Feeds:
Articoli
Commenti

Rallegratevi!

rallegratevi

 

L’antifona d’ingresso della Messa di questa terza domenica d’Avvento si apre con queste parole di san Paolo ai Filippesi (4, 4), che ritroviamo nella seconda lettura:

Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto, rallegratevi.

Sono espressioni che riecheggiano l’annuncio profetico di Sofonia 3, 14 s:

Rallègrati, figlia di Sion,
grida di gioia, Israele,
esulta e acclama con tutto il cuore,
figlia di Gerusalemme!

Questi verbi all’imperativo, se ci riflettiamo, sembrano un po’ strani… Pare come se il Signore ci comandasse di essere gioiosi… Magari lo fossimo – potremmo rispondere noi! Ma se uno è nella tristezza, nell’angoscia… come puoi pretendere che se ne cavi fuori da sé e che addirittura si metta ad esultare?

Evidentemente qui non siamo di fronte a dei comandamenti. Se lo fossero creerebbero angoscia e non letizia: uno già sta male di suo e poi dovrebbe anche sentirsi in colpa perché non gioisce!

Si innescherebbe poi anche una pericolosa ipocrisia. Paolo dice:

La vostra amabilità sia nota a tutti.

E così potremmo cadere nella tentazione di mostrarci “amabili”, cioè lieti e benevoli all’esterno, senza però esserlo nel cuore, giacché – come si dice – “al cuor non si comanda”. La “finzione della gioia” è una cosa veramente… triste!

È chiaro che la Parola di Dio non ci invita all’ipocrisia. Le parole di Paolo – come quelle di Sofonia – sono un’esortazione a trovare nella nostra vita i motivi per rallegrarci. Ed il motivo è chiaro:

Il Signore è vicino!

L’Avvento è il tempo della gioia perché ci mostra che possiamo trovare Dio, giacché è Dio stesso che, in Cristo Gesù, viene a cercarci.

Le parole del profeta Sofonia si sono realizzate pienamente quando il Figlio di Dio si è fatto uomo:

Il Signore, tuo Dio, è in mezzo a te,

Gesù è davvero l’Emmanuele, il Dio con noi, Dio in mezzo a noi! Egli

è un salvatore potente.

Da cosa ci salva? Dall’angoscia, dalla disperazione, dal fallimento delle nostre vite. Dio ci aveva creati per la felicità e ci aveva indicato la strada per raggiungerla; ma noi abbiamo preferito fare di testa nostra. E abbiamo fallito. Guardiamoci intorno e vedremo, nel mondo che ci circonda, i segni chiari di questo fallimento. E questo fallimento ha un nome proprio: si chiama “peccato”.

Dio avrebbe potuto abbandonarci alla nostra disperazione, al nostro inferno: ce lo saremmo meritati. E invece è venuto in nostro soccorso: ha mandato il suo Figlio a salvarci. Possiamo presentare a lui le nostre necessità, perché egli ha cura di noi. Così il cuore e la mente saranno custoditi dalla pace di Dio.

Tutto sta ad accogliere questa salvezza, ad accogliere il Signore che viene. Egli viene per tutti, ci ha detto il Vangelo. Nessuna categoria di persone è esclusa dalla salvezza: persino i più grandi peccatori, i pubblicani, i soldati, vanno da Giovanni Battista e si preparano ad accogliere Gesù.

Ricevono un insegnamento semplice:

Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare faccia altrettanto… Non esigete nulla più di quanto vi è stato fissato… Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno.

Qui sì che siamo posti davanti a dei comandamenti! Ma sono comandamenti semplici: condividere i beni elementari (il cibo e il vestito), conservare per sé solo il necessario – in altri termini: rendere concreto l’amore per il prossimo; essere onesti nell’esercizio del proprio lavoro, non abusare del potere.

Se anche noi mettiamo concretamente in pratica questo insegnamento, se ci apriamo con fiducia alla salvezza che viene da Dio, il Signore verrà anche nella nostra vita e ce ne accorgeremo dai frutti di amore e di gioia che sbocceranno in noi.

giovanni

Cos’è la speranza? Io direi che è la capacità di tenere insieme storia e profezia.

