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Marta e Maria

Gesù entra in un villaggio e viene accolto nella casa di una donna di nome Marta (Lc 10, 38).

Il tema dell’accoglienza, dell’ospitalità è anche al centro del racconto di Gen 18, 1-10, che ci mostra Abramo e i tre misteriosi messaggeri. Abramo non poteva pensare che aveva a che fare con Dio, tuttavia accoglie gli ospiti, perché sa che in ogni uomo c’è l’immagine di Dio, e soprattutto nello straniero, nel pellegrino, nel debole. E poi gli accade di incontrare davvero Dio faccia a faccia in quegli uomini e di ricevere la più grande delle benedizioni: un figlio. Il fervore e la premura di Abramo sono impressionanti: Abramo corre, si affretta e, con lui, Sara e il servo sono in pieno movimento. E quando i tre ospiti sono a mensa, lui non sta seduto, ma in piedi, in atteggiamento di disponibilità al servizio.

Lo stesso movimento pervade la casa di Marta e Maria quando entra Gesù, ma è soprattutto Marta ad essere coinvolta in tutta la rete dei preparativi (Era tutta presa dai molti servizi). Maria invece sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola.

Non è difficile immaginare il tono con cui Marta si ferma davanti a Gesù e gli dice:

“Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”.

Marta non ha dubbi su cosa significhi accogliere: significa fare i servizi di casa. Da buona padrona, Marta si è fatta un piano di lavoro e per lei “accogliere” significa mettere in opera quanto ha pensato. Così non pensa di aver bisogno di ascoltare Gesù Maestro: è lei che insegna! Così non pensa di doversi mettere in obbedienza al Signore, anzi, è lei che dà ordini, anche a Gesù!

Marta presta un’accoglienza acida. Non fraterna. Marta è il prototipo della persona efficiente. Talmente efficiente che si dimentica di ascoltare! Presa, agitata e smembrata da tutte le cose che si devono fare, perché lei conosce il suo dovere, lo sa già! A che pro ascoltare, tanto sono cose che si sanno…

Nessuno, meno che mai Gesù, rimprovererebbe Marta, se non fosse lei a prendere l’iniziativa di rimproverare la sorella, anzi, di chiedere a Gesù di intervenire. Per questo dico che è un’accoglienza acida. Più che l’aiuto di Maria, Marta cerca approvazione per sé. In realtà è invidiosa della “parte migliore” che la sorella si è presa. Desidera che il Signore la rimproveri, e così approvi lei, che sa quel che deve fare, lo sa fare e lo fa! Questo riconoscimento della sua bravura sarebbe una gratifica sufficiente per lei – magari unito alla disapprovazione per la sorella…

“Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti affanni per molte cose!”

Principio del servizio di Marta, fin quando non diventa come Maria, è il proprio io[*]. L’io religioso è il più duro a convertirsi, perché non ne sente il bisogno. Si ritiene a posto perché cerca di piacere e sacrificarsi a Dio. Così i servizi saranno anche molti, ma nascono da una sorgente inquinata e perciò sono segnati da turbamento e affanno. Si può arrivare anche a eroismi supremi, si può perfino sacrificare la propria vita per affermare il proprio io: Se anche distribuissi agli altri tutti i mei beni ed offrissi il mio corpo in olocausto, ma non avessi la carità, non sono nulla! (1 Cor 13, 3).

La salvezza dell’uomo non è morire per Cristo, bensì Cristo che muore per lui. La pretesa di essere noi a fare qualcosa per lui è superbia ed è segno di ignoranza: si immagina un Dio cattivo che esiga la vita.

Si può osservare la legge dell’amore solo perché lui per primo mi ha amato e ha dato se stesso per me(Gal 2, 20). Diversamente la Legge (l’obbedienza, la regola, l’accoglienza intesa come “cose da fare”, il servizio) resta una pretesa umana che condanna il fratello e non conosce Dio: serve solo a essere “più bravo” dell’altro e “a posto” con Dio. La stessa vita religiosa diventa un mezzo per affermare se stessi, per difendersi da Dio e comprare il suo amore.

Contro tutti gli affanni, nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza(Is 30, 15). Convertirsi non significa fare-fare-fare, ma abbandonarsi al suo amore per noi, che vediamo e ascoltiamo stando ai piedi di Gesù. E Gesù ci rivela la tenerezza del Padre, l’unica cosa necessaria, che non ci sarà tolta.

[*]Cf. S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Luca, Bologna 2011, a.l.

