti ad andare incontro agli altri, se non sappiamo affrontare la fatica, il sacrificio, la monotonia, l’impegno… è perché cerchiamo noi stessi, non il Signore.

Chi avrà trovato la propria vita la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà.

Se abbiamo il coraggio di “perdere” la nostra vita con Gesù, se siamo disposti a prendere la nostra croce (cioè morire a noi stessi) e seguirlo, lì troveremo la vera vita, la vera felicità. Perché diventiamo parte di lui.

L’amore rende una cosa sola con l’amato. Per questo Gesù può dire a chi lo ama più di ogni cosa, a chi è disposto a perdere la sua vita per lui:

Chi accoglie voi accoglie me,

perché siamo diventati una cosa sola con lui; come lui è una cosa sola con il Padre, perciò dice:

Chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.

Diventiamo una cosa sola con Gesù, per questo diventiamo “sacramento” di Cristo, cioè segno e strumento della salvezza di Cristo nel mondo.

Paura?

Pietro

Gesù si rivolge ai suoi apostoli – cioè alla sua Chiesa – e dice:

Non abbiate paura degli uomini… Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l’anima (Mt 10,26-33).

Sono parole che Matteo scrive in un contesto di persecuzione: i cristiani sono trascinati davanti ai tribunali, incarcerati, torturati, messi a morte – ed è una situazione che nella storia si ripete continuamente, anche oggi: anche in questo momento vi sono nel mondo tanti nostri fratelli e sorelle che subiscono il martirio in nome di Cristo.

Tertulliano, in tempi di persecuzioni feroci, scrisse che il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani – una verità sacrosanta. Il fatto è che questa verità l’ha capita anche il demonio, per cui, invece di fare martiri, preferisce fare corrotti.

Dalle parti nostre, questa è storia antica. È storia che comincia nel IV secolo, quando il Cristianesimo smette di essere perseguitato dall’Impero Romano e finisce col diventare addirittura religione di stato. Nasce allora una mentalità che si riflette nel linguaggio che ancora oggi usiamo popolarmente, quando per dire “una persona” diciamo “un cristiano”.

Questo può apparire conveniente per la Chiesa, ma in realtà costituisce un rischio gravissimo. Lo segnalava quasi due secoli fa un grande filosofo credente: “Dove tutti sono cristiani, persino i liberi pensatori, la situazione è la seguente: chiamarsi cristiano è il mezzo per assicurarsi contro tutti i possibili fastidi e disagi della vita” (S. Kierkegaard).

La verità – come dice san Paolo (Rm 5,12-15) – è che noi ci muoviamo in un mondo in cui il peccato è di casa, ma in questo mondo Cristo è entrato con la sua grazia. Accade come quando si incontrano due correnti d’aria opposte, l’una calda e umida, l’altra fredda e secca: scoppia la tempesta. E noi ci troviamo in mezzo a questa tempesta. Sempre.

Il mondo sarà sempre ostile a Cristo. Noi dobbiamo scegliere da quale parte stare: se con Cristo o con il mondo. Su questa terra sono gli uomini che ci giudicano, ma il giudizio finale sarà quello di Dio. Gli uomini possono uccidere il corpo, ma non possono uccidere l’anima; Dio invece ha il potere di far perire l’anima e il corpo.

Perciò – dice Gesù – chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.

Riconoscere Cristo davanti agli uomini significa prendere posizione davanti al mondo che si oppone al Vangelo. Ecco perché non possiamo essere i cappellani di questa società. Ecco perché non possiamo diventarle organici. Siamo parte della società in quanto cittadini e lavoratori, ma in quanto cristiani siamo stranieri, ospiti, pellegrini (cf. 1Pt 2,11). Per quindici secoli, in Europa, si è diffusa l’idea che il cristianesimo potesse installarsi comodamente nel mondo; ma questa o è una pia illusione, oppure è un tradimento del Vangelo. Il Cristianesimo non sarà mai del mondo. Gesù l’ha detto con ogni chiarezza: il mondo ci odia (Gv 15,18-21) e noi non dobbiamo desiderarlo (1Gv 2,15-17). Cercare di piacere al mondo significa separarsi da Cristo (Gal 1,10).

Il nostro compito è quello di dare testimonianza a Cristo – e non certo a noi stessi, per dimostrare al mondo quanto siamo bravi e quindi quanto abbiamo diritto all’8×1000, alle ore di religione, all’edilizia del culto, all’esenzione dall’IMU, ecc. La testimonianza va resa a Cristo, non perché ammirino noi ma perché si convertano a Lui.

