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Cronaca nera

fico sterlie

In questi giorni la gente delle mie parti è rimasta sconvolta da alcuni incidenti mortali verificatisi sulle nostre strade. Le disgrazie accadono, lo sappiamo bene. A volte assumono le dimensioni della strage, della sciagura – e allora fanno più impressione all’opinione pubblica. Ma per coloro a cui tocca, anche le tragedie “di piccole dimensioni”, quelle che non valgono due colonne nella cronaca di un giornale, sono  nondimeno tragedie.

Nel Vangelo (Lc 13, 1-9), Gesù prende lo spunto proprio da due fatti di cronaca nera avvenuti ai suoi tempi: mentre nel tempio si offriva un sacrificio, Pilato aveva fatto uccidere un gruppo di Galilei – probabilmente perché tramavano un’insurrezione; inoltre, presso la piscina di Siloe era caduta una torre, uccidendo e seppellendo diciotto persone.

Il popolo  vede in questi fatti dei castighi divini per i peccati delle persone colpite, ma Gesù rigetta questa interpretazione: quegli infelici non erano più cattivi di quelli restati in vita.  Le sciagure non sono castighi, ma avvertimenti:

“Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.

Nella ma città c’è un proverbio che dice: “Per piovere e per morire non ci vuol nulla”. L’uomo non può mai sentirsi troppo sicuro sulla sua strada – per dirla con le parole di un poeta: “Rincorrendo il balletto delle ore / noi che sappiamo dove siamo nati/ ma non sapremo mai dove si muore” (F. Guccini).

Sappiamo che c’è un pericolo che ci minaccia, che verrà la fine della nostra vita. E non sappiamo quando. Per questo dobbiamo approfittare del tempo di cui ancora disponiamo: giorno per giorno. Perché se non ci convertiamo, periremo.

E cosa significa “perire”? Morire? Moriremo comunque, sia che ci convertiamo sia che non ci convertiamo! Ma si tratta qui di quella che il Nuovo Testamento chiama “la morte seconda”. Dio è la vita. La nostra vita è la comunione con lui. Se rigettiamo Dio fino alla fine, rigettiamo la vita e siamo nella morte.

E cosa significa “convertirsi”? Significa volgere lo sguardo verso Dio. Mi sono chiesto quale sia il contrario di “conversione” e l’ho trovato: “diversione”, cioè volgersi altrove. Pascal parlava del divertissement, il divertimento fatto per non pensare alla realtà in cui Dio ci chiama. Oggi c’è tutta un’industria del divertimento, un mercato, una pubblicità… sembra l’elemento centrale della nostra vita. Badiamo bene: non “fare festa”, “gioire” (tutte cose belle e sante) ma “divertirsi”. Il figliol prodigo si divertee il culmine del divertimento lo porta a contendere le carrube ai porci; solo quando si converte trova la festa!

La necessità e l’urgenza della conversione è illustrata da Gesù con la parabola del fico sterile. Il padrone ha deciso di tagliare l’albero che non dà frutti:

“Taglialo, dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”.

La sentenza è stata pronunciata. Ne è stata pubblicata persino la motivazione! Ma il vignaiolo gli ottiene una proroga. Gli ottiene un tempo di recupero:

“Padrone, lascialo ancora quest’anno”.

Un anno: non alla lettera (dodici mesi), ma un periodo di grazia sufficientemente lungo, ma di durata limitata. Nel quale il vignaiolo stesso si prenderà cura della pianta. La cura, ovviamente, non si rivolge tanto ai rami, quanto piuttosto alle radici: è lì che zappa, è lì che mette il concime.

Siamo noi quell’albero. I frutti che il Padre si aspetta sono i frutti dello Spirito elencati da san Paolo “amore, gioia, pace, pazienza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5, 22). Sarebbe inutile sforzarsi di portarli con le nostre forze: sono frutti dello Spirito, non della carne! C’è solo un modo di fruttificare: convertirci, liberarci dalla distrazione, volgere lo sguardo al Signore, dedicarci a lui, lasciarci curare da lui.

Per chi accoglie l’invito, si realizza la beatitudine dell’uomo che si compiace della legge del Signore e la sua legge medita giorno e notte: Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai (Sal 1).

transfigurazione

Come mai in questa seconda domenica di quaresima la liturgia ci fa ascoltare il vangelo della trasfigurazione (Lc 9,28b-36)?

La quaresima è il tempo della nostra conversione: è il tempo di riorientare la nostra vita per seguire più da vicino il Signore. E domenica scorsa abbiamo visto che la condizione prima della nostra conver­sione sta nell’ascolto obbediente della Parola di Dio, nell’accettazione fiduciosa della sua volontà.

Ma com’è difficile mantenere questa fiducia nell’ora della nostra croce: il lutto, la malattia, la sofferenza! Riconoscere il volto del Messia nella passione, sfigurato dal dolore, dal sangue, contratto nel­la morte…!

Gesù lo sa e per questo prepara i suoi discepoli all’ora della croce: li porta sul monte a pregare. Proprio Pietro, Giacomo e Giovanni che saranno i testimoni della sua agonia nell’orto degli Ulivi.

Gesù si rivela nella preghiera. La trasfigurazione è un momento della preghiera stessa.

Sappiamo che Gesù trascorreva lunghi tempi immerso nella preghiera. Come pregava? Cosa diceva? La sua preghiera (lo vediamo nel vangelo di oggi) non era un semplice “dire”, ma un accendere e gustare la comunione con Dio, era il trovare se stesso come Figlio nel Padre.

Nella preghiera sul monte l’umanità di Gesù diventa trasparente, e i discepoli possono intravvedere la sua natura divina: è la prefigurazione della gloria della risurrezione.

Due uomini appaiono: Mosè ed Elia, la legge e i profeti. Ai discepoli si svela il senso delle scritture: tutto l’AT converge in Cristo e nella sua Pasqua: il suo esodo.

I tre discepoli rimangono abbagliati, frastornati, vorrebbero fermare, immobilizzare quell’attimo di grazia: “Facciamo tre capanne…!

Ma questo significa non aver capito il senso della trasfigurazione: essa è una preparazione alla passione, non un bello spettacolo fine a se stesso.

Infatti la scena luminosa si copre con una nube, e l’entusiasmo dei discepoli si cambia in paura.

E la voce del Padre viene a svelare il senso di quell’avvenimento: Gesù è il Figlio suo, l’eletto. Dobbiamo ascoltarlo.

Ecco: l’ascolto. Dobbiamo convertirci, e il primo passo della conversione consiste nella Fede. Ma il primo passo della Fede consiste nell’ascolto:

“Questi è il mio Figlio, l’eletto: ascoltatelo”.

Chi ascolta e crede, segue le vie del Padre, resiste nell’ora della croce e viene trasfigurato come il Figlio.

La prima lettura (Gen 15,5-12.17-18) ci presenta la fede di Abramo:

“Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia”.

E per la sua fedeltà diventa lo strumento dell’alleanza tra Dio e il suo popolo.

La seconda lettura (Fil 3,17-4,1) ci dice che se Cristo, fedele al Padre è stato trasfigurato, anche i nostri corpi, se saremo fedeli, saranno trasfigurati. Coloro che seguono nella fede la via della conversione saranno trasfigurati come Cristo.

Ma questa stessa lettura, all’inizio, ci mostra una situazione di­versa e tragica: la situazione di quelli che “si comportano come nemici della Croce di Cristo”, e la cui fine sarà la perdizione, perché essi, “hanno come dio il loro ventre”. Cosa significa? Significa che mettono la propria fiducia non nel Dio vivente, ma in se stessi, nella propria carne, nei propri desideri e nella capacità che hanno di soddisfarli.

Attenzione: qui non si parla di giudei o di pagani, ma di cristiani che hanno perso la fede nell’ora della Croce. E purtroppo questo succede molto di frequente.

Una volta un giovane monaco chiese ad un anziano come mai tanti intraprendevano il cammino della conversione, e a un certo punto si stancavano e tornavano peggio di prima. Il santo rispose: avviene come quando un cane vede la lepre e le corre dietro; molti altri cani, vedendolo correre a quel modo, gli si mettono dietro, ma la corsa è faticosa, e tanti desistono: riesce a raggiungere la lepre solo chi l’ha vista.

La corsa della conversione è faticosa. L’ora della Croce è umanamente insopportabile. Per questo Cristo si fa vedere trasfigurato dai discepoli: perché non desistano nella corsa. Per questo il Padre dice a noi “Ascoltatelo”, perché ascoltandolo nella preghiera possiamo incontrarlo, vederlo con gli occhi del cuore, e continuare la nostra corsa fino ai piedi della Croce, fino alla tomba vuota, fino all’incontro col Risorto.

Tentazione

diavolo

“Tentazione” è un termine molto usato dalla pubblicità di dolci oppure dall’erotismo. Si pensa che a “tentare” sia il piacere e che il piacere sia più forte quando, in qualche modo, è proibito dal dietologo o dalle convenzioni sociali.

Tutto questo ha poco o nulla a che fare con il senso biblico della tentazione. La Bibbia esprime la convinzione che gli uomini che Dio ha creato e che ama – Adamo, Abramo, Mosè, Davide, Giobbe… – sono esposti al rischio di rifiutare Dio, si trovano in circostanze in cui la fedeltà a Dio sembra assurda, e rifiutarlo appare conveniente, utile, persino necessario.

Fin dal suo battesimo, Gesù viene manifestato come il Messia, colui che compie le speranze di Israele. Lo Spirito Santo scende su di lui e la voce del Padre lo proclama come il Figlio prediletto in cui il Padre si è compiaciuto (Lc 3, 21s). Ci aspetteremmo una marcia trionfale verso la realizzazione di tutte le promesse di terra, di abbondanza, di sicurezza… E invece (sorpresa!) la prima disposizione dello Spirito conduce Gesù nel deserto per essere tentato dal diavolo. Prima di compiere le speranze, prima ancora di annunciare il loro compimento, Gesù deve intraprendere una lotta per purificare le attese dai travisamenti che ne falserebbero la realizzazione.

Al fondo di ogni tentazione, infatti, sta una falsa speranza, una speranza che sembra la realizzazione di qualcosa di urgente, di giusto, di “migliore” rispetto a quello che Dio ha stabilito. Il Dio della speranza, quindi, andrebbe piegato ai nostri desideri, altrimenti risulterebbe superfluo o persino fastidioso.

Luca (4, 1-13) sottolinea che, nel deserto,  Gesù viene tentato dal “diavolo”. Non a caso l’evangelista sceglie questo nome per designare il tentatore: ho diabolos, in greco, significa “colui che porta la divisione, la separazione” e le sue tentazioni non hanno altro scopo che separare Gesù dal Padre, vogliono portarlo a rifiutare il Padre e il suo volere, per costruirsi una messianicità infedele.

Nel deserto si mette alla prova la speranza, perché si mette alla prova Dio stesso: è lui il bene, oppure dobbiamo inventare noi stessi ciò che è bene?

Qual è il bene per eccellenza? Il pane! Non si dice infatti: “Buono come il pane”? E quale speranza umana è più naturale, più legittima, di quella di avere pane? E allora: “Se sei Figlio di Dio, di’ che questi sassi diventino pane!”. La tentazione è vecchia: il diavolo aveva già giocato questa carta spingendo gli Israeliti a rimpiangere l’Egitto, in cui erano schiavi, sì, ma mangiavano pane a sazietà! La risposta di Gesù è invece quella dell’israelita fedele: l’uomo non vive soltanto di pane (cf. Dt 8, 3). A questo proposito il gesuita tedesco Alfred Delp, messo a morte dai nazisti, disse: “Il pane è importante, la libertà è più importante, ma la cosa più importante di tutte e la costante fedeltà e l’adorazione mai tradita”. Gesù moltiplicherà i pani (Lc 9, 12-17), ma lo farà per gli altri, non per sé. La sua fame di pane – per quanto naturale e legittima – non ha la precedenza rispetto al suo rapporto con il Padre.

Appena ribadita la relazione del Figlio con il Padre, il diavolo gli propone un’alleanza pervertita: gli promette tutta la ricchezza e il potere dei regni terreni in cambio dell’adorazione. La risposta di Gesù è semplice: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”»; questa breve frase indica che la sua vita è tutta a servizio di Dio, senza alcun obiettivo di potere personale. Sarà attraverso la croce e la risurrezione che Gesù riceverà dal Padre la potenza e la gloria su ogni cosa.

E proprio alla croce fa allusione la terza tentazione. Per attirare Gesù nella sua trappola il diavolo cita la Scrittura, il Sal 91 in cui si parla della protezione che Dio garantisce al suo fedele: “Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani che porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede”. Se Dio è tuo Padre, egli ti preserverà dal fallimento – ma se fallisci, significa che non gli sei Figlio! Sarà questa l’idea che porterà gli spettatori a deridere Gesù crocifisso: “Si è affidato al Signore, lui lo scampi: scenda dalla croce e gli crederemo!” (cf. Lc 23, 35 ss). Ma Dio ha un altro piano, e Gesù lo accetta. Gesù non si è salvato da sé, non per impotenza ma per obbedienza al Padre. La salvezza verrà, ma attraverso la sofferenza e la morte.

La Quaresima ci porta a rivivere personalmente l’esperienza di Gesù nel deserto. Questo è il luogo in cui si ascolta la voce di Dio, ma anche quella del diavolo. La nostra obbedienza a Dio è continuamente minacciata da ciò che sembra più necessario (il pane), più desiderabile (il potere), e da ciò che per l’evangelista Luca costituisce la più grave di tutte le tentazioni: mettere alla prova Dio, sottoporlo a un esperimento: «Il Signore in mezzo a noi sì o no?»” (Es 17, 7); la presunzione di imporre a Dio le nostre condizioni.

Rivivere l’esperienza di Gesù significa fare come lui, che ha accolto con amore il progetto del Padre:

“Non ha messo alla prova Dio. Ma è sceso nell’abisso della morte, nella notte dell’abbandono, nell’essere in balia che è proprio degli inermi. Ha osato questo salto come atto dell’amore di Dio verso gli uomini. E perciò sapeva che, saltando, alla fine avrebbe potuto soltanto cadere nelle mani benevole del padre. Così si palesa il vero senso del Sal 91, il diritto a quell’estrema e illimitata fiducia di cui in esso si parla: chi segue la volontà di Dio sa che in mezzo a tutti gli orrori che può incontrare non perderà mai un’ultima protezione. Sa che il fondamento del mondo è l’amore e che quindi anche laddove nessun uomo può o vuole aiutarlo, egli può andare avanti riponendo la sua fiducia in colui che lo ama” (J. Ratzinger).

Chi guida?

ciechi

Guidare gli altri, insegnare, correggere… Sono ruoli che da un lato affascinano, perché implicano autorità e prestigio, ma dall’altro spaventano per il carico di responsabilità che comportano.

Mi meraviglia sempre la sicumera con cui alcuni si propongono per esercitare ruoli di governo nella società,  nella Chiesa o nei confronti delle anime. Se abbiamo voglia di presentarci per un lavoro del genere, siamo certi di avere un visione  adeguata? Perché altrimenti, “come può un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in una buca?” (Lc 6,39). Se per la tua cecità morale e spirituale commetti un errore che ti fa cadere, porterai da te la responsabilità della tua caduta, ma se oltre alla cecità, nel tuo cuore c’è anche la presunzione di guidare gli altri, porterai anche la responsabilità della caduta loro, oltre alla tua!

Ma attenzione anche all’atteggiamento opposto, quello di chi ha il dovere di guidare gli altri – per legge naturale, come i genitori devono guidare i figli, o per decisione della comunità che ci ha affidato un compito – e per paura di commettere errori, per pusillanimità o per viltà rinuncia a prendere decisioni, asseconda i capricci di coloro che dovrebbe condurre, non si assume responsabilità…  se ne lava le mani, come Pilato!

Così sembra che siamo stretti tra Scilla e Cariddi: tra presunzione e pusillanimità. Come se ne viene fuori? Gesù una volta disse: “Non fatevi chiamare ‘guide’, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo” (Mt 23,10). Questa è la chiave di tutto: se ci lasciamo guidare da Cristo, che dona la vista ai ciechi, ci vedremo a sufficienza per guidare noi stessi e coloro che il Signore ci affida!

Analogo discorso vale per l’insegnamento: se abbiamo il compito di educare e preparare gli altri, dobbiamo tener presente che non potremo mai trasmettere loro ciò che noi stessi non abbiamo. “Il discepolo non è da più del suo maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro” (Lc 6,40): se un genitore, un catechista, un prete, un insegnante non ha in sé le virtù che deve trasmettere, come può sperare di rendere virtuosi gli altri? Prima di mettersi ad insegnare, deve farsi egli stesso discepolo, ricordando ciò che dice Gesù: “Uno solo è il vostro Maestro” (Mt 23,8); deve cercare di essere come il suo Maestro, per poter sperare di essere un educatore efficace!

Guidare ed insegnare significa anche correggere. Ma, dice Gesù, per correggere bisogna vederci bene. Noi invece corriamo il rischio di avere nell’occhio la trave del nostro egoismo, dell’odio, della presunzione, di tutti i nostri vizi: come possiamo pretendere di togliere la pagliuzza nell’occhio dell’altro se non vediamo? Eppure abbiamo il dovere di togliere anche quella pagliuzza! Dobbiamo quindi chiedere al Signore di aiutarci a togliere la trave che c’è nel nostro occhio, dobbiamo comprare da lui il “collirio per ungerci gli occhi e recuperare la vista” (Ap 3,18).

Comprendiamo dunque che si tratta di rinnovare noi stessi per essere in grado di trasmettere qualcosa agli altri. Se vogliamo portare frutti buoni (e ne abbiamo il dovere è la responsabilità), dobbiamo essere alberi buoni.

Amore e giustizia

Gesù oltraggiatoMosè aveva dato una legge che poneva un limite alla vendetta: “Occhio per occhio, dente per dente”. A questa legge Gesù oppone un discorso rivoluzionario e, fino allora, inaudito sulla terra:

A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro (Lc 6, 27-30).

Si affolla alla nostra mente una ridda di domande, di cui forse la più drammatica è: che fine fa dunque la giustizia?

Proviamo a capirlo, cominciando dalla prima frase:

A voi che ascoltate io dico…

Gesù non sta tracciando un programma politico, un quadro legislativo, un regolamento: non sta dicendo in che modo bisognerebbe organizzare la società o il mondo. Si rivolge a quelli che lo ascoltano, ai suoi discepoli che subiscono persecuzioni, e dice:

Amate i vostri nemici.

Questa, carissimi, non è una norma giuridica. Perché le norme giuridiche riguardano il comportamento esterno, verificabile, non certo l’orientamento del cuore (sappiamo bene che non si può fare il processo alle intenzioni!). E invece qui è proprio alle intenzioni del cuore che Gesù si rivolge: Amate!

E perché questo appello all’amore non resti vago, aggiunge:

Fate del bene a coloro che vi odiano.

La caratteristica essenziale dell’amore è questa. Ma cosa significa, concretamente, fare del bene? Commentando questo brano, san Basilio dice: l’uomo è fatto di anima e corpo; fargli del bene secondo il corpo significa nutrirlo e dargli ciò che è necessario per la vita fisica, ma fargli del bene secondo l’anima significa accompagnarlo alla conversione con argomenti e ammonizioni appropriate.

Si tratta di conquistare al Regno di Dio quelli che gli si oppongono. Per questo è necessario invocare su di essi la benedizione di Dio, pregare per loro anche se ci maltrattano – anzi, proprio perché ci maltrattano e dimostrano così di avere particolarmente bisogno di preghiere.

Così si capisce l’ammonizione di porgere l’altra guancia a chi ci percuote. Dice san Giovanni Crisostomo: quando i medici si prendono cura dei pazzi, spesso accade che siano feriti dai loro calci; ma proprio allora hanno massimamente misericordia di loro e invece di allontanarsi si avvicinano e si espongono ad essere ancora colpiti, perché li devono curare; così anche tu abbi un comportamento simile nei confronti dei persecutori, che sono i veri malati nello spirito.

Così si capisce anche in che senso Gesù raccomandi di non rifiutare la tunica a chi ci leva il mantello e di non richiedere indietro le nostre cose a chi le ha prese. Commenta sempre il Crisostomo: Non ha detto: “sopporta umilmente la violenza dell’ingiusto”, bensì: “abbi il sopravvento grazie alla sapienza”; si tratta di resistere sotto i colpi della violenza con la forza della saggezza perché l’aggressore sia vinto dalla tua carità.

Non ci viene chiesto dunque di rinunciare alla giustizia, ma di portare l’ingiusto alla conversione. Così quando Gesù dice “Da’ a chiunque ti chiede”, sant’Agostino commenta: Non dice: “da’ qualsiasi cosa”, bensì: “da’ quello che puoi dare secondo la giustizia e l’onestà”, ossia quello che non nuoce; e se a qualcuno, per giustizia, devi negare ciò che chiede, devi anche mostrargli le motivazioni della giustizia e darai qualcosa di assai migliore correggendo colui che ti chiede cose ingiuste. Quello che si dà, si dà per amore, e quello che si nega, si nega per amore.

Per concludere, ascoltiamo le parole di un profeta e martire dei nostri tempi, Martin Luther King:

Noi dobbiamo, con forza e con umiltà, corrispondere all’odio con l’amore. Certo questo non è pratico. La vita è una questione di render la pariglia, di non lasciarsi sopraffare, di cane-mangia-cane. Amici miei, abbiamo seguito la cosiddetta “via pratica” già per troppo tempo, ormai, ed essa ci ha condotti inesorabilmente ad una più profonda confusione ed al caos. Il tempo risuona del fragore della rovina di comunità che si abbandonarono all’odio e alla violenza. Per la salvezza della nostra nazione e per la salvezza dell’umanità, noi dobbiamo seguire un’altra via. Questo non significa che noi abbandoniamo i nostri giusti sforzi: con ogni grammo della nostra energia dobbiamo continuare a liberare questa nazione dall’incubo della segregazione, ma nel far questo, non dobbiamo rinunziare al nostro privilegio ed al nostro dovere di amare. Pur aborrendo la segregazione, dovremo amare i segregazionisti: questa è l’unica via per creare la comunità tanto desiderata. Ai nostri più accaniti oppositori noi diciamo: Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze con la nostra capacità di sopportare le sofferenze: andremo incontro alla vostra forza fisica con la nostra forza d’animo. Fateci quello che volete, e noi continueremo ad amarvi. Noi non possiamo, in buona coscienza, obbedire alle vostre leggi ingiuste, perché la non-cooperazione col male è un obbligo morale non meno della cooperazione del bene. Metteteci in prigione, e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli, e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case, nell’ora di mezzanotte, batteteci e lasciateci mezzi morti e noi vi ameremo ancora. Ma siate sicuri che vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno, noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi: faremo talmente appello al vostro cuore ed alla vostra coscienza che alla lunga conquisteremo voi, e la nostra vittoria sarà una duplice vittoria.

Due vie

due vie

Nella Bibbia si trova spesso lo schema delle “due vie”. Da una parte felicità, benedizione, beatitudine; dall’altra rovina, maledizione, guai.

Il Salmo 1 propone una scelta molto semplice: da una parte ci sono i malvagi, descritti come peccatori e arroganti: la loro via va in rovina; dall’altra c’è il giusto: la sua vita è caratterizzata dalla meditazione della legge del Signore, giorno e notte. Mentre egli veglia per il Signore, in realtà è il Signore che veglia su di lui e lo rende vivo, forte, fruttuoso come un albero ben irrigato. L’esistenza dei malvagi invece è vuota e inconsistente, come pula che il vento disperde.

Ciò che fa la differenza è dunque l’ascolto della parola del Signore, la meditazione della sua legge. Dalla meditazione della parola del Signore nasce la fede.

Questa è la motivazione, più profonda, della divisione delle due vie secondo il profeta Geremia (17, 5-8). Fede significa anzitutto “fidarsi” e “affidarsi” a colui nel quale si “confida”. Ed anche qui abbiamo due tipi di persone.

Da un lato chi confida nell’uomo e pone nella carne il suo sostegno. In quale uomo? Negli altri, nei potenti che potrebbero proteggere, nei ricchi che potrebbero beneficare (c’è chi ha dei forti appoggi politici, chi può contare su amici ricchi…), ma anche in se stessi (chi confida nelle sue doti, nella sua forza, nella sua bellezza, nella sua intelligenza…). Quando si confida in queste cose, quando si pone proprio sostegno nella carne inevitabilmente si rimane delusi, non si vede venire il bene, la vita si trasforma in deserto, aridità, la morte. Dice san Paolo: “Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione” (Gal 6, 8). Perché uno non  può confidare nella carne senza allontanare il proprio cuore dal Signore. Il fondamento di una casa può essere soltanto uno: o costruisci sulla sabbia o costruisci sulla roccia; non puoi servire a due padroni: o sei di uno o sei di un altro.

Dall’altro lato abbiamo l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. Se la radice è sana, tutta la pianta è sana. Qualche anno fa abitavo in un eremo, e mi capitava spesso di dover abbattere qualche albero; dopo averlo tirato giù, con la motosega tagliavamo il moncone del tronco fino a livellarlo col terreno circostante o addirittura ad interrarlo, cosicché non emergesse più nulla. Eppure, dopo un annetto, da quel tronco raso al suolo, spuntavano rigogliosi polloni: quando la radice è sana, la pianta vive! Puoi tagliarla, puoi persino bruciarla… Se la terra ha protetto la radice e la radice è sana, la pianta vive!

Per Geremia, ciò che fa la differenza è dunque la fede. Nel Vangelo di Luca (6, 20-26) facciamo ancora un passo avanti. Vi sono due schiere di persone. Alle prime Gesù dice: Beati voi! Agli altri dice: Guai a voi!

A chi Gesù dice Beati voi? Ai poveri, a gente che ha fame, a uomini che piangono, a persone odiate, messe al bando, insultate e disprezzate. Ora vi prego di fare molta attenzione, perché su questo punto le idee sbagliate sono talmente diffuse che non si riesce mai a farsi capire. Non c’è nessun titolo di merito ad essere poveri, o affamati o afflitti o disprezzati! Queste persone non sono “beate” perché sono più brave delle altre e si sono guadagnate una posizione migliore.

La differenza con l’AT è tutta qui. Nel Salmo, è beato chi medita la legge del Signore giorno e notte: questo è un titolo di merito! In Geremia è beato chi confida nel Signore: questoè un titolo di merito! Nel Vangelo è beato chi ha fame, chi piange: che merito c’è? Nessuno!

Forse – come sentiamo dire tanto spesso – sono beati i poveri perché sono più disponibili, più ricettivi, più umili…? No! Questo non è vero (e chi ha fatto un po’ di lavoro pastorale con i poveri veri lo sa bene), e poi, se Gesù avesse voluto dire che sono beati i disponibili, i ricettivi e gli umili l’avrebbe detto chiaramente: le parole non gli mancavano.

Se Gesù dice che sono beati i poveri, gli affamati, gli afflitti e i perseguitati non è perché queste persone sono buone, ma perché è buono Dio. Beati quelli che soffrono (povertà, fame, afflizione, persecuzione), perché Dio ha compassione di loro, si china su di loro, se ne prende cura, li fa primi cittadini del suo regno, dove saranno saziati e rideranno. Allora non “beati i poveri, perché sono buoni e si prendono cura di Dio”, ma “beati i poveri, perché Dio è buono e si prende cura di loro”!

E allora come mai dice guai ai ricchi, ai sazi, a quelli che ridono, a gli uomini di successo? Forse che Dio non è buono con loro? Forse non se ne prende cura? Certo che è buono con loro e se ne prende cura! Ma al povero Dio non può chiedere altro che la fede, e, se crede, il povero si salva. Invece al ricco, oltre la fede, Dio chiede di essere come lui: di assistere i poveri con le proprie ricchezze, di dare da mangiare a chi ha fame, di consolare gli afflitti, di adoperare la propria buona fama per alleviare le sofferenze dei diseredati. C’era un giovane ricco che manifestava la sua fede, Gesù lo amò e poi gli chiese proprio questo: “Va, vendi quello che hai, dallo a i poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi” (cf. Mt 19, 16-22) cioè, fa’ quello che faccio io. E sapete come andò la storia: se ne andò triste (non beato!) perché aveva molte ricchezze!

Ed ora, amici, veniamo a noi. Chi siamo noi? Sta a noi deciderlo! Forse sentiamo il peso della nostra sofferenza presente: siamo invitati a renderci conto che c’è una speranza, che Dio vuole ristabilire la giustizia. L’annuncio del Regno di Dio ci impegna a non disperare e, al tempo stesso, a non pretendere di assicurarci da soli il nostro avvenire. Dio instaurerà la sua giustizia in modo definitivo ed eterno quando il Signore tornerà nella gloria; ma già fin d’ora noi siamo chiamati a realizzarne le esigenze condividendo i nostri beni e pregustando la beatitudine.

 

pesca

Tutti i cristiani sono consapevoli dell’importanza della missione nella Chiesa: la natura stessa della Chiesa è missionaria, la Chiesa è “mandata” nel mondo per annunciare il Vangelo, per battezzare, per dare testimonianza della carità… Ed incessantemente il Signore chiama ragazzi e ragazze, uomini e donne per mandarli all’umanità intera come testimoni, annunciatori e costruttori del suo Regno. E siamo abituati a definire questa chiamata col nome di “vocazione”.

Sicuramente nel passato c’è stato un certo fraintendimento di questo termine: si è inteso in senso restrittivo. “Vocazione” veniva a significare quasi esclusivamente la chiamata al sacerdozio o alla vita religiosa. Oggi abbiamo riscoperto che è “vocazione” anche quella al matrimonio e alla famiglia, anche quella all’impegno secolare… E che, pertanto, non esiste un cristiano (uomo o donna) che non abbia “una” vocazione. Il problema, si dice spesso, è non sbagliare vocazione, è capire ciò che il Signore chiede a ciascuno e realizzarlo.

Tuttavia c’è un elemento comune a tutte le vocazioni. Voglio dire: c’è qualcosa che il Signore chiede a me sacerdote, a te padre o madre di famiglia, a te religiosa, a te laico consacrato… Il Signore ci chiede di “non vivere più per noi stessi, ma per Lui che è morto e risorto per noi”. Di non avere come obiettivo, come scopo della vita, il nostro “io”, ma il “Tu” con la “T” maiuscola: il Signore!

Capite allora perché si parla – giustamente – di “crisi delle vocazioni”. Ci sono pochi giovani nei seminari, ci sono pochi novizi e novizie, ma ci sono anche poche coppie che si preparano al matrimonio o lo vivono come una vera missione al servizio del Regno di Dio. Perché? Perché la maggior parte dei cosiddetti “cristiani”, vive per il proprio “io” e non per il Signore: ricerca le proprie consolazioni, i propri comodi, i propri comfort… e non il Signore.

Oh, certo, talvolta si prega anche, si va anche a Messa, si sa che il Signore c’è… Ma è un “Lui” che sta da qualche parte (in cielo, in chiesa…), non un “Tu” che sta davanti a me e mi coinvolge in una relazione viva, personale, concreta.

Anche il giovane Isaia viveva così: credeva in Dio, andava al tempio… però Dio era semplicemente un “Lui”. Ma un bel giorno accadde ciò che leggiamo in Is 6, 1: Io vidi il Signore, dice Isaia. Questo giovane capisce che Dio non è un’idea, una presenza evanescente: è Qualcunoche gli sta davanti, nella sua tremenda e affascinante santità, e lo coinvolge in una relazione.

Davanti alla rivelazione di Dio, nell’incontro a tu per tu con Lui, il giovane si converte. Non che passi dall’ateismo alla fede: credeva già prima! Solo che capisce di colpo di essere un uomo dalle labbra impure, cioè un peccatore, in mezzo ad altri peccatori. La santità di Dio rivela ciò che c’è nel fondo del nostro cuore: rivela che siamo lontani da Dio. Ma questa non è l’ultima parola: nel momento in cui Dio gli fa riconoscere il peccato, lo purifica e lo santifica: è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato, gli dice il serafino.

Dopo di che, ecco, il mistero della vocazione! Finalmente Isaia ode la voce del Signore che dice: “Chi manderò e chi andrà per noi?”.

Il Signore lo diceva anche prima, quando Isaia ancora lo riteneva un “Lui” che stava da qualche parte, ma Isaia non era capace di udirlo. Ora l’ha incontrato come un “Tu” che gli sta di fronte e lo ama. Può udire la vocazione perché è entrato in relazione di amore, di amicizia con lui. E ad un amico del genere non si può che rispondere: Eccomi, manda me!

Anche Pietro, di cui leggiamo la vocazione in Lc  5, 1-11, aveva già conosciuto Gesù: il sabato precedente l’aveva ascoltato predicare nella Sinagoga, l’aveva visto scacciare i demoni; l’aveva ospitato a casa propria e Gesù aveva guarito sua suocera che stava a letto con la febbre; la sera del sabato aveva guarito una folla di malati proprio davanti a casa sua. Oggi è salito sulla sua barca ed ha ammaestrato le folle. Pietro sta lì, ascolta, osserva, ammira… Ma Gesù è ancora un estraneo.

Attenti bene, perché questa potrebbe essere la nostra situazione: sappiamo chi è Gesù… Ma è ancora un “Lui” col quale entriamo in relazione solo superficiale.

Le cose cambiano quando Gesù interviene nel campo in cui Pietro si sente padrone e maestro: Pietro è un pescatore, un capo pescatore. Ebbene, Gesù interviene proprio nella pesca! Gli riempie la rete di pesci. Ecco, solo a questo punto Pietro capisce chi è Gesù e chi è egli stesso: Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore”. Anche Pietro si converte, perché ha incontrato il Signore a tu per tu, sul proprio terreno.

Ed anche per Pietro, questo è il momento della vocazione: Non temere– gli dice Gesù – d’ora in poi sarai pescatore di uomini. A queste parole, Pietro e quelli che erano con lui, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Allora il messaggio è chiaro: si può accogliere la vocazione e vivere la vita come una missione solo se si è incontrato il Signore a tu per tu. Per questo, l’unica pastorale vocazionale efficace, l’unico modo di costruire una chiesa autenticamente missionaria, è portare le persone ad incontrare Cristo risorto, vivo e presente tra noi.

 

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