La pagina di vangelo che ci viene proposta in questa domenica di avvento è precisamente questo: un resoconto storico e un testo pro­fetico nello stesso tempo[*]. Della storia ha la precisione cronologica e geografica; della profezia ha l’energia e lo slancio. Inserisce la salvezza di Dio nel qua­dro storico del tempo, e per questo illumina i lati oscuri del nostro vivere nel tempo, rallegra la nostra tristezza indicandoci una meta di gioia.

  1. Storia

Poche volte, in tutta la Sa­cra Scrittura, s’incontrano brani come questo, talmente preoccupati della precisione storica: e da quanti anni era imperatore Tiberio, e chi era governatore della Giudea, e chi della Galilea, e chi dell’Abilene, e chi erano i sommi sacerdoti… Perché tanta pignoleria?

Perché la salvezza di Dio è venuta nel tempo e nello spazio; fa parte della storia, e si possono assegnare le sue date e le sue coordinate geografiche.

Che la storicità del Vangelo sia un grande fatto, lo si potrebbe desu­mere anche solo da questo, che i nemici del Vangelo cercano di scalzare soprattutto e prima di tutto la sua storicità. Sono disposti ad ammetterne la bellezza e la giustezza, purché si dica che non è un racconto storico. Se si concede loro di ritenerlo un “mito” costruito dalla Chiesa primitiva, vi concederanno tutta la grandezza che volete. Perché tanto zelo, tanto accanimento nel voler ridurre il Vangelo a “idee” e a negarne invece i fatti? E perché, invece, san Luca si dà tanto pen­siero di darci le coordinate storiche e controllabili dei fatti? Perché la salvezza di Dio o entra nella storia, oppure non salva un bel niente. La salvezza di Dio è vera perché è un fatto; se non fosse un fatto non servirebbe a nulla.

Il mistero del Natale, verso cui l’Avvento ci conduce, è la celebrazione di questa salvezza nella storia, nel mondo: la salvezza che è un avvenimento, un fatto e non un’idea.

Dio si è fatto uomo, ha assunto un corpo di carne e un’anima come la nostra, è entrato nel mondo e nel tempo come uno di noi, né più né meno. Naturalmente, questo è un mistero che supera il piano della natura, eppure Gesù nacque di donna, vagiva come qualunque neonato, come noi sentiva freddo, come noi “è stato nutrito con un po’ di latte” (parvoque lacte pastus est) come canta l’Inno delle lodi di Natale. E così tutta la sua vita umana. Orbene, questo è un fatto su cui non si finisce mai di meditare.

La salvezza di Dio non soltanto un’idea, un concetto, un auspicio: Gesù il Salvatore ha camminato per le nostre vie, ha visto sorgere e tramontare i giorni sui nostri cieli, ha detto e ascoltato parole come le nostre, ha avuto fame e sete, s’è stancato ed è morto. L’hanno visto occhi come i nostri. Lo hanno sentito parlare.

Giovanni il Precursore è vis­suto fra noi, come vive un uomo fra gli uomini. La data dell’evangelista Luca par quasi che ci dica: ba­date bene, non si tratta di idee o di mitologia! Il giorno tale, l’anno tale, nel luogo tale; e se non credete, consultate i documenti. Vi do le date esatte.

  1. Profezia

Proprio qui sta la profezia! Gli eventi del mondo – dalle gesta dell’imperatore romano fino a quel che accade nella più sperduta località del deserto intorno al Giordano – sono strappati dall’oscurità.

“La parola di Dio scese su Giovanni”.

Così l’azione di Dio penetra nello scorrere del tempo. L’azione di Dio passa attraverso la sua parola, e la sua parola è efficace nella storia, suscita una storia di salvezza quado alcuni esseri umani, come Giovanni, si lasciano prendere da essa, ascoltano, amano, obbediscono.

La missione di Giovanni era quella di annunziare la vicinanza della salvezza, l’imminenza della salvezza. Doveva mo­strare a dito il Salvatore, poter dire: «Eccolo, è quello lì»; e doveva preparare gli uomini ad accoglierlo. Il battesimo di acqua predicato da Giovanni “sancisce la decisione personale di sottoporre tutta la propria vita passata al giudizio di Dio e di sperare più solo nel suo perdono” (F. Bovon). La salvezza entra nella storia, ma non automaticamente: suscita una responsabilità personale, richiede una decisione che porta a un modo nuovo di vivere, di pensare, di credere: richiede la conversione.

