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I buoni e i cattivi

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro» (Lc 15,1).

Pecora smarritaQuando ascoltiamo una storia, spesso in noi scatta un meccanismo un po’ infantile: ci identifichiamo con “i buoni” e prendiamo posizione contro “i cattivi”. Già. Ma chi sono i cattivi e chi sono i buoni? Per noi cristiani di lunga data è spontaneo pensare che i farisei e gli scribi sono “i cattivi” (gente dal cuore duro!), che chiudono la porta in faccia ai “buoni”, che sarebbero i pubblicani e i peccatori (poverini!). Ed è sottinteso che noi siamo i buoni, noi stiamo dalla parte dei buoni.

Ah, sì? Che ne direste di un prete che mangia con i mafiosi? E se lo vedeste parlare con una prostituta? E se accogliesse un pedofilo? Se si facesse vedere in compagna di politici corrotti?

Eh, com’è facile rapportarci a “i peccatori” in astratto e com’è difficile farlo con le persone vere, con le persone che fanno del male! Perché questo significa “peccatori”: gente che fa del male, gente che provoca dolore ad altra gente.

Vedete cosa ci capita? Che siamo indulgenti verso “il peccato” in astratto (misericordia per tutti! non condannare mai! non giudicare!), e però siamo giustizialisti verso i peccatori concreti (scomunicarli! cacciarli fuori!). Facciamo esattamente il contrario di quello che fa Gesù, che condanna il peccato con parole durissime, ma accoglie i peccatori con amore infinito. Noi invece abbiamo perso il senso del peccato e vogliamo la distruzione dei malfattori. Siamo l’anticristo.

Oh, com’è comodo questo atteggiamento! Non devi nemmeno metterti alla ricerca della pecora smarrita, perché le tue teorie giustificano lo smarrimento: infondo la pecora ha fatto bene ad andarsene dall’ovile se così “sentiva di fare”; è andata dove l’ha portata il cuore… Comodo pensarla così, perché mi libero dalla responsabilità di lavorare per lei.

Dio però, non è così! Dio ama le persone una per una. E odia il peccato, perché il peccato distrugge le persone.

Ne abbiamo un esempio nel libro dell’Esodo (32,7-14):il discorso di Dio di fronte all’idolatria del popolo è duro, perché Mosè comprenda la gravità del peccato. Ma Mosè comprende anche un’altra cosa: che Dio ama il popolo, che lo considera come sua proprietà, come cosa preziosa, e non vuole la sua distruzione: è il suopopo­lo, che luiha fatto uscire dall’Egitto.

Così l’insegnamento del Signore nel vangelo: davanti agli scri­bi e i farisei che volevano cacciare, escludere, distruggere i pubblicani e i peccatori che andavano da lui, Gesù afferma che questi peccatori sono sua proprietà, che sono preziosi per lui e per il Padre. Così il pastore della prima parabola, cerca la sua pecora smarrita perché è sua, e fa festa quando la ritrova. Così la donna della seconda parabola, cerca la sua moneta perché è sua, è preziosa, ci tiene a quella moneta. Così Dio cerca ogni uomo peccatore, perché ogni uomo è proprietà di Dio, è prezioso: per questo c’è festa grande nel cielo per ogni peccatore che si converte.

Possiamo allora leggere anche la parabola del figlio pro­digo in questa luce: il padre attende, corre incontro, abbraccia, bacia il figlio perduto perché è suo, fa festa perché era perduto ed è stato ritrovato.

E il dialogo tra il padre e il figlio maggiore è particolarmente significativo. Se ci fate caso, è l’opposto del dialogo di Dio con Mosè: lì Dio dice: non posso perdonare al tuopopolo; Mosè risponde: devi perdonare perché è tuoil popolo; qui Il figlio maggiore dice: non devi perdonare al tuofiglio; il padre risponde: non è soltanto miofiglio, perché tutto ciò che è mio è tuo!. Io gli perdono e faccio festa perché è mio figlio; ma anche tu devi perdonare e fare festa, perché è tuo fratello.

