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cana

 

La celebrazione dell’Epifania (= apparizione, manifestazione) comprendeva in antico tre eventi, ora distribuiti in tre celebrazioni: l’adorazione dei Magi, il Battesimo del Signore, il prodigio di Cana. Oggi siamo arrivati al terzo. Cosa “appare”, cosa “si manifesta” nell’epifania alle nozze di Cana (Gv 2, 1-11)?

Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù. Egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Notiamo una cosa: Giovanni dice che questo fu “l’inizio”, o – come si potrebbe anche tradurre – “il principio” dei segni, non semplicemente “il primo”.

Possibile che il principio di tutti i miracoli di Gesù non sia quello di dar da mangiare agli affamati, o dare acqua nel deserto, o guarire i malati, o risuscitare i morti, ma qualcosa di assai secondario come dare un genere tutto sommato di lusso e inutile come il vino? Se guardiamo l’evento con gli occhi della carne non comprendiamo: sembra una cosa piuttosto banale, un’esibizione di potenza finalizzata semplicemente a salvare una festa: possibile che Costui, che si è dato da fare per evitare una brutta figura a due sposini, poi non fermi i terremoti e le alluvioni?

Chiaramente dobbiamo cambiare sguardo. In questa storia c’è un ricchissimo significato simbolico che dobbiamo imparare a leggere.

In quel tempo, vi fu una festa di nozze.

A queste parole, il cuore di un israelita va immediatamente all’alleanza di Dio col suo popolo, tante volte rappresentata dai profeti con l’immagine delle nozze – come leggiamo in Is 62, 1-5. Soprattutto le nozze simboleggiano i tempi del Messia e Gesù utilizzerà spesso questa immagine per parlare del Regno di Dio (Mt 8, 11; 22, 1-14; Lc 22, 16-18).

E c’era la madre di Gesù.

Il Vangelo di Giovanni menziona la madre di Gesù solo in due contesti: in questo cap. 2 e poi nel cap. 19: “Vicino alla croce di Gesù stavano sua madre”. E basta. Forse ha qualcosa da dirci. Proseguiamo.

Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino».

Gli storici ci informano che la scorta di vino dipendeva un qualche misura dai doni degli ospiti (J. D. M. Derret). Maria richiama l’attenzione di Gesù sulla situazione di disagio. È difficile pensare che chieda un miracolo, però è chiaro che si aspetta una qualche risposta ed azione da parte di Gesù. Ma la risposta è negativa:

«Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora».

Attenzione, perché qui rischiamo di intendere queste parole in modo banale, come se significassero: “Non è ancora il momento di fare il primo miracolo” – magari fra una settimana o due, ma oggi è presto. No! L’ora nel Vangelo di Giovanni è qualcosa di molto preciso. Ogni pagina del quarto Vangelo freme nell’attesa dell’“ora”, l’“ora in cui gli adoratori del Padre lo adoreranno in spirito e verità” (4, 21.23), l’“ora in cui i morti udranno la voce del Figlio dell’uomo e avranno la vita” (5, 23.28). Quando in due occasioni i Giudei cercano di catturare Gesù, non riescono a prenderlo “perché non era giunta ancora la sua ora” (7, 30; 8, 20). Quando ormai sono a Gerusalemme per l’ultima pasqua, Gesù dirà ai suoi discepoli: “Viene l’ora in cui è glorificato il figlio dell’uomo” (12, 23). Ed infine, nell’ultima cena Gesù sa che “è giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre” (13, 1), e si rivolgerà al Padre in preghiera dicendo: “È giunta l’ora” (17, 1).

L’ora è dunque l’ora della croce. Vedete che cominciamo a mettere insieme i pezzi: le nozze/l’alleanza, Maria a Cana/Maria sotto la croce, l’ora del segno/l’ora della croce. Ma proseguiamo.

L’acqua per il miracolo è posta nelle anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei. L’antica alleanza richiedeva una purificazione dal peccato, ma non l’otteneva, perché l’acqua purifica l’esterno ma lascia l’interno pieno di corruzione. C’è bisogno di una purificazione ottenuta non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue (1 Gv 5, 6). Ed è questa la nuova purificazione che Gesù compie, la nuova alleanza nel suo sangue!

Il vino richiama la coppa dell’alleanza che si beve nella cena pasquale. Benedicendo quella coppa, nell’ultima cena, Gesù dirà: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati » (Mt 26, 27-28).