Samaritano

“Un dottore della legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?»” (Lc 10, 25).

La domanda del dottore della legge – sulla vita eterna– è la domanda sulla salvezza, cioè l’unica domanda seria in assoluto. Ma non è facile porla correttamente. Qui si individua preliminarmente il carattere di provocazione[*]. Il provocatore ha già in mente la soluzione. E non capita anche a noi di accostarci a Gesù non per ascoltarlo e ubbidirgli, ma solo per sentirci giustificati nel fare quel che vogliamo?

Eppure la domanda in sé – come dicevamo – è assolutamente seria: è la stessa domanda che sarà posta dal giovane ricco in Lc 18, 18ss. Ed anche la risposta di Gesù corrisponde pienamente a quella data al giovane ricco:

“Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”

Gesù non fa altro che ricordargli che il comandamento di Dio è  esplicito e chiaro, e che egli lo conosce già. Infatti lo scriba provocatore risponde bene:

“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, ed i tuo prossimo come te stesso”.

A questo, Gesù non aggiunge una sua opinione personale o una “glossa” alla manifesta volontà di Dio. E se colui che ha posto la domanda si trova davanti a Dio in persona, viene con ciò stesso smascherato come uno che tentava di fuggire davanti al manifesto comandamento di Dio, che ha dimostrato di conoscere.

Chi chiede conosce in fondo già la risposta alla propria domanda, ma, insistendo a porla pur conoscendo la risposta, vuole sottrarsi all’obbedienza verso il comandamento di Dio. Non c’è per lui altra possibile indicazione se non: fa’ ciò che sai e vivrai.

Gli è sottratta la prima posizione difensiva. Ne segue una fuga nella polemica: E chi è il mio prossimo?

Quante volte ripetiamo anche noi questa domanda, alla maniera del dottore della legge,anche se in buona fede e senza rendercene conto. A noi sembra una domanda seria, sensata, posta da un uomo in ricerca. E invece l’intera storia del buon samaritano non è altro che il rifiuto e la demolizione di questa domanda da parte di Gesù.

Chi è il mio prossimo? È il mio fratello carnale, il mio connazionale, il mio fratello nella comunità, il mio nemico. . .? Se ci mettiamo a discutere, possiamo, con uguale diritto, affermare o negare l’una e l’altra cosa. La domanda finisce nel dissidio e nella disubbidienza. È una domanda diabolica! È una domanda all’infinito, senza risposta.

Paolo direbbe che questo tipo di domanda nasce “in menti corrotte, private dalle verità”, “prese dalle febbre dei cavilli e delle questioni oziose”; ne derivano “invidie, contese, maldicenze, cattivi sospetti, controversie” (1 Tm 6, 4s). È la domanda delle persone gonfie, “che sempre stanno ad imparare senza mai poter giungere alla conoscenza della verità”, “che hanno le apparenze della pietà, ma ne rinnegano la forza interiore” (2 Tm 3, 5-ss). Sono incapaci di credere e pongono questa domanda perché “sono bollati a fuoco nella loro coscienza” (1 Tm 4, 2), perché non vogliono obbedire alla parola di Dio.

Sì, questa domanda è ribellione verso lo stesso comandamento di Dio. Illudendo me stesso, dichiaro di voler obbedire e do la colpa a Dio che non mi dice come fare. Entro in un atteggiamento satanico, perché accuso il comandamento di Dio di essere ambiguo e di lasciarmi in un eterno conflitto.

La prima domanda dello scriba era già il primo inganno: Che devo fare? Lo sai già! Pratica il comandamento che conosci. Non devi chiedere, ma agire.

La domanda: E chi è il mio prossimo? è l’ultima scappatoia con la quale la disobbedienza giustifica se stessa. La risposta è: Tu stesso sei il prossimo. Va’, e sii obbediente nell’azione dell’amore.

Esser prossimo non è una qualità dell’altro, ma è l’amore concreto che l’altro mi chiede, e nient’altro.

In ogni momento e in ogni situazione, sono io colui a cui sono richieste l’azione e l’obbedienza. Letteralmente non resta tempo per interrogarsi sulla qualificazione dell’altro. lo devo agire e devo obbedire, io devo essere il prossimo dell’altro.

[Per un’ulteriore riflessione sulla liturgia di questa domenica: Se è il nemico a salvarti…]

 

 

 

[*]Cf. D. Bonhoeffer, Sequela, Brescia 1997, pp. 63-ss.

