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croce ravenna

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Siamo giunti alla terza domenica di Avvento, la domenica “Gaudete”, che prende il nome dall’antifona d’ingresso, la quale comincia proprio con questa parola tratta dalla Lettera ai Filippesi (4,4-5) :

Gaudete! – Rallegratevi nel Signore sempre, ve lo ripeto ancora, rallegratevi!

Può suonare strano questo imperativo. Certo tutti vorremmo rallegrarci, ma forse ce ne manca il motivo. San Paolo, però, il motivo ce l’ha dato, ed il motivo è questo:

Il Signore è vicino.

Tutti noi siamo convinti che questo è vero: il Signore è vicino. Tutti siamo convinti che questo dovrebbe darci gioia. Eppure non sempre questa gioia  risplende davvero nei nostri cuori e sui nostri visi. Perché?

Vi sono momenti in cui la vita fa sentire il suo peso. Quando ci sentiamo soli, e sembra che la nostra solitudine sia un abisso senza luce. Quando la fatica ci taglia le gambe, ci spezza le braccia. Allora si perde la “pazienza”, cioè la forza di patire, di soffrire.

Tutte e tre le letture di oggi fanno riferimento a gente che sta perdendo la forza di portare il peso della vita: Isaia (35,1-10) si rivolge agli smarriti di cuore, che hanno le mani infiacchite e le ginocchia vacillanti; san Giacomo (5,7-10) parla a cristiani perseguitati che hanno difficoltà a pazientare e sopportare le sofferenze; nel Vangelo (Mt11,2-11), Giovanni Battista dal carcere si chiede come mai Gesù non lo liberi dalle sue sofferenze e gli manda a chiedere: Ma sei proprio tu il Messia? E perché non mi liberi, se sei tu?

Il profeta Isaia dice: Coraggio! Non abbiate paura! Ridate forza alle vostre mani e alle vostre ginocchia, perché Dio viene a salvarvi.

E san Giacomo gli fa eco: Prendete a modello di sopportazione e di pazienza i profeti che parlano nel nome del Signore, siate come i contadini che attraversano l’inverno aspettando i frutti dell’estate: Il giudice è alle porte, siate pazienti fino alla venuta del Signore.

Ma il Signore che viene a salvarci ci salva a modo suo, non a modo nostro. Giovanni Battista si aspetterebbe un Messia che lo liberasse dal carcere… Invece Gesù non solo non lo libera, ma sarà egli stesso arrestato e ammazzato. Giovanni è chiamato a rallegrarsi restando in carcere, alla vigilia della sua decapitazione. Tanti martiri sono andati al patibolo pieni di gioia, cantando alleluia. Se siamo attaccati ai nostri valori, al nostro senso della vita, non possiamo comprendere. Ma ci sono altri valori rispetto a quelli comunemente apprezzati: “Poiché la tua grazia vale più della vita”.

Vedete, anche noi tante volte cadiamo in crisi perché non ostante le nostre preghiere le sofferenze rimangono. Ci sembra che il Signore non voglia venire, non si voglia interessare di noi… Eppure lo sappiamo che i ciechi vedono, i sordi odono, gli storpi camminano, ai poveri è annunciato il regno dei cieli. Ma può capitare che a uno – come a Giovanni – sia richiesto di rimanere in prigione in attesa di essere decapitato. Forse perché il Signore non lo ama? Tutt’altro: il Signore lo ha scelto e lo ha prediletto, per condividere la sua stessa sorte.

Forse a questo punto cominciamo a capire un po’ meglio la motivazione della gioia che abbiamo sentito nell’antifona d’ingresso: ci rallegriamo perché il Signore è vicino. E può essere vicinissimo, addirittura intimo a noi, quando veniamo chiamati a patire la sua stessa croce.

Siamo come Giovanni il Battista: lui – che era il più grande tra i nati di donna – è chiamato a farsi il più piccolo per entrare nel regno dei cieli. Che significa “il più piccolo”? Il piccolo è colui che si fida pienamente e si lascia condurre.