Bisogna, in altri termini, “preparare la via del Signore, raddrizzare i suoi sentieri”, spianare le colline, colmare le valli… Come per fare una strada comoda sono necessarie tante fatiche, così per accettare che la salvezza di Dio diventi storia nella nostra vita: non è facile far la via al Signore nel proprio cuore. Ciò nonostante, non è meno necessario. E se gli diamo la nostra disponibilità, Egli stesso – come dice il profeta Baruc (5, 1-9) – la preparerà con noi. Questa è la nostra speranza!

[*] Mi permetto di parafrasare e riadattare una splendida meditazione di don Giuseppe De Luca del lontano 1935, come testimonianza che i classici non invecchiano e che la verità del Signore rimane in eterno.

parusia

Alla commercializzazione del Natale eravamo abituati. Al punto che evitavamo di parlarne per non cadere nella banalità dei luoghi comuni. Ora dobbiamo fare i conti anche con la commercializzazione dell’Avvento. Non c’è limite al peggio (tanto per usare un altro luogo comune)!

In alcune regioni del nord una volta si usava il calendario d’Avvento: era un supporto di legno o di cartone, sul quale erano indicati i giorni dalla prima domenica d’avvento fino al Natale. Ogni giorno era coperto da una finestrella, che veniva aperta durante la preghiera della sera. Dietro la finestrella c’erano scritti un fioretto da compiere il giorno successivo e una preghiera da recitare, accompagnati da un dolcetto. Era un modo per insegnare ai bambini quello che la liturgia chiede nell’orazione di Colletta:

“O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene, perché egli di chiami accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli”.

Ultimamente sono riusciti a banalizzare anche questo: hanno messo in commercio “calendari dell’Avvento” che non hanno più – ovviamente – né fioretti né preghiere: contengono solo dolcetti che invitano ad attendere… Babbo Natale!

Se almeno noi comprendessimo che si tratta di andare incontro al Cristo che viene! Badiamo bene: non si tratta semplicemente di ricordare che Cristo è venuto duemila anni fa. Si tratta di attendere che venga di nuovo: la nostra speranza non è che si ripeta il passato; è che venga il futuro! Noi aspettiamo il Signore che verrà nuovamente “nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine”.

È a questa seconda venuta del Signore che si riferisce san Paolo quando parla della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi (1 Ts 3, 13).

Il profeta Geremia (33, 14-16) presenta questa venuta come l’adempimento delle promesse che il Signore ha fatto al suo popolo sin dall’antichità. Un tempo di gioia, quindi, di giustizia, di salvezza e di pace: In quei giorni Giuda (cioè il popolo di Dio) sarà salvato e Gerusalemme (la capitale del regno) sarà tranquilla.

Nel Vangelo di Luca (21,25-28.34-36), al contrario, abbiamo una descrizione angosciosa, di un tempo di sciagure e di cataclismi: angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei suoi flutti, mentre gli uomini morranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Forse è quest’ultima l’immagine che più spontaneamente ci rappresentiamo quando sentiamo parlare della “fine dei tempi”, della “fine del mondo”.

Eppure Gesù aggiunge per i suoi discepoli una frase che ci lascia interdetti:

Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.

Abbiamo dunque due tipi di reazione di fronte alla seconda venuta del Signore: da una parte c’è chi muore per la paura, dall’altra chi, finalmente, rialza la testa, perché la liberazione è vicina.

E noi da che parte stiamo? Proviamo a chiedercelo ora: se sapessimo che il Signore verrà oggi stesso, come reagiremmo?

Per chi crede, spera e ama come Gesù ci ha insegnato, la sua venuta è tempo di liberazione e di gioia. Se invece abbiamo timore e angoscia è perché, come dice Gesù, il nostro cuore si appesantisce in dissipazioni (perdiamo il nostro tempo, anziché utilizzarlo per farci santi), ubriachezze (teniamo la nostra mente intontita con tante sciocchezze, anziché cercare il Signore), affanni della vita (ci preoccupiamo del denaro, del successo, del potere… e non ci rendiamo conto di perdere la salvezza eterna).

Ecco dunque il senso di questo Avvento che cominciamo oggi: prepararci a incontrare il Signore, disporre i nostri cuori perché quando verrà ci trovi pronti; secondo le parole di san Paolo:

Il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti… per rendere saldi e irreprensibili i nostri cuori nella santità davanti a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore con tutti i suoi santi.