E questa testimonianza “uccide il corpo”, nel senso che ti chiede comunque di rimetterci per Cristo, di soffrire per lui in termini di salute, di denaro, di tempo, di prestigio sociale. Tutto questo si può affrontare perché Dio, il padrone del corpo e dell’anima, è un padre amorevole; perché nelle sofferenze siamo sostenuti da lui; perché il potere e l’amore di Dio sono strettamente congiunti: fondano il timore di Dio e liberano dal timore degli uomini[*]. Nel giudizio definitivo, Gesù si schiererà dalla parte di quelli che lo hanno “riconosciuto”, ossia che hanno proclamato il Vangelo con un’esistenza povera, indifesa e sofferente per amore suo. Ed in questo amore, anche dentro la sofferenza, hanno trovato la vera gioia.

[*] U. Luz, Vangelo di Matteo, Brescia 2010, vol. 2, p. 171.

Il Pane e la vita

Eucaristia

Perché la seconda settimana dopo Pentecoste si celebra la Solennità del Corpo e Sangue del Signore?

Come abbiamo detto domenica scorso, dall’Avvento a Pentecoste si ripercorre tutta la storia della salvezza, che è costituita dai grandi interventi di Dio a favore del suo popolo, eventi che ci fanno conoscere chi è Dio e realizzano nel tempo e nel mondo il mistero eterno della salvezza. Questa storia ha in Cristo il suo compimento decisivo e si realizza ogni giorno nella Chiesa.

I sacramenti sono le “meraviglie della salvezza” nel tempo presente: sono opere della potenza di Dio che, attraverso la mediazione di segni materiali (l’acqua, l’olio, il pane, il vino…), ci fanno partecipare al mistero pasquale di Cristo e al dono del suo Spirito, incorporandoci – ciascuno alla propria maniera – al Signore risorto .

L’Eucaristia è il centro e il vertice di questa economia di salvezza: il punto di arrivo che ricapitola la storia della salvezza e rende presente nel simbolismo sacramentale la “meraviglia” decisiva dei questa storia: la Pasqua di Cristo.

Gesù presenta se stesso dicendo:

Io sono il pane (Gv 6,51).

Tutti sappiamo che cos’è il pane: è cibo – ma non un cibo qualsiasi: è il nutrimento essenziale. Il pane è frutto della terra, ma richiede il lavoro dell’uomo. Il pane indica sopravvivenza, l’energia per lavorare… ma anche la condivisione e quindi la comunione intorno ad una mensa… Possiamo dire che il pane è un segno che riassume in sé tutta la vita umana.

Questo significa che Gesù è essenziale per noi come lo è il pane quotidiano, e significa che Egli è presente nelle cose di tutti i giorni, nelle nostre attività più concrete.

Ma Gesù specifica di essere il pane vivo e afferma che questo pane è la sua carne. Nel Natale abbiamo celebrato il Verbo che si è fatto carne, ora vediamo che questa carne è data a noi come pane vivo. Nella Pasqua abbiamo celebrato Gesù cha ha dato la sua carne per la vita del mondo ed è risorto. Nell’Eucaristia Gesù dà la sua carne nel segno del pane, ossia dona se stesso affinché noi possiamo partecipare della sua vita di risorto.

Nel Vangelo del giorno di Natale abbiamo udito che “In lui era la vita” (Gv 1.4).  La vita è nel Figlio perché il Figlio dimora nel Padre, sempre (8,35). La prima parola che i discepoli rivolgono a Gesù è: “Maestro, dove dimori?”, e da quel momento anche loro andarono a dimorare con lui (1,35-42). Per avere la vita, dobbiamo “dimorare” con Gesù e lasciare che Gesù “dimori” in noi.

Questo accade anzitutto mediante l’ascolto della Parola, se le parole di Gesù rimangono in noi (15,7). Ma noi non siamo solo “pensieri e parole”, siamo anche carne e sangue: il nostro “rimanere” in Gesù non può essere solo un fatto mentale, deve diventare vita concreta. Si dice: dobbiamo quindi mettere in pratica la Parola; è vero! Ma ne siamo capaci? No. C’è bisogno che Gesù ci accolga in sé, c’è bisogno che lo assimiliamo così come si assimila il pane – o meglio: che Lui ci assimili a sé. Ed ecco il mistero dell’Eucaristia!

Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue, non avrete in voi la vita.

Siamo abituati a chiamare l’Eucaristia “comunione”. Comunione significa che c’è un’unica vita – uno stesso sangue che scorre in Lui e in noi, significa che diventiamo osso delle sue ossa, carne della sua carne (Gn 2,22), così che non siamo più due, ma una sola carne (Mt 19,6).

E questo ci fa entrare in relazione con gli altri insieme a Cristo: quello che noi facciamo viene visto come fatto da Cristo, che dice: “Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me” (Lc 10,16).

