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Senza stancarsi

preghiera di mosèQualche settimana fa, la liturgia ci ha fatto ascoltare una parabola “gemella” a quella della vedova e del giudice iniquo (Lc 18,1-8) – ricordate? – la parabola dell’amico importuno che va di notte a chiedere un pane e, tanto insiste, che alla fine viene esaudito (Lc 11,5-10). L’insegnamento delle due parabole è lo stesso: se tra esseri umani (amanti del proprio comodo, egoisti o perfino empi come questo giudice) l’insistenza finisce per ottenere, figuriamoci con Dio!

Però la parabola di oggi si colloca in un orizzonte diverso rispetto alla precedente. Lì si trattava della preghiera personale, che presenta a Dio le proprie necessità e chiede ciò di cui ha bisogno. Qui, il contesto in cui Luca narra la parabola, è segnato dal discorso escatologico del cap. 17: quando verrà il regno di Dio? dove si manifesterà? Gesù dice che il Figlio dell’Uomo tornerà, la sua manifestazione sarà tremenda; accadrà come il diluvio o come la distruzione di Sodoma, che avvennero quando meno la gente se l’aspettava. Ma nel frattempo, cosa succede?

Nel frattempo la vita della comunità cristiana è per certi versi paragonabile a quella di una vedova (i suo Sposo è asceso al cielo), che ha a che fare con un avversario che la perseguita (il maligno), e si trova di fronte un potere mondano che – come il giudice della parabola – non teme Dio e non rispetta gli uomini. Pensiamo alla Chiesa perseguitata, allora come adesso in tante parti del mondo, dalla tirannia dei potere politici ed economico. E pensiamo alle persecuzioni più gravi che sorgono dall’interno della Chiesa, dal peccato che la rovina, dalla corruzione, dai tradimenti… Sono cose antiche e sempre attuali, purtroppo!

La vedova è l’incarnazione della dipendenza e della fragilità: l’unica cosa che può fare è appellarsi al giudice, reiterare i tentativi. La parabola ci mette davanti ad una situazione claustrofobica: la poverina si reca dal giudice per chiedergli di occuparsi del suo caso, ma il giudice non l’ascolta; lei insiste e lui fa orecchie da mercante. E questo per ore, giorni, settimane, mesi, anni… Chissà! Tutto tempo nel quale la vedova continua a subire il sopruso del suo avversario. Come la comunità cristiana, che deve subire le persecuzioni all’esterno e le tentazioni e gli scandali all’interno.

Come resistette la povera vedova? Ripetendo la sua supplica, senza stancarsi. E la comunità cristiana, come resisterà? Pregando sempre, senza stancarsi mai.

 La preghiera è indispensabile, come anche è indispensabile lottare contro lo scoraggiamento. Il libro dell’Esodo (17,8-13) ci presenta plasticamente questa verità: Giosuè deve affrontare i nemici sul campo di battaglia, ma la vittoria dipende dalla preghiera di Mosè, che sta sul monte con le braccia alzate.

La perseveranza nella preghiera è un motivo che si incontra spesso nel NT. Se troviamo tante esortazioni a questo riguardo, evidentemente, è perché ci sono tante tentazioni in contrario: tanti dubbi, tanta trascuratezza, tanto sconforto, tante distrazioni mondane, e soprattutto la mancanza di fede davanti al fatto che i tempi di Dio non sono i nostri tempi.

L’insistenza della vedova è come una goccia che scava la pietra. Anche se il giudice iniquo non teme Dio né rispetta gli uomini, alla fine si decide ad agire e la vedova sarà ristabilita nel suo diritto. C’è un tempo lungo e c’è un attimo: per molto tempo il giudice rifiuta di ascoltarla, ma in un attimo cambia atteggiamento. Ella gridava “fammi giustizia” – egli finalmente decide: “le farò giustizia”. È un iniquo, è un uomo che abusa del suo potere, ma alla fine cede alla volontà di una poveretta, per non essere ulteriormente seccato.

A maggior ragione – dice il Signore – Dio che è giudice giusto farà giustizia ai suoi eletti che manifestano la loro fedeltà con una preghiera incessante, a “coloro che gridano a lui giorno e notte”. Gridano  perché soffrono in un mondo ostile che li emargina e si appellano a Dio perché li consoli e dia loro piena soddisfazione, perché li ascolti!