Nel mondo

mietitura

Nel mondo oggi vivono circa 7 miliardi e 69 milioni di persone. Di queste, più di 5 miliardi non conoscono il Vangelo. Ma per non fare come quello che, dopo aver visto il telegiornale, disse: “Per fortuna il mondo è così lontano!”, guardiamo tra le nostre famiglie, i nostri amici, i vicini: nei nostri ambienti 8 persone su 10 sono lontane dalla fede.

La messe è molta, dice Gesù (Lc 10,1-12.17-20). Tutta questa gente che non conosce il Vangelo – perché se lo conoscesse davvero, lo accoglierebbe – tutta questa gente è chiamata da Gesù la messe. La messe, lo sappiamo bene, è il grano da mietere nei campi. Se non si miete a tempo opportuno, va perduto. Indica quindi un lavoro urgente. Un lavoro molto vasto, forse troppo!

Gli operai sono pochi. Chi sono gli operai che devono andare a mietere? Non neghiamolo: stiamo pensando prima di tutto ai preti e alle suore. È giusto. Ma non basta.

È giusto, perché vediamo diverse parrocchie rimaste senza parroco, molti conventi e tante importanti attività di apostolato della Chiesa – come scuole, ospedali, case di accoglienza per persone in difficoltà – che si chiudono per mancanza di vocazioni. Dobbiamo certamente pregare il padrone della messe perché mandi operai alla sua messe, dobbiamo pregare per le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa!

Ma non basta. Se bastasse, Gesù si sarebbe limitato a mandare in missione i dodici apostoli, con qualche pia donna e pochi altri. Ed invece oggi Gesù designa e invia altri settantadue discepoli. Difficilmente si può ipotizzare che, oltre ai dodici, in quel momento ne avesse di più!. Invia tutti quelli che ha. Detto in altri termini: Gesù non invia soltanto sacerdoti e religiosi; invia anche i laici, i cristiani comuni. Invia voi.

Dove li invia? Nelle parrocchie a sostituire i parroci? Nelle chiese a fare da chierichetti? A fare i catechisti o gli assistenti pastorali? Non ci nascondiamo che queste sono le idee più comuni, anche tra noi. I laici spesso sono stati ritenuti veramente cristiani solo quando fanno cose da preti o da suore; quando si allontanano dagli impegni del mondo avvici­nandosi a una sorta di scelte para-clericali, mentre in realtà e nelmondo che il Signore li manda ed è attraversoil mondo che bisogna lavorare nella sua messe.

Gesù manda i settantadue discepoli non nelle sinagoghe o nel tempio: li manda nelle città, dentro le case, sulle piazze. È nel mondo che i laici sono chiamati a realizzare la loro vocazione e la loro missione di credenti in Cristo: bisogna che essi imparino ad essere Cristo e ad essere Chiesa dentro le normali strutture della società, là dove si trovano le loro famiglie, il loro lavoro, i loro hobby, i loro divertimenti, le loro amicizie (cf. sanGiovani Paolo ii, Christifidels Laici, 17).

È giusto che la comunità dei discepoli si riunisca intorno a Gesù per ascoltare la sua parola e celebrare l’eucaristia. Ma non può essere un gruppo ripiegato su se stesso: il Regno va annunciato subito! L’efficacia dell’annuncio non dipende dalle qualità intellettuali o dalle virtù degli annunciatori, bensì esclusivamente dalla potenza della Parola che portano. Parola che è capace di donare efficacemente la pacea chi l’accoglie; Parola che è in grado di guarire i malaticon l’annuncio che Il Regno di Dio è vicino; Parola che diventa terribile testimonianza di condanna per coloro che non l’accolgono; Parola alla quale persino i demoni sono costretti ad obbedire, nel nome di Gesù.

Il Signore ci dice di andare come agnelli in mezzo ai lupi, senza protezioni di sorta, senza borsa, né bisaccia, né sandali. Sarà lui a prendersi cura di noi: l’operaio ha diritto alla sua ricompensa, e il Signore non si lascia vincere in generosità.

Allora vedete che questa pagina di vangelo è per noi un messaggio forte di consolazione e di conversione. Di conversione, perché tante volte siamo pigri nella missione, siamo timidi e ripiegati su noi stessi: questo è segno di mancanza di fede in lui, di presunzione di dover contare sulle nostre. Di consolazione, perché siamo invitati a contare sulla sua potenza che si manifesta pienamente nella nostra debolezza. Se ci affidiamo ad essa, sperimenteremo anche noi la gioia di vedere i nostri nomi scritti nel cielo.