Che mistero esaltante! Tutta la vita cristiana, la vita eterna stessa è racchiusa in questo sacramento. E ci accade di essere così superficiali nei confronti dell’Eucaristia! Ci accade di banalizzare tutto: la frequenza diventa routine, la confidenza diventa mancanza di rispetto, di attenzione, di consapevolezza…!

La festa di oggi ci aiuti a recuperare la gioia, il rispetto, il timore e l’amore verso questo Sacramento per accogliere il grande dono di Cristo, la partecipazione alla vita stessa di Dio.

 

Amare è donare

Trinità

Siamo praticamente a metà dell’anno liturgico. Nella prima parte, che va dall’Avvento a Pentecoste, si è dipanato sotto i nostri occhi tutto il mistero della salvezza. La festa di oggi ne è quasi la celebrazione sintetica. A partire dall’Incarnazione del Verbo fino all’evento pasquale abbiamo avuto la rivelazione di Dio ed ora possiamo esprimere in una sola frase tutto questo:

Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque creda in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna (Gv 3,16).

La cosa più importante, a proposito dell’amore – di ogni amore, dell’amore in quanto tale – è che il Dio Padre ci ama e ci ha amato per primo: In questo sta l’amore non siamo stati noi ad amare Dio ma è lui che ha amato noi (1Gv 4,10)[*].

Questa è la verità che sostiene e spiega tutte le altre. L’amore del Padre è la rispo­sta ultima a tutti i «perché»: perché la creazione, perché l’incarnazione, perché la redenzione… Se tutta la Storia della Salvezza divenisse una sola voce, questa voce griderebbe: «Dio vi ama!». Gesù è la voce di tutta la Scrit­tura quando dice: Il Padre vi ama! (Gv 16, 27). Tutto ciò che Dio fa e dice nella Bibbia è amore, anche la «collera di Dio» non è altro che amore. Dio «è» amore!

Volendoci coinvolgere nel suo amore, Dio ne ha fatto come una rappresentazione esterna; l’ha fatto scorrere per immagini davanti ai nostri occhi con la vita di Gesù, fino all’immagine culminante della croce, per poi donarci, mediante lo Spirito, ciò che abbiamo veduto.

Questa rivelazione ci mostra anche che cosa è l’amore. Tutti sentiamo il fascino della parola “amore” e tutti sappiamo di aver bisogno di amore, ma spesso pensiamo che l’amore sia un ricevere; mentre Gesù ci rivela che l’amore sta nel dare.

Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito.

Al di fuori del Figlio, Dio non possiede nulla. Generare il Figlio rende “Padre” il Padre. Dunque, consegnando il Figlio, il Padre consegna colui nella generazione del quale egli stesso “è”. Così ci ha amati il Padre! “Egli non ha risparmiato il proprio figlio, ma lo ha dato per tutti noi” (Rm 8, 32).

Questo è il prezzo altissimo, infinito della nostra salvezza. A chi è stato pagato questo prezzo? A nessuno! Quando diciamo: “Per ottenere il successo nello sport o nello studio, devi pagarlo con l’impegno”, a chi lo dobbiamo pagare? A nessuno: lo devi pagare perché è un risultato che costa. Se il prezzo della redenzione è il Figlio, esso non è stato pagato a nessuno. Né a una creatura, non essendo Dio debitore del proprio Figlio nei confronti di nessuno; né a Dio, perché il Figlio è tutt’uno col Padre e gli appartiene assolutamente.

Eppure si tratta di un prezzo altissimo, perché vivere l’amore in un mondo segnato dal peccato significa dare la vita. Ci si dona interamente solo morendo per l’altro: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).

Gesù, donato al mondo dal Padre, si svuota di se stesso  e si dona completamente a noi. E il Padre inverte il senso della morte che conduce al nulla; gli imprime quel movimento eterno, infinitamente potente, che porta il Figlio verso il Padre e che si chiama Spirito Santo.

E noi abbiamo ricevuto lo stesso Spirito! Pertanto possiamo lasciarci prendere, come in un immenso fiume, da questo dono di potenza infinita; possiamo donarci con Cristo fino a perdere la vita per vivere pienamente.

Lunghissimo, dolorosissimo è stato il cammino che ha condotto Gesù dall’esistenza terrena fino al seno del Padre. Ebbene, un cristiano che crede e che ama, fa un’esperienza analoga; si lascia scavare fino a svuotarsi di sé… Ma non per rimanere vuoto: per accogliere l’immenso dono di Dio che è la vita eterna.

Così il cristiano quando rinuncia a possedere se stesso, quando utilizza a favore degli altri i talenti che possiede, realizza nella sua vita l’immagine di Dio, abbandonandosi come Gesù al Padre, facendo di lui tutto il significato della sua vita.