Da quanto detto mi pare si possano trarre due conclusioni:

  1. La prima la ascoltiamo da san Paolo in 1Tm 1, 12-17: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, non i giusti quindi. E– continua Paolo – di questi il primo sono io. Se riconosciamo i nostri peccati – come fa san Paolo, che si accusa di essere stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento– se ci riconosciamo peccatori, la grazia di Cristo sovrabbonda in noi e ci salva. Se invece ci riteniamo senza peccato o ci auto-giustifichiamo dicendo che, in fondo, il peccato non è poi male, rischiamo la fine degli scribi e dei farisei ipocriti.
  2. E la seconda conclusione è questa: se siamo figli di Dio, abbiamo tanti fratelli quanti sono i figli di Dio. Fratelli dei quali dobbiamo farci carico. Altrimenti siamo nella condizione del figlio maggiore, che si auto-esclude dalla festa del Padre. Quindi ogni volta che vediamo un uomo vittima del peccato dobbiamo farcene carico come il buon pastore si fa carico della pecora smarrita.

Folla o discepoli?

Gesù e le folle

 Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse… (Lc 14,25-33)

Molta gente. Gesù non si entusiasma per le masse. Tante volte noi siamo dipendenti dal consenso, dal numero. Per questo annacquiamo il messaggio, proponiamo un vangelo alla “volemose bene”: un messaggio che non disturba nessuno, che non chiama a fare delle scelte precise e costose.

Molta gente andava dietro a Gesù. E molta gente gli va dietro anche oggi. Ma ci sono due modi di andargli dietro: uno  è quello della folla, l’altro è quello dei discepoli.

La folla va dietro a Gesù quando gli conviene: quando vede i miracoli, quando Gesù distribuisce i pani… Cristo è uno che mi serve per soddisfare un mio bisogno: fosse pure un bisogno religioso, io sto al centro. Io sono il signore, e il Signore è il mio servo.

Ma Gesù non si piega a questo gioco. Per questo dice parole durissime, che la nuova traduzione tende a nascondere. Abbiamo infatti ascoltato:

Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

Probabilmente però abbiamo ancora nella memoria la vecchia traduzione che, rendendo letteralmente il testo greco, recitava:

Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

Vi ricorderete che una volta Gesù aveva detto ad un uomo “Seguimi!”, e quello aveva risposto. “Signore, prima permettimi di andare a seppellire mio padre” (Lc 9, 59). C’è la legge che dice “onora il padre e la madre” (Es 20, 12), e la legge vincola. Quell’uomo sapeva ciò che si deve fare: prima adempiere la legge e poi mettersi alla sequela di Gesù. Un chiaro comandamento della legge si frapponeva tra colui che era chiamato e Gesù. Ma Gesù si contrappone con forza persino al comandamento della legge: quando si tratta di andare dietro a lui, niente deve mettersi in mezzo tra te e lui, neppure il motivo più grande e più sacro della legge. In questo momento deve accadere che per amore di Gesù venga infranta la legge che voleva frapporsi a ostacolo. Persino la legge dell’more non ha più alcun diritto di mettersi in mezzo tra Gesù e il destinatario della sua chiamata.

Gesù formula l’ammonizione scegliendo i rapporti più sacri su questa terra (padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle) e il verbo più brutale (odiare). Tutto va subordinato a Cristo: Lui è l’unico che ha il diritto di stare al primo posto.

Per cui se c’è un contrasto fra la volontà dei tuoi genitori e la volontà di Cristo, devi scegliere Cristo. Altrimenti non sei suo discepolo. Per cui se tuo marito o tua moglie vuole costringerti a peccare, devi rifiutarti. Altrimenti non sei degno di Cristo. Per cui se il Vangelo deve portarti a dire una parola dura ai tuoi figli e tu non lo fai perché tieni più al loro affetto che a Cristo, non sei degno di Cristo.

Odiare, ovviamente, qui non significa “voler male”; non significa però nemmeno banalmente “amare di meno”, perché bisogna invece amare di più: la misura dell’amore è amare senza misura. Qui odiare significa semplicemente “essere disposti a perdere”. Sei disposto a perdere i tuoi averi? i tuoi familiari? la tua vita?

Davanti all’esigenza di seguire Cristo, perfino la propria vita deve essere messa da parte.

Chi non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Cosa significa prendere la propria croce? Significa rinunciare all’idolo dell’egocentrismo, rinunciare all’idolo del successo, della gratificazione, del prestigio, del godimento. E ricercare solo Cristo, solo il suo regno.

Certo mi direte che è difficile. E infatti lo è! Ma chi va dietro a un Maestro crocifisso non può aspettarsi una vita comoda.