Il piccolo nel regno dei cieli non si scandalizza di Gesù: Lo “scandalo” è l’ostacolo che fa inciampare e cadere. Scandalo può essere il Messia Crocifisso, sconfitto. Scandalo può essere la sofferenza nostra.

Beato chi non si scandalizza di me,

ossia chi sa pazientare con coraggio. Chi sa attraversare con fede la passione e giungere alla risurrezione.

La gioia a cui questa domenica ci invita è fondata proprio su questo: il Signore è vicino, viene, non tarderà. Abbiamo qualcosa da patire, abbiamo una croce da portare: ma il Signore viene: questa è la buona notizia, questo è il Vangelo annunciato ai poveri. Ogni croce, se illuminata da questa speranza si fa più leggera, ogni solitudine, ogni incomprensione si rivelano sopportabili, perché passeggere.

Portiamo dunque nel cuore questa speranza e andiamo con maggiore impegno incontro al Natale.

 

 

Piena di gioia

Maria gioia

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L’8 dicembre si festeggia l’Immacolata Concezione di Maria. Cosa significa? Significa che siamo chiamati a contemplare Maria “Tutta bella”, senza macchia di peccato.

Tutti gli uomini hanno peccato: con un ricco simbolismo Gen 3,9-20 narra che fin dagli inizi l’uomo è stato vittima del serpente tentatore e della propria disobbedienza. E come da questo peccato sia scaturito ogni male, discordia, inimicizia, violenza, morte. Siamo tutti “figli di Eva”: nasciamo con il peccato.

Ma Dio non abbandona gli uomini: fin dall’inizio ha progettato la salvezza e ha deciso di mandare il proprio Figlio unigenito nel mondo, a salvare il mondo per mezzo della sua morte e risurrezione. E fin dall’inizio, prima della creazione del mondo – dice san Paolo in Ef 1,3-13 – ha scelto tutti noi, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi.  Tra noi ha scelto una donna, Maria, ad essere madre del Figlio suo, facendola nascere senza macchia di peccato, perché potesse essere degna del mistero che si compiva in lei.

Così dice l’orazione di questa festa: O Padre, nell’Immacolata concezione della Vergine, hai preparato una degna dimora per il tuo Figlio, e in previsione della morte di lui l’hai preservata da ogni macchia di peccato. Il Padre ha preparato una degna dimora per il suo Figlio!

Proviamo, per quel che la nostra fantasia ci consente, a gettare uno sguardo nella psicologia di Maria: una donna senza peccato in un mondo corrotto dal peccato. Quanto deve aver sofferto! Se di Paolo – che pure era un peccatore – si narra che ad Atene “fremeva dentro di sé al vedere la città piena di idoli” (At 17,16), come avrà dovuto patire Maria immacolata nell’affrontare ogni giorno una realtà di peccato che le era totalmente estranea e dalla quale non poteva non essere per lo meno rattristata, quando non direttamente colpita e perseguitata!

Eppure di lei le Scritture ci conservano parole di gioia e di esultanza. Perché? Perché essere senza peccato significa essere in comunione con il Dio della gioia!

“Senza peccato”, dal punto di vista logico, è un concetto negativo, indica una privazione; è un’espressione che  attribuisce positività al peccato, quasi che questo fosse una “energia” – per quanto negativa – da cui difendersi. È dunque un concetto che, per quanto esatto, va corretto da un’altra espressione, quella che troviamo in bocca all’arcangelo Gabriele: Piena di grazia (Lc 1,26-38), perché la grazia è la vera positività, la grazia è comunione e quindi energia di fede, di speranza, di gioia nell’amore.

Maria è libera da ogni impedimento che deriva dal peccato e quindi è piena di fede: gioisce perché sa di essere nelle mani di Dio e supera ogni prova!  È piena di speranza: pregusta la gioia che le viene dalla promessa, e sopporta il dolore! È piena di amore – gioisce della grazia di cui Dio la colma e la riversa su chi la incontra.

Contemplare Maria piena di grazia è dunque per noi la porta della gioia. Per natura noi siamo figli di Eva, ma per grazia siamo figli di Maria. Siamo peccatori per nascita, ma siamo santi per la fede. Già prima della fondazione del mondo siamo predestinati a questa santità (Ef 1,3-6).

