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Carne e sangue

moltiplicazione

Oggi celebriamo una delle feste più importanti della Chiesa, la festa del SS. Corpo e Sangue di Cristo.

Pesiamo bene le parole, corpo e sangue! Perché troppo spesso si pensa che la religione sia qualcosa che riguarda l’anima, lo spirito; e siccome l’anima, lo spirito non si vede, mentre il corpo si vede e le sue necessità si sentono, siamo portati a dedicare tutto il nostro tempo e tutte le nostre energie a soddisfare il corpo e – se avanza – lasciamo qualcosa all’anima, come il ricco epulone lasciava le briciole dei suoi banchetti al povero Lazzaro.

Ma è giusto pensare che il cristianesimo riguardi l’anima e non il corpo? Mi pare che passiamo con troppa disinvoltura sopra al mistero centrale della nostra fede: l’incarnazione: il Verbo di Dio si è fatto carne! I Padri della chiesa erano talmente persuasi di questa realtà da ripetere: la carne è il cardine della salvezza. Guardiamo il vangelo di oggi.

Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.

Le guarigioni sono il segno che quel che Gesù dice del Regno è vero: il Regno di Dio è veramente presente su questa terra, non sono solo parole, è qualcosa di reale.

Ma c’è un bisogno concreto a cui si deve provvedere: mangiare. La folla sembra non accorgersi della cosa: è tutta presa dell’ascolto, dall’esperienza delle guarigioni… sembra non curarsi del cibo. Anche Gesù, a prima vista, sembra non pensare a questo problema. I Dodici, invece, ci pensano. Ma con una certa aria di superiorità: adesso andiamo da Gesù e gli diciamo noi che cosa deve fare:

Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo.

Come se dicessero: fino ad ora abbiamo fatto le cose spirituali, e ci hai pensato tu, Gesù. Ma adesso occupiamoci del concreto: questi devono andarsene a mangiare da qualche altra parte. Tu hai pensato alla loro anima, adesso ognuno vada a provvedere per il proprio corpo. Ma Gesù li spiazza completamente:

Voi stessi date loro da mangiare.

Noi? – si saranno detti gli Apostoli – Ma noi siamo predicatori, mica vivandieri! Di nostro abbiamo solo cinque pani e due pesci (poca cosa, veramente poca cosa anche per dodici persone!). Dobbiamo forse andare a comprare viveri per tutta questa gente (cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini)? È questo il nostro compito, nutrire il corpo di questa gente? Non abbiamo una missione “religiosa”? Non dobbiamo occuparci delle “anime”?

Proprio voi, cari Apostoli, dovete dare loro da mangiare, perché tutti imparino che il vangelo non è una ciliegina che si mette sulla torta quando tutto è a posto, non è un “optional” che si aggiunge alla macchina già bella e fatta. Il vangelo è la vita, è il pane quotidiano, è l’essenziale. Gesù Cristo non è un concetto astratto: è carne e sangue!

Certo, gli Apostoli non sono capaci di realizzare il miracolo con le loro forze: il miracolo lo fa Gesù. Ma lo fa per mezzo di loro. Loro sono come i fili di rame che non sono in grado di produrre l’energia elettrica: hanno solo il compito di mettere in contatto la centrale (che è Cristo) con la gente.  E quando tutti hanno mangiato, restano dodici ceste, una per ciascun apostolo, perché siano in grado di continuare l’opera che Gesù ha iniziato.

E veniamo a noi. Non siamo qui riuniti come uno di quei gruppi di cinquanta persone in cui Gesù volle dividere la folla. Anche tra noi Gesù compirà i gesti che fece quella sera: prendere il pane, alzare gli occhi al cielo, benedirlo, distribuirlo… E lo farà per mezzo del sacerdote, che tiene il posto degli Apostoli.

Quello che Gesù fece quella sera, infatti, era un’anticipazione di quello che avrebbe fatto nell’ultima sera, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura:

Nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo che è per voi; fate questo in memoria di me”.

Ecco cos’è la Messa. È ricevere da Gesù Cristo la parola di vita e il pane di vita: quanto di più essenziale e necessario c’è! Altro che dare a Cristo le briciole del nostro tempo, quando e se ne abbiamo voglia! È lui che da a noi tutto se stesso (corpo e sangue!), perché anche noi possiamo dare a lui tutto noi stessi.