 

 

 

[*] Riprendo in questa meditazione alcune riflessioni del P. Raniero Cantalamessa.

Il Dono e i doni

Pentecoste20

Lo Spirito Santo è il primo dono di Dio, il dono che Cristo risorto porta ai suoi discepoli quando soffia su di loro e dice:

Ricevete lo Spirito Santo (Gv 20,22).

Nell’inno Veni Creator Spiritus è chiamato – egli stesso – “dono del Dio altissimo”.

Nella Sequenza di Pentecoste, però lo Spirito Santo è chiamato “datore dei doni” e questo aspetto viene sottolineato da Paolo (1Cor 12,4-13), che mette in luce i diversi “carismi”, ossia i diversi doni di grazia che lo Spirito distribuisce ai fedeli per la costruzione della comunità cristiana.

Le parole di Gesù risorto ai discepoli potrebbero far tremare i cuori e cadere le braccia:

Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi

Come possiamo, Signore, compiere la tua missione? Dovremmo essere come te! Certo: essere cristiani significa essere Cristo, fare di Cristo il principio della propria vita, condurre la propria vita come Cristo!

Perché Cristo si formi in noi c’è bisogno che lo Spirito Santo ci copra con la sua ombra, come fece con Maria, per renderla feconda di Cristo. Pietro parla del “seme incorruttibile” per il quale noi nasciamo da Dio (1Pt 1,13-25; cf. 1Gv 3,9): questo seme è lo Spirito Santo. Egli compie in noi un segreto lavoro di incarnazione. Dio Padre, mediante il suo Spirito fa abitare il Cristo nei nostri cuori, cioè nel più profondo di noi stessi, laddove si forma l’orientamento della nostra vita.

La grande idea che deve guidarci nel comprendere questa verità è che solo Dio ci può condurre per farci raggiungere il suo regno. Soltanto Dio può far agire divinamente. Ma ad agire siamo noi. In che modo allora Dio può farci agire divinamente senza sostituirsi a noi stessi? Ecco i doni dello Spirito Santo! Essi sono delle disposizioni, delle attitudini che Dio crea in noi, delle disposizioni soprannaturali che ci consentono di accogliere e di assecondare con facilità gli impulsi dello Spirito Santo. Per cui sono sempre io che agisco, ma agisco in modo divino o sovra-umano, grazie al dono di Dio.

Il dono dello Spirito Santo si compie anzitutto nella fede. E questo sia nel senso che la fede è suscitata dallo Spirito, sia nel senso che chi entra nella fede riceve il dono dello Spirito.

Noi abbiamo già lo Spirito, siamo già figlii, ma siamo ancora nella carne, nel senso di una resistenza allo Spirito, e attendiamo la pienezza della qualità di figli, e ciò sulle orme di Cristo il quale è stato crocifisso, è morto secondo la carne, ma è stato risuscitato e glorificato secondo lo Spirito. Dobbiamo quindi impegnarci a “vivere sotto il regime dello Spirito” (Rm 7, 6): “Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito” (Gal 6, 25).

Cosa vuol dire? Semplicemente, che Dio ci dà le armi per risultare vincitori nella lotta, ma non ci esonera dal combattimento. Tutta la nostra vita sarà una lotta, in primo luogo dentro di noi, tra le nostre tendenze, tra i due spiriti che abitano in noi: quindi una lotta contro “la concupiscenza degli occhi, la concupiscenza della carne e la superbia della vita” (1 Gv 2, 16). Ma sappiamo bene che la nostra lotta non è solo contro la carne e il sangue, ma contro gli spiriti del male che regnano tra cielo e terra, con lo spirito che agisce tra i figli della ribellione. Gesù, appena ricevuto il battesimo, fu condotto dallo Spirito nel deserto, per combattere contro il diavolo e sconfiggerlo; anche il cristiano, che ha ricevuto lo stesso Spirito, è chiamato alla stessa lotta e alla stessa vittoria. Lo Spirito Santo è “il dito di Dio” con cui Gesù scaccia i demoni (Mt 12, 28) ed è ciò che ci consente di vincere nelle tentazioni

Lo Spirito Santo è anche colui che opera la conversione dei peccatori. Lo Spirito Santo agisce dal di dentro, dove penetra come un’unzione. Non si ferma al livello del dispiacere di questa o quella colpa: va più in profondità e ci fa sentire l’attrattiva di Dio Santissimo, della vita nuova che Gesù Signore ci offre; e, di fronte a questo, ci dà una coscienza acuta della nostra miseria, della menzogna e dell’egoismo di cui la nostra vita è piena. Ci sentiamo giudicati e, nello stesso tempo, prevenuti dal perdono e dalla grazia.