Gesù sostituisce l’antica con la nuova alleanza. Lungo tutto il vangelo di Giovanni vediamo come Gesù sostituisca le istituzioni e le concezioni religiose ebraiche con la sua persona: è lui il tempio, è lui il pane disceso dal cielo, è lui che dona l’acqua viva, è lui la luce, è lui il consacrato del Padre. Nei Sinottici, Gesù paragona il suo insegnamento al vino nuovo, che non può essere messo negli otri vecchi delle usanze dei farisei (Mc 2, 19).

Così le parole del maestro di tavola, alla fine dell’episodio di Cana:

«Tu hai conservato il vino buono fino ad ora»,

vanno intese come la proclamazione della venuta di giorni messianici. In questa luce, la frase di Maria, «Non hanno più vino», diventa una pungente riflessione sulla sterilità di una religiosità che non trova il suo compimento in Cristo.

Ora vino ce n’è, e in quale abbondanza: circa 600 litri! “Una delle immagini costanti dell’AT per esprimere la gioia dei giorni finali è un’abbondanza di vino” (R. E. Brown).

Purtroppo tante volte anche noi, uomini e donne della nuova alleanza, “non abbiamo più vino”: si avverte la sensazione di una certa stanchezza ed esaurimento. Perdiamo la gioia messianica, cadiamo in un ritualismo vecchio e stantio. Attenzione! I riti e le istituzioni sono buoni nella misura in cui ci aiutano a entrare in contatto con Gesù, ma se lo perdiamo di vista per concentrarci su noi stessi, perdono ogni significato, diventano “acqua fresca” e non “vino nuovo”!

Maria, nel Vangelo di Giovanni, dice solo due frasi: una rivolta a Gesù: «Non hanno più vino», e una rivolta ai servi:

«Qualsiasi cosa vi dica, fatela»

Ebbene, mettiamo in pratica quello che Maria ci dice: facciamo quello che ci dice Gesù, qualunque cosa ci dica. E allora il vino nuovo, buono e abbondante  delle nozze inonderà di gioia la nostra vita.

Immersi nel fuoco

battesimo

Nel nostro Paese i battezzati si contano a decine di milioni. Ma per quanti di essi l’essere battezzati significa realmente qualcosa? E che cosa?

Forse siamo troppo abituati all’idea del Battesimo come “sacramento” da non renderci conto del valore di segno che esso presuppone. I sacramenti, infatti, sono anzitutto dei segni. Se “producono” determinati effetti soprannaturali è proprio perché, sul piano naturale, “significano” qualcosa: Significando causant, dice san Tommaso d’Aquino.

Cosa significa il battesimo, dunque? Il termine greco baptisma significa “immersione”. Quel che fa Giovanni è “immergere” le persone nell’acqua. Certo, questo ha un significato molto chiaro: indica un lavacro, una purificazione.

Per chi ha consuetudine con la Bibbia, questa purificazione mediante un’immersione nell’acqua rimanda alla storia del diluvio: quello fu un “battesimo”, un’immersione di tutto il mondo, un “lavacro” da cui l’umanità uscì tragicamente purificata mediante la morte dei peccatori.

Ma c’è anche un’altro rimando biblico da tener presente: esso fa riferimento all’esodo e all’ingresso nella terra promessa: per uscire dall’Egitto, il popolo di Israele passa attraverso l’acqua del Mar Rosso, per entrare in Canaan passa attraverso il Giordano. In entrambi i casi si “aprono le acque”, come quando sta per nascere un bambino “si rompono le acque”. Dunque in questa prospettiva, quelli che accedono al battesimo di Giovanni compiono un rituale che significa morte e vita: morte al peccato e vita nuova nell’attesa del Messia.

Quello che fa Giovanni è un segno, un gesto che esprime un desiderio, una volontà, ma che non ha in sé la capacità di produrre ciò che esprime: Io vi battezzo con acqua; il Cristo vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco (Lc 3, 16)

Il fuoco, come l’acqua del diluvio, è anch’esso segno di giudizio: l’oro si prova col fuoco! La stessa parola “purificazione” viene dal greco pyr che significa appunto “fuoco”. La purificazione di Sodoma e Gomorra avvenne con la pioggia di fuoco, ma alla fine non rimase nulla! Se hai una pepita d’oro, non ti basta certo lavarla con l’acqua per ottenere il metallo puro. Devi passarla attraverso il fuoco, che entra dentro, che penetra nelle fibre, che riduce in cenere tutto ciò che vi è di sporco e rende fluido, scintillante e puro il metallo prezioso.