 

Sequela

sequela

Concluso il tempo pasquale, celebrate le solennità della Santissima Trinità, del Corpus Domini e del Sacro Cuore, riprendiamo in questa domenica la lettura del Vangelo di Luca, e la riprendiamo da un punto cruciale, una “svolta” nel ministero di Gesù. Se fino a quel momento la sua attività si era svolta prevalentemente in Galilea, ora si mette in cammino verso Gerusalemme:

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme (Lc 9, 51).

Sulla vita di Gesù sta un piano di Dio. Il compimento di questo piano si avvicina. Il comportamento di Gesù è lineare: si dirige secondo la volontà del Padre; entra nell’ordine di cose stabilito da Dio. Dirige perciò i suoi passi verso Gerusalemme.

Gesù sa che Gerusalemme significa anzitutto il suo fallimento, la croce, la morte, e solo dopo, alla fine, la vittoria. E tuttavia cammina a testa alta incontro alla sua missione. La sua vita, esteriormente e interiormente, è una marcia in avanti, inarrestabile e sicura. Tutto sostiene la prontezza interiore della sua obbedienza. Nessuna scena sentimentale d’addio, nessun malinconico guardare indietro: obbedienza rettilinea, spontanea, naturale.

Di fronte a questo piano di Dio e a questa grandezza di Gesù, sta il rifiuto e la meschinità umana: gli abitanti di un villaggio samaritano si rifiutano di accoglierlo perché egli si reca a Gerusalemme. Il cammino inizia con l’opposizione, la sua marcia si apre con un rifiuto: lui dice “sì” al Padre, gli uomini dicono “no” a lui. Ma Gesù non si ferma. Quando una porta è chiusa, Gesù varca un’altra soglia.

E il testo evangelico ci fa subito passare dal maestro ai discepoli. Il racconto ci presentetre brevi storie, tre personaggi [i].

Il primo avanza di propria iniziativa a Gesù la richiesta di sequela:

Ti seguirò dovunque tu vada.

La risposta di Gesù mostra a questa persona piena di entusiasmo (che ci fa pensare a Pietro nell’ultima cena – cf. Lc 22,33) come non sappia quello che sta dicendo:

Le volpi hanno e loro tane, gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo.

Il Figlio dell’Uomo è potente e sovrano, eppure la sua sorte è priva di ogni sicurezza terrena: la sua protezione sta solo nell’affetto e nell’autorità del Padre. Con questo Gesù vuol dirci che i cristiani condividono la sua sorte. Seguire Cristo significa perdere ogni rifugio, ogni sicurezza che sia fuori di lui e proseguire con lui solo, in un mondo segnato dall’ostilità e dalla inospitalità che Gesù stesso ha sperimentato nel villaggio dei Samaritani. Le sicurezze terrene e umane vengono sostituite dalla protezione di Cristo e dal rifugio in Dio, e questa sostituzione è possibile solo a prezzo di rinunce dolorose: si tratta di sostituire gli interessi di Dio ai propri vantaggi.

Il secondo personaggio non prende iniziative:è Gesù stesso a chiamarlo. Egli dichiara la sua disponibilità, ma vuol “seppellire il padre”, prima di posi alla sequela. La legge e la tradizione dicono che questo va fatto; ma la parola di Gesù si pone al di sopra di tutto ciò:

 Lascia che i morti seppelliscano i loro morti: tu invece va’ e annunzia il Regno di Dio.

Tutti gli impegni, persino i doveri legali e religiosi, diventano opere di morte se non vengono subordinati al Regno di Dio.

Il terzo personaggio  intende la sequela negli stessi termini del primo, cioè come iniziativa tutta propria, come un programma di vita personalmente scelto. A differenza del primo si sente però autorizzato anche a porre delle condizioni:

Ti seguirò, Signore, prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia.

In tal modo si trova implicato in una totale contraddizione: Vuol porsi dalla parte di Gesù, ma al tempo stesso frappone qualcosa tra sé e Gesù: Vuol seguire Gesù, ma vuol stabilire personalmente le condizioni della sua sequela. La sequela diventa per lui una possibilità che dipende da determinate condizioni e presupposti che è lui a dettare; diventa quindi qualcosa di umanamente comprensibile: ci sono cose che vanno fatte per prime e altre che vanno fatte poi: ogni cosa ha un suo valore e un suo tempo. Io sono generoso e mi metto a disposizione, ma con questo avrò pure diritto a porre le mie condizioni…!