Il Re

Cristo Re

Persino in tempo di regimi costituzionali e di repubbliche, l’idea del “re” appare suggestiva. Certi psicanalisti ne parlano come di un “archetipo”. Pensiamo alle favole, ai miti, ai drammi teatrali: quanti di essi sono centrati sulla figura di un re! Pensiamo banalmente ai giochi: gli scacchi, le carte… il re è sempre un personaggio principale. Credo che ogni bambino abbia sognato qualche volta di essere un re, e se le bambine sono tanto affascinate dall’idea di essere principesse è perché sognano di essere figlie di re o spose di re e quindi regine a loro volta. “Il re è l’uomo ideale, ideale di ogni uomo. Libero e potente vuole ciò che gli piace e fa (fare) ciò che vuole: rappresenta Dio in terra. La concezione che abbiamo del re corrisponde a quella che abbiamo di Dio: è l’uomo realizzato a sua immagine e somiglianza” (S. Fausti).

Già. Ma tutti gli ideali umani presentano una radicale ambiguità. Il re può essere giusto e saggio, ma può essere anche un tiranno crudele – e questo condiziona il modo in cui ci rappresentiamo Dio e, d’altra parte, dipende dal modo in cui ci rappresentiamo Dio.

Gv 18, 33-39 ci presenta lo scontro tra due regalità. Da una parte Pilato, descritto dagli storici come uomo autoritario e crudele, eppure fragile e succube dei ricatti umani; è il rappresentante della regalità dell’imperatore romano, il cui potere si fonda sulla spada, sugli eserciti e sugli inganni della politica: un regno “di questo mondo”. Dall’altra parte Gesù, “mite ed umile di cuore” (cf. Mt 11, 28-30), umiliato, maltrattato, silenzioso, legato “come un agnello condotto al macello” (Is 53, 7).

“Tu sei il re dei Giudei?”

Quanta ironia in questa domanda – che è piuttosto un’esclamazione sarcastica da parte di Pilato: tu, in queste condizioni, così ridotto… hai forse il coraggio di dire che sei il re dei Giudei?!

“Il mio regno non è di questo mondo”

Nel cap. 7 del libro di Daniele è descritta una visione drammatica: vi sono quattro bestie terribili che salgono dal mare – che, nella Bibbia, è spesso il simbolo delle forze avverse all’uomo. Le bestie rappresentano altrettanti re che devastano la terra e distruggono i popoli: sono i regni di questo mondo. Il loro potere è fragile, perché l’una distrugge l’altra, eppure nulla sembra poter opporsi alla devastazione. Ma a questo punto il profeta ha una visione opposta: quella della regalità di Dio, che gli appare come un candido vegliardo assiso sul trono e servito dal schiere innumerevoli di angeli.

“Ed ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo”.

Le bestie vengono dal mare, lui viene dal cielo, ossia da Dio.

“Gli furono dati potere, gloria e regno… Il suo regno è un potere eterno, che non finirà mai e il suo regno non sarà mai distrutto”.

I regni di questo mondo, fondati sulla violenza e sulla crudeltà, sono sempre effimeri: ad un tiranno ne succede un altro e così via. Il regno del Figlio dell’Uomo è eterno, non può essere distrutto:

“Il mio regno non è di questo mondo!”

Se fosse un regno di questo mondo, Gesù avrebbe opposto violenza a violenza: i suoi avrebbero combattuto, il Padre gli avrebbe dato più di dodici legioni di angeli per sbaragliare i suoi avversari; ma “tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno” (Mt 26, 52-53).

Il regno di Cristo non si istaura con la forza della violenza, ma con quella della mitezza; non attraverso l’annientamento dell’avversario, ma attraverso il sacrificio di sé; non con le armi dell’odio e della distruzione, ma con quelle dell’amore fino alla fine, dell’amore per il nemico.

Guardiamo la storia della Chiesa. Ogni volta che ha ceduto alla tentazione di adeguarsi ai regni di questo mondo (dall’epoca costantiniana, attraverso il Sacro Romano Impero e le crociate e il potere temporale dei papi e l’alleanza tra il trono e l’altare…) la Chiesa ha perso credibilità e ne paga ancora lo scotto. Ogni volta che invece ha accettato la logica dell’amore ha subito il martirio, in unione a Cristo crocifisso, ed il sangue dei martiri è diventato seme di nuovi cristiani.