Dice S. Paolo: “Qualunque cosa fate, fatela per il Signore” (Col 3, 23). Sia che mangiate, sia che beviate, sia che dormiate sia che vegliate, siate del Signore!. Nella Messa noi offriamo il pane e il vino, “frutti della terra e del lavoro dell’uomo”, a simboleggiare che tutta la nostra vita in quel momento viene offerta a Cristo, e Cristo ci offre in cambio la sua vita perché diventi carne nella nostra vita.

La vita di Dio

Trinità

 

Completato il ciclo della Pasqua, la liturgia ci fa celebrare nella festa di oggi la sintesi della nostra fede: il mistero della Santissima Trinità. La motivazione di questa festa è espressa – come sempre – nell’orazione di Colletta:

“O Padre, che hai mandato nel mondo il tuo Figlio, Parola di verità, e lo Spirito santificatore, per rivelare agli uomini il mistero della tua vita…”

Tutto il Vangelo, dall’Incarnazione alla Pentecoste, non è altro che questo: rivelazione del mistero della vita di Dio. Badiamo bene: questa rivelazione non consiste semplicemente in una notifica di alcune informazioni su Dio – che potrebbe interessare gli studiosi, ma lasciare indifferenti tutti gli altri. Si tratta di una rivelazione della vita, ossia di un coinvolgimento degli uomini nella vita di Dio. Nel libro dei Proverbi (8,22-31) si accenna a questa rivelazione dicendo che la Sapienza divina poneva le sue delizie tra i figli dell’uomo. Accogliere la rivelazione della vita di Dio significa gustare in noi le sue delizie!

Noi abbiamo appreso che la vita di Dio è Amore (cf. 1 Gv 4,8.16). Facciamo attenzione! Il Vangelo ci rivela non solo che Dio ci ama (questo era chiaro an­che ai profeti di Israele), ma che Dio, in se stesso, “è” amore, la natura di Dio è amore, ed ogni amore può dirsi tale nella misura in cui rispecchia questo amore assoluto e fondante.

 L’amore è una realtà che presuppone delle persone che si amano. Dio è unico, è una sola sostanza, un solo amo­re. Ma le persone che vivono questo amore sono tre: il Padre, fonte dell’amore, dall’eternità effonde la sua pienezza generando il Figlio, identico al Padre, della sua stessa sostanza, e gli comunica tutto di sé, tranne la proprietà di essere Padre; il Figlio ama il Padre con lo stesso amore con cui è amato, e questo amore che procede dal Padre e dal Figlio come da un unico principio è la persona dello Spirito Santo, della stessa natura del Padre e del Figlio. Dio quindi è uno quanto alla natura, tri­no quanto alle persone.

In molte religioni Dio viene invocato come “Padre”. Nella religione ebraica – e quindi nell’Antico Testamento – Dio è chiamato Padre in quanto Creatore del mondo; ancora di più Dio è Padre in forza dell’Alleanza e del dono della Legge, per cui il popolo di Israele diventa, per così dire, suo figlio. Ma queste sono soltanto immagini della paternità. Quando viene Gesù, ci rivela che Dio è “Padre” in un senso nuovo e inaudito: non lo è soltanto in quanto Creatore: Dio è eternamente Padre in rapporto al Figlio suo Unigenito, il quale, a sua volta, non è Figlio che in rapporto al Padre: “Nessuno conosce Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11,27). Per questo gli Apostoli annunciano Gesù come “il Verbo” che “in principio era presso Dio”, “il Verbo” che “era Dio” (Gv 1,1); Gesù come “l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), come l’“irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Eb 1,3).

Prima della sua Pasqua Gesù annunzia l’invio di un “altro Consolatore-Difensore”, lo Spirito Santo. Lo Spirito che opera fin dalla creazione, che già aveva “parlato per mezzo dei profeti”, dimora dalla Pentecoste presso i discepoli di Gesù, è in noi per insegnarci ogni cosa, per guidarci alla verità tutta intera (Gv 16,13). In questo modo lo Spirito Santo ci viene rivelato come un’altra Persona divina in rapporto a Gesù e al Padre.

Paolo dice che “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5). Ora possiamo capire cos’è questo amore che è stato riversato nel nostro cuore nel battesimo: non è un sentimento di Dio per noi, una sua bene­vola disposizione a nostro riguardo, un’inclinazione, qualcosa, cioè, di intenzionale; è  molto di più: è qualcosa di reale! È, alla lettera, l’amore di Dio, cioè l’amore che c’è in Dio, il fuoco stes­so che arde nella Trinità e che viene partecipato a noi sotto for­ma di inabitazione. “Il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23). Noi diventiamo «par­tecipi della natura divina» (2 Pt 1, 4), cioè partecipi dell’amore divino, poiché Dio è amore; l’amore è, per così dire, la sua na­tura. Veniamo a trovarci, misteriosamente, come presi dentro il vortice delle operazioni trinitarie. Siamo coinvolti nel moto in­cessante di donarsi e riceversi a vicenda del Padre e del Figlio, dal cui abbraccio scaturisce lo Spirito Santo che por­ta poi fino a noi una scintilla di questo fuoco d’amore.

La parola di Paolo: “l’amore di Dio è stato riversato nei no­stri cuori”, non si capisce a fondo se non alla luce della parola di Gesù: “… perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi”(Gv 17, 26). L’amore che è stato riversato in noi è quello stesso con cui il Padre, da sempre, ama il Figlio, non un amore diverso. È un traboccare dell’amore divino dalla Trinità a noi. Questa è già ora, e sarà un giorno nella vita eterna, la maggiore fonte della nostra beatitudine.

Proviamo a rinnovare, alla luce di questa consapevolezza, anzitutto la nostra preghiera, e vedremo come si rinnoveranno, di conseguenza, tutte le nostre relazioni e la nostra vita.

Legge nuova

legge nuova

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi (At 2, 1-4)

In quattro versetti, Luca racconta l’evento grandioso della nascita della Chiesa, dell’inizio della missione, del rinnovamento della faccia della terra. Il racconto è fatto nella maniera più semplice possibile, ma racchiude una ricchezza immensa che è tutta scoprire[i].

Anzitutto abbiamo dei segni di quello che sta per accadere. Il Signore fa sempre così: quando sta per compiere qualcosa, fa sempre precedere un segno con cui prepara i cuori. Prima un segno per l’udito:

Un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso

Non è un rumore qualsiasi: è un fragore di vento. E i discepoli sapevano bene che il vento è lo Spirito di Dio: “vento” e “spirito”, nelle lingue antiche (l’ebraico della Scrittura, l’aramaico parlato dai discepoli, il greco in cui è scritto il Nuovo Testamento, lo stesso latino) si dicono con la stessa parola. Allora già il rumore del vento doveva far fremere, mettere gli animi in attesa, come quando la sposa sente dietro la porta il rumore inconfondibile dello sposo che bussa.

Un altro segno, questa volta per la vista:

Apparvero loro lingue come di fuoco.

Anche qui non è un segno neutrale: è il fuoco. E i discepoli ricordavano bene che già Giovanni Battista aveva detto: il Messia vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco (cf. Lc 3, 16-17). Ed ecco che viene il fuoco, che in tutta la Bibbia è segno di purificazione, ma non di una purificazione esterna come quella dell’acqua. L’acqua pulisce solo l’esterno; quando occorre una purificazione interiore, che penetri nel profondo, come per l’oro, c’è bisogno del fuoco. E il fuoco è questo: una purificazione interiore che separa l’oro dalle scorie.

E finalmente la realtà. Però la realtà né si vede, né si ode: è misteriosa come Dio:

Tutti furono colmati di Spirito Santo.

E a noi adesso spetta il compito di scoprire cosa significa, perché qui è l’evento: il cambiamento è qui. Tutti furono colmati di Spirito Santo.

Luca può descrivere in soli quattro versetti la Pentecoste perché la Bibbia ha un modo di parlare speciale: alle volte ci getta là un rimando e noi, attraverso quel rimando, scopriamo tutto un contenuto di capitoli e libri interi. Qui Luca, attraverso questa descrizione, ci rimanda a ciò che era avvenuto sul monte Sinai, al tempo dell’Esodo e di Mosè. Anche lì gli elementi dominanti erano il vento ed il fuoco. Ècome se l’evangelista volesse dirci: andate a vedere cosa avvenne sul Sinai, e scoprirete quello che avviene ora a Pentecoste! L’evento del Sinai costituisce la profezia, l’ombra di cui la Pentecoste è la realtà.