È chiaro che in questo istante la sequela… cessa di essere sequela. Diventa programma umano, che prescrivo a me stesso a mio giudizio. E vedete che contraddizione ne scaturisce: voglio seguire Gesù, ma voglio seguire il programma che dico io; dunque non voglio quello che vuole Gesù, ma voglio il mio programma; ma se il mio programma comprende seguire Gesù, alla fine non voglio né quello che vuole lui né quello che voglio io! Badiamo bene a questo, perché un numero enorme di cristiani (anche consacrati) si trova in queste condizioni, ed è per questo che è infelice e rende infelici gli altri. La risposta di Gesù conferma con un’immagine questa discordia con se stesso che impedisce la sequela:

Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il Regno di Dio.

Seguire Cristo significa guardare non indietro ma avanti, verso colui che ha chiamato, verso le strade da percorrere. Il Signore vuole una dedizione totale e senza fratture, una prontezza gioiosa. Chi vuole partire con lui deve essere capace di decisioni forti e coraggiose.

In realtà questi tre personaggi sono come noi: hanno buone disposizioni, vogliono vivere con Gesù! Questo è già qualcosa. Ma non è abbastanza, se non si capisce che cosa comporta e quale promessa ci attende. Si tratta non solo di vivere con lui, ma di vivere come lui. La vita cristiana non è parallela alla vita terrena. Se vogliamo stare con Gesù, dobbiamo ridefinire la nostra relazione con i genitori, col passato, col presente, con il lavoro… Normalmente viviamo queste cose seguendo i nostri desideri, la mentalità del mondo, gli affetti, le necessità sociali… Tutto questo, se non ce ne distacchiamo, ci porterà prima o poi a smettere di seguire Gesù. Si tratta di dire al nostro cuore: voglio Cristo e basta! E allora si realizzerà anche per noi la promessa del Signore: “Cercate piuttosto il Regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta” (Lc 12,31).

 

 

[i] Su quanto segue, cf. D. Bonhoeffer, Sequela, Brescia 2001, pp. 46-ss.

Carne e sangue

moltiplicazione

Oggi celebriamo una delle feste più importanti della Chiesa, la festa del SS. Corpo e Sangue di Cristo.

Pesiamo bene le parole, corpo e sangue! Perché troppo spesso si pensa che la religione sia qualcosa che riguarda l’anima, lo spirito; e siccome l’anima, lo spirito non si vede, mentre il corpo si vede e le sue necessità si sentono, siamo portati a dedicare tutto il nostro tempo e tutte le nostre energie a soddisfare il corpo e – se avanza – lasciamo qualcosa all’anima, come il ricco epulone lasciava le briciole dei suoi banchetti al povero Lazzaro.

Ma è giusto pensare che il cristianesimo riguardi l’anima e non il corpo? Mi pare che passiamo con troppa disinvoltura sopra al mistero centrale della nostra fede: l’incarnazione: il Verbo di Dio si è fatto carne! I Padri della chiesa erano talmente persuasi di questa realtà da ripetere: la carne è il cardine della salvezza. Guardiamo il vangelo di oggi.

Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.

Le guarigioni sono il segno che quel che Gesù dice del Regno è vero: il Regno di Dio è veramente presente su questa terra, non sono solo parole, è qualcosa di reale.

Ma c’è un bisogno concreto a cui si deve provvedere: mangiare. La folla sembra non accorgersi della cosa: è tutta presa dell’ascolto, dall’esperienza delle guarigioni… sembra non curarsi del cibo. Anche Gesù, a prima vista, sembra non pensare a questo problema. I Dodici, invece, ci pensano. Ma con una certa aria di superiorità: adesso andiamo da Gesù e gli diciamo noi che cosa deve fare:

Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo.

Come se dicessero: fino ad ora abbiamo fatto le cose spirituali, e ci hai pensato tu, Gesù. Ma adesso occupiamoci del concreto: questi devono andarsene a mangiare da qualche altra parte. Tu hai pensato alla loro anima, adesso ognuno vada a provvedere per il proprio corpo. Ma Gesù li spiazza completamente:

Voi stessi date loro da mangiare.

Noi? – si saranno detti gli Apostoli – Ma noi siamo predicatori, mica vivandieri! Di nostro abbiamo solo cinque pani e due pesci (poca cosa, veramente poca cosa anche per dodici persone!). Dobbiamo forse andare a comprare viveri per tutta questa gente (cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini)? È questo il nostro compito, nutrire il corpo di questa gente? Non abbiamo una missione “religiosa”? Non dobbiamo occuparci delle “anime”?