Gesù parla chiaro. Dice quali sono le condizioni. Ora dobbiamo vedere noi se ce la facciamo o meno. Dobbiamo sederci e farci i conti come chi vuole costruire una torre o chi vuole andare in battaglia. Non è possibile illudersi di essere cristiani. O si va dietro a Cristo oppure a se stessi.

Nella Lettera a Filemone possiamo vedere cosa significasse per i primi laici cristiani rinunciare ai propri beni. Questo tale a cui s. Paolo scrive aveva uno schiavo, di nome Onesimo, che era fuggito cercando scampo presso l’apostolo. Paolo, già prigioniero dei Romani, l’aveva accolto e battezzato (l’ha generato in catene). Ed ora gli prepara la strada del ritorno.

Ed ora vedete quale impegno richieda a Filemone: tu avevi uno schiavo, ora non l’hai più: hai un fratello carissimo.

Gesù aveva detto:

Chi non rinunzia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo.

Filemone deve rinunciare ai suoi diritti di padrone per diventare fratello del suo schiavo. E noi a che cosa dobbiamo rinunciare?

Umiltà

Gesù umile

Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato (Lc 14,11).

“Umiltà” è una parola che non ci interroga più. La si usa ormai quasi soltanto nel mondo dello sport: gli atleti sanno che devono affrontare la preparazione e gli avversari con “umiltà”, altrimenti, se si sentono troppo sicuri di sé e non lavorano duro, rischiano di prendere delle batoste… Ma questa “umiltà” del mondo è funzionale all’affermazione di sé: l’atleta è umile per vincere, per “umiliare” gli avversari, non certo se stesso!

D’altra parte il nostro modo di interpretare la vita, è improntato a tutt’altro che umiltà. Tutti conosciamo persone che stanno decenni senza parlarsi perché ciascuno ritiene che l’altro abbia il dovere di umiliarsi e chiedere scusa; famiglie rovinate per l’orgoglio e la superbia di un genitore o di un figlio; lotta senza esclusione di colpi per ottenere posti di comando, di potere (reale o immaginario)…

Gesù ci offre il suo insegnamento con le immagini concrete della parabola dei posti a tavola. È importante capire bene il senso e lo scopo di questa parabola, piena di ironia e persino di una garbata e bonaria comicità. Gesù vuol farci capire l’assurdità della nostra superbia e vanagloria, però non ci aggredisce direttamente: ci fa riflettere mettendoci di fronte a questa scenetta: un invitato che si precipita troppo affrettatamente verso i primi posti… e ottiene l’effetto opposto di essere retrocesso agli ultimi, sotto gli occhi di tutti.

A prima vista potrebbe sembrare che Gesù dia qui semplicemente una norma di buona educazione o di saggezza umana, se non addirittura di sottile calcolo (scegli l’ultimo posto, così potrai finire col ritrovarti al primo!). Questo era effettivamente il senso che i rabbini del suo tempo davano a una massima del libro dei Proverbi (25,6-7) che recita: “Non metterti al posto dei grandi, perché è meglio sentirsi dire: «Sali quassù!», Piuttosto che essere umiliato davanti a uno superiore”.

Ma sulla bocca di Gesù la prospettiva cambia di molto: anche quella parola di saggezza naturale diventa “parola di vita eterna”. Il banchetto di cui parla Gesù ci fa pensare al banchetto del Regno dei cieli. Tra la scelta del posto da parte degli invitati e l’intervento del padrone di casa che ingiunge di indietreggiare o di avanzare, c’è di mezzo il salto da questa vita all’altra: c’è di mezzo il giudizio universale. Il rapporto non è semplicemente tra uomo e uomo, ma tra l’uomo e Dio. E questo dà una portata tutta diversa alla parabola. Gesù conclude la parabola dicendo:

Chi si umilia sarà esaltato.

Ma cosa significa umiliarsi? Se si ponesse questa domanda a un gruppo di cristiani, si avrebbero forse tante risposte diverse, ma tutte centrate su una idea: che umiliarsi è sentire e parlare in modo basso di se stesso, riconoscersi peccatore, fare penitenza… Qualcosa di vero c’è, ma è troppo poco. Ci si muove troppo in superficie, non si tocca il vero fondo del problema.

Il contrario dell’umiltà è la superbia, ossia la volontà di stare sopra, che si accompagna sempre all’orgoglio (il sentire alto di sé, la ricerca del proprio prestigio, dell’ammirazione per sé). L’orgoglio, poi, può nascere o da un complesso di superiorità (la presunzione, convinzione di essere migliori degli altri), o da un complesso di inferiorità (la convinzione di valere poco e il risentimento contro chi sembra valere di più). Il tutto, comunque, si racchiude nella parola “egocentrismo”: io-al-centro. Orbene, questo è idolatria: la radice di tutti i peccati, perché Dio solo è degno di stare al-centro: il primo posto è solo di Dio!

L’umiltà è rinuncia a ricercare la propria gloria e cercare solo di dar gloria a Dio. Per fare questo bisogna pregare e dire: “Signore, umiliami ed esaltati”.

Chi si esalta sarà umiliato

Ma in Gesù la legge dell’umiltà che troviamo anche nell’ Antico Testamento (cf. Sir 3, 19-ss) si è cambiata in vangelo dell’umiltà: Dio è venuto a condividere la nostra condizione umana. Dio non dice più all’uomo: “Vai ad occupare l’ultimo posto!”, bensì: “Vieni ad occupare l’ultimo posto insieme a me!”. “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11,29).

La vera umiltà come ricerca della gloria di Dio diventa ricerca del bene dei fratelli. In Gesù la legge della condivisione è diventata vangelo della condivisione: lui è venuto a condividere ed è restato nei poveri (cf. Mt 25, 31-ss) a condividere con noi.

Umiltà, quindi, è disponibilità a scendere da noi stessi, ad abbassarci verso i fratelli, è volontà di servire, e di servire per amore, non per qualche calcolo o vantaggio che ce ne può derivare – magari in termini di prestigio comunitario, di ammirazione o di gratitudine. Tutti abbiamo presenti le immagini di Mussolini a torso nudo che si fa filmare tra i mietitori, o di Stalin con il badile in mano in mezzo agli operai della ferrovia: ma questi sono solo trucchi del potere per dare un’immagine più popolare di sé, non è altro che una squallida ipocrisia.

L’umiltà è gratuità: questo illumina la seconda parte del Vangelo di oggi:

Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti.

Qui si vede bene che l’umiltà altro non è che una manifestazione della carità, cioè dell’amore di donazione.

 

Tante volte anche noi ci troviamo a fare domande sciocche come questo tale che domanda a Gesù:

Sono pochi quelli che si salvano? (Lc 13,23).

Dico domande sciocche non perché chi se le pone è sciocco: tanti teologi intelligentissimi e coltissimi negli  ultimi decenni hanno discusso se l’inferno sia vuoto o pieno, se ci sia molta o poca gente, ecc. Ma queste discussioni sono sciocche perché sono completamente inutili.

Gesù non risponde alle domande sciocche. Infatti non dice né che siano molti né che siano pochi quelli che si salvano. Dice:

Sforzatevi di entrare.

Vedete, questo è “Vangelo”, cioè Buona Notizia: deve mettere gioia! Qual è la buona notizia? È che la salvezza è possibile: è una porta aperta. Prima era chiusa, per i nostri peccati. Adesso Gesù Cristo l’ha aperta con la sua morte e risurrezione. E noi possiamo entrare: ci possiamo salvare!

Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio.

È l’immagine della salvezza: una grande festa, un banchetto in cui Dio è il capotavola e tutti i popolo sono invitati.

La porta è aperta, ma è una porta stretta e per entrare bisogna “sforzarsi”. Che vuol dire?

Vuol dire che se vogliamo salvarci, se vogliamo sederci a mensa nel Regno di Dio, dobbiamo impegnarci. Il cammino è duro, costa fatica, rinuncia, sacrificio.

A me piace molto andare in montagna. Mi piace arrivare sulla cima e godere lo spettacolo di quei panorami sterminati, di valli e boschi e villaggi e colline. Mi piace godermi il sole e il fresco sulla vetta, quando magari le valli sono avvolte dalla nebbia o dal caldo. Ma se voglio arrivare in cima devo faticare: la salita è dura! E se per godere una cosa da poco, come può essere un panorama in montagna, bisogna sforzarsi, comprendiamo bene che per godere la mensa di Dio ci sia richiesto l’impegno!

Pensiamoci bene: quanti sacrifici facciamo, a quante rinunce ci sottoponiamo per mettere da parte qualche soldo in più e magari costruirci una casa, o comprare una macchina o fare una festa… Ma cosa siamo disposti a fare per salvarci? Guardate che una casa ce la possiamo godere per cent’anni, ma poi la vita finisce. La salvezza, invece, è eterna. E se non entriamo per la porta stretta siamo fritti!

Rischiamo di fare la fine di questa gente che rimane fuori dalla porta, dove c’è pianto e stridore di denti. Rischiamo di sentirci dire:

Non vi conosco, non so di dove siete.

Se il Signore ci dice queste parole, che sembrano dure, minacciose, è perché ci vuole salvare, e quindi ci mette in guardia, ci corregge come un padre corregge il figlio (cf. Ebr 12, 5-ss). Ci dice “Sveglia! Se vuoi entrare devi rinfrancare le mani cadenti e le ginocchia infiacchite e fare passi diritti”.

Concretamente: dobbiamo riprendere l’energia per amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze: Dio al primo posto! Niente al posto di Dio! E amare il prossimo come Cristo ha amato noi: amore che perdona le offese, amore che combatte per la giustizia, amore che da la vita per il fratello. Questa è la porta stretta.

Se ci rendiamo conto di aver preferito i nostri comodi alla salvezza, chiediamo perdono a Dio, confessiamoci. Riprendiamo forza per amare ed essere anche noi con Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio.

Quale pace?

divisione

Gesù pone una domanda chiara:

“Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra?” (Lc 12,51).

Beh? Lo pensiamo sì o no? Sì, Signore, lo pensiamo. Quando tu sei nato, gli angeli hanno cantato: “Pace in terra agli uomini che Dio ama” (Lc 2,14). Tu stesso dopo la tua risurrezione hai salutati i discepoli dicendo: “Pace a voi” (Gv 20,19.21.26). Per questo ci risulta strano che tu ora ci dica di non essere venuto a portare la pace, ma la divisione!

Forse perché la parola “pace” è assai ambigua[1]. Banalmente, si dice che c’è pace quando non c’è guerra, ma spesso con questa parola designiamo qualcosa di più: vogliamo “starcene in pace”, essere “lasciati in pace”, “pace” viene significare addirittura “benessere”… E quando la pace è intesa così, allora la stessa religione diventa uno strumento per raggiungerla; in particolare la ricerca di meditazione, le tecniche per rilassare la mente ed acquisire equilibrio interiore e quindi “pace”… Un desiderio di pace, però, molto psichico (centrato su se stessi) e assai poco spirituale (centrato su Dio)!

La vita odierna, in realtà, è tutta assai psichica: viviamo in ascolto ossessivo dei nostri umori, ci sentiamo sempre in debito nei confronti di noi stessi, siamo concentrati sui nostri vissuti emotivi e – siccome questi sono spesso sgradevoli – li consideriamo come prove della nostra inadeguatezza. È l’avvitamento dell’anima su se stessa. Ma è proprio questo ripiegamento su noi stessi che ci toglie la pace, esponendoci a vertiginose oscillazioni interiori.

La pace vera, la pace che è dono di Dio, è ben diversa. Essa nasce da una conversione totale di ogni singola persona, da una sincera accoglienza del dono di Dio, da un cuore nuovo, da uno spirito nuovo: tutti doni di Dio! Essa nasce da un cuore colmo di quell’amore che Gesù ci ha insegnato. Come fondamento della pace c’è il suo comandamento: “Amatevi come io vi ho amato” (Gv 13,34 //).

Gesù è la nostra pace, è venuto ad annunciare la pace (cf. Ef 2,14-18) amandoci non a parole, ma per mezzo della croce. Questo possiamo capirlo solo

“tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio” (Ebr 12,2).

Osserviamo Gesù nel cenacolo, la notte in cui fu tradito. Non poteva non soffrire, eppure, nel lungo dialogo che intrattiene con i suoi discepoli dopo che Giuda se ne è andato, chiede loro di amarlo, osservando i suoi comandamenti e promettendo loro lo Spirito Santo, e aggiunge: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non come il mondo la dà io la dono a voi» (14,27). Non è il solito saluto di congedo quello di Gesù. L’evangelista contempla Gesù come un patriarca che, prima di lasciare i suoi, dona loro in eredità quello che possiede: la pace. Egli sa che la morte si avvicina e dà senso alla sua morte rendendola fonte di riconciliazione e di pace. Questo dice che Gesù nella sua passione è sempre in comunione con il