Recuperiamo dunque nella nostra spiritualità il primato della grazia ed entreremo anche noi nella gioia di Maria.

Elisabetta proclama la beatitudine di Maria dicendo: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,45). Ma che cosa ha detto il Signore a Maria? Le ha detto che nulla è impossibile a Dio. Questo è il contenuto della fede, e da questo consegue la risposta della fede come affidamento fiduciale nelle mani di Dio: Avvenga per me secondo la tua parola, l’abbandono a Dio come fonte di pace imperturbabile e di gioia inestinguibile.

Lasciamo che il Signore compia in noi l’opera sua, lasciamoci riempire dalla sua grazia, ed allora potremo vivere anche noi da figli di Dio e figli di Maria, sperimentando nella nostra vita la sua beatitudine e diffondendo intorno a noi la pace e la gioia di cui la grazia ci riempie.

 

 

Tempo di svegliarsi

discepoli dormienti

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Comincia un nuovo anno liturgico e proprio all’inizio risuona un grido dalla voce di san Paolo:

Fratelli, è ormai tempo di svegliarvi dal sonno! (Rm 13, 11).

Guardando tante realtà ecclesiastiche europee, si ha l’impressione che dormano. Si fanno più o meno le solite cose, le persone invecchiano, la liturgia è sciatta, l’apostolato è una mera conservazione dell’esistente che non riesce però a fermare l’erosione del mondo, la preghiera personale è ridotta ai minimi termini (quando non addirittura abolita), la penitenza semplicemente non c’è, l’amore fraterno è sostituito da emozioni… Ebbene: questo è il tempo di svegliarci dal sonno!

L’anno liturgico, e si apre con un tempo di attesa. Questo tempo, come sappiamo, si chiama “Avvento”, parola che significa “venuta”: attendiamo la venuta del Signore.

Normalmente siamo portati a dire che questo tempo d’Avvento, che dura quattro settimane, è un periodo di preparazione al Natale e quindi riteniamo che la “venuta” del Signore a cui ci prepariamo è il suo Natale…

In realtà le cose non stanno “proprio” così: se la “venuta” del Signore che attendiamo fosse soltanto il suo Natale, l’Avvento sarebbe semplicemente il tempo della memoria, del ricordo del passato. Infatti sappiamo che il Signore è venuto duemila anni fa: che senso avrebbe “attendere” qualcosa che è già accaduto? Così accade che persino l’anno liturgico contribuisce ad addormentarci: è lo stesso tempo dell’anno passato, di quello prima e di quelli prima ancora, le stesse letture, gli stessi riti… Possiamo tirare a campare anche quest’anno, magari coltivando la pallida memoria dei fatti passati.

E invece l’Avvento, oltre che tempo di memoria, è anche tempo di speranza: è tempo rivolto al futuro. Aspettiamo il Signore che verrà nuovamente “nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine”.

È a questa seconda venuta del Signore che fa riferimento san Paolo dicendo:

La nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti.

Il profeta Isaia (2,1-5) ci presenta questa salvezza con parole meravigliose: si manifesterà la grandezza del Signore, che ora è come nascosta agli occhi degli uomini. Tutti i popoli la vedranno e si accosteranno al nostro Dio per imparare a conoscere le sue vie, per camminare nei suoi sentieri. E il frutto di tutto ciò sarà la pace: gli strumenti di guerra (lance, spade) saranno trasformati in strumenti per coltivare la terra (aratri, falci). Un tempo di gioia, quindi, di giustizia, di salvezza e di pace. È una descrizione piena di luce sfolgorante.

Nel Vangelo di Matteo (24,37-44), al contrario, abbiamo una descrizione in forte chiaroscuro. Il modello è quello del diluvio al tempo di Noè, la distruzione per eccellenza. Il chiaroscuro è dato dal fatto che qualcuno, come Noè, entra nell’arca e si salva, mentre gli altri periscono tutti; ci è dato dal fatto che

due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l’altra lasciata.