Dobbiamo dunque rinunciare all’archetipo del re? Niente affatto: dobbiamo invece rivoluzionarlo, secondo la verità, che è Dio:

“Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce”.

Se fondiamo la nostra vita e la vita delle nostre comunità sull’amore mite e umile di Gesù, sulla sua croce, disposti a perdere noi stessi per rendere testimonianza alla verità, la nostra regalità sarà la sua “e il suo regno non avrà fine”.

Autunno o primavera?

croce gemmata

“Soffrire” è una parola piuttosto vaga… C’è sofferenza e sofferenza! Non parlo – ovviamente – solo del piano dell’intensità, ma soprattutto di quello della qualità. In modo particolare c’è una sofferenza più terribile di tutte, ed è quella che si verifica quando non riusciamo a dare un senso al dolore che viviamo. Allora la sofferenza diventa “smarrimento”.

Questa è la situazione descritta da Gesù in Mc 13, 24-25:

Il sole si oscurerà,
la luna non darà più la sua luce,
le stelle cadranno dal cielo
e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

Ciò non va inteso solo nel senso fisico: è nel cuore degli uomini che si può spegnere ogni luce di sole o di luna, è nella mente degli uomini che possono venir meno, come stelle cadenti, tutti punti di riferimento, cosicché diventa impossibile orientarsi.

Il fatto è che – come dice il poeta – siamo chiusi “tra cose mortali (anche il cielo stellato finirà)”. Il destino dell’universo è di finire. E la sorte del mondo è di finire male, perché rifiuta Dio[*]. Attenti però, perché non è una sorte che si realizzerà soltanto al termine della storia: guerre, terremoti, carestie, desolazione, caratterizzano ogni tempo, ogni generazione; malattia, dolore, morte segnano la vita di ogni essere umano!

Ma Gesù ci dice che quanto vi è di negativo nell’universo scomparirà per sempre: quando la sofferenza e la distruzione giungerà al culmine, proprio allora apparirà la salvezza di Dio.

Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria (Mc 13, 26).

Questo significa che l’ultima parola sul destino del mondo non spetta al male. Le lotte, le difficoltà, le sofferenze, non sono altro che “doglie del parto” (Rm 8, 22) che preparano la nuova creazione. Il Figlio dell’Uomo convocherà i suoi eletti da tutta la terra, li riunirà perché stiano sempre con lui.

Già questo insegnamento è tale da togliere lo smarrimento, è in grado di riorientare la nostra vita: le sofferenze e le lotte che dobbiamo affrontare hanno un senso! C’è una speranza! C’è un bene più grande che ci aspetta!

Sì, però… questo bene sembra tanto lontano! Alla fine dei tempi…! No. Gesù lo dice con tutta la sua autorità:

In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga (Mc 13, 30).

Cosa significa? Qual è “questa generazione” di cui parla il Signore? È anzitutto la generazione dei suoi contemporanei. Essi saranno testimoni della sua morte sulla croce (quando si farà buio su tutta la terra – cf. Mc 15, 33) e della sua risurrezione che è l’inizio del mondo nuovo. E, da allora in poi, ogni generazione – anche la nostra generazione – è chiamata a sperimentare la potenza della Pasqua: a ricevere il miracolo della vita nuova che nasce proprio laddove la morte sembra trionfare.

Non è forse paradossale che, a novembre inoltrato, quando gli alberi hanno perso le foglie e sembrano ridotti a legni secchi, nella liturgia delle Parola ci viene incontro un’immagine primaverile?

Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina (Mc 13, 28).

L’ora della croce, per ogni generazione, è la spoliazione invernale in cui tutto sembra finito, ed invece è proprio lì che spunta la vita nuova! Gesù ci insegna a guardare “queste cose” – cioè le sofferenze quotidiane e gli sconvolgimenti del mondo – come segni della sua venuta, come il modo attraverso il quale egli “è vicino, alle porte”.

Sì, tutto ciò accade in “questa generazione”: è avvenuto per quelli che hanno assistito alla sua morte e risurrezione ed avviene per noi che celebriamo la sua Pasqua ogni domenica nell’Eucaristia. Avviene nella vita e nella morte di chiunque incontra Gesù e lo segue. Come suoi discepoli, ci basta sapere questo, ci basta essere sicuri della parola del nostro Signore che ci è sempre vicino e ci garantisce la sua fedeltà:

Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno (Mc 13, 31).