L’acqua è già un simbolo dello Spirito Santo: l’acqua viva, quella che disseta per la vita eterna, quella che sgorga da Cristo come nel deserto sgorgò dalla roccia che Mosè aveva percosso. Ma qui lo Spirito Santo è presentato come fuoco. A Pentecoste, sulla Chiesa nascente, scende un fuoco ardente: i discepoli sono battezzati, immersi nel fuoco dello Spirito.

Certamente lo Spirito Santo è consolazione, è pace – come indica la forma di colomba in cui discende su Gesù (Lc 3, 22) – ma non si tratta di una consolazione blanda, che ci lascia così com’eravamo prima. Il battesimo che abbiamo ricevuto è un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo (Tt 3, 5): questa è un’opera meravigliosa di salvezza, di misericordia da parte di Dio nei nostri confronti, è grazia, ossia benevolenza, dolce condiscendenza, affascinante bellezza della bontà. Ma proprio per questo non è qualcosa che ti può lasciare come sei, con le tue abitudini, i tuoi comodi e i tuoi comfort. Capite che, se si tratta di rinnovamento, lo Spirito Santo non ci può lasciare come ci trova: egli “piega ciò che è rigido, drizza ciò che è sviato”, trasforma la nostra vita!

Lasciarsi immergere nell’acqua è relativamente facile… Ma lasciarsi immergere nel fuoco? Immerso nel fuoco, diventi un olocausto, un sacrificio di cui a te non resta nulla, e ne esci come una creatura nuova.

Noi tutti abbiamo ricevuto il battesimo, ma questo porta frutti nella nostra vita o no? Certamente il battesimo, come ogni sacramento, è “efficace”, ossia produce la grazia. Tuttavia dobbiamo anche sapere che il sacramento rimane inerte, “legato”, se il suo effetto non è desiderato. E noi desideriamo di essere purificati? Sottoponiamo al giudizio e al fuoco dello Spirito Santo i nostri desideri, la nostra volontà, le intenzioni, il modo di pensare, le attese…? Siamo decisi a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo (Tt 2, 12)?

Probabilmente in noi ci sono ancora tante resistenze. Ma se vogliamo, lo Spirito Santo stesso le vincerà. Dobbiamo fare come Gesù, che ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera (Lc 3, 21). Mettiamoci in preghiera anche noi e chiediamo che il dono dello Spirito Santo vinca ogni nostra resistenza, ci purifichi col suo fuoco e ci renda realmente creature nuove.

epifania

 

“Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo” (Mt 2, 2).

I Magi[*] di cui parla il Vangelo erano membri della casta sacerdotale persiana, sapienti stranieri al popolo ebraico, dediti all’osservazione degli astri, all’astrologia e a pratiche divinatorie che ancor oggi noi chiamiamo “magiche”. Al tempo in cui fu scritto il Vangelo, essi erano considerati talvolta con rispetto in quanto sapienti, talaltra con timore in quanto “maghi”, e talaltra ancora con disprezzo come imbroglioni e seduttori (cf. At 13,4-12).

L’ambivalenza del termine «mago» mette in luce l’ambivalenza della dimensione religiosa come tale. La religiosità può diventare una via verso una vera conoscenza, una via verso Gesù Cristo. Quando, però, di fronte alla presenza di Cristo, non si apre a Lui e si pone contro l’unico Dio e Salvatore, essa diventa demoniaca e distruttiva.

Nel racconto evangelico sui Magi, la sapienza filosofico-religiosa è chiaramente una forza che mette gli uomini in cammino e conduce in definitiva a Cristo.

In quanto astronomi, questi Magi osservano un fenomeno astrale (con tutta probabilità la congiunzione dei pianeti Giove, la stella della più alta divinità babilonese, e Saturno, rappresentante cosmico del popolo dei Giudei, nel segno zodiacale dei Pesci, avvenuta negli anni 7-6 a.C, ritenuti oggi il vero tempo della nascita di Gesù). Si trattava di un fenomeno calcolabile per gli astronomi babilonesi che avrebbe indicato loro la terra di Giuda e un neonato «re dei Giudei».