La differenza non sta in quello che si fa, ma in come lo si fa: i due uomini stanno facendo lo stesso lavoro nel campo, ma uno si salva e l’altro no; le due donne stanno macinando alla stessa mola, ma una si salva e l’altra no. Anche Noè, come gli uomini del suo tempo, doveva mangiare e bere, anche lui aveva preso moglie e generato figli, ma lui entrò nell’arca e gli altri no. Che cosa fa la differenza?

Lavorare, mangiare, bere, prendere moglie e prendere marito… sono tutte cose buone, ma sono strumenti per qualcosa di più grande: servono per la vita terrena, ma devono prepararci alla vita eterna, all’incontro col Signore. Se invece noi ci tuffiamo in queste cose, all’incontro col Signore non ci pensiamo più.  Se siamo tutti presi dalla ricerca dei nostri comodi, dei nostri comfort  e non ci accorgiamo di nulla, non ci accorgiamo di quel che il Signore sta preparando, perdiamo il nostro tempo, teniamo la nostra mente intontita con tante cose, ci preoccupiamo del denaro, del successo, del potere… e non ci rendiamo conto di perdere la salvezza eterna.

Gesù ci ha dato anche un’altra immagine: quella di un ladro che arriva ad un ora inimmaginata: se il padrone dorme, gli scassina la casa; se invece il padrone sta sveglio non può fare nulla. Capite perché S. Paolo dice che è tempo ormai di svegliarci dal sonno? Ecco il tempo favorevole!

 

 

Questi è il Re

Cristo Re

Audio: via giuseppe garibaldi 9

L’anno liturgico si conclude con la Solennità di nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo. Siamo invitati a fissare lo sguardo su Gesù – su una persona, non su un’idea. Una persona che non ha conquistato né troni né regni su questa terra. Uno che, anzi, è nato in una stalla, è andato profugo in Egitto, ha lavorato come falegname, è stato un povero predicatore, è stato cacciato fuori dalla città ed è morto su una croce. Perché diciamo – contro ogni apparenza – che Cristo è Re? Come e dove si manifesta la sua regalità – giacché agli occhi del mondo, essa è nascosta? Per capirlo, dobbiamo metterci alla scuola degli Apostoli.

1. Ascoltiamo anzitutto Paolo, che nella Lettera ai Colossesi (1,12-20) ci mostra chiaramente perché Cristo è Re:

Cristo è l’immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura.

Guardando Gesù con gli occhi del mondo, si vede solo un uomo umile, povero e crocifisso. Ma nella sua povertà gli occhi della fede conoscono il Volto di Dio. Noi sappiamo che l’uomo è creato a immagine di Dio (Gen 1,26-s), Cristo non è creato, ma generato prima di ogni creatura: non è “a immagine” di Dio, ma è egli stesso l’immagine, il modello sulla base del quale ogni uomo è creato.

Tutte le cose sono state create per mezzo di lui.

Il Padre crea ogni cosa per mezzo della sua Parola: ebbene, Cristo è la Parola stessa di Dio, in virtù della quale tutte le cose sono state create. Cristo è il principio.

Tutte le cose sussistono in lui.

Dio non fa le cose e poi se ne disinteressa: le fa perché le vuole e le cose esistono finché Dio continua a volerle, Dio sostiene nell’essere tutte le cose, e le sostiene nel Cristo: Cristo è il centro.

Tutte le cose sono state create in vista di lui.

La creazione ha un senso, ha uno scopo: tutte le creature tendono a Cristo e saranno “ricapitolate” in lui. Il cielo, la terra, le nostre vite e tutte le cose attendono di ritrovare la propria unità in Cristo, aspettano di essere fatte nuove in lui: Cristo è il fine.

Cristo dunque è Re, perché è principio, centro e fine di tutte le cose, è il senso della vita, il senso della creazione.

Quante volte ci chiediamo che senso ha ciò che ci circonda, che senso ha la nostra stessa esistenza… Tutto ci sembra assurdo, vuoto, privo di senso. È quello che san Paolo indica come essere in potere delle tenebre: tutto ci sembra buio. È perché abbiamo perso di vista Cristo, l’unico che può dare un senso alle cose e a noi stessi.