Sul Monte Sinai, in mezzo al vento e al fuoco, Dio diede una legge, i Dieci Comandamenti, e sulla base di questa legge stabilì un’alleanza con il popolo.

Sant’Agostino diceva in un discorso: guardate, fratelli, che mistero: cinquanta giorni dopo che gli Ebrei celebrarono la Pasqua in Egitto, ricevettero la legge scritta col dito di Dio su tavole di pietra; e adesso, cinquanta giorni dopo la Pasqua di Gesù, gli apostoli ricevono lo Spirito Santo. Cosa vuol dire questo? Ma è chiaro: che lo Spirito Santo è la legge nuova, la legge che sancisce la nuova alleanza. Non più una legge di Dio scritta su tavole di pietra, ma scritta col vero dito di Dio, che è lo Spirito Santo, sulle tavole di carne dei cuori. Lo Spirito Santo è la legge nuova dei cristiani, la legge interiore!

Le leggi scritte – dice san Tommaso d’Aquino – perfino i precetti e le beatitudini del Vangelo, senza l’interiore convinzione e grazia dello Spirito Santo, sono “lettera che uccide”. Lo Spirito Santo è il principio della nuova alleanza. Certo, noi peccatori abbiamo ancora bisogno delle leggi scritte che ci dicono ciò che concretamente corrisponde allo Spirito, ma ormai queste leggi esteriori si pongono al servizio della legge interiore, invisibile, che grida nel cuore dei credenti: lo Spirito Santo.

Noi nasciamo con un cuore vecchio, un cuore pieno di desideri carnali e di cattiverie: l’uomo naturale vuole il potere, il prestigio, il denaro, il piacere… Dio si fa avanti a quest’uomo vecchio con i suoi comandamenti e gli dice: Tu devi, tu non devi. Tu devi fare questo e non devi fare quest’altro. Non devi desiderare la donna d’altri, non devi desiderare la roba d’altri, devi amare il tuo prossimo… In questa situazione è inevitabile che l’uomo cominci a guardare Dio con occhio torvo, come a colui che gli è di ostacolo, che gli sbarra la strada per la realizzazione dei suoi desideri: si sente come uno schiavo. Quando viene lo Spirito Santo, comincia ad aprire il cuore di questa persona e gli fa guardare Dio con occhi diversi: come un alleato, un Dio che ti è favorevole, che ha dato i comandamenti per il tuo bene e non per la tua rovina. Allora comincia a nascere in questa persona un atteggiamento diverso: quello del figlio, il figlio di Dio. Ecco cosa significa essere “rigenerati dallo Spirito”, nascere di nuovo: rigenerati dallo Spirito sono quelli che gettano via il cuore dello schiavo e acquistano il cuore del Figlio.

*[i]Riprendo qui alcune riflessioni del P. Raniero Cantalamessa

Emmaus

In tante occasioni la vita umana è stata paragonata ad un viaggio: Homo viator, dice sant’Agostino: l’uomo è un viandante. Ma ci sono almeno tre modi di viaggiare.

Uno è quello del turista. “Turismo” viene da tour, che significa “giro”. Il turista “va in giro”, mosso dalla curiosità, e – com’è nella logica del giro – alla fine ritorna al punto di partenza. Quando oggi si parla di “turismo religioso” la cosa mi fa un po’ sorridere (e amaramente), perché mi viene da pensare che per qualcuno la religione sia una specie di turismo: si va di qua e di là, si partecipa a questa o quella iniziativa più o meno spirituale – e poi si torna a casa come se nulla fosse successo: si portano con sé ricordi, souvenir e foto… ma infondo tutto resta come prima.

Un secondo modo è quello del nomade. Al contrario del turista, il nomade si sposta mosso dal bisogno: letteralmente, è uno che va in cerca di pascolo; si ferma quando trova nutrimento e, quando l’ha consumato, va altrove. Dove? Nemmeno lui lo sa: va dove lo portano le circostanze; non ha una meta precisa.

Il terzo modo è quello del pellegrino. Il pellegrino è letteralmente uno straniero in viaggio verso la patria. Non è un turista, perché parte da una terra straniera e va altrove. Non è un nomade, perché sa benissimo qual è la sua meta. Se nella spiritualità cristiana si è sviluppata la pratica del pellegrinaggio, è perché nel “santuario” – cioè nella casa dei santi – o nella Terra Santa, si vede un’immagine di quel santuario non fatto da mani d’uomo di cui parla la Lettera agli Ebrei(9-10), ossia del cielo stesso, della casa di Dio che è la nostra vera patria.

Gesù, facendosi uomo, è diventato anche lui viator, viandante.  È apparso in mezzo a noi come straniero e pellegrino, e nel giorno della sua Ascensione il suo pellegrinaggio si conclude. Con la celebrazione di oggi il mistero della Pasqua si salda con il mistero del Natale. Solo chi è uscito dal Padre può fare ritorno al Padre: Cristo. “Nessuno è mai salito al cielo fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo” (Gv 3, 13).

Ma facendosi uomo e ascendendo al cielo con la nostra umanità, Gesù ci rivela che anche la nostra condizione su questa terra è quella di stranieri e pellegrini verso la patria, verso il santuario del cielo, verso la nostra vera casa, che è la casa del Padre.

Se fossimo lasciati alle nostre forze naturali, nessuno di noi avrebbe la possibilità di entrarvi, nessun uomo potrebbe partecipare alla vita e alla felicità di Dio. Soltanto Cristo ha potuto aprire per noi questa “via nuova e vivente”, “per darci la serena fiducia che dove è lui, Capo e Primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria” (Prefazio dell’AscensioneI). Cristo non è solo il Viandante, egli è la Via!

Per Cristo, con Cristo ed in Cristo, noi camminiamo  verso il cielo. Il cammino non è facile, perché per Cristo stesso la porta del cielo è stata la croce. Dobbiamo mantenere “senza vacillare la professione della speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso” (Ebr 10, 23). E ricordiamo cosa ci ha promesso: “Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi” (At 1, 8; cf. Lc 24, 49).

A noi si richiede di non scoraggiarci, di non cadere nelle suggestioni di trasformarci in nomadi che non sanno dove andare o in turisti che pensano di avere una dimora stabile quaggiù. La nostra patria è nel cielo, e di questa patria conosciamo la via.

 

Accogliere il Dono

Spirito

In quest’ultima parte del tempo pasquale, la liturgia vuole prepararci a ricevere il dono dello Spirito Santo. Il Vangelo che ascoltiamo (Gv 14, 23-29) ci aiuta ad entrare nelle giuste disposizioni, inserendoci nel clima dell’amore, che è il senso del dono che riceviamo.

Già, l’amore. Che parola affascinante e… vaga! Cosa significa amare? Una miriade di cose! Ma se volessimo esprimere la verità dell’amore in una sola breve espressione potremmo dire: Amare significa mettere il bene dell’altro al centro della nostra vita.

La promessa che Gesù fa a chi lo ama è meravigliosa:

Il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.

Il dono dello Spirito Santo non è altro che questo: è l’amore del Padre con il quale il Padre e il Figlio vengono a noi e prendono dimora presso di noi. Dio ci mette al centro della sua vita, si prende cura di noi, si fa garante del nostro bene!

Ma l’amore ha le sue condizioni. L’amore non si può imporre a chi non ama: l’amore è relazione e, per essere in relazione bisogna essere in due. Per questo può ricevere l’amore solo chi è disposto ad amare.

Se uno mi ama, osserverà la mia parola.

“Se”, perché c’è il rischio che questa condizione non venga rispettata:

Chi non mi ama, non osserva la mia parola.

L’osservanza della Parola è conseguenza diretta e necessaria dell’amore: per questo ne costituisce la verifica. Se l’osservanza non c’è, non c’è l’amore. Cosa significa osservare? Significa conoscere e mettere in pratica. Allora dobbiamo chiederci: ci diamo da fare per conoscere la Parola di Cristo? E la mettiamo in pratica?

Osservare vuol dire amare. E tante volte non ci riusciamo, ci lasciamo sopraffare dai nostri interessi, dal nostro egoismo, dalle nostre debolezze…

L’amore di cui parla Gesù non è qualcosa di sentimentale, di… vago. Gesù chiede un amore effettivo. Ma lo chiede perché promette un amore ancora più effettivo: “Il Padre mio lo amerà”! L’efficacia di questo amore è la sua compagnia, il suo sostegno, la sua forza.

Il Paraclito, lo Spirito che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

Questo strano nome, il Paraclito,ha diverse sfumature di significato: difensore, avvocato, consolatore… Ma tutte indicano un’azione a favore dei credenti. Lo sfondo in cui ci è presentata l’azione del Paraclito è quello dello scontro con il mondo. Il mondo però non è solo quello esterno a noi; è anche quello che opera dentro di noi, nelle tendenze cattive, nelle resistenze, nelle debolezze, nel peccato. Una massa tale di negatività che, a volte, sembra impossibile resistere ad essa. Ma con lui tutto è possibile!

Per questo, promettendo lo Spirito Santo, Gesù dice:

Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la da il mondo io la do a voi.

La suapace è l’amore del Padre. Gesù sa che per i suoi discepoli il cammino sarà duro, perciò dice:

Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.

La pace nasce dalla comunione con lui. Quante volte sperimentiamo l’incapacità di giungere con le nostre sole forze alla vera pace: il peccato ce la ruba in continuazione! Ma abbiamo il Paraclito, il difensore, l’avvocato, il consolatore: non siamo soli! Gesù e il Padre vengono ad abitare presso di noi! La pace è il frutto dello Spirito Santo; è davvero ben diversa da una pace puramente umana. Essa nasce dall’aver messo Cristo al centro della nostra vita, perché Dio ci ha messo al centro della sua, donandoci il suo Spirito.

come io ho amato

 

 “Quando Giuda fu uscito dal cenacolo, Gesù disse: Ora il  Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui” (Gv 13,31).

Che senso ha?[*] Giuda è uno dei Dodici, uno che mangia il pane di Gesù (v. 18), colui al quale Gesù dà il suo boccone (v. 26) va a consegnare il Maestro, l’amico, nelle mani dei suoi nemici. Perché con questo Gesù viene “glorificato” e Dio viene glorificato in lui? Sembrerebbe, invece, di trovarci di fronte all’infamia più grave, al trionfo del male!

Certo, noi sappiamo che Gesù poi è risorto, e siamo ben disposti a riconoscere che è stato glorificato nella risurrezione… Ma qui si dice che Gesù è stato glorificato nel tradimento. È assurdo! Il tradimento è l’apice del mistero del male. Il caso di Giuda ci fa pensare che l’onnipotenza di Dio si ferma davanti alla libertà dell’uomo: il bene perde davanti al male! Che gloria c’è per Gesù nel lasciarsi consegnare? Che gloria c’è per Dio nel consegnare il suo Figlio?

C’è la gloria dell’amore fino alla fine (v. 1). Gesù conosce il traditore, ma gli offre la sua amicizia anche nel momento supremo, pur sapendo che la respinge. L’amico è infedele, ma Gesù gli offre la sua fedeltà, con un amore che non conosce condizioni né condizionamenti.

Gesù ama Giuda e dà la sua vita per lui. Ama Caifa, Pilato, i soldati… Ama Pietro che rinnega, gli altri che se la danno a gambe. Ama quella città, quel popolo, questa umanità che lo rifiuta. E ama il Padre che lo consegna, che lascia fare, che non gli toglie il calice, che sembra abbandonarlo, perché Egli stesso, Gesù, si è consegnato totalmente al Padre per gli uomini e agli uomini per il Padre. Questa è la glorificazione del Figlio dell’uomo come Figlio di Dio; ed è insieme la glorificazione di Dio stesso, che in lui si rivela come amore. Qui “risplende agli occhi di tutti l’amore eterno tra Padre e Figlio, comunicato ai fratelli, cominciando dai più lontani” (S. Fausti).

Non a caso in questo contesto, Gesù da il suo comandamento “nuovo”, che è il distillato di tutto il vangelo:

“Che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (v. 34).

Prima di essere un comandamento, l’amore è un dono. Di questo amore, prima di essere il modello, Gesù è la fonte

Gesù chiama questo  comandamento “nuovo”. E Dio nell’Apocalisse 21,5 dice:

“Io faccio  nuove tutte le cose”.

Il Signore ci rende “nuovi”, e ci rende capaci di  attuare il comandamento “nuovo”.

È difficile amare. Amare come Gesù è impossibile per chi si fonda su se stesso. Ci destabilizzano già le banali difficoltà e i contrattempi della vita quotidiana. Spesso ci ribelliamo a Dio. E quali sono i nostri comportamenti interiori ed esteriori verso coloro che ci amareggiano la vita?

Ma per chi si fonda sulla grazia di Dio, per chi prega, per chi fa penitenza,  per chi si confessa spesso, per chi si accosta di frequente  all’Eucaristia, nulla è impossibile, perché Cristo vive ed  ama in lui. Il comandamento dell’amore è “nuovo”, perché l’amore di Dio in Gesù viene nel nostro cuore e lo rinnova, perché non è una legge “fuori di noi”, alla quale dovremmo conformarci con uno sforzo impossibile della nostra volontà, ma è una legge che nasce da dentro: è l’amore di Dio dentro di noi!

Gesù ci dona di vivere gli uni verso gli altri il suo stesso amore. Con il suo amore, anche noi possiamo amarci gli uni gli altri. Il suo amore ci rende figli che possono amare come sono amati. Il Signore ci comanda di essere ciò che siamo.

Certamente dobbiamo amare tutti, ma in special modo dob­biamo amare i nostri fratelli nella fede. Da questo tutti  sapranno che siamo cristiani. In questo tutti troveranno la parola del Vangelo: nell’amore che ci caratterizzerà.

[*]Per queste riflessioni mi ispiro, in buona parte, a S. Fausti, Una comunità legge il vangelo di Giovanni, vol. II, pp. 21-36,

Pastore

Che immagine potente ci viene incontro nell’Apocalisse di Giovanni (7,9)! Una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua: la salvezza è per tutti: non vi sono preclusioni etniche o culturali. Tutti stavano in piedi: sono i risorti! Davanti al trono – la sede di Dio – e all’Agnello – Gesù Cristo –, avvolti in vesti candide – segno di redenzione –, e tenevano rami di palma nelle loro mani – segno di vittoria.

È un’immagine fatta per darci speranza: di quella moltitudine immensa dobbiamo far parte anche noi! Siamo chiamati alla redenzione, alla vittoria, alla risurrezione! Ma il percorso per giungervi non è fatto di rose e fiori. C’è una grande tribolazione da attraversare. La redenzione si ottiene nel sangue dell’Agnello, al prezzo della sua passione. Può risorgere solo chi muore con lui. Bisogna accettare che l’Agnello sia il nostro pastore, ma questo è paradossale perché l’agnello appare come il più piccolo, il più fragile, il più debole del gregge e spontaneamente noi non ci fidiamo di lui. Come può condurci alla vita uno che va a morire sulla croce?!

Qui si dividono gli animi. Certo, la salvezza è per tutti, nel senso che tutti sono chiamati; ma pochi sono gli eletti, cioè coloro che accolgono la salvezza. Perché viene facile preferire una vita terrena comoda qui ed ora, anziché affrontare la grande tribolazione nell’attesa di una vita eterna che adesso non si vede.

Non si vede, ma c’è! Gesù è risorto ed è qui in mezzo a noi. Non lo vediamo, ma udiamo la sua parola. Se l’accogliamo, siamo parte del suo gregge: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono (Gv 10,27).

La promessa che il Signore fa è immensa: Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno. Ma cos’è mai questo “in eterno” di cui Gesù parla? Cos’è l’eternità? Due parole: sempre-mai. Sempre inizio, mai fine. Significa essere sottratti alla consumazione del tempo, all’invecchiamento, alla morte: mai più la morte! Noi non riusciamo a immaginarci l’eternità, perché la nostra immagine dello spazio e del tempo ci è di ostacolo. Il poeta Giacomo Leopardi rappresentava questo ostacolo con l’immagine di una siepe che di tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude; ma proviamo a spingere il pensiero oltre e troveremo interminati spazi di là di quella, e sovrumani silenzi e profondissima quiete… ove per poco il cor non si spaura. Dovremmo – come diceva p. Raniero Cantalamessa – per una volta smettere i contare i nostri soldi e metterci a contare le stelle. Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare. Proviamo a rimuovere l’ostacolo del tempo che si consuma e pensiamo all’eternità come ad un tempo che non può passare: mille anni, e sei sempre all’inizio; milioni di anni, miliardi di anni, e sei sempre all’inizio, sempre all’inizio: non si è mai consumato nulla! E il naufragar m’è dolce in questo mare, mi è dolce perché sono fatto per questo: Dio ci ha creati per questo!

Possiamo affrontare “la grande tribolazione” perché abbiamo questa grande speranza: la tribolazione passa, la vita eterna resta! Possiamo seguire l’Agnello nostro pastore, perché ci guida alla risurrezione, alle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi.

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