Il Dono di Dio, lo Spirito Santo è già in noi. Ma è come la primizia, la caparra di qualcosa che dovrà compiersi in modo perfetto, nel cielo. Queste primizie sono un pegno della nostra eredità ed hanno l’effetto di consolidarci in una piena fiducia. Noi fin d’ora ne sentiamo l’anticipo e ne dobbiamo vivere le esigenze.

Quale speranza?

AscensioneProviamo a metterci nei panni dei discepoli. Gesù ha parlato loro per tre anni. Poi è morto ed è risorto. E per quaranta giorni continua a parlare loro. Di cosa? “Delle cose riguardanti il regno di Dio” (At 1,3). E i discepoli continuano ad equivocare, come se si trattasse di “ricostruire il regno per Israele” (v. 6). Il che i discepoli si aspettano è un regno terreno: autonomia politica, indipendenza economica, leggi sante, tribunali equi, benessere… Tutte cose buone e giuste! Ma tutte cose che sulla terra non si realizzano mai,  perché il “regno per Israele” – come lo chiamano i discepoli – cioè un regno degli uomini, porta sempre la tara dell’egoismo umano.

Siamo dunque condannati all’infelicità? No di certo! Siamo chiamati ad allargare gli orizzonti della nostra speranza. San Paolo ci dice che il contenuto della nostra speranza è duplice (Ef 1,18-19): “il tesoro di gloria racchiuso nell’eredità di Dio tra i santi” – cioè il Paradiso – e “la straordinaria grandezza della sua potenza” a nostro vantaggio. Noi non siamo fatti semplicemente per il benessere terreno: siamo fatti per il cielo! E Gesù ascende al cielo “per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria” (Prefazio).

Ci pensiamo qualche volta che siamo creati per la gloria? Oppure i nostri desideri si esauriscono nel comfort e nel divertimento – come quelli dei maiali che non guardano il cielo e si accontentano delle ghiande?

C’è bisogno che siano “illuminati gli occhi del nostro cuore” (Ef 1,18), perché il comfort si vede e si sente, ma la gloria dei santi quaggiù né si vede né si sente. E noi viviamo qui, in questo mondo in cui domina l’egoismo, in cui troneggia l’accusatore, in questo tempo di pandemia e di futura e certa crisi economica…

In realtà, fin dal tempo del primo annuncio del Vangelo, “il mistero dell’iniquità è in atto” (2Ts 2,7), ma è in atto anche la potenza vittoriosa di Dio. E noi siamo nel mezzo. Dobbiamo scegliere – come dice sant’Ignazio di Loyola – sotto quale bandiera schierarci. È una combattimento, ma Cristo ha già vinto “quando Dio lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al disopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione” (Ef 1,20-s).

Bisogna capire il linguaggio simbolico dell’evento dell’Ascensione (At 1,9-10)  essere elevato in alto significa ricevere il dominio; essere elevato in cielo significa dominare su tutto il mondo (Mt 28,18); essere nascosto dalla nube significa entrare nella dimensione di Dio: nella sua invisibilità, nella sua onnipotenza e nella sua onnipresenza: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (v. 20).

Cristo ha vinto: “Gli fu data una corona ed egli uscì vincitore per vincere ancora” (Ap 6,2). E noi siamo il suo corpo che è la Chiesa. Se il capo è vittorioso nella passione, anche noi in questa nostra passione “siamo più che vincitori” (Rm 8,36-s): camminiamo insieme a lui, che è il perfetto compimento di ogni cosa.

E allora comprendiamo che l’Ascensione è la festa della speranza perché è l’anticipazione del Paradiso: si realizza oggi ciò che si realizzerà alla fine. Cristo regna finché i nemici non siano posti tutti sotto i suoi piedi. “Nel tuo Figlio asceso al cielo – recita la Colletta – la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo nella gloria”.

Spirito Paraclito

In queste ultime settimane del Tempo pasquale, la liturgia ci prepara alla grande festa di Pentecoste. E lo fa attraverso il Vangelo di Giovanni.

Per rimanere il più possibile aderenti all’intenzione dell’evangelista, concentriamo la nostra attenzione sui due titoli dello Spirito Santo più cari a Giovanni: il Paraclito e lo Spirito di verità[*].

Il nome Paraclito ha diverse sfumature di significato: difensore, avvocato, consolatore… Ma tutte indicano un’azione a favore dei credenti. Durante la sua vita terrena Gesù stesso era il Consolatore: Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi – diceva – e io vi consolerò (Mt 11, 28). Promettendo il Consolatore è come se dicesse: “Andate a lui, voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed egli vi consolerà!”.

La cosa più importante, però, in questo momento, non è tanto di spiegare il significato del titolo di Consolatore, quanto di raccogliere l’invito di Cristo e di fare l’esperienza della consolazione dello Spirito Santo. Lo sfondo in cui ci è presentata l’azione del Paraclito è quello dello scontro con il mondo. Il mondo però non è solo  quello esterno a noi; è anche quello che opera dentro di noi, nelle tendenze cattive, nelle resistenze, nelle debolezze, nel peccato. Una massa tale di negatività che, a volte, sembra impossibile resistere ad essa.

Lo Spirito Santo svolge con noi il ruolo esattamente contrario a quello che svolge lo spirito del male. Lo stesso Giovanni che definisce lo Spirito Santo “il Difensore”, chiama Satana “l’Accusatore” (Ap 12, 10). Lo Spirito Santo difende i credenti e “intercede” per essi presso Dio ininterrottamente, con gemiti inesprimibili (cfr. Rm 8, 26 s); lo spirito del male accusa i credenti “davanti a Dio giorno e notte”. Egli accusa i credenti davanti a Dio e accusa Dio davanti ai credenti. Ma quanto è infinitamente più forte e vittorioso il difensore, rispetto all’accusatore! Con lui possiamo vincere ogni tentazione e trasformare la stessa tentazione in vittoria.

Come ci consola questo “consolatore perfetto”, come lo definisce un inno della liturgia? Egli è in se stesso la consolazione! Consola facendo risuonare nel cuore le parole che Gesù diceva ai suoi quando era con essi: Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo! (Gv 16, 33). Consola attestando al nostro spirito che siamo figli di Dio (cfr. Rm 8, 16). L’apostolo Paolo ha fatto l’esperienza di questa consolazione divina nelle tribolazioni, tanto da chiamare Dio Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione (2 Cor 1, 3 s). Tutta la Chiesa ha fatto, all’inizio, questa esperienza dello Spirito “consolatore”: Essa – è scritto  cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo (At 9, 31).

E veniamo all’altro titolo: “Spirito di verità”. Per comprenderlo bisogna sapere cosa indica “verità” nel Quarto Vangelo: al pari di “Spirito”, indica la realtà di Dio. Per questo, adorare Dio “in Spirito e verità” (Gv 4, 24) significa non adorarlo alla maniera umana, legata a luoghi e a modi umani, ma adorarlo nella sua stessa sfera, resa accessibile in Cristo e, dopo di lui, nello Spirito: adorare Dio per mezzo di Dio!

Lo Spirito Santo ci conduce ad un contatto sempre più intimo e profondo con la realtà di Dio, ci dà accesso alla vita stessa di Cristo. È il principio della nostra esperienza, non solo della nostra conoscenza, della realtà di Dio. È “la nostra comunione con Dio” (s. Ireneo), crea “l’intimità con Dio” (s. Basilio). Nello Spirito Santo noi entriamo in contatto diretto con Dio, cioè senza intermediari creati. Non conosciamo più Dio solo “per sentito dire”, ma “di persona”; non dal di fuori, ma dal di dentro.

Giovanni, al cap. 7 del suo vangelo, racconta che nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa delle Capanne, Gesù levatosi in piedi esclamò a gran voce: “Chi ha seta venga a me e beva chi crede in me”. E l’evangelista Giovanni commenta: Questo egli disse riferendosi allo Spirito (Gv 7, 37-39). Ciò significa che la condizione prima per ricevere lo Spirito Santo non sono i meriti e le virtù, ma è il desiderio, il bisogno vitale, la sete. La parola di Gesù fa eco a quella di Isaia: O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente (Is 55, 1).

Il problema pratico, circa lo Spirito Santo, sta proprio qui: abbiamo noi sete dello Spirito Santo, o abbiamo invece una inconfessata paura di lui? Noi intuiamo che lo Spirito Santo, se viene, non può lasciare tutto come trova nella nostra esistenza: potrebbe farci fare anche cose diverse che non siamo pronti ad accettare. Egli non ha mai lasciati tranquilli e riposati quelli sui quali è venuto. Quello che lo Spirito Santo tocca, lo Spirito Santo cambia! Così la nostra preghiera per avere lo Spirito Santo somiglia talvolta alla preghiera che Agostino rivolgeva a Dio prima della conversione: “Guariscimi, Signore, guariscimi… ma non subito!”. Vieni, Santo Spirito -siamo tentati di dire-, vieni… ma non subito; e soprattutto non toccare le mie abitudini, i miei interessi e il mio stile di vita!

Chiediamo dunque anzitutto allo Spirito Santo di toglierci la paura che abbiamo di lui. Diciamo: Vieni, vieni, Santo Spirito! Vieni ora, vieni come vuoi! Piega, scalda, risana, irriga, brucia, rinnova. Amen.

[*] In questa lettura seguo una traccia di p. Raniero Cantalamessa.

Gv14

La liturgia della parola, in queste domeniche, è un approfondimento del mistero della Pasqua, come uno scavo nello spessore di questo evento sconvolgente.

Certamente nella Pasqua c’è un elemento di distacco: Gesù passa da questo mondo al Padre. I discepoli nel cenacolo – come abbiamo ascoltato nel vangelo – non  sentono altro che questo distacco, e si turbano. Gesù li esorta ad avere fede, a credere:

Non sia turbato il vostro cuore, abbiate fede.

È ben più che la richiesta di un voto di fiducia[*]: la nostra fede vince il mondo (1Gv 5,4), perché ci unisce a Gesù che ha vinto il mondo (Gv 16,33).

Questa unione con Gesù è espressa con le parole:

 Vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi.

Certo, queste immagini ci fanno pensare al Paradiso, alla “casa del Padre” in cui “vi sono molte dimore”. Ma non solo! A partire dalla Pasqua, la “casa del Padre” è il corpo di Gesù risorto. Dovunque è Gesù risorto, lì è il Padre. “Se uno mi ama – dice Gesù qualche versetto più sotto – osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). E allora, se con la sua morte e resurrezione Gesù deve “prepararci un posto”, ciò significa che ci deve preparare all’unione con il Padre –  come dice sant’Agostino: “Gesù prepara le dimore preparando coloro che dovranno abitarvi”.

Siamo dunque chiamati ad abitare in Gesù risorto fin d’ora, ad entrare nella dimora del Padre che è Gesù presente qui ed ora! Egli è la via, la “porta” – come abbiamo ascoltato domenica scorsa – per entrare nella salvezza, perché egli stesso è la verità, l’unica rivelazione del Padre che ci rende capaci di conoscere la meta verso cui camminiamo, ed è la vita che vince sulla morte e libera da ogni turbamento.

Però per entrare in questa vittoria ci è richiesta la fede, ed il problema è che noi abbiamo sorta di diffidenza naturale nei confronti della fede, perché aver fede significa fidarsi. E noi abbiamo paura di fidarci. Anche per gli apostoli era così: Tommaso vorrebbe sapere dove se ne va Gesù, Filippo vorrebbe vedere il Padre… Sapere, vedere… Gesù, al tempo stesso, li spiazza e li incoraggia:

Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me… Non credi tu che io sono nel Padre e il Padre è in me?… Chi ha visto me, ha visto il Padre.

A questo punto, però, si pone per noi un problema diverso da quello degli apostoli: loro vedevano Gesù in carne ed ossa, noi non lo vediamo! Ma c’è vedere e vedere. Filippo ha visto Gesù tante volte, eppure non lo conosce; per lo meno, non lo conosce fino in fondo. Il fatto è che “non si vede bene che con il cuore; l’essenziale è invisibile agli occhi” (A. de Saint-Exupéry).

Noi vediamo Gesù? Sì, cari amici: col cuore lo vediamo attraverso i suoi sacramenti, a partire dal sacramento universale che è la Chiesa, grazie al sacramento del Battesimo che ci introduce nella “dimora del Padre” che è Cristo risorto, e massimamente nel sacramento dell’Eucaristia che è Cristo stesso, via verità e vita. E siamo persino privilegiati rispetto ai discepoli che avevano Gesù davanti agli occhi. Filippo lo conosce, ma non lo conosce. Dopo quell’ora si potrà dire ai discepoli: “Voi avete conosciuto il Padre” (1Gv 2,13), perché non è solo un vedere degli occhi, ma un conoscere del cuore fatto nuovo dallo Spirito Santo.

In questi giorni, il Popolo di Dio deve ancora fare a meno di questa mediazione sacramentale: la comunità non può riunirsi, l’Eucaristia non può essere ricevuta. Personalmente, credo che il Signore permetta questo per far nascere in noi la nostalgia dell’incontro, il desiderio della presenza. Tra qualche giorno speriamo di tornare a celebrare insieme il “mistero della fede”: come sarà bello ritrovarci in Cristo che ci rende partecipi del suo corpo e del suo sangue, aprendoci la dimora del Padre e facendoci pregustare il banchetto del cielo! Radichiamoci nella fede e pregustiamo fin d’ora questa conoscenza del cuore che ci renderà beati nella vita futura.

[*] Cf. R. Brown, Giovanni. Commento al vangelo spirituale, Assisi 1979, pp. 750-61.

La porta

Porta delle pecore

Il cap. 10 del Vangelo di Giovanni è noto come il discorso sul “buon pastore”. In realtà al v. 11 Gesù dice “Io sono il buon pastore”; ma nei primi 10 versetti dice un’altra cosa. Dice:

“Io sono la porta delle pecore”.

La Scrittura presenta Dio come Pastore. In quanto Dio, Gesù è il nostro pastore. L’attività di pascere il popolo (ossia di prendersi cura di ciascuno e dell’insieme, di fare uscire dalla schiavitù, nutrire nel corpo e nello spirito, far entrare nel Regno) è attività di Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo. Questa attività, poi, viene appropriata al Figlio, perché  Dio la esercita in Lui.

Ma in quanto uomo, Gesù è la porta. A cosa serve una porta? A due cose: a separare e a mettere in comunicazione. La porta sta in mezzo, consente di distanziarsi e di accedere; è “mediazione”:

L’unico mediatore tra Dio e gli uomini è l’uomo Cristo Gesù (1Tm 2,5); mediatore dell’alleanza nuova (Ebr 9,15). Egli è la porta. Chi pretende di avere accesso a Dio senza Cristo, rimane fuori dalla porta. Chi pretende entrare nel recinto delle pecore (ossia di indirizzarsi al popolo di Dio). passando non per la porta che è Gesù ma per un’altra parte, è un ladro e un brigante.

Ma non basta. Giacché Gesù è la porta che sta tra me e Dio, sta anche in mezzo tra me e il mondo, tra me e gli altri uomini, tra me e cose. Egli è la porta. Questo mi impedisce di entrare in rapporto diretto con le cose e con gli altri: Gesù sta in mezzo![*]

Si discute molto se i cristiani debbano essere “separati dal mondo” o se debbano essere “immersi nel mondo”: è un’alternativa sbagliata. Essere cristiani certamente significa tutte e due le cose. Siamo separati dal mondo – ossia: non viviamo secondo la mentalità del mondo – perché tra noi e il mondo c’è Cristo. La separazione non avviene perché seguiamo una qualche ideologia o dei valori: è il riconoscimento di un fatto compiuto, cioè che Cristo sta in mezzo. Ma Cristo è la porta e attraverso questa porta – non da un’altra parte! – noi usciamo verso il mondo per incontrarlo e rientriamo nell’ovile per presentarlo a Dio.

Cristo è il mediatore. “Noi non conosciamo più nessuno secondo la carne” (2 Cor 5, 16). Ossia non possiamo rapportarci più a nessuno con immediatezza, come se avessimo accesso diretto a quella persona o a quelle cose. Ogni rapporto è mediato da Cristo.

In questi giorni di confinamento dietro le porte delle nostre case, alcune famiglie e comunità si vive il disagio di un’intimità prolungata che viene percepita come soffocante e che a volte dà adito a risentimenti, rabbia e persino violenza. Dovremmo ricordarci più spesso che Cristo è la porta: tra genitori e figli, tra uomo e donna, tra fratelli o sorelle, tra singolo e comunità si pone Cristo, il mediatore. Per noi non c’è ormai altra via verso l’altro che non passi per Cristo: egli è la porta.

Dunque non solo il cammino verso Dio, ma anche il cammino verso quel dono di Dio che è l’altro insieme al quale vivo, passa attraverso Cristo, altrimenti è una falsa strada. Tutti i nostri tentativi di superare l’abisso che ci separa dall’altro uomo, l’insuperabile distanza, l’insuperabile diversità, l’insuperabile estraneità dell’altro uomo, ricorrendo a legami naturali o psicologici, sono destinati necessariamente al fallimento. Non esiste alcuna strada che conduca un essere umano all’altro essere. Neppure la più benevola immedesimazione, la più avveduta psicologia, la più naturale disponibilità riescono a raggiungere l’altro. Solo Cristo è la porta, solo attraverso di lui passa la via che conduce al prossimo. Perciò l’intercessione è la strada più promettente per raggiungere l’altro, e la preghiera comune in nome di Cristo è la più autentica comunione.

Non c’è autentico riconoscimento dei doni di Dio senza il riconoscimento del mediatore, per amore del quale soltanto essi ci sono dati. Non c’è autentico amore per il mondo, al di fuori di quello con cui Dio ha amato il mondo in Gesù Cristo. “Non amate il mondo né le cose del mondo” (l Gv 2,15). E però: “Dio ha tanto amato il mondo, da dare il Figlio unigenito perché tutti coloro che credono in lui non periscano, ma abbiano la vita eterna” (Gv 3,16).

Cristo Gesù, allora, l’unico mediatore, la porta delle pecore, costituisce l’unico fondamento di una comunione completamente nuova. Cristo è in mezzo tra me e l’altro. Divide e riunisce al tempo stesso. È esclusa ogni via immediata per raggiungere l’altro, ma attraverso Cristo, nella sua mediazione, la porta è aperta.

 

[*] Cf. D. Bonhöffer, Sequela.

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