Quanto ai tempi… non è del tutto adeguata la traduzione che dice: “Farà loro giustizia prontamente”; meglio sarebbe tradurre: “Farà loro giustizia senza tardare”. Certamente Luca vuol dire che il Signore verrà senz’altro per giudicare e non tarderà, ma per il momento bisogna aspettare. La situazione dei cristiani – come quella della vedova – cambierà improvvisamente, in un istante. Ma quando? Quando i tempi saranno maturi. Non spetta a noi conoscerli.

E qui la pagina evangelica termina con una riserva temibile: non c’è dubbio che Dio farà giustizia ai suoi eletti, ma questi devono rimanere fedeli fino alla fine, devono conservare la fede! Lo faranno?

Quando verrà, il Figlio dell’Uomo troverà la fede sulla terra?

Dal momento che bisogna fare i conti con la durata, non si deve temere un raffreddamento della fede? La risposta non è scritta, perché dobbiamo scriverla voi ed io, e sappiamo come: la fede si manifesta e si nutre nella preghiera.

dieci lebbrosi

Negli esseri umani, in tutti, c’è un fondo di religiosità naturale per cui, davanti a difficoltà che superano le nostre forze, ci viene spontaneo fare un atto di fede e chiedere aiuto al Cielo. Di fronte a un male insormontabile, cosa resta da fare se non chiedere aiuto a Dio, raccomandarsi alla Madonna, pregare qualche santo? E così – più o meno – fan tutti: un proverbio inglese dice che è difficile mantenersi atei quando si sta in trincea.

Se ci riflettiamo, però, vediamo che questo atteggiamento “naturale” è sì “religioso”, ma fino a un certo punto. In realtà non ci interessa tanto la nostra relazione con Dio, quanto piuttosto il nostro benessere terreno. La fede in Dio può far comodo, se ci da una mano quando ne abbiamo bisogno; ma poi – come si dice – “avuta la grazia, gabbato lo Santo”.

Eppure il nostro benessere terreno, comunque sia, prima o poi è destinato a finire. E Dio non ci ha creati per finire col nostro benessere terreno: ci ha creati per la sua gloria, per l’eternità, per la beatitudine. Ci ha creati perché potessimo entrare in relazione con lui, come figli amati. “Ma l’uomo nella prosperità non comprende – dice un salmo –: è come gli animali che periscono”. Allora le difficoltà che il Signore permette nella nostra vita sono una benedizione, sono come un richiamo che ci dice: guarda che se vivi solo per il tuo benessere, prima o poi morirai! Se entri in relazione d’amore con Dio, invece, vivrai in eterno! In questo consiste la salvezza.

Nel vangelo (Lc 17,11-19) vediamo dieci uomini (dieci è un numero simbolico, che indica la totalità: stanno a rappresentare tutta l’umanità), che hanno il problema peggiore che si immagini nell’antichità: la lebbra, malattia contagiosa, che rende “impuri”, che taglia fuori dal contesto umano, che impedisce la partecipazione al culto. Essi si presentano dinanzi a Gesù, fermandosi a distanza come prescrive la legge, e si appellano a lui, con un atto di fede commovente: “Gesù maestro, abbi pietà di noi!”.

Luca sottolinea che “appena li vide” Gesù disse: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. I sacerdoti avevano il compito di diagnosticare l’eventuale guarigione. Ma è importante notare lo sguardo di Gesù[*]: uno sguardo di compassione, è lo sguardo di Dio stesso che ama questi uomini e vuole la loro salvezza. Confermando la loro fiducia, Gesù li esorta a credere sin d’ora nella loro guarigione e a presentarsi ai sacerdoti. Essi vanno, fiduciosi nel suo potere e mentre sono in cammino avviene il miracolo: la loro fede li ha guariti.

La seconda parte del racconto, però, dimostrerà subito che se questa fede li ha “purificati”, non è stata sufficiente per “salvarli”. Questo è il punto culminante del racconto: bisogna capire che, se la fede non diventa relazione con il Signore, improntata a gratitudine ed amicizia, se resta ancorata al proprio benessere terreno, non è autentica fede: rimane bloccata sul proprio tornaconto, non si innalza fino alla salvezza.