Allora, dire “Cristo è Re dell’universo” significa dire “Cristo è il senso di tutte le cose”. Una prima conclusione che possiamo trarre dunque è questa: il cristiano non può disperare. Il cristiano non può essere pessimista. Chi dice “tutto va male, tutto è cattivo”, non capisce che tutto viene da Cristo, sussiste in Cristo, va verso Cristo. Certamente c’è il male, perché c’è il peccato, ma Cristo ha vinto il peccato col sangue sparso sulla croce.

2. E veniamo dunque alla seconda domanda: come si manifesta la regalità di Cristo? Si manifesta sulla croce!

Lo vediamo chiaramente nel Vangelo di Luca (23,35-43): tutti insultano Gesù crocifisso, lo prendono in giro e, come massimo scherno, appendono sul suo capo una scritta:

Questi è il re dei Giudei.

Ma non sanno che così facendo compiono un gesto profetico: vogliono insultare e finiscono col dire la verità: quegli è davvero il Re, e non solo dei Giudei.

I re stanno su troni elevati: il trono di Cristo è la croce. Questo significa che il modo di regnare di Cristo è radicalmente diverso dal modo di regnare dei potenti della terra: Gesù aveva detto: “I re delle nazioni dominano su di esse e i loro grandi esercitano il dominio, fra voi però non è così” (cf. Mc 10,42). E non è così il modo di regnare di Cristo: Cristo esercita la sua regalità nel mettersi a servizio di tutti, un servizio umile che lo porta a fare la morte dello schiavo. Un servizio totale, fino all’ultima goccia di sangue sparso per la salvezza dei crocifissori.

Certo, per riconoscerlo abbiamo bisogno di guardarlo con occhi diversi: non gli occhi del mondo, ma quelli della fede; non gli occhi dei crocifissori, ma quelli del buon ladrone. Ascoltiamo le sue parole:

Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno.

Sono parole rivolte ad un uomo insultato, flagellato, crocifisso! Davvero lo Spirito Santo doveva aver aperto il cuore di quel ladro per riconoscere che quell’uomo condannato a una morte da schiavo era Re!

Davanti alla regalità di Cristo noi tutti – come  Chiesa/Popolo di Dio – abbiamo un triplice compito: riconoscere, annunciare, regnare:

Riconoscere nella croce che Cristo regna. Riconoscerlo nelle croci della nostra vita: nei fallimenti, nelle angosce, nelle sofferenze… nella croce, Cristo regna.

Annunciare a tutti gli uomini che Cristo Re è il senso della vita, e che quindi la vita va vissuta con speranza e gratitudine.

Regnare insieme con Cristo, e cioè farci servi gli uni degli altri, come Cristo in croce. Partendo dai più piccoli, dai peccatori come il ladrone pentito.

 

distruzione

Audio: 33-c.m4a

Per chi ha dimestichezza con i salmi, non è difficile immaginare cosa fosse il tempio di Gerusalemme per i pii israeliti: Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore; ed ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme… Una cosa ho chiesto, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore… Un giorno nei tuoi atri vale più che mille altrove… Era una sorta di dovere e un atto di religione, oltre che una sincera ammirazione estetica, quello che portava i pellegrini a lodare le belle pietre e i doni votivi che adornavano il tempio.

Di fronte a questo, le parole di Gesù dovettero suonare come una vera e propria doccia fredda:

Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta (Lc 21,5-19).

Ora, noi sappiamo che la predizione di Gesù si realizzò una quarantina d’anni dopo, nell’anno 70, ad opera dell’imperatore Tito. Questo significa che la cosa non ha più per noi alcun interesse, al di là di quello storico?

No di certo! Qui si parla della distruzione delle cose più belle e più sacre: tutto ciò che è “costruzione” sarà soggetto a “distruzione”! Tutto passa. Tutto è in cammino verso un tempo definitivo.

Si comprende anche la curiosità manifestata dagli ascoltatori: quando avverrà? e come? e quale sarà il segno che ciò sta per avvenire? Certo, anche noi, se Gesù ci dicesse che la nostra casa sarà distrutta o che della nostra chiesa non rimarrà pietra su pietra, come minimo gli chiederemmo quando e come.