Proprio voi, cari Apostoli, dovete dare loro da mangiare, perché tutti imparino che il vangelo non è una ciliegina che si mette sulla torta quando tutto è a posto, non è un “optional” che si aggiunge alla macchina già bella e fatta. Il vangelo è la vita, è il pane quotidiano, è l’essenziale. Gesù Cristo non è un concetto astratto: è carne e sangue!

Certo, gli Apostoli non sono capaci di realizzare il miracolo con le loro forze: il miracolo lo fa Gesù. Ma lo fa per mezzo di loro. Loro sono come i fili di rame che non sono in grado di produrre l’energia elettrica: hanno solo il compito di mettere in contatto la centrale (che è Cristo) con la gente.  E quando tutti hanno mangiato, restano dodici ceste, una per ciascun apostolo, perché siano in grado di continuare l’opera che Gesù ha iniziato.

E veniamo a noi. Non siamo qui riuniti come uno di quei gruppi di cinquanta persone in cui Gesù volle dividere la folla. Anche tra noi Gesù compirà i gesti che fece quella sera: prendere il pane, alzare gli occhi al cielo, benedirlo, distribuirlo… E lo farà per mezzo del sacerdote, che tiene il posto degli Apostoli.

Quello che Gesù fece quella sera, infatti, era un’anticipazione di quello che avrebbe fatto nell’ultima sera, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura:

Nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo che è per voi; fate questo in memoria di me”.

Ecco cos’è la Messa. È ricevere da Gesù Cristo la parola di vita e il pane di vita: quanto di più essenziale e necessario c’è! Altro che dare a Cristo le briciole del nostro tempo, quando e se ne abbiamo voglia! È lui che da a noi tutto se stesso (corpo e sangue!), perché anche noi possiamo dare a lui tutto noi stessi.

Dice S. Paolo: “Qualunque cosa fate, fatela per il Signore” (Col 3, 23). Sia che mangiate, sia che beviate, sia che dormiate sia che vegliate, siate del Signore!. Nella Messa noi offriamo il pane e il vino, “frutti della terra e del lavoro dell’uomo”, a simboleggiare che tutta la nostra vita in quel momento viene offerta a Cristo, e Cristo ci offre in cambio la sua vita perché diventi carne nella nostra vita.

La vita di Dio

Trinità

 

Completato il ciclo della Pasqua, la liturgia ci fa celebrare nella festa di oggi la sintesi della nostra fede: il mistero della Santissima Trinità. La motivazione di questa festa è espressa – come sempre – nell’orazione di Colletta:

“O Padre, che hai mandato nel mondo il tuo Figlio, Parola di verità, e lo Spirito santificatore, per rivelare agli uomini il mistero della tua vita…”

Tutto il Vangelo, dall’Incarnazione alla Pentecoste, non è altro che questo: rivelazione del mistero della vita di Dio. Badiamo bene: questa rivelazione non consiste semplicemente in una notifica di alcune informazioni su Dio – che potrebbe interessare gli studiosi, ma lasciare indifferenti tutti gli altri. Si tratta di una rivelazione della vita, ossia di un coinvolgimento degli uomini nella vita di Dio. Nel libro dei Proverbi (8,22-31) si accenna a questa rivelazione dicendo che la Sapienza divina poneva le sue delizie tra i figli dell’uomo. Accogliere la rivelazione della vita di Dio significa gustare in noi le sue delizie!

Noi abbiamo appreso che la vita di Dio è Amore (cf. 1 Gv 4,8.16). Facciamo attenzione! Il Vangelo ci rivela non solo che Dio ci ama (questo era chiaro an­che ai profeti di Israele), ma che Dio, in se stesso, “è” amore, la natura di Dio è amore, ed ogni amore può dirsi tale nella misura in cui rispecchia questo amore assoluto e fondante.

 L’amore è una realtà che presuppone delle persone che si amano. Dio è unico, è una sola sostanza, un solo amo­re. Ma le persone che vivono questo amore sono tre: il Padre, fonte dell’amore, dall’eternità effonde la sua pienezza generando il Figlio, identico al Padre, della sua stessa sostanza, e gli comunica tutto di sé, tranne la proprietà di essere Padre; il Figlio ama il Padre con lo stesso amore con cui è amato, e questo amore che procede dal Padre e dal Figlio come da un unico principio è la persona dello Spirito Santo, della stessa natura del Padre e del Figlio. Dio quindi è uno quanto alla natura, tri­no quanto alle persone.

In molte religioni Dio viene invocato come “Padre”. Nella religione ebraica – e quindi nell’Antico Testamento – Dio è chiamato Padre in quanto Creatore del mondo; ancora di più Dio è Padre in forza dell’Alleanza e del dono della Legge, per cui il popolo di Israele diventa, per così dire, suo figlio. Ma queste sono soltanto immagini della paternità. Quando viene Gesù, ci rivela che Dio è “Padre” in un senso nuovo e inaudito: non lo è soltanto in quanto Creatore: Dio è eternamente Padre in rapporto al Figlio suo Unigenito, il quale, a sua volta, non è Figlio che in rapporto al Padre: “Nessuno conosce Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11,27). Per questo gli Apostoli annunciano Gesù come “il Verbo” che “in principio era presso Dio”, “il Verbo” che “era Dio” (Gv 1,1); Gesù come “l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), come l’“irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Eb 1,3).

Prima della sua Pasqua Gesù annunzia l’invio di un “altro Consolatore-Difensore”, lo Spirito Santo. Lo Spirito che opera fin dalla creazione, che già aveva “parlato per mezzo dei profeti”, dimora dalla Pentecoste presso i discepoli di Gesù, è in noi per insegnarci ogni cosa, per guidarci alla verità tutta intera (Gv 16,13). In questo modo lo Spirito Santo ci viene rivelato come un’altra Persona divina in rapporto a Gesù e al Padre.

Paolo dice che “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5). Ora possiamo capire cos’è questo amore che è stato riversato nel nostro cuore nel battesimo: non è un sentimento di Dio per noi, una sua bene­vola disposizione a nostro riguardo, un’inclinazione, qualcosa, cioè, di intenzionale; è  molto di più: è qualcosa di reale! È, alla lettera, l’amore di Dio, cioè l’amore che c’è in Dio, il fuoco stes­so che arde nella Trinità e che viene partecipato a noi sotto for­ma di inabitazione. “Il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23). Noi diventiamo «par­tecipi della natura divina» (2 Pt 1, 4), cioè partecipi dell’amore divino, poiché Dio è amore; l’amore è, per così dire, la sua na­tura. Veniamo a trovarci, misteriosamente, come presi dentro il vortice delle operazioni trinitarie. Siamo coinvolti nel moto in­cessante di donarsi e riceversi a vicenda del Padre e del Figlio, dal cui abbraccio scaturisce lo Spirito Santo che por­ta poi fino a noi una scintilla di questo fuoco d’amore.

La parola di Paolo: “l’amore di Dio è stato riversato nei no­stri cuori”, non si capisce a fondo se non alla luce della parola di Gesù: “… perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi”(Gv 17, 26). L’amore che è stato riversato in noi è quello stesso con cui il Padre, da sempre, ama il Figlio, non un amore diverso. È un traboccare dell’amore divino dalla Trinità a noi. Questa è già ora, e sarà un giorno nella vita eterna, la maggiore fonte della nostra beatitudine.

Proviamo a rinnovare, alla luce di questa consapevolezza, anzitutto la nostra preghiera, e vedremo come si rinnoveranno, di conseguenza, tutte le nostre relazioni e la nostra vita.

Legge nuova

legge nuova

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi (At 2, 1-4)

In quattro versetti, Luca racconta l’evento grandioso della nascita della Chiesa, dell’inizio della missione, del rinnovamento della faccia della terra. Il racconto è fatto nella maniera più semplice possibile, ma racchiude una ricchezza immensa che è tutta scoprire[i].

Anzitutto abbiamo dei segni di quello che sta per accadere. Il Signore fa sempre così: quando sta per compiere qualcosa, fa sempre precedere un segno con cui prepara i cuori. Prima un segno per l’udito:

Un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso

Non è un rumore qualsiasi: è un fragore di vento. E i discepoli sapevano bene che il vento è lo Spirito di Dio: “vento” e “spirito”, nelle lingue antiche (l’ebraico della Scrittura, l’aramaico parlato dai discepoli, il greco in cui è scritto il Nuovo Testamento, lo stesso latino) si dicono con la stessa parola. Allora già il rumore del vento doveva far fremere, mettere gli animi in attesa, come quando la sposa sente dietro la porta il rumore inconfondibile dello sposo che bussa.