Nove di loro, infatti, si accontentano della guarigione e si allontanano da Cristo. Solo uno, un Samaritano – cioè uno straniero, considerato come un pagano – torna a Gesù per ringraziare e lodare Dio. Solo lui interiorizza la sua guarigione, rafforza la sua fiducia iniziale, approfondisce la propria fede e completa la sua conversione.

Per gli altri, la consapevolezza di essere membri del popolo eletto, non stranieri, li porta a ritenere che la guarigione sia una specie di diritto acquisito. Non ostante la guarigione, contraggono un male peggiore della lebbra: l’ingratitudine.

Dice s. Bernardo: “Fortunato il Samaritano, il quale riconobbe di non aver niente che non avesse ricevuto” e perciò sgorga in lui il grido della lode, del ringraziamento, dell’adorazione di Cristo. Questo fa spazio a un dono superiore alla guarigione: la salvezza.

Quante volte siamo nella condizione dei nove Giudei? Siamo talmente pieni di noi stessi, pronti ad accampare diritti, anche nei confronti di Dio, che non ci rendiamo conto che tutto è dono. E diventiamo ingrati. E infelici. Se si aprono gli occhi sul nostro nulla, appare con chiarezza il dono di Dio ed in noi nasce la gratitudine, l’amore che risponde all’Amore, la lode, la salvezza.

 

[*] Cf. F. Bovon, Vangelo di Luca, vol. 2, Brescia 2007, pp. 733-ss.

 

chiave di volta

Accresci la nostra fede! (Lc 17, 5-10)

Certo, sembra questa la richiesta più opportuna da rivolgere al Signore. Di fronte all’ampiezza del nostro compito, di fronte alle esigenze così radicali del Vangelo, anche noi, come gli apostoli, rivolgiamo questa preghiera al Signore, chiediamo il suo aiuto, imploriamo una dose rinnovata di fiducia in Dio: “Accresci la nostra fede!”.

Ma – l’avrete notato – Gesù non risponde direttamente a questa richiesta, che pure sembra giustissima. Gesù, al contrario, replica che non ci vuole molto per ottenere meraviglie.

Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: « Sràdicati e vai a piantarti nel mare», ed esso vi obbedirebbe.

Poi racconta la parabola del servitore che, dopo aver arato il campo o pascolato il gregge, deve ancora servire il padrone a tavola e sentirsi servo inutile. Il che, sinceramente, sembra non entrarci niente con la richiesta degli apostoli: “Accresci la nostra fede!”.

Eppure c’entra. Ma dobbiamo trovare la chiave di volta. Sapete, la chiave di volta è una pietra lavorata che viene posta al vertice di un arco o di una volta; chiude, con la sua forma a cuneo, la serie degli altri elementi costruttivi disposti uno a fianco dell’altro ed è quindi elemento indispensabile per scaricare il peso retto dall’arco sui pilastri laterali. C’è anche in questa pagina del vangelo una chiave di volta che tiene insieme la richiesta degli apostoli, il paragone del granello di senape e il gelso, e la parabola del servo inutile. E dobbiamo cercarla.

Cominciamo il paragone del granello di senape e il gelso. “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: « Sràdicati e vai a piantarti nel mare», ed esso vi obbedirebbe”.

L’immagine è iperbolica, è un esempio classico di quella retorica eccessiva apprezzata in Oriente: si paragona l’albero di gelso, così grande e difficile da sradicare, con il più piccolo di tutti i semi. Ma perché, alla richiesta degli apostoli “Accresci in noi la fede!”, Gesù risponde così? cosa vuole dirci? Gesù vuole farci capire che non è tanto necessario occuparci di misurare le scorte a monte, nei serbatoi della nostra fede, quanto piuttosto far zampillare a valle l’attività della nostra fede.

È come se dicesse: prima di chiedere l’aumento della fede, cercate di capire che cosa significa aver fede. Aver fede significa mettersi nelle mani di Dio e a Dio tutto è possibile. Qui siamo arrivati alla chiave di volta: la fede – come insegna san Paolo (Rm 1,5) – è obbedienza. Se tu obbedisci a Dio, tutte le creature obbediscono a te: anche il gelso ti obbedirebbe. Il Salmo 8 ci dice che Dio ha dato all’uomo il potere sulle opere delle sue mani e tutto ha posto sotto i suoi piedi: i greggi e gli armenti e tutte le bestie della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare che percorrono le vie del mare; questa è la vocazione dell’uomo, che si realizza quando l’uomo obbedisce a Dio  (cioè quando realizza l’essenza della fede). Quando invece l’uomo si ribella a Dio, disobbedisce, la terra diventa un deserto inospitale: Maledetto sia il suolo per causa tua – dice il Signore ad Adamo – spine e cardi produrrà per te.

Le fonti francescane ci raccontano di come tutte le creature obbedissero a Francesco: gli uccelli, le cicale, le allodole, il fuoco e persino i lupi… Ma perché? Perché Francesco obbediva a Dio, non seguiva un suo progetto da imporre al mondo, non cercava il suo tornaconto: era sottomesso a Dio, e quindi ogni cosa gli era sottomessa.

Comprendiamo dunque il legame con la parabola seguente, quella del servitore: indica che Cristo esige da noi tanto una fede possente quanto una fede obbediente, sottomessa, modesta. Hai lavorato per il tuo Signore? Hai arato il campo e pascolato il gregge? Ora cingiti i fianchi e servi a mensa! Obbedisci fino in fondo. Questa è la tua fede. È inutile che tu stia a misurarne i serbatoi: pratica l’obbedienza e riconosci di essere un servo inutile.

L’immagine del granello di senape ci porta a collegare la sorte di Cristo stesso con la fede dei suoi discepoli. Gesù, lui per primo, fu umile come il granello di senape, poiché accettò l’incarnazione e la crocifissione, e manifesta ora la sua forza attraverso noi, suoi discepoli. Per questo siamo invitati dalla parabola del servo a non fare un cattivo uso di questa potenza ricevuta e ad eseguire gli ordini del nostro Signore in un servizio umile e fedele.

La parabola è chiara in sé, ma nel contesto del vangelo di Luca riceve uno spessore di profondità che allude alle realtà ecclesiali: il titolo di servo designa spesso chi ha un ministero o un incarico nella Chiesa. Il campo nel vangelo sta spesso a significare il mondo e il verbo arare ha riferimento alla diffusione della parola di Dio. Il verbo pascere è la funzione principale dei pastori della chiesa, servire (diakonô) fa riferimento al servizio delle mense, mangiare e bere fanno pensare all’Eucaristia.

C’è dunque un riferimento particolare ai responsabili nella comunità cristiana. Gesù vuole che adempiano il proprio compito con zelo e fedeltà, senza attendersi qualche lode o ricompensa particolare. Dio ci coinvolge come suoi collaboratori, ma reputa inutili coloro che si credono particolarmente indispensabili. Essere chiamato da Dio “servo inutile” è una sventura; definirsi così da se stessi è una benedizione.

Se al termine ci troveremo un po’ più umili e obbedienti alla Parola di Dio, non avremo corso invano.

 

Pieni di vuoto

Lazzaro Epulone

Prosegue la catechesi sull’uso dei beni terreni: domenica scorsa il Vangelo ci ha invitato ad usare le ricchezze per farci amici i poveri che ci accoglieranno nelle dimore eterne. Oggi abbiamo un esempio opposto: un uomo tutto preso a godersi la vita che non si rende conto del povero che giace alla sua porta (Lc 16,19-31).

Godersi la vita! È uno degli imperativi del nostro tempo. Tutto ci spinge in questa direzione: la pubblicità, la moda, il mercato, gli spettacoli… Godetevi la vita! Fatevi passare tutti gli sfizi! E soprattutto: fate vedere agli altri che godete! Così ci creano esigenze mai sentite prima, ci fanno sentire inferiori se non andiamo vestiti alla moda, se non abbiamo l’ultimo modello di smartphone, se non compriamo questo e quell’altro… E non basta: la cosa più importante è esibire sui social i nostri godimenti. Al punto che non ci rendiamo conto del nostro vuoto.

A Samaria, sette secoli prima di Cristo, il profeta Amos (6,1-7) redarguisce gli uomini tutti presi dai loro divertimenti. È un invito provvidenziale alla conversione, ma resterà inascoltato e l’esito sarà esilio e distruzione.  E qual è la colpa di queste persone? Di per sé non c’è niente di male a stare su letti d’avorio, e su divani confortevoli; niente di male nel mangiare carne di buona qualità, cantare e suonare, bene vino e usare profumi di lusso.  Il male sta nel chiudersi nella ricerca dei propri comodi e non preoccuparsi della rovina del popolo.

Ma veniamo alla parabola evangelica. Qui anzitutto ci viene presentato un uomo ricco, con le sue vesti di lusso e i suoi lauti pranzi, un epulone. Spontaneamente nell’uditorio di Gesù – formato prevalentemente da gente di condizione modesta –  si genera una reazione di diffidenza, di antipatia, ma anche di invidia.

C’è poi il secondo personaggio: un povero di nome Lazzaro, che è descritto in una condizione di sofferenza estrema; persino i cani hanno misericordia di lui, ma il ricco non se ne accorge: è tutto preso dai suoi piaceri. Tra gli ascoltatori sorge compassione per il povero e sdegno nei confronti del ricco.

Poi viene l’ora di morire per tutti e due e si compie il giudizio di Dio: il povero è portato in cielo, accanto ad Abramo; il ricco negli inferi tra i tormenti. Gli ascoltatori ne provano soddisfazione!

Però le cose non finiscono qui: c’è una richiesta da parte del ricco che non aveva avuto pietà: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Se fossimo noi a decidere, cosa faremmo? Probabilmente il nostro buonismo un po’ terra-terra ci porterebbe ad accontentarlo… Ma qui il contesto non è terra-terra, bensì cielo-inferno. Finché si sta sulla terra, la pietà salva. Questo è il “grande abisso” che separa il cielo dall’inferno: la presenza o l’assenza della pietà sulla terra.

Qui scopriamo che la condizione del ricco su questa terra, in realtà, non è più favorevole di quella del povero, perché nell’eternità le parti saranno rovesciate: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti”. L’unica cosa saggia da fare è condividere i beni con i poveri, avere pietà su questa terra, adesso che è tempo.

A questo punto il ricco prega che Lazzaro vada dai suoi cinque fratelli e “li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma la conclusione del racconto è amarissima: i fratelli del ricco hanno Mosè e i profeti, e non si convertono (cambiano modo di vivere):  “Non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”. Chiaramente qui non si dice che nessun uomo sarà persuaso (che è falso). Vi sono alcuni che si lasciano persuadere ed altri no. Quelli che ascoltano Mosè e i Profeti sì, gli altri – che non ascoltano perché vogliono essere essi stessi il metro di azione – no.

Il ricco vorrebbe che i suoi fratelli fossero ammoniti severamente; ma a che? Qual è la conversione richiesta? Semplicemente quella di fare un po’ più di elemosina, di essere un po’ più “equi e solidali”? Non basta. Si tratta di decidere se vivere per questa terra (e quindi, in ultima analisi, per l’inferno) o per il cielo. In realtà, già su questa terra il ricco epulone è un uomo dal cuore vuoto, che cerca di nascondere col lusso la sua disperazione. Letteralmente disperazione, perché o ci si riempie di Dio (che è amore e pietà) o ci si riempie di vuoto. Se invece ci lasciamo persuadere da Colui che è risuscitato dai morti, Gesù Signore, viviamo per il cielo già su questa terra e vivremo nel cielo per sempre.

 

 

La disonesta ricchezza

Amminstratore infedele
Che cos’è una parabola? È un racconto che ti invita a identificarti con uno dei personaggi e in questo modo ti stimola a riflettere: in un caso simile tu che faresti?[*]

In Lc 16, 1-9 Gesù racconta una storia ambientata in un ambiente di gente poco per bene (“i figli di questo mondo”). Qui troviamo l’amministratore infedele di un uomo ricco che viene accusato di cattiva gestione e sottoposto a procedura di licenziamento. Ebbene, se capitasse a te, che faresti? Il personaggio del racconto ha un’idea. Sa che il suo padrone ha molti debitori e l’amicizia di questa gente gli può tornare utile per procurarsi un altro impiego. Quindi, siccome ha ancora in mano la contabilità, falsifica le ricevute a vantaggio dei debitori in modo da associarli alle sue malefatte: se li fa complici e in qualche modo si compra la loro riconoscenza.

Ebbene, tu come lo giudichi? Troppo facile dire: “disonesto”! Nel contesto del racconto sono tutti disonesti. Ma vi sono disonesti stupidi e disonesti furbi. Il nostro personaggio è stato furbo. Talmente furbo che il padrone stesso è costretto a lodare la sua scaltrezza.

A questo punto, Gesù applica la parabola a noi: “Ebbene io vi dico…”, anche voi siete amministratori di qualcosa: i beni materiali, le ricchezze, il tempo, la vita stessa… Non sono nostri ma di Dio: noi ne siamo semplici amministratori. E anche noi rischiamo di sperperare questi beni, usandoli come se appartenessero a noi e non a Dio.

Dio ha creato gli uomini tutti uguali. Ed ha creato i beni della terra affinché servissero a tutti gli uomini. Ora perché noi ne abbiamo in sovrabbondanza e altri uomini non ne hanno affatto? Perché noi ci ammaliamo perché mangiamo troppo, mentre milioni di persone muoiono di fame? “Sei un ladro – dice san Basilio – perché la doppia veste che tieni riposta nel tuo armadio appartiene al povero che va nudo!”

Tutti noi dunque abbiamo una “disonesta ricchezza”, e a tutti sarà chiesto di rendere conto del nostro operato e l’amministrazione ci verrà tolta. Che fare?

Una soluzione c’è: agire con scaltrezza, come l’imbroglione della parabola! Procuriamoci amici con la disonesta ricchezza! I beni non appartengono a noi, ma a Dio. Allora usiamoli per alleviare le sofferenze degli affamati, degli assetati, di quelli che sono non hanno di che vestirsi, non hanno casa, sono malati, sono carcerati… E quando l’iniqua ricchezza verrà a mancare (perché, che ci piaccia o meno, dobbiamo morire tutti quanti e all’altro mondo non porteremo né soldi, né case, né titoli), saranno i poveri che abbiamo aiutato sulla terra che ci accoglieranno in cielo. Anzi, ci accoglierà Gesù stesso che dirà: “Venite, benedetti del Padre mio, perché…  tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (cf. Mt 25,31- 48).

Allora vedete che non è solo questione di elemosina, ma di giustizia, di onestà. Non facciamo nessun regalo quando distribuiamo i beni ai poveri, facciamo giustizia: i beni sono del Padre, e il Padre vuole che ogni figlio abbia la sua parte!

E dal nostro modo di amministrare i beni dipende il nostro destino eterno: “Chi è fedele in cose di poco conto (i beni di questa terra) è fedele anche nelle cose importanti (i beni del cielo)”. Non possiamo fare gli ipocriti, pretendere di servire Dio ed essere attaccati ai soldi, aspettando che Dio ci salvi per le nostre pratiche religiose: così serviamo a due padroni, Dio e la ricchezza.

Se facciamo così siamo simili a quei mercanti contro i quali si scaglia il profeta Amos (8,4-7): osservano le prescrizioni religiose del sabato e del novilunio, ma come un peso: il loro cuore non sta con Dio, ma con il denaro, per amore del quale sono pronti a imbrogliare e addirittura a spingere i loro fratelli a vendersi come schiavi per debiti (comprare il povero per un paio di sandali).

Facciamoci quindi un bell’esame di coscienza: serviamo Dio o il denaro?

[*] Cf. V. Fusco, Oltre la parabola. Introduzione alle parabole di Gesù, Roma 1983, p. 110.

I buoni e i cattivi

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro» (Lc 15,1).

Pecora smarritaQuando ascoltiamo una storia, spesso in noi scatta un meccanismo un po’ infantile: ci identifichiamo con “i buoni” e prendiamo posizione contro “i cattivi”. Già. Ma chi sono i cattivi e chi sono i buoni? Per noi cristiani di lunga data è spontaneo pensare che i farisei e gli scribi sono “i cattivi” (gente dal cuore duro!), che chiudono la porta in faccia ai “buoni”, che sarebbero i pubblicani e i peccatori (poverini!). Ed è sottinteso che noi siamo i buoni, noi stiamo dalla parte dei buoni.

Ah, sì? Che ne direste di un prete che mangia con i mafiosi? E se lo vedeste parlare con una prostituta? E se accogliesse un pedofilo? Se si facesse vedere in compagna di politici corrotti?

Eh, com’è facile rapportarci a “i peccatori” in astratto e com’è difficile farlo con le persone vere, con le persone che fanno del male! Perché questo significa “peccatori”: gente che fa del male, gente che provoca dolore ad altra gente.

Vedete cosa ci capita? Che siamo indulgenti verso “il peccato” in astratto (misericordia per tutti! non condannare mai! non giudicare!), e però siamo giustizialisti verso i peccatori concreti (scomunicarli! cacciarli fuori!). Facciamo esattamente il contrario di quello che fa Gesù, che condanna il peccato con parole durissime, ma accoglie i peccatori con amore infinito. Noi invece abbiamo perso il senso del peccato e vogliamo la distruzione dei malfattori. Siamo l’anticristo.

Oh, com’è comodo questo atteggiamento! Non devi nemmeno metterti alla ricerca della pecora smarrita, perché le tue teorie giustificano lo smarrimento: infondo la pecora ha fatto bene ad andarsene dall’ovile se così “sentiva di fare”; è andata dove l’ha portata il cuore… Comodo pensarla così, perché mi libero dalla responsabilità di lavorare per lei.

Dio però, non è così! Dio ama le persone una per una. E odia il peccato, perché il peccato distrugge le persone.

Ne abbiamo un esempio nel libro dell’Esodo (32,7-14):il discorso di Dio di fronte all’idolatria del popolo è duro, perché Mosè comprenda la gravità del peccato. Ma Mosè comprende anche un’altra cosa: che Dio ama il popolo, che lo considera come sua proprietà, come cosa preziosa, e non vuole la sua distruzione: è il suopopo­lo, che luiha fatto uscire dall’Egitto.

Così l’insegnamento del Signore nel vangelo: davanti agli scri­bi e i farisei che volevano cacciare, escludere, distruggere i pubblicani e i peccatori che andavano da lui, Gesù afferma che questi peccatori sono sua proprietà, che sono preziosi per lui e per il Padre. Così il pastore della prima parabola, cerca la sua pecora smarrita perché è sua, e fa festa quando la ritrova. Così la donna della seconda parabola, cerca la sua moneta perché è sua, è preziosa, ci tiene a quella moneta. Così Dio cerca ogni uomo peccatore, perché ogni uomo è proprietà di Dio, è prezioso: per questo c’è festa grande nel cielo per ogni peccatore che si converte.

Possiamo allora leggere anche la parabola del figlio pro­digo in questa luce: il padre attende, corre incontro, abbraccia, bacia il figlio perduto perché è suo, fa festa perché era perduto ed è stato ritrovato.

E il dialogo tra il padre e il figlio maggiore è particolarmente significativo. Se ci fate caso, è l’opposto del dialogo di Dio con Mosè: lì Dio dice: non posso perdonare al tuopopolo; Mosè risponde: devi perdonare perché è tuoil popolo; qui Il figlio maggiore dice: non devi perdonare al tuofiglio; il padre risponde: non è soltanto miofiglio, perché tutto ciò che è mio è tuo!. Io gli perdono e faccio festa perché è mio figlio; ma anche tu devi perdonare e fare festa, perché è tuo fratello.

Da quanto detto mi pare si possano trarre due conclusioni:

  1. La prima la ascoltiamo da san Paolo in 1Tm 1, 12-17: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, non i giusti quindi. E– continua Paolo – di questi il primo sono io. Se riconosciamo i nostri peccati – come fa san Paolo, che si accusa di essere stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento– se ci riconosciamo peccatori, la grazia di Cristo sovrabbonda in noi e ci salva. Se invece ci riteniamo senza peccato o ci auto-giustifichiamo dicendo che, in fondo, il peccato non è poi male, rischiamo la fine degli scribi e dei farisei ipocriti.
  2. E la seconda conclusione è questa: se siamo figli di Dio, abbiamo tanti fratelli quanti sono i figli di Dio. Fratelli dei quali dobbiamo farci carico. Altrimenti siamo nella condizione del figlio maggiore, che si auto-esclude dalla festa del Padre. Quindi ogni volta che vediamo un uomo vittima del peccato dobbiamo farcene carico come il buon pastore si fa carico della pecora smarrita.

Folla o discepoli?

Gesù e le folle

 Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse… (Lc 14,25-33)

Molta gente. Gesù non si entusiasma per le masse. Tante volte noi siamo dipendenti dal consenso, dal numero. Per questo annacquiamo il messaggio, proponiamo un vangelo alla “volemose bene”: un messaggio che non disturba nessuno, che non chiama a fare delle scelte precise e costose.

Molta gente andava dietro a Gesù. E molta gente gli va dietro anche oggi. Ma ci sono due modi di andargli dietro: uno  è quello della folla, l’altro è quello dei discepoli.

La folla va dietro a Gesù quando gli conviene: quando vede i miracoli, quando Gesù distribuisce i pani… Cristo è uno che mi serve per soddisfare un mio bisogno: fosse pure un bisogno religioso, io sto al centro. Io sono il signore, e il Signore è il mio servo.

Ma Gesù non si piega a questo gioco. Per questo dice parole durissime, che la nuova traduzione tende a nascondere. Abbiamo infatti ascoltato:

Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

Probabilmente però abbiamo ancora nella memoria la vecchia traduzione che, rendendo letteralmente il testo greco, recitava:

Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

Vi ricorderete che una volta Gesù aveva detto ad un uomo “Seguimi!”, e quello aveva risposto. “Signore, prima permettimi di andare a seppellire mio padre” (Lc 9, 59). C’è la legge che dice “onora il padre e la madre” (Es 20, 12), e la legge vincola. Quell’uomo sapeva ciò che si deve fare: prima adempiere la legge e poi mettersi alla sequela di Gesù. Un chiaro comandamento della legge si frapponeva tra colui che era chiamato e Gesù. Ma Gesù si contrappone con forza persino al comandamento della legge: quando si tratta di andare dietro a lui, niente deve mettersi in mezzo tra te e lui, neppure il motivo più grande e più sacro della legge. In questo momento deve accadere che per amore di Gesù venga infranta la legge che voleva frapporsi a ostacolo. Persino la legge dell’more non ha più alcun diritto di mettersi in mezzo tra Gesù e il destinatario della sua chiamata.

Gesù formula l’ammonizione scegliendo i rapporti più sacri su questa terra (padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle) e il verbo più brutale (odiare). Tutto va subordinato a Cristo: Lui è l’unico che ha il diritto di stare al primo posto.

Per cui se c’è un contrasto fra la volontà dei tuoi genitori e la volontà di Cristo, devi scegliere Cristo. Altrimenti non sei suo discepolo. Per cui se tuo marito o tua moglie vuole costringerti a peccare, devi rifiutarti. Altrimenti non sei degno di Cristo. Per cui se il Vangelo deve portarti a dire una parola dura ai tuoi figli e tu non lo fai perché tieni più al loro affetto che a Cristo, non sei degno di Cristo.

Odiare, ovviamente, qui non significa “voler male”; non significa però nemmeno banalmente “amare di meno”, perché bisogna invece amare di più: la misura dell’amore è amare senza misura. Qui odiare significa semplicemente “essere disposti a perdere”. Sei disposto a perdere i tuoi averi? i tuoi familiari? la tua vita?

Davanti all’esigenza di seguire Cristo, perfino la propria vita deve essere messa da parte.

Chi non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Cosa significa prendere la propria croce? Significa rinunciare all’idolo dell’egocentrismo, rinunciare all’idolo del successo, della gratificazione, del prestigio, del godimento. E ricercare solo Cristo, solo il suo regno.

Certo mi direte che è difficile. E infatti lo è! Ma chi va dietro a un Maestro crocifisso non può aspettarsi una vita comoda.

Gesù parla chiaro. Dice quali sono le condizioni. Ora dobbiamo vedere noi se ce la facciamo o meno. Dobbiamo sederci e farci i conti come chi vuole costruire una torre o chi vuole andare in battaglia. Non è possibile illudersi di essere cristiani. O si va dietro a Cristo oppure a se stessi.

Nella Lettera a Filemone possiamo vedere cosa significasse per i primi laici cristiani rinunciare ai propri beni. Questo tale a cui s. Paolo scrive aveva uno schiavo, di nome Onesimo, che era fuggito cercando scampo presso l’apostolo. Paolo, già prigioniero dei Romani, l’aveva accolto e battezzato (l’ha generato in catene). Ed ora gli prepara la strada del ritorno.

Ed ora vedete quale impegno richieda a Filemone: tu avevi uno schiavo, ora non l’hai più: hai un fratello carissimo.

Gesù aveva detto:

Chi non rinunzia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo.

Filemone deve rinunciare ai suoi diritti di padrone per diventare fratello del suo schiavo. E noi a che cosa dobbiamo rinunciare?

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