Ma non a tutti coloro che erano in grado di calcolare la con­giunzione dei pianeti e la vedevano, venne il pensiero di un re in Giuda che aveva un’importanza anche per loro. Potevano concorrere diversi fattori per far percepire nel linguaggio della stella un messaggio di speranza. Ma tutto ciò poteva mettere in cammino soltanto chi era uomo di una certa inquietudine interiore, uomo di speranza, alla ricerca della vera stella della salvezza. Gli uomini di cui parla Matteo non erano soltanto astronomi. Erano «sapienti», erano cioè capaci di andare al di là di sé, erano uomini religiosi nel senso profondo, cercatori della verità, cercatori del vero Dio. Possiamo dire che questi Magi rappresentano il cammino delle religioni e della scienza degli uomini verso Cristo, come anche del loro superamento in vista di Lui: sono dei predecessori, dei precursori, dei ricercatori della verità, che riguardano tutti i tempi.

La stella li guida alla ricerca del re dei Giudei: questo significa che il cosmo parla di Cristo! Ma significa anche che, per l’uomo nelle sue condizioni reali, il linguaggio del cosmo non è pienamente decifrabile. La creazione offre molteplici indicazioni. Suscita nell’uomo l’intuizione del Creatore. Suscita, inoltre, l’attesa, anzi, la speran­za che questo Dio un giorno si manifesterà. E suscita al tempo stesso la consapevolezza che l’uomo può e deve andargli incontro. Ma la conoscenza che scaturisce dalla creazione e si concretizza nelle religioni può anche perdere il giusto orientamento, così da non spingere più l’uomo a muoversi per andare al di là di se stesso, ma da indurlo a fissarsi nei propri schemi.

Quando i Magi si prostrano davanti a Gesù bambino, tutti i loro schemi saltano: come astrologi essi, fino a quel momento, avevano creduto che le stelle guidassero i destini degli uomini, ora invece riconoscono che non è la stella a determinare il destino del Bambino, ma è il Bambino che guida la stella (s. Gregorio Nazianzeno).

Una volta riconosciuto Cristo, tutto ciò che c’è di vero nella scienza e nella sapienza dei pagani, tutto può e deve essere assunto dai cristiani, perché è a Cristo che appartiene! Questa è l’essenza del cattolicesimo. Questo è il senso dei doni dei Magi, Questa è la realizzazione della profezia di Is 60, 5:

“Verrà a te la ricchezza delle genti”.

Per questo i cristiani delle origini hanno potuto prendere le immagini greche e romane, gli stessi templi antichi, persino alcuni elementi cultuali e utilizzarli nella liturgia cristiana. Per questo i monaci nel medioevo hanno copiato i testi del pensiero e della letteratura pagana. Per questo nell’umanesimo si studiano le lettere classiche e nel rinascimento l’architettura, la pittura e la scultura riprendono, trasfigurandoli, i modelli pagani . Non si tratta di eclettismo o di sincretismo – in cui si mettono insieme cose diverse e disarmoniche – ma dell’instaurazione di ogni cosa, veramente ogni cosa in Cristo. «Tutto è vostro» dice san Paolo, perché «voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Cor 3, 22-23).

Accostiamoci dunque con rispetto alle religioni dei popoli, accogliamo con gratitudine le scoperte della scienza, accettiamo con amore i doni della sapienza degli uomini, ma tutto questo ha un senso solo se ci prostriamo come i Magi davanti al Bambino e lo adoriamo.

 

[*] Cf. J. Ratzinger – Benedetto XVI, L’infanzia di Gesù, Milano 2012, pp. 105-125.

Genitori e figli

Santa Famiglia C

La festa della Santa Famiglia, quest’anno, ci invita a riflettere su un tema cruciale: cosa significa essere genitori? cosa significa essere figli?

La prima figura che ci viene incontro è Anna (1 Sam 1, 20-28), sposa amata di Elkanà, ma sterile. Tutta la vita aveva pregato e offerto le sue umiliazioni per avere un figlio. Finalmente viene esaudita e nasce Samuele:

“Al Signore l’ho richiesto”.

Ci immagineremmo che da quel momento in poi la madre custodisse il figlio come un tesoro geloso. E invece dopo averlo svezzato va a lasciarlo nel tempio di Silo. Che senso ha? Perché darsi tanta pena per avere un figlio se poi se ne separa? Evidentemente Anna non era mossa dal desiderio di colmare un vuoto affettivo, non dal bisogno di avere un sostegno nella vecchiaia. Se aveva tanto desiderato di essere madre è per dare frutto e, così facendo, dà gloria a Dio:

“Egli è richiesto per il Signore”.

Il frutto va desiderato, va chiesto, va maturato, ma non trattenuto: quando è maturo va donato.

La seconda figura in cui ci imbattiamo è quella di Maria e Giuseppe (Lc 2, 42-52). Essi, da buoni israeliti, si recavano ogni anno a Gerusalemme per la Pasqua: come tanti altri, vanno nella casa del Signore per la festa e poi si incamminano per ritornare nelle proprie case. Gesù invece resta nella casa del Padre suo. Sembra una ragazzata. Fatta per motivi sublimi, ma pur sempre una ragazzata: non tiene conto delle conseguenze? Non capisce quanta sofferenza costa per i suoi genitori?

“Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io angosciati ti cercavamo”

Ci chiediamo anche noi: perché? Perché i suoi genitori capiscano che deve occuparsi delle cose del Padre suo. Si dirà: ma lo sapevano già! Una cosa è “sapere” in teoria, altra cosa è comprenderlo col cuore. E infatti, nota l’evangelista:

“Essi non compresero ciò che aveva detto loro”.

Persino Maria ha bisogno di meditare a lungo sulla faccenda:

“Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore”.

Quel figlio è figlio suo, ma è Figlio di Dio. Non appartiene né a lei né a Giuseppe, ma al Padre suo.

Noi moderni siamo forse ben disposti a pensare che i figli non appartengono ai genitori. Ma riteniamo che essi appartengano a se stessi. Per cui l’alternativa è: o stare sottomessi ai genitori oppure ribellarsi. E invece non è questo che ci insegna il Signore. I figli appartengono a Dio.

Oggi il rapporto genitori-figli è fortemente sbandato. Guardiamoci intorno:

In un certo tipo di famiglia i genitori pensano solo al benessere materiale: l’educazione è delegata alla scuola (che non è capace di realizzarla, si sa, ma si fa finta di niente) la crescita nella fede è delegata alla Parrocchia (ma un catechista che vede venti bambini per un ora a settimana, come può incidere su chi, per tutto il resto del tempo, riceve messaggi contrari?). Così figli crescono come estranei, a volte si sbandano, si perdono… E poi i genitori si lamentano, quando però è troppo tardi.

In altre famiglie, i genitori sono incantati dalla bellezza, dall’intelligenza, dalla dolcezza dei figli… E hanno paura di perdere il loro affetto. Così li lasciano fare ciò che vogliono. Mai un rimprovero, mai una punizione. Anzi, non sia mai i maestri o i professori li richiamano per qualche comportamento sbagliato! Rischiano di essere malmenati. Così i figli crescono viziati, degenerati. Finché sono piccoli pensano di essere loro il centro del mondo, di essere onnipotenti. Poi, quando la vita li farà scontrare con le difficoltà del mondo reale, saranno dei disperati.

Perché tutto questo? Perché abbiamo sovvertito l’ordine dei rapporti. La festa di oggi ci insegna a rimettere ordine nella nostra vita, nella vita delle nostre famiglie. E mettere ordine significa mettere Dio al primo posto.

Anna ci insegna che la maternità è un dono di Dio. I figli sono del Signore, non dei genitori o di se stessi. Gesù, all’età di dodici anni, ha messo questo fatto in chiaro con Maria e Giuseppe: egli deve occuparsi delle cose del Padre suo. Stabilito questo principio, Gesù può tornare a Nazaret con i suoi, e il Vangelo ci dice:

“Stava loro sottomesso”.

Certo, sottomesso a Maria e Giuseppe perché anche loro stavano sottomessi a Dio! Quanti genitori si lamentano che i figli non ubbidiscono! Ebbene, questi genitori ubbidiscono a Dio? Cominciassero loro a dare il buon esempio, a mettere Dio al primo posto nella loro vita! Cominciassero loro a comportarsi da veri figli di Dio (1 Gv 3, 1-24)

“osservando i suoi comandamenti e facendo quel che è gradito a lui”.

E vedranno che anche i figli impareranno il giusto ordine delle cose.

Il Vangelo di oggi si conclude dicendo:

“Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini”.

Questo è l’augurio per tutte le nostre famiglie: che genitori e figli, mariti e mogli, anziani e giovani possano tutti crescere in sapienza e grazia, mettendo Dio al primo posto, subordinando a Dio la propria vita e ordinando tutto alla Sua gloria. Questo è il segreto della felicità vera per le nostre famiglie.

 

Piccolo o grande?

visitazione

Nel nostro cuore c’è, istintivamente, il desiderio di cose grandi, di bellezza grande, di gioia grande. Tutto questo è naturale ed è bene, perché siamo fatti per l’infinito.

Però la mentalità del mondo ci porta a pensare che per fare grandi cose bisogna essere grandi. Potremmo sorridere di tanta ingenuità, se non fosse che questa mentalità ci porta a commettere un mucchio di errori, spesso anche tragici. Ci porta infatti a sottovalutare i piccoli e ad abbatterci davanti ai grandi; ci porta a disprezzare i piccoli e ad adulare i grandi. Ci porta quindi alla disperazione, perché desideriamo ciò che è grande, ma ci vediamo troppo piccoli ottenerlo.

Ebbene, la Parola di Dio viene a darci speranza perché ci chiama a correggere questa mentalità “megalomane”. Il profeta Michea (5, 1-4) si rivolge ad un villaggio insignificante della Palestina:

E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda…

I Giudei si aspettavano la salvezza da Gerusalemme, dalla capitale, città forte, munita di torri e di mura. Betlemme, sì, era la città da cui proveniva Davide, quando era un pastorello… Poi Davide era diventato re, lui e i suoi discendenti avevano costruito la grande capitale. Ma ora la dinastia di Davide è in rovina: non c’è più pace, Israele è sottomesso a un dominio straniero… Ogni grandezza sembra irrimediabilmente perduta.

Ed è proprio qui che irrompe la profezia: bisogna tornare a ciò che è piccolo! Dal piccolo villaggio di Betlemme, Dio trarrà il nuovo pastore del suo popolo:

Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore suo Dio. Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra. Egli stesso sarà la pace!

Cose grandi, dunque, perché Dio è grande! Maestà, certo; ma una grandezza, una maestà che si rivela come pace e si realizza “quando colei che deve partorire partorirà”, grazie alla piccolezza di un bambino.

Tutto ciò si realizza in Maria. Una ragazza che appariva insignificante ai propri occhi e agli occhi dei suoi compaesani (cf. Mt 13, 55). Nella sua piccolezza, riceve l’annuncio «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 30-33).

È un annuncio di grandezza, ma Maria è consapevole che la grandezza è di Dio, mentre lei rimane nella condizione di piccola serva del Signore. E come piccola serva si mette in viaggio verso la montagna. L’angelo le aveva rivelato la miracolosa maternità di Elisabetta, anziana e sterile. E lei corre a visitarla, “perché – dice sant’Ambrogio – era lieta della promessa e desiderosa di compiere devotamente un servizio, con lo slancio che le veniva dall’intima gioia”.

Oggettivamente, Maria è di gran lunga superiore ad Elisabetta; ovviamente Cristo è infinitamente superiore a Giovanni, eppure – continua Ambrogio – “chi è superiore viene da chi è inferiore, affinché l’inferiore sia aiutato: Maria da Elisabetta, Cristo da Giovanni”.

Ciò che accade in quell’incontro, in apparenza banale, è un’esplosione di grazia, di esultanza, di benedizione, di profezia: tutti i protagonisti sono pieni di Spirito Santo. Dio fa cose grandi con i piccoli e – dobbiamo aggiungere – solo attraverso i piccoli.

A noi, dunque, non è certo richiesto di rinunciare al desiderio di cose grandi, di bellezza grande, di gioia grande. Ma dobbiamo capire che solo Dio è grande, solo da Dio viene la bellezza e la gioia grande. E più siamo piccoli – cioè umili, come Maria – più Dio opera grandi cose in noi.

In altri termini, ci viene chiesto di entrare nella beatitudine di Maria:

Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto.

 

Rallegratevi!

rallegratevi

 

L’antifona d’ingresso della Messa di questa terza domenica d’Avvento si apre con queste parole di san Paolo ai Filippesi (4, 4), che ritroviamo nella seconda lettura:

Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto, rallegratevi.

Sono espressioni che riecheggiano l’annuncio profetico di Sofonia 3, 14 s:

Rallègrati, figlia di Sion,
grida di gioia, Israele,
esulta e acclama con tutto il cuore,
figlia di Gerusalemme!

Questi verbi all’imperativo, se ci riflettiamo, sembrano un po’ strani… Pare come se il Signore ci comandasse di essere gioiosi… Magari lo fossimo – potremmo rispondere noi! Ma se uno è nella tristezza, nell’angoscia… come puoi pretendere che se ne cavi fuori da sé e che addirittura si metta ad esultare?

Evidentemente qui non siamo di fronte a dei comandamenti. Se lo fossero creerebbero angoscia e non letizia: uno già sta male di suo e poi dovrebbe anche sentirsi in colpa perché non gioisce!

Si innescherebbe poi anche una pericolosa ipocrisia. Paolo dice:

La vostra amabilità sia nota a tutti.

E così potremmo cadere nella tentazione di mostrarci “amabili”, cioè lieti e benevoli all’esterno, senza però esserlo nel cuore, giacché – come si dice – “al cuor non si comanda”. La “finzione della gioia” è una cosa veramente… triste!

È chiaro che la Parola di Dio non ci invita all’ipocrisia. Le parole di Paolo – come quelle di Sofonia – sono un’esortazione a trovare nella nostra vita i motivi per rallegrarci. Ed il motivo è chiaro:

Il Signore è vicino!

L’Avvento è il tempo della gioia perché ci mostra che possiamo trovare Dio, giacché è Dio stesso che, in Cristo Gesù, viene a cercarci.

Le parole del profeta Sofonia si sono realizzate pienamente quando il Figlio di Dio si è fatto uomo:

Il Signore, tuo Dio, è in mezzo a te,

Gesù è davvero l’Emmanuele, il Dio con noi, Dio in mezzo a noi! Egli

è un salvatore potente.

Da cosa ci salva? Dall’angoscia, dalla disperazione, dal fallimento delle nostre vite. Dio ci aveva creati per la felicità e ci aveva indicato la strada per raggiungerla; ma noi abbiamo preferito fare di testa nostra. E abbiamo fallito. Guardiamoci intorno e vedremo, nel mondo che ci circonda, i segni chiari di questo fallimento. E questo fallimento ha un nome proprio: si chiama “peccato”.

Dio avrebbe potuto abbandonarci alla nostra disperazione, al nostro inferno: ce lo saremmo meritati. E invece è venuto in nostro soccorso: ha mandato il suo Figlio a salvarci. Possiamo presentare a lui le nostre necessità, perché egli ha cura di noi. Così il cuore e la mente saranno custoditi dalla pace di Dio.

Tutto sta ad accogliere questa salvezza, ad accogliere il Signore che viene. Egli viene per tutti, ci ha detto il Vangelo. Nessuna categoria di persone è esclusa dalla salvezza: persino i più grandi peccatori, i pubblicani, i soldati, vanno da Giovanni Battista e si preparano ad accogliere Gesù.

Ricevono un insegnamento semplice:

Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare faccia altrettanto… Non esigete nulla più di quanto vi è stato fissato… Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno.

Qui sì che siamo posti davanti a dei comandamenti! Ma sono comandamenti semplici: condividere i beni elementari (il cibo e il vestito), conservare per sé solo il necessario – in altri termini: rendere concreto l’amore per il prossimo; essere onesti nell’esercizio del proprio lavoro, non abusare del potere.

Se anche noi mettiamo concretamente in pratica questo insegnamento, se ci apriamo con fiducia alla salvezza che viene da Dio, il Signore verrà anche nella nostra vita e ce ne accorgeremo dai frutti di amore e di gioia che sbocceranno in noi.

giovanni

Cos’è la speranza? Io direi che è la capacità di tenere insieme storia e profezia.

La pagina di vangelo che ci viene proposta in questa domenica di avvento è precisamente questo: un resoconto storico e un testo pro­fetico nello stesso tempo[*]. Della storia ha la precisione cronologica e geografica; della profezia ha l’energia e lo slancio. Inserisce la salvezza di Dio nel qua­dro storico del tempo, e per questo illumina i lati oscuri del nostro vivere nel tempo, rallegra la nostra tristezza indicandoci una meta di gioia.

  1. Storia

Poche volte, in tutta la Sa­cra Scrittura, s’incontrano brani come questo, talmente preoccupati della precisione storica: e da quanti anni era imperatore Tiberio, e chi era governatore della Giudea, e chi della Galilea, e chi dell’Abilene, e chi erano i sommi sacerdoti… Perché tanta pignoleria?

Perché la salvezza di Dio è venuta nel tempo e nello spazio; fa parte della storia, e si possono assegnare le sue date e le sue coordinate geografiche.

Che la storicità del Vangelo sia un grande fatto, lo si potrebbe desu­mere anche solo da questo, che i nemici del Vangelo cercano di scalzare soprattutto e prima di tutto la sua storicità. Sono disposti ad ammetterne la bellezza e la giustezza, purché si dica che non è un racconto storico. Se si concede loro di ritenerlo un “mito” costruito dalla Chiesa primitiva, vi concederanno tutta la grandezza che volete. Perché tanto zelo, tanto accanimento nel voler ridurre il Vangelo a “idee” e a negarne invece i fatti? E perché, invece, san Luca si dà tanto pen­siero di darci le coordinate storiche e controllabili dei fatti? Perché la salvezza di Dio o entra nella storia, oppure non salva un bel niente. La salvezza di Dio è vera perché è un fatto; se non fosse un fatto non servirebbe a nulla.

Il mistero del Natale, verso cui l’Avvento ci conduce, è la celebrazione di questa salvezza nella storia, nel mondo: la salvezza che è un avvenimento, un fatto e non un’idea.

Dio si è fatto uomo, ha assunto un corpo di carne e un’anima come la nostra, è entrato nel mondo e nel tempo come uno di noi, né più né meno. Naturalmente, questo è un mistero che supera il piano della natura, eppure Gesù nacque di donna, vagiva come qualunque neonato, come noi sentiva freddo, come noi “è stato nutrito con un po’ di latte” (parvoque lacte pastus est) come canta l’Inno delle lodi di Natale. E così tutta la sua vita umana. Orbene, questo è un fatto su cui non si finisce mai di meditare.

La salvezza di Dio non soltanto un’idea, un concetto, un auspicio: Gesù il Salvatore ha camminato per le nostre vie, ha visto sorgere e tramontare i giorni sui nostri cieli, ha detto e ascoltato parole come le nostre, ha avuto fame e sete, s’è stancato ed è morto. L’hanno visto occhi come i nostri. Lo hanno sentito parlare.

Giovanni il Precursore è vis­suto fra noi, come vive un uomo fra gli uomini. La data dell’evangelista Luca par quasi che ci dica: ba­date bene, non si tratta di idee o di mitologia! Il giorno tale, l’anno tale, nel luogo tale; e se non credete, consultate i documenti. Vi do le date esatte.

  1. Profezia

Proprio qui sta la profezia! Gli eventi del mondo – dalle gesta dell’imperatore romano fino a quel che accade nella più sperduta località del deserto intorno al Giordano – sono strappati dall’oscurità.

“La parola di Dio scese su Giovanni”.

Così l’azione di Dio penetra nello scorrere del tempo. L’azione di Dio passa attraverso la sua parola, e la sua parola è efficace nella storia, suscita una storia di salvezza quado alcuni esseri umani, come Giovanni, si lasciano prendere da essa, ascoltano, amano, obbediscono.

La missione di Giovanni era quella di annunziare la vicinanza della salvezza, l’imminenza della salvezza. Doveva mo­strare a dito il Salvatore, poter dire: «Eccolo, è quello lì»; e doveva preparare gli uomini ad accoglierlo. Il battesimo di acqua predicato da Giovanni “sancisce la decisione personale di sottoporre tutta la propria vita passata al giudizio di Dio e di sperare più solo nel suo perdono” (F. Bovon). La salvezza entra nella storia, ma non automaticamente: suscita una responsabilità personale, richiede una decisione che porta a un modo nuovo di vivere, di pensare, di credere: richiede la conversione.

Bisogna, in altri termini, “preparare la via del Signore, raddrizzare i suoi sentieri”, spianare le colline, colmare le valli… Come per fare una strada comoda sono necessarie tante fatiche, così per accettare che la salvezza di Dio diventi storia nella nostra vita: non è facile far la via al Signore nel proprio cuore. Ciò nonostante, non è meno necessario. E se gli diamo la nostra disponibilità, Egli stesso – come dice il profeta Baruc (5, 1-9) – la preparerà con noi. Questa è la nostra speranza!

[*] Mi permetto di parafrasare e riadattare una splendida meditazione di don Giuseppe De Luca del lontano 1935, come testimonianza che i classici non invecchiano e che la verità del Signore rimane in eterno.

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