Un altro segno, questa volta per la vista:

Apparvero loro lingue come di fuoco.

Anche qui non è un segno neutrale: è il fuoco. E i discepoli ricordavano bene che già Giovanni Battista aveva detto: il Messia vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco (cf. Lc 3, 16-17). Ed ecco che viene il fuoco, che in tutta la Bibbia è segno di purificazione, ma non di una purificazione esterna come quella dell’acqua. L’acqua pulisce solo l’esterno; quando occorre una purificazione interiore, che penetri nel profondo, come per l’oro, c’è bisogno del fuoco. E il fuoco è questo: una purificazione interiore che separa l’oro dalle scorie.

E finalmente la realtà. Però la realtà né si vede, né si ode: è misteriosa come Dio:

Tutti furono colmati di Spirito Santo.

E a noi adesso spetta il compito di scoprire cosa significa, perché qui è l’evento: il cambiamento è qui. Tutti furono colmati di Spirito Santo.

Luca può descrivere in soli quattro versetti la Pentecoste perché la Bibbia ha un modo di parlare speciale: alle volte ci getta là un rimando e noi, attraverso quel rimando, scopriamo tutto un contenuto di capitoli e libri interi. Qui Luca, attraverso questa descrizione, ci rimanda a ciò che era avvenuto sul monte Sinai, al tempo dell’Esodo e di Mosè. Anche lì gli elementi dominanti erano il vento ed il fuoco. Ècome se l’evangelista volesse dirci: andate a vedere cosa avvenne sul Sinai, e scoprirete quello che avviene ora a Pentecoste! L’evento del Sinai costituisce la profezia, l’ombra di cui la Pentecoste è la realtà.

Sul Monte Sinai, in mezzo al vento e al fuoco, Dio diede una legge, i Dieci Comandamenti, e sulla base di questa legge stabilì un’alleanza con il popolo.

Sant’Agostino diceva in un discorso: guardate, fratelli, che mistero: cinquanta giorni dopo che gli Ebrei celebrarono la Pasqua in Egitto, ricevettero la legge scritta col dito di Dio su tavole di pietra; e adesso, cinquanta giorni dopo la Pasqua di Gesù, gli apostoli ricevono lo Spirito Santo. Cosa vuol dire questo? Ma è chiaro: che lo Spirito Santo è la legge nuova, la legge che sancisce la nuova alleanza. Non più una legge di Dio scritta su tavole di pietra, ma scritta col vero dito di Dio, che è lo Spirito Santo, sulle tavole di carne dei cuori. Lo Spirito Santo è la legge nuova dei cristiani, la legge interiore!

Le leggi scritte – dice san Tommaso d’Aquino – perfino i precetti e le beatitudini del Vangelo, senza l’interiore convinzione e grazia dello Spirito Santo, sono “lettera che uccide”. Lo Spirito Santo è il principio della nuova alleanza. Certo, noi peccatori abbiamo ancora bisogno delle leggi scritte che ci dicono ciò che concretamente corrisponde allo Spirito, ma ormai queste leggi esteriori si pongono al servizio della legge interiore, invisibile, che grida nel cuore dei credenti: lo Spirito Santo.

Noi nasciamo con un cuore vecchio, un cuore pieno di desideri carnali e di cattiverie: l’uomo naturale vuole il potere, il prestigio, il denaro, il piacere… Dio si fa avanti a quest’uomo vecchio con i suoi comandamenti e gli dice: Tu devi, tu non devi. Tu devi fare questo e non devi fare quest’altro. Non devi desiderare la donna d’altri, non devi desiderare la roba d’altri, devi amare il tuo prossimo… In questa situazione è inevitabile che l’uomo cominci a guardare Dio con occhio torvo, come a colui che gli è di ostacolo, che gli sbarra la strada per la realizzazione dei suoi desideri: si sente come uno schiavo. Quando viene lo Spirito Santo, comincia ad aprire il cuore di questa persona e gli fa guardare Dio con occhi diversi: come un alleato, un Dio che ti è favorevole, che ha dato i comandamenti per il tuo bene e non per la tua rovina. Allora comincia a nascere in questa persona un atteggiamento diverso: quello del figlio, il figlio di Dio. Ecco cosa significa essere “rigenerati dallo Spirito”, nascere di nuovo: rigenerati dallo Spirito sono quelli che gettano via il cuore dello schiavo e acquistano il cuore del Figlio.

*[i]Riprendo qui alcune riflessioni del P. Raniero Cantalamessa

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