[*]Per queste riflessioni traggo spunto da T. Beck – U. Benedetti – G. Brambillasca – F. Clerici – S. Fausti,Una comunità legge il vangelo di Marco, Bologna 1999.

Un problema d’amore

Vedova

La scorsa settimana abbiamo riflettuto sul primo dei comandamenti e sul secondo che è simile al primo: ama Dio con tutto te stesso, ama il prossimo come te stesso! Tra questi due comandamenti – dice Gesù – c’è un rapporto di somiglianza, di armonia, perché chi ama Dio, ama anche coloro che da Dio sono amati, dunque ama ordinatamente il prossimo ed anche se stesso.

Ma non ci sarebbe un comandamento se non ci fosse una tentazione: quella di amare se stessi sopra ogni cosa e strumentalizzare Dio e il prossimo ai propri interessi.

Il Vangelo ci presenta plasticamente questa tentazione nella figura di quegli scribi che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti (Mc 12, 38-39).

Uno potrebbe dire: ma che c’è di male nell’andare a passeggio con un vestito elegante? E non è forse giusto che uno scriba, ossia uno maestro esperto nella Parola di Dio, riceva saluti e segni di rispetto per la sua attività?

Ma il problema non sta qui. Il problema sta nell’amore. Che cosa amano questi scribi? Amano se stessi. Adornano se stessi con vesti lussuose, vogliono per se stessi i primi posti. Nel loro cuore non c’è posto per Dio; anzi: si servono di Dio per promuovere se stessi. Questo amore disordinato di sé li porta così al massimo dell’ipocrisia: Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere.

Se nel Vangelo troviamo questa severa ammonizione: Guardatevi dagli scribi!, significa che il pericolo degli scribi non c’era soltanto per la gente che duemila anni fa ascoltava Gesù nel tempio, ma anche per noi. Perché anche in noi, anche in quelli di noi che “pregano a lungo”, può nascondersi questo amore di sé sopra ogni cosa, che è ipocrisia e ci porta fino al peggior grado dell’ingiustizia. E perché, anche nei più modesti tra noi, può nascere una certa fascinazione per quei predicatori acclamati, per quei maestri ammirati nei mass media, onorati e osannati da tutti, dai quali però non si impara il Vangelo.

Ma perché il tutto non rimanga sul piano negativo, Gesù ci mostra anche un esempio positivo. Chi insegna veramente la via di Dio non sono gli scribi, ma una povera vedova, che dona tutto quello che ha, tutto quanto aveva per vivere. Come possiamo imparare da questa vedova? Non tiene conferenze, non predica, non cura un blog su internet (il Signore abbia pietà di me!). Questa povera donna insegna non con le parole ma con la sua vita, donando tutta la sua vita fino all’ultimo spicciolo.

Questa vedova è un’icona vivente di Cristo, che ama il Padre e ama noi fino ad offrire in sacrificio tutto se stesso (Eb 9, 24-28). Un sacrificio carico di sofferenza, ma gradito a Dio perché carico d’amore.

Sappiamo che la lezione degli scribi è più comoda: ci alletterebbe l’idea di imparare da loro per diventare come loro e ottenere anche noi i vestiti eleganti, i saluti nelle piazze i primi posti… E sappiamo che non è per niente facile seguire Gesù nell’offerta di sé, perché si tratta di morire in croce. Ma Gesù confida nel Padre che lo risusciterà, la vedova nel tempio dà tutto quel che ha perché si fida della provvidenza di Dio, come la vedova di Zarepta si fidò della parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Eliae non rimase delusa (1 Re 17-10-16). Ed anche noi, non rimaniamo delusi perché il Signore è fedele per sempre, rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati… sostiene l’orfano e la vedova(Sal 145).

Nell’Eucaristia noi celebriamo l’offerta che Gesù fa di tutto se stesso al Padre per noi. Nell’offertorio, doniamo anche noi la nostra vita a lui perché si realizzi pienamente questo scambio d’amore: che la nostra vita diventi sua e la sua vita diventi nostra.

il primo comandamento

La nostra epoca, l’età postmoderna, ha come suo tratto caratteristico la frammentazione. Dentro le nostre case, dentro le nostre teste, dentro i nostri cuori, convivono “pezzi” di realtà, pezzi di verità, pezzi di valori, che nessuno riesce a comporre in un quadro unitario. La società stessa è scissa in tanti frammenti separati e nessuno sembra più capace di riunificarli in un senso unico e coerente. Lo stesso individuo, quando lavora in un’azienda deve rapportarsi al quadro di valori vigente sul posto di lavoro (es.: primato del profitto, competitività, ambizione, servilismo…), quando frequenta la chiesa si rapporta a valori completamente diversi, e trova ancora valori differenti e contrari ai precedenti nei circoli ricreativi, nelle scuole frequentate dai figli, ecc. È questo il famoso “politeismo dei valori”.

In questa frammentazione, com’è ovvio, l’uomo perde se stesso. Persino l’uomo religioso si perde, se non trova nella fede un criterio di unità e quindi di ordine. Questo è il senso della domanda che viene posta a Gesù in Mc 12, 28-34:

“Qual è il primo di tutti i comandamenti?”

Si può identificare la quintessenza di ciò che costituisce la volontà di Dio? C’è un caposaldo da cui tutto riceve senso, che tiene insieme tutto il resto?

Nella sua risposta Gesù cita anzitutto Dt 6, 4:

“Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”.

Al tempo di Gesù questo testo del Dt veniva recitato da ogni israelita maschio, al mattino e alla sera, pensando con gratitudine all’elezione del popolo. Il testo scritto veniva portato anche nelle capsule del filatterio. Si tratta anzitutto di una professione di fede nell’unico Dio e poi del comando dell’amore di Dio.

Tutto nasce dall’ascolto. Ascolta, Israele! era il grido di apertura della riunione del culto, nei tempi antichi. L’amore per Dio era la reazione all’amore che Dio aveva manifestato al suo popolo con la sua guida amorevole. Dio è uno, così anche la vita dell’uomo ha in lui un senso, e uno solo, nonostante tutti i “politeismi” tra i quali ci barcameniamo.

Viene comandato di amare Dio con tutto il cuore: ci viene richiesto un amore che non sia superficiale, esterno, passeggero, ma un amore che parte dal nucleo più profondo e intimo di noi stessi.

L’espressione con tutta la tua anima significa “con tutta la vita”: devi amare Dio in tutto ciò che fai, non ci dev’essere uno spazio, un tempo, un respiro della tua esistenza che si sottrae all’amore di Dio: lavoro, famiglia, divertimento, salute, malattia: tutto è dono di d’amore e tutto è materia per amare Dio.

Con tutta la mente vuol dire con ogni tuo pensiero, mettendoci tutta l’intelligenza che Dio stesso ti ha donato perché tu lo conosca sempre più e conoscendolo lo ami.

Con tutta la tua forza indica che non puoi accontentarti di un amore a mezzo servizio: ce la devi mettere tutta, ma tutta quanta. Ogni tua risorsa deve essere coinvolta in questo amore.

E Gesù non si limita a dire qual è il primo comandamento, ma ne aggiunge un secondo:

“Il secondo è questo: «Amerai il tuo prossimo come te stesso»”

È chiaro che l’accostamento suppone un collegamento assai stretto tra i due comandamenti. L’amore di Dio e l’amore del prossimo appaiono come un condensato delle due tavole del decalogo.

Vediamo poi che lo scriba concorda con Gesù, ripete la sua risposta variandola e abbreviandola e sviluppa la questione aggiungendo che l’amore di Dio e del prossimo ha un valore superiore a tutti gli olocausti e i sacrifici.

Gesù nota la saggezza della risposta e loda lo scriba:

Non sei lontano dal regno di Dio”.

In realtà anche noi non siamo lontani dal regno di Dio se  lasciamo che la Parola di Dio porti l’unità nella nostra vita e rinunciamo all’ubriacatura di una vita frammentata, che promette libertà ma produce spaesamento, crisi di identità, smarrimento, disordine ed incapacità di gestire il nostro rapporto con noi stessi, con gli altri e con il mondo. Ognuno, come lo scriba del vangelo, potrebbe accettare i presupposti della sua dottrina di Gesù, perché – come sottolineava spesso san Giovanni Paolo II – Cristo non toglie nulla all’uomo, ma tutto ciò che vi è di buono e di bello in lui viene valorizzato e portato a compimento. E allora perché  dovremmo rifiutarlo?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: