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Un problema d’amore

Vedova

La scorsa settimana abbiamo riflettuto sul primo dei comandamenti e sul secondo che è simile al primo: ama Dio con tutto te stesso, ama il prossimo come te stesso! Tra questi due comandamenti – dice Gesù – c’è un rapporto di somiglianza, di armonia, perché chi ama Dio, ama anche coloro che da Dio sono amati, dunque ama ordinatamente il prossimo ed anche se stesso.

Ma non ci sarebbe un comandamento se non ci fosse una tentazione: quella di amare se stessi sopra ogni cosa e strumentalizzare Dio e il prossimo ai propri interessi.

Il Vangelo ci presenta plasticamente questa tentazione nella figura di quegli scribi che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti (Mc 12, 38-39).

Uno potrebbe dire: ma che c’è di male nell’andare a passeggio con un vestito elegante? E non è forse giusto che uno scriba, ossia uno maestro esperto nella Parola di Dio, riceva saluti e segni di rispetto per la sua attività?

Ma il problema non sta qui. Il problema sta nell’amore. Che cosa amano questi scribi? Amano se stessi. Adornano se stessi con vesti lussuose, vogliono per se stessi i primi posti. Nel loro cuore non c’è posto per Dio; anzi: si servono di Dio per promuovere se stessi. Questo amore disordinato di sé li porta così al massimo dell’ipocrisia: Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere.

Se nel Vangelo troviamo questa severa ammonizione: Guardatevi dagli scribi!, significa che il pericolo degli scribi non c’era soltanto per la gente che duemila anni fa ascoltava Gesù nel tempio, ma anche per noi. Perché anche in noi, anche in quelli di noi che “pregano a lungo”, può nascondersi questo amore di sé sopra ogni cosa, che è ipocrisia e ci porta fino al peggior grado dell’ingiustizia. E perché, anche nei più modesti tra noi, può nascere una certa fascinazione per quei predicatori acclamati, per quei maestri ammirati nei mass media, onorati e osannati da tutti, dai quali però non si impara il Vangelo.

Ma perché il tutto non rimanga sul piano negativo, Gesù ci mostra anche un esempio positivo. Chi insegna veramente la via di Dio non sono gli scribi, ma una povera vedova, che dona tutto quello che ha, tutto quanto aveva per vivere. Come possiamo imparare da questa vedova? Non tiene conferenze, non predica, non cura un blog su internet (il Signore abbia pietà di me!). Questa povera donna insegna non con le parole ma con la sua vita, donando tutta la sua vita fino all’ultimo spicciolo.

Questa vedova è un’icona vivente di Cristo, che ama il Padre e ama noi fino ad offrire in sacrificio tutto se stesso (Eb 9, 24-28). Un sacrificio carico di sofferenza, ma gradito a Dio perché carico d’amore.

Sappiamo che la lezione degli scribi è più comoda: ci alletterebbe l’idea di imparare da loro per diventare come loro e ottenere anche noi i vestiti eleganti, i saluti nelle piazze i primi posti… E sappiamo che non è per niente facile seguire Gesù nell’offerta di sé, perché si tratta di morire in croce. Ma Gesù confida nel Padre che lo risusciterà, la vedova nel tempio dà tutto quel che ha perché si fida della provvidenza di Dio, come la vedova di Zarepta si fidò della parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Eliae non rimase delusa (1 Re 17-10-16). Ed anche noi, non rimaniamo delusi perché il Signore è fedele per sempre, rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati… sostiene l’orfano e la vedova(Sal 145).

Nell’Eucaristia noi celebriamo l’offerta che Gesù fa di tutto se stesso al Padre per noi. Nell’offertorio, doniamo anche noi la nostra vita a lui perché si realizzi pienamente questo scambio d’amore: che la nostra vita diventi sua e la sua vita diventi nostra.

il primo comandamento

La nostra epoca, l’età postmoderna, ha come suo tratto caratteristico la frammentazione. Dentro le nostre case, dentro le nostre teste, dentro i nostri cuori, convivono “pezzi” di realtà, pezzi di verità, pezzi di valori, che nessuno riesce a comporre in un quadro unitario. La società stessa è scissa in tanti frammenti separati e nessuno sembra più capace di riunificarli in un senso unico e coerente. Lo stesso individuo, quando lavora in un’azienda deve rapportarsi al quadro di valori vigente sul posto di lavoro (es.: primato del profitto, competitività, ambizione, servilismo…), quando frequenta la chiesa si rapporta a valori completamente diversi, e trova ancora valori differenti e contrari ai precedenti nei circoli ricreativi, nelle scuole frequentate dai figli, ecc. È questo il famoso “politeismo dei valori”.

In questa frammentazione, com’è ovvio, l’uomo perde se stesso. Persino l’uomo religioso si perde, se non trova nella fede un criterio di unità e quindi di ordine. Questo è il senso della domanda che viene posta a Gesù in Mc 12, 28-34:

“Qual è il primo di tutti i comandamenti?”

Si può identificare la quintessenza di ciò che costituisce la volontà di Dio? C’è un caposaldo da cui tutto riceve senso, che tiene insieme tutto il resto?

Nella sua risposta Gesù cita anzitutto Dt 6, 4:

“Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”.

Al tempo di Gesù questo testo del Dt veniva recitato da ogni israelita maschio, al mattino e alla sera, pensando con gratitudine all’elezione del popolo. Il testo scritto veniva portato anche nelle capsule del filatterio. Si tratta anzitutto di una professione di fede nell’unico Dio e poi del comando dell’amore di Dio.

Tutto nasce dall’ascolto. Ascolta, Israele! era il grido di apertura della riunione del culto, nei tempi antichi. L’amore per Dio era la reazione all’amore che Dio aveva manifestato al suo popolo con la sua guida amorevole. Dio è uno, così anche la vita dell’uomo ha in lui un senso, e uno solo, nonostante tutti i “politeismi” tra i quali ci barcameniamo.

Viene comandato di amare Dio con tutto il cuore: ci viene richiesto un amore che non sia superficiale, esterno, passeggero, ma un amore che parte dal nucleo più profondo e intimo di noi stessi.

L’espressione con tutta la tua anima significa “con tutta la vita”: devi amare Dio in tutto ciò che fai, non ci dev’essere uno spazio, un tempo, un respiro della tua esistenza che si sottrae all’amore di Dio: lavoro, famiglia, divertimento, salute, malattia: tutto è dono di d’amore e tutto è materia per amare Dio.

Con tutta la mente vuol dire con ogni tuo pensiero, mettendoci tutta l’intelligenza che Dio stesso ti ha donato perché tu lo conosca sempre più e conoscendolo lo ami.

Con tutta la tua forza indica che non puoi accontentarti di un amore a mezzo servizio: ce la devi mettere tutta, ma tutta quanta. Ogni tua risorsa deve essere coinvolta in questo amore.

E Gesù non si limita a dire qual è il primo comandamento, ma ne aggiunge un secondo:

“Il secondo è questo: «Amerai il tuo prossimo come te stesso»”

È chiaro che l’accostamento suppone un collegamento assai stretto tra i due comandamenti. L’amore di Dio e l’amore del prossimo appaiono come un condensato delle due tavole del decalogo.

Vediamo poi che lo scriba concorda con Gesù, ripete la sua risposta variandola e abbreviandola e sviluppa la questione aggiungendo che l’amore di Dio e del prossimo ha un valore superiore a tutti gli olocausti e i sacrifici.

Gesù nota la saggezza della risposta e loda lo scriba:

Non sei lontano dal regno di Dio”.

In realtà anche noi non siamo lontani dal regno di Dio se  lasciamo che la Parola di Dio porti l’unità nella nostra vita e rinunciamo all’ubriacatura di una vita frammentata, che promette libertà ma produce spaesamento, crisi di identità, smarrimento, disordine ed incapacità di gestire il nostro rapporto con noi stessi, con gli altri e con il mondo. Ognuno, come lo scriba del vangelo, potrebbe accettare i presupposti della sua dottrina di Gesù, perché – come sottolineava spesso san Giovanni Paolo II – Cristo non toglie nulla all’uomo, ma tutto ciò che vi è di buono e di bello in lui viene valorizzato e portato a compimento. E allora perché  dovremmo rifiutarlo?

Sulla strada

Bartimeo

“Le strade sono fatte per andare”, diceva una vecchia canzone. Già! Tante volte la vita viene paragonata ad un viaggio, ad un itinerario, ad un cammino… Ma non ci capita a volte di vedere che tutto si muove intorno a noi, ma noi restiamo sempre là?

Questa è la condizione di Bartimeo (Mc 10, 46-52), il cieco, che sta seduto sulla strada. La strada, che per gli altri è il luogo del cammino con Cristo, per lui è un posto dove stare fermo, seduto: non può camminare perché non vede.

Ma ci sono due modi di stare fermi sulla strada: uno è quello degli sfaccendati, che potrebbero camminare ma non camminano per pigrizia, per cattiva volontà o per superbia: si sentono autosufficienti, non vogliono ammettere di aver bisogno di qualcosa.

Il modo in cui sta sulla strada Bartimeo è diverso: sta a mendicare; sa di essere povero, e tende la mano a chi può aiutarlo. Sta attento al Signore che passa. E come lo sente, grida la sua preghiera: Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!

Bartimeo sentiva, ovviamente, la sua cecità e ne era angosciato. Si trattava però solo di una cecità fisica, perché spiritualmente “vedeva” in Gesù il Messia, il Figlio di Davide. E lo vedeva così chiaramente che i rimproveri e le sgridate delle gente non riuscivano a farlo tacere.

In noi, invece, potrebbe esserci una cecità spirituale, assai più pericolosa di quella fisica; una cecità di cui non ci accorgiamo e che ci blocca, laddove invece dovremmo camminare[1].

Se ascoltiamo tanti insegnamenti, e non ci danno frutto; se leggiamo, e non ci rimane nulla; se diciamo le preghiere, frequentiamo i sacramenti e la Messa, e tuttavia restiamo quelli che siamo sempre stati… Non dovremo forse sentirci come Bartimeo seduto sul bordo della strada?

Ma se la nostra vita è fatta di compromessi che non vogliamo percepire, se con vari pretesti riusciamo a coprire i nostri comodi e i nostri interessi, se siamo ripiegati sulla promozione di noi stessi anziché del Regno di Dio, non siamo forse in una situazione peggiore rispetto a Bartimeo? Non dovremmo forse, proprio ora, proprio qui, gridare a Gesù di avere pietà di noi, dirgli che siamo ciechi e che vogliamo, invece, vedere?

La strada rappresenta la nostra vita. Oggi il Signore passa. Se tu lo riconosci come Figlio di Davide, cioè Messia, Salvatore, se gli gridi: abbi pietà di me! la tua esistenza cambia. Non cambia, invece, per chi non ha l’umiltà di ammettere che ha bisogno di Gesù, della sua pietà.

Sì, la superbia impedisce l’incontro con Gesù, e quindi la salvezza. La superbia, ma anche la soggezione della gente, di quello che dicono, che pensano gli altri, di quello che è di moda o no…

Quando Bartimeo invocava Gesù, molti lo sgridavano per farlo tacere. Anche oggi, molti cercano di impedire il nostro grido a Gesù: cercano di condizionarci, di farci sentire a disagio per la nostra fede. Ma egli gridava più forte! Che meraviglia! Questa è la vera forza: la forza di chi conosce la propria debolezza e ha timore di Dio, non degli uomini.

Gesù ha pietà di lui, come vuole aver pietà di ognuno di noi. Lo fa chiamare ed egli gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.

Non passiamo con troppa fretta su queste parole: per un mendicante, il mantello era tutto: era casa, letto, coperta. Lasciare il mantello significa fare il salto decisivo: abbandonare ogni sicurezza per andare da Gesù. Con un’unica certezza: la speranza di essere guariti.

Allora Gesù lo guarisce, gli dona la vista: La tua fede di ha salvato. E come ha guarito lui, vuole guarire anche noi. Solo ci chiede questo: la nostra fede deve essere più forte del nostro orgoglio, del timore degli uomini, dell’attaccamento alle nostre sicurezze.

Bartimeo subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada: la sua debolezza si cambia in forza, la strada torna ad essere il luogo del cammino con Cristo. E questo il Signore vuole realizzarlo per ciascuno di noi oggi e qui.

[1] Riprendo qui, parafrasandole, alcune riflessioni di don Giuseppe De Luca, pubblicate nel 1941 su L’Osservatore Romano.

Il potere

il primo sia l'ultimo

 

«Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono» (Mc 10, 42).

Eh sì, Gesù, lo sappiamo bene. Ne abbiamo visti e ne vediamo di abusi di potere, di prepotenze, di scandali…! E come ci viene facile accusare, disprezzare, insultare quella classe di corrotti e di oppressori!

Un po’ più difficile è accogliere quel che Gesù dice subito dopo:

«Tra voi, però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (v. 43).

Davvero tra noi non è così? J. Ratzinger si domanda come sia stato possibile che i successori degli apostoli , ai quali era stato detto che dovevano cercare di non imitare i grandi di questo mondo, una volta che il cristianesimo era diventato religione di stato, abbiano ritenuto giusto diventare i principi di questa società: così facendo si ritorna alla situazione pagana!

Il desiderio di primeggiare e di spadroneggiare – il vizio capitale della superbia – è sempre in agguato. Dappertutto. Persino tra gli apostoli di Cristo.

In queste domeniche la liturgia ci fa ascoltare la narrazione del cammino di Gesù verso Gerusalemme, verso la croce. Lungo questo cammino Gesù ripete il suo invito a seguirlo, invito rivolto ai discepoli di tutti i tempi, quindi a ciascuno di noi, Ma si scontra con l’incomprensione dei discepoli, che Mc ci presenta come specchio della nostra incomprensione, che smaschera la nostra durezza di cuore e di mente.

Domenica scorsa abbiamo ascoltato Gesù che, ai discepoli che hanno abbandonato tutto per seguirlo, prometteva il centuplo su questa terra e la vita eterna. Giacomo e Giovanni colgono al volo l’occasione: anch’essi hanno lasciato tutto per seguire Gesù; vogliono perciò assicurarsi un posto di rilievo nel suo regno messianico, nella sua gloria.

  1. Quale gloria aspettano? La gloria terrena, il potere, il successo: non hanno capito niente di quello che Gesù va a fare a Gerusalemme.
  2. Cosa chiedono? Di sedere uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, cioè di essere i primi dignitari del regno: chiedono il potere.
  3. Come lo chiedono? Con arroganza, come una rivendicazione: “Maestro, vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo“. Abbiamo lasciato tutto per seguirti, abbiamo diritto a un posto.

Gesù afferma chiaramente: Voi non sapete ciò che domandate. Non avete ancora capito chi sono io e che cosa vado a fare a Gerusalemme. Isaia (53, 10-11) lo aveva preannunciato: il Cristo sarebbe stato prostrato con dolori, avrebbe offerto se stesso in sacrificio di riparazione, addossandosi le iniquità degli uomini.

Chi starà alla sua destra e alla sua sinistra quando il viaggio di Gesù sarà concluso? Due ladroni crocifissi! Certo, se avessero capito ciò che domandavano, Giacomo e Giovanni si sarebbero ben guardati dal farlo!

Ora, se loro erano – in un certo senso – scusabili (perché Gesù non era ancora stato crocifisso, ed essi non avevano ancora ricevuto lo Spirito Santo) noi non siamo scusabili. Se pretendiamo da Cristo crocifisso il successo e il potere terreno, ci dimostriamo veramente stolti.

Ma Gesù non si arrabbia, e con molta pazienza li invita a condividere anzitutto la realtà concreta della sua obbedienza al Padre: “Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?”. E i discepoli, senza capire, rispondono sì. Forse pensano che si tratti di celebrare qualche rito particolare: bere alla stessa coppa (come si faceva nella cena ebraica), immergersi insieme nell’acqua (come faceva Giovanni il Battista).

Certo a noi la risposta di Gesù fa venire alla mente due sacramenti: il Battesimo e l’Eucaristia (il calice). Ma cadremmo nello stesso errore dei discepoli se pensassimo che ripetere materialmente i riti di questi sacramenti ci dia diritto a qualche trionfo della nostra superbia.

Ricevere il battesimo di Gesù significa immergersi nella sua morte, morire a noi stessi, lasciarsi espropriare dalla vita egoistica, per risorgere a vita nuova, in modo che – come dice san Paolo –  “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20).

Bere il calice di Gesù, fare veramente eucaristia, significa condividere la sua passione, entrare nella logica del suo amore “fino alla fine” (Gv 13, 1), l’amore che dà la vita per gli amici (Gv 15, 13), che muore non per i giusti ma per i peccatori (Rm 5, 6-8). Fare eucaristia significa lasciare che il nostro sangue sia trasformato nel Suo sangue divino, e poi sia versato per la salvezza del mondo.

La richiesta di Giacomo e Giovanni era dettata da superbia, e la reazione degli altri dieci da invida. Gesù capovolge le aspettative degli uomini e afferma che chi vuol essere il primo deve essere come Lui: l’ultimo di tutti, il servo di tutti, che dà la sua vita per amore nostro.

Cristo, non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti, e chi lo segue deve imitarlo. Il riscatto è prezzo che viene pagato per liberare uno schiavo. Con la sua vita, Gesù paga a favore e al posto dei peccatori e ci coinvolge nella sua azione d’amore: diventiamo così – per usare l’espressione di san Francesco – altri cristi, partecipiamo all’opera della redenzione. E allora anche per ciascuno di noi si realizzerà la parola di Isaia che si è già realizzata per Cristo:

“Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza”.