La curiosità infantile dei discepolo è presente anche oggi. Ogni volta che ci arriva la notizia di una nuova guerra o di rivoluzioni, o di cataclismi naturali – terremoti, alluvioni – o di carestie e pestilenze, si sente qualcuno che dice: sono gli ultimi tempi, sta per arrivare la fine del mondo! Proliferano anzi delle sette che fanno proseliti proprio giocando sul terrore religioso:

Badate di non lasciarvi ingannare,

Da millenni ci sono in giro falsi profeti che annunciano una fine prossima: Ci sono stati e ci saranno sempre settari, maestri e discepoli d’errore, ingannati e ingannatori, che fanno calcoli e con i loro annunzi turbano e sviano le folle. Si è voluto spesso calcolare la fine, con punti di partenza e considerazioni in parte assai ridicole. Gli uomini, che vi han creduto, furono ingannati e imbrogliati. Non c’è nessun calcolo possibile. La parola di Gesù suona chiara e tagliente:

Non andate dietro a loro!

Non bisogna farsi ingannare neanche dalle catastrofi. Ci sono sempre, come afferma Gesù, guerre e rivoluzioni, conflitti di nazione contro nazione, di regno contro regno. A queste catastrofi della storia si aggiungono le catastrofi naturali: terremoti, fame, pestilenze… Gesù sottolinea:

Non è subito la fine.

Tutti questi eventi in realtà sono segni che tutte le cose finite finiscono. Però non sono prodromi di fine prossima di tutto!

Neanche la persecuzione della Chiesa è segno della fine. Tali persecuzioni sono avvenute, avvengono e avverranno; Gesù le predice con tutta la chiarezza desiderabile. Getteranno i discepoli in carcere e li trascineranno davanti a re e principi; saranno abbandonati e accusati dai propri parenti. La parola di Gesù contiene la profezia inaudita e sconvolgente:

Sarete odiati da tutti a causa del mio nome.

E tutti ci rendiamo conto di quanto siano attuali queste parole oggi, quando nel mondo essere cristiani è motivo sufficiente per essere perseguitati.

Ma neanche questo deve gettarci nell’inquietudine: nell’ora del pericolo, Gesù ci darà parola e sapienza, ed avremo così occasione di dare testimonianza. Dio sarà nostra protezione, e, se perseveriamo e resistiamo, secondo la parola di Gesù, nemmeno un capello del nostro capo andrà perduto.

Cosa significa? Forse che il Signore non permetterà che soffriamo o che veniamo uccisi? Una schiera immensa di martiri santi sta lì a testimoniare il contrario e, a capo di questa schiera, sta Gesù crocifisso! Nondimeno l’aiuto del Signore sarà potente per mezzo della luce e della forza interiore che ci consentirà di rendergli testimonianza. Il Signore non ci dice che non moriremo: ci promette che risorgeremo!

La persecuzione della Chiesa non è un segno della fine vicina. Tutte queste cose, la comparsa di falsi profeti, l’irruzione di catastrofi, la furia delle persecuzioni, ci sono sempre state e ci saranno sempre nel corso della storia. Appartengono alla vita del pianeta, dell’umanità e della Chiesa di Cristo; non sono perciò segno di qualcosa di straordinario e d’insolito, non sono prova di una fine imminente.

Da cristiani dobbiamo avanzare in mezzo a tutte queste difficoltà, angustie e lotte, impressionati certamente, ma non inquieti. Non ne siamo sorpresi, giacché Cristo ce l’ha predetto. Ma non ne siamo neanche sopraffatti, perché le affrontiamo con la forza di Gesù.

Nessun terrore, dunque. Il terrore è segno di cattiva coscienza!

Il profeta Malachia (3,19-20) e il Salmo 98 (97) esprimono un’attesa piena di speranza da parte di coloro che temono Dio e desiderano la sua giustizia. Il giorno del Signore segnerà la distruzione dell’ingiustizia nelle sue radici e nei sui germogli, la distruzione degli oppressori. Dobbiamo allora chiederci: noi da che parte stiamo?

Se stiamo dalla parte degli oppressori ci preoccupiamo del quando del come, dei segni, per trovare qualche stratagemma e sottrarci al giudizio di Dio. Se invece siamo dalla parte degli oppressi, Risolleviamoci e alziamo il capo, perché la nostra liberazione è vicina (Lc 21,5-19).

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In occasione della Festa di tutti i Santi e della Commemorazione dei Fedeli defunti abbiamo meditato sulla morte e la risurrezione. Le letture di questa domenica ci invitano a ritornare su questi temi.

Dobbiamo farlo, perché la nostra società ha con la morte un rapporto insano. Da una parte ne ha paura, dall’altra ne è attratta.

Da una parte nasconde la morte: sono quasi scomparsi i segni del lutto, si abbreviano i tempi di permanenza del cadavere in casa, le visite ai cimiteri si diradano…

Dall’altra parte ricerca la morte: il numero dei suicidi cresce spaventosamente (soprattutto tra i giovani), si compiono scelte di morte legalizzate (l’aborto), si auspica la legalizzazione dell’eutanasia…

Un rapporto insano con la morte che nasce quando si perde la fede nella Risurrezione.

Proprio della Risurrezione ci parla il Vangelo di Luca (20,27-38): ci presenta una scena che ha come sfondo Gerusalemme e gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù: sta per morire anche lui!

Dallo sfondo s’avanzano i Sadducei: il partito aristocratico-conservatore, sostenuto soprattutto dai sommi sacerdoti. Essi, dice Luca, “negano che vi sia la risurrezione”.

Questi vengono per presentare un “caso” fantasioso, assurdo, inventato ad arte per tentare di invischiare Gesù in una polemica sbiadita e inutile.

La loro visione della vita dopo la morte è banale, materialistica, concepita come un ricalco della vita terrena.

Ecco allora il caso stravagante di questi sette fratelli.

Se un uomo sposato moriva senza figli, per legge il fratello doveva prendere sua moglie e dare eredi al defunto. Ed ecco che sette fratelli sono costretti a sposare l’uno dopo l’altro la stessa donna. E si vuol sapere di chi sarà moglie quando risorgeranno tutti insieme.

Gesù non si lascia invischiare in questa polemica e va dritto al cuore del problema, mostrando il vuoto e l’inconsistenza di quella religiosità così meschina. Il nostro futuro ultimo non una copia migliorata del presente: per i giusti la vita dopo la morte, la vita nella risurrezione è vita simile a quella degli angeli, è comunione piena con Dio.

L’avevano già intuito la madre e i sette fratelli martiri di cui parla il Secondo libro dei Maccabei (7,1-14). Questi ragazzi, prima di essere uccisi, dicono al tirannò: “Tu ci elimini dalla vita presente, ma il re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna… Noi attendiamo da Dio l’adempimento delle speranze di essere da lui di nuovo risuscitati”.

Se su questa terra abbiamo costruito un legame di vita e di amore con Dio, questo non può finire: anzi, dopo la morte giungerà a una fioritura perfetta.

Ma il punto è questo: lo stiamo costruendo questo legame di vita e di amore con Dio? San Paolo dice che ognuno raccoglierà quel che ha seminato: chi semina nella carne, dalla carne raccoglierà corruzione, chi semina nello spirito, dallo spirito raccoglierà vita eterna. Vale a dire: se su questa terra cerchiamo l’avere, il potere e il godere, la morte sarà la nostra condanna; se cerchiamo Dio, la morte si aprirà alla vita eterna.

 

Punti di vista…

Zaccheo

La storia narrata all’inizio del capitolo 19 del Vangelo di Luca può essere letta  assumendo tre diversi punti di vista: quello della folla, quello di Zaccheo e quello di Gesù.

La folla

Cominciamo dalla folla: che cosa vide quel giorno, in cui Gesù attraversava Gerico? Tutti si accalcavano per vedere Gesù, e dietro la folla si scorge persino Zaccheo,  l’uomo più odiato della città: “Capo dei pubblicani e ricco”. I pubblicani sono tutti corrotti, infami, ladri, spie… Lui è il capo di tutti! E per di più è basso di statura. Appare come una figura grottesca e ripugnante. La gente lo vede muoversi qua e là, alzarsi in punta di piedi, cercarsi un varco… Non vi riesce, e allora “corre avanti e, per poterlo vedere”, arriva perfino ad arrampicarsi su di un albero. Immaginate: coi vestiti lussuosi, un tipo come lui, un’autorità…! È comico!

Ma poi la gente vede Gesù che si ferma proprio sotto quell’albero, che rivolge la parola a quell’uomo ridicolo ed odiato, che addirittura va ad alloggiare da lui, da un infame! Ma che razza di maestro è questo Gesù? Che razza di profeta?

Zaccheo

Passiamo però dal punto di vista di Zaccheo. Egli sa di essere un uomo ricco, potente e temuto. È quasi un nano, sì, ma ha saputo vendicarsi degli “occhi e le battute della gente” (De Andrè): è diventato un’autorità. Sembrerebbe del tutto autosufficiente. Però quel Gesù lo incuriosisce. Lo vuole vedere. E la voglia di vederlo, che lo porta a vincere ogni senso della sua propria dignità, ogni timore del ridicolo: va ad arrampicarsi come un monello su un sicomoro!

Ma quando Gesù arriva sotto l’albero succede qualcosa di inaspettato: fino a quel punto era Zaccheo che voleva vedere, ora è Gesù che alza lo sguardo: il vedere si trasforma in essere visto. Il ricco capo dei pubblicani sente su di sé lo sguardo di Cristo. È un attimo, ma un attimo eterno. Tutta la vita di Zaccheo è sotto quello sguardo. Zaccheo si sente colto, come si può cogliere il frutto dell’albero. Colto in quell’atteggiamento buffo, sui rami di un sicomoro coi suoi vestiti di lusso. Come si sarà sentito in quel momento? Come avrà valutato la sua vita fino a quel punto, i suoi peccati, i suoi imbrogli, le sue violenze?

E a questo punto ha la sorpresa inaudita di sentire che Gesù gli rivolge anche la parola, lo chiama per nome, si invita addirittura a casa sua.

La frenesia del curioso Zaccheo si trasforma nella fretta del nuovo Zaccheo, “pieno di gioia”. Pieno di gioia, perché ha avuto il coraggio di svuotarsi di sé ed accogliere Cristo. La sua vita è trasformata: da oppressore dei poveri diventa generoso fino all’estremo: dà metà dei suoi beni ai poveri; da imbroglione diventa giusto: restituisce quattro volte tanto!

Gesù

Con tanta gente intorno, il suo sguardo si rivolge proprio a quell’uomo maledetto da tutti. Con tante case per bene nelle quali trovare accoglienza, sceglie proprio la casa di quel peccatore. Perché

“Il Figlio dell’Uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.

Mentre tutti in Zaccheo non vedono altro che il peccatore, Gesù vede il figlio di Abramo, perché questi – non ostante tutto – dimostra di avere la fede di Abramo: è alla ricerca, è disposto ad accogliere, è pronto a trarre tutte le conseguenze pratiche della salvezza ricevuta. La salvezza è entrata nella sua casa nella persona di Cristo: questo figlio di Abramo che era perduto ha capito di essere cercato e salvato dal Figlio dell’uomo.

E noi?

Possiamo identificarci in Zaccheo? Abbiamo dentro di noi quest’ansia di vedere Gesù, che ci porta a rischiare anche il ridicolo pur di incontrarlo? O abbiamo timore del fatto che Lui ci può guardare, si può invitare a casa nostra, cosicché la nostra vita deve cambiare radicalmente per far entrare la salvezza? Abbiamo sperimentato (desideriamo sperimentare) la gioia della salvezza?

Oppure ci identifichiamo con la folla, che giudica il peccatore, condanna il Salvatore e rimane fuori dalla salvezza?

Chiediamo al Signore di darci lo sguardo di Gesù, la capacità di guardare gli altri con l’amore di Dio, che vede non solo ciò che essi sono, ma anche e soprattutto ciò che possono diventare se incontrano la sua grazia.

 

 

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