 

 

Giovane ricco

Viviamo, ma a volte ci rendiamo conto che la nostra vita non è perfettamente realizzata. Avvertiamo che da qualche parte – in una qualche attività o condizione – c’è una sorta di pienezza, di ricchezza; lì la vita è cioè più piena, più ricca, più profonda, più degna, più ammirevole, più “come dovrebbe essere”. Per alcuni si tratta di un’aspirazione vaga, per altri è invece un invito ad entrare in rapporto con Dio, è una ricerca di vita eterna.

L’uomo ricco che ci viene presentato in Mc 10, 17-31   è mosso proprio da questa ricerca. Egli dimostra una grande stima per Gesù: gli corre incontro, si prostra in ginocchio davanti a lui, lo chiama “maestro buono”, e pone a lui la domanda più importante di tutte: “Che cosa devo fare per avere la vita eterna?”.

Gesù, anzitutto, lo invita a prendere coscienza del significato di questi suoi gesti e delle sue stesse parole: Tu ti rendi conto che soltanto Dio è buono?

Bene! Allora tu sai che Dio ha dato alcuni precisi comandamenti che bisogna seguire per avere la vita eterna: Tu conosci i comandamenti: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre. E l’uomo risponde che quelle cose lui le ha osservate sempre.

Ma attenzione! Gesù ha fatto un elenco di comandamenti in cui, volutamente, manca qualcosa. Qual è il comandamento che manca? Manca addirittura il primocomandamento: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze”! Perché Gesù non menziona il primo comandamento? Perché è facile dire a parole: “Io amo Dio”… Gesù invece pone quell’uomo (e tutti noi) alla prova dei fatti.

Anzitutto Gesù lo fissa con amore, con espressione di simpatia affettuosa, e gli domanda: per amore di Dio, sei disposto a vendere tutto quello che hai e darlo ai poveri per venire dietro di me? Qui concretamente si vede se ami Dio con tuttoil cuore, con tuttala mente, con tutte le forze; qui si vede se Dio è veramente al primoposto nella tua vita, o se al primo posto vi sono le tue ricchezze. Ma qui si vede anche se ami il prossimo: vuoi tenere le tue ricchezze per amore di te stesso, o sei disposto a soccorre la miseria dei poveri? Gesù l’aveva già detto: “Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6, 21).

Come abbiamo visto, la storia finisce male, perché quell’uomo si rese conto di amare le sue ricchezze più di quanto amasse Dio.

E noi? Se il Signore ci chiedesse (non lo chiede a tutti, ma ammettiamo per ipotesi che lo chiedesse a te ora): “Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”, che faresti? Preferiresti andartene via afflitto, verso i tuoi beni, o lasceresti tutto pur di entrare con Gesù nella gioia?

Gesù dice che assai difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel Regno di Dio, e lo fa volgendo lo sguardo sui suoi discepoli, perché capiscano bene che non si tratta di giudicare quell’uomo o i ricchi in genere, ma che è di loro stessi che si tratta. Lo fa chiamandoli figli, perché capiscano che sono parole d’amore quelle che rivolge loro. E affinché i suoi discepoli si stàmpino bene in mente questo insegnamento, usa un’immagine paradossale: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio.

I discepoli sono stupiti e costernati davanti a queste parole: è tipico di certi uomini religiosi considerare l’obbedienza a Dio come un mezzo per ottenere il benessere terreno, ed i Giudei  erano abituati a considerare ricchezza e prosperità come segni della benedizione divina… Invece Gesù rovescia completamente questo modo di pensare: la ricchezza non facilita le cose, anzi le complica terribilmente! I discepoli di Gesù non erano certamente dei ricconi, ma il loro sconcerto dimostra che hanno capito la lezione: non è solo la quantità delle ricchezze, esistono anche altri ostacoli che rendono impossibile l’ingresso nel Regno, e sono tutte le cose, le relazioni, gli affetti che ci tengono attaccati e ci impediscono di amare Dio “con tuttoil cuore”.

Chi, dunque, può salvarsi? Umanamente, nessuno! Ma quello che è impossibile agli uomininon lo è a Dio, perché tutto è possibile a Dio. Dunque non ci viene chiesto di compiere chissà quali gesti eroici di rinuncia, con la presunzione di farcela perché siamo bravi… Ci viene richiesta una piena fiducia nell’amore che Dio ha per noi e la totale disponibilità ad andare dietro a Gesù, senza anteporgli nulla.

La sua promessa è grande: avremopersecuzioni, ma non ci mancheranno né casa, né fratelli, sorelle, madre, figli o campi, perché Dio ci darà cento volte tanto: è un Padre che ha cura di noi. L’importante è che noi desideriamo soltanto lui e la vita eterna nel mondo che verrà.

matrimonio

“… domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie” (Mc 10, 2).

Domanda inattuale! Oggi non fa problema il ripudio, ma il matrimonio. Per gli sposati, la legge degli uomini non solo predispone la possibilità del divorzio, ma ne affretta sempre più i tempi e le modalità. Per i non sposati, alle convivenze e alle unioni di fatto sono date talmente tante tutele giuridiche da rendere praticamente non solo inutile ma perfino sconveniente il matrimonio. Matrimonio, però, che viene rivendicato come diritto da persone dello stesso sesso, il che rende il termine privo di significato.

Così, davvero vogliamo parlare del matrimonio e addirittura della sua indissolubilità – come fa Gesù? Non è meglio parlare di altro? Risponde papa Francesco:

“Come cristiani non possiamo rinunciare a proporre il matrimonio allo scopo di non contraddire la sensibilità attuale, per essere alla moda o per sentimenti di inferiorità di fronte al degrado morale e umano. Staremmo privando il mondo dei valori che possiamo e dobbiamo offrire. Certo, non ha senso fermarsi a una denuncia retorica dei mali attuali, come se con ciò potessimo cambiare qualcosa. Neppure serve pretendere di imporre norme con la forza dell’autorità. Ci è chiesto uno sforzo più responsabile e generoso, che consiste nel presentare le ragioni e le motivazioni per optare in favore del matrimonio e della famiglia, così che le persone siano più disposte a rispondere alla grazia che Dio offre loro” (Amoris laetitia, n. 35).

Dunque il matrimonio è anzitutto una grazia che Dio offre alle persone. Comprendiamo che la domanda posta dai farisei a Gesù è sbagliata perché manca del presupposto: non ha senso chiedersi se sia lecito o illecito vanificare il matrimonio se non si è capito che grazia è il matrimonio!

Non a caso, rispondendo ai farisei, Gesù si riferisce alla creazione. Nel linguaggio poetico che gli è proprio, il libro della Genesi (2, 18-24) si richiama alla tenerezza provvidente di Dio verso l’uomo creato a sua immagine:

“Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”.

Dio è amore e l’uomo è creato ad immagine dell’amore. L’amore implica relazione, corrispondenza, comunione, incontro delle differenze, collaborazione nella complementarità: questo genera vita e richiede stabilità.

“Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne”.

Le parole di Gesù, così chiare nel rifiutare la separazione: “L’uomo non divida ciò che Dio ha congiunto” (Mc 10, 9), non devono essere vanificate dalla “durezza del nostro cuore”. Esse – dice papa Francesco – non devono essere intese anzitutto “come un «giogo» imposto agli uomini, bensì dome un «dono» fatto alle persone unite in matrimonio” (Amoris laetitia, n. 62).

Diamo anzitutto un nome a questa durezza del nostro cuore, che ci impedisce di accogliere il dono, perché il nome c’è ed è estremamente chiaro: si chiama “egoismo”. La ricerca del proprio tornaconto, della propria soddisfazione, del proprio utile è il cancro che mina alla base ogni relazione umana, a partire da quella relazione letteralmente fondamentale che è il matrimonio da cui nasce la famiglia e quindi la società. Dice ancora papa Francesco:

“Nessuno può pensare che indebolire la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio sia qualcosa che giova alla società. Accade il contrario: pregiudica la maturazione della persone, la cura dei valori comunitari e lo sviluppo etico delle società e dei villaggi. Non si avverte più con chiarezza che solo l’unione esclusiva e indissolubile tra un uomo e una donna svolge una funzione sociale piena, essendo un impegno stabile e rendendo possibile la fecondità” (Amoris laetitia, n. 52).

Ma noi sappiamo quanto l’egoismo sia radicato nel nostro cuore, e Dio lo sa certamente meglio di noi stessi! Per questo,

“la condiscendenza divina accompagna sempre il cammino umano, guarisce e trasforma il cuore indurito con la sua grazia, orientandolo verso il suo principio, attraverso la via della croce” (Amoris laetita, n. 62).

In ultima analisi, accogliere la grazia del matrimonio è accogliere il Regno di Dio che viene nella vita degli sposi. Esso viene nella logica dell’Incarnazione e della Pasqua. È un amore che si fa carne in Gesù e si innesta nella carne dell’uomo e della donna rendendoli una carne sola. Ed è un amore che si rivela pienamente nella croce, come capacità di rinunciare a se stessi, di perdere la propria vita per l’altro, ritrovandola pienamente nella risurrezione.

Che cosa bisogna fare, dunque? In una parola: bisogna accogliere il regno di Dio “come l’accoglie un bambino”: senza i tanti “se” e i tanti “ma” che il nostro cuore duro gli oppone, senza stare a misurare i propri meriti e i propri interessi. La grazia è un dono che ti viene fatto, va invocato con fiducia dal Padre e ricevuto da lui con gratitudine.

Con questo non si intende certamente negare che la parola di Gesù sul matrimonio e sulla famiglia sia “segno di contraddizione”. Da essa però riceviamo le “motivazioni per una coraggiosa scommessa su un amore forte, solido, duraturo”, e le famiglie possono scoprire “la via migliore per superare le difficoltà che incontrano sul loro cammino” (Amoris laetitia, n. 200).

“Il Vangelo della famiglia è risposta alle attese più profonde della persona umana: alla sua dignità e alla realizzazione piene nella reciprocità, nella comunione e nella fecondità”. (Amoris laetitia, n. 201).

 

 

“Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare” (Mc 9, 42).

In questi tempi il pensiero corre ovviamente alla pedofilia. E poi anche a tutti gli altri scandali che turbano la vita ecclesiale: misfatti finanziari, lotte per il potere e la carriera, cordate, lobbies…

Ne siamo “scandalizzati” e ne restiamo “indignati”, perché indignarsi è giusto, è doveroso. Ed è facile. Troppo facile. Un po’ più difficile è capire l’oggetto dello scandalo e, pertanto, le sue cause e i suoi rimedi.

Si dirà, l’oggetto dello scandalo dato dai preti e dai vescovi pedofili o pederasti è di carattere sessuale; gli scandali finanziari sono di natura economica, gli scandali del carrierismo sono di tipo mafioso… Sì, ma non basta.

La pedofilia è certamente più diffusa nell’ambito delle associazioni sportive che nella Chiesa, eppure nella Chiesa – giustamente – scandalizza molto di più. Così i misfatti finanziari, i comportamenti mafiosi, ecc., sono più diffusi nel mondo politico, sociale e aziendale che in quello ecclesiale, eppure quando succedono nella Chiesa – giustamente – scandalizzano di più. Perché?

Perché nella Chiesa vengono scandalizzati non soltanto i benpensanti o gli onesti, vengono scandalizzati i piccoli che credono in Gesù. L’oggetto dello scandalo non è tanto di natura sessuale o economica o politica: quella ne è semplicemente la materia, è la punta dell’iceberg; l’oggetto dello scandalo è la mancanza di fede. Chi si comporta in quei modi, si comporta così perché non ha fede e perciò distrugge la fede nel cuore dei piccoli.

Ed allora comprendiamo che il problema della Chiesa di oggi non è tanto la castità o la giustizia o il servizio o quel che altro volete. Il problema è ciò che genera la mancanza di castità, di giustizia, di servizio, ecc. Vale a dire: la mancanza di fede ossia, per essere più diretti, la mancanza di timore di Dio. Un prete o un vescovo che pecca contro la castità, contro la giustizia, contro il servizio, e non fa nemmeno un atto di pentimento sincero, non si impone (lui per primo, da se stesso) una vita di espiazione e di penitenza, ma al contrario si difende, mente, contrattacca… è uno che evidentemente non teme Dio, e quindi non crede al Vangelo.

Questo, amici miei, è il caso serio. Qui si tratta di vita o di morte: Gesù dice che è meglio morire affogati che vivere in quel modo. Questo è il concetto di “peccato mortale”, che oggi sembra scomparso. Per un peccato mortale, anche per uno solo, se non ci riconciliamo con Dio, saremo destinati all’inferno per l’eternità.

Eh, già! Ma chi parla più dell’inferno oggi?

Certo, ne parla Gesù! E dice che anziché dare scandalo è meglio tagliarsi una mano, tagliarsi un piede, cavarsi un occhio… perché altrimenti tutti interi saremo gettati nella Geenna, rosi dal verme che non muore, bruciati dal fuoco che non si estingue.

Ma andate un po’ a dire oggi queste cose dall’ambone di una chiesa o dalla cattedra di un istituto teologico… Come minimo vi prenderanno per pazzi o vi accuseranno di fare del terrorismo o di allontanare la gente. Ma sono parole di Gesù Cristo, o no?

Vedete qual è il problema? Il problema è che non crediamo a Gesù Cristo! Ci siamo fatti un’ideologia religiosa a nostro piacere e andiamo dicendo che è teologia; abbiamo decretato che l’inferno è vuoto, ci siamo fatti un dio a nostro comodo e abbiamo abolito il santo timore e il giudizio… Qualche anno fa mi trovavo in una comunità religiosa il cui superiore, ad ogni predica, ripeteva almeno due o tre volte: “Il Signore non ci giudica”. Quando a un certo punto lo presi a quattr’occhi e gli dissi che la sua predicazione andava contro ciò che tutta la Bibbia insegna, fece spallucce e continuò come prima.

Ma quali sono le conseguenze di questa mentalità? Abbiamo abolito il giudizio di Dio, e siamo diventati vittime dei giudizi dei tribunali, dei mass-media, del social. Questi ci condannano senza pietà – ed hanno ragione – perché scandalizziamo i piccoli che credono, anzitutto con la nostra mancanza di timor di Dio, e poi con le mancanze di castità, di giustizia, di servizio che sono la conseguenza della nostra mancanza di fede.

Abbiamo abolito l’inferno ed abbiamo reso infernale la nostra vita e la vita dei “piccoli” che scandalizziamo. Ma non credere all’inferno non significa che all’inferno – se non ci convertiamo – non ci andremo! Manzoni, nei Promessi sposi, racconta di don Ferrante che assolutamente non credeva alla peste e tuttavia morì di peste. Perché, che ci crediamo o no, se una cosa c’è, c’è! E se Gesù Cristo ha detto che c’è, io preferisco credere a Gesù Cristo piuttosto che a tutti gli altri, a cominciare da me stesso.

Certo, l’annuncio di Gesù è annuncio di vita, di salvezza, di gioia, ma se non si parla anche della morte, del giudizio, dell’inferno, annunciare la salvezza è come pretendere di scrivere con un gesso bianco su di un muro bianco. Chi non teme Dio, non può nemmeno aver fiducia in lui.

La radicalità della morale evangelica può essere accettata solo da chi ha ben presente da un lato la speranza della vita eterna e dall’altro il rischio di rimanerne fuori. Entrare nella vita, conseguire la salvezza, è l’unica cosa che conta; rimanerne fuori è l’unico male di cui aver paura. Per questo Gesù non teme di usare immagini paradossali come quella secondo cui è meglio cavarsi un occhio, meglio tagliarsi una mano o un piede che peccare: “Conviene che perisca uno dei tuoi membri piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna”.

La speranza della vita eterna e il timore della dannazione sono come il contrappeso, che consente agli uomini di pesare secondo una giusta misura i sacrifici e le sofferenze che inevitabilmente sono connessi alla sequela di Cristo (cfr. Mt 16, 24-27). Quando si smarrisce il contrappeso, si perde la misura, e qualunque cosa si metta sul piatto della vita sembra troppo pesante: non solo gli obblighi della castità, della giustizia e del servizio, ma semplicemente alzarsi la mattina in tempo per pregare; non solo la vita di penitenza, ma semplicemente resistere a qualche tentazione.

Non ha senso fermare l’attenzione a valle dei problemi e scandalizzarsi per la pedofilia, la pederastia, le truffe, gli imbrogli, la mentalità e i metodi mafiosi… Se si sceglie il godimento immediato, si sceglie il potere, si sceglie la morte, è perché non si ha più fede, non si ha più timore di Dio.

Facciamo dunque un atto di fede nella verità delle parole di Gesù. Ed invochiamo dallo Spirito Santo il dono del santo timore. Il timore di Dio è la prima e più immediata conseguenza della fede: ci fa sentire la “brevità della vita”, perché tutto ciò che passa, rapportato a ciò che è eterno, è da ritenersi comunque breve. Così saremo portatori di vita e di libertà:

“La fede conferisce alla vita una nuova base, un nuovo fondamento sul quale l’uomo può poggiare e con ciò il fondamento abituale (…), si relativizza. Si crea una nuova libertà di fronte a questo fondamento della vita” (Benedetto XVI, Spe Salvi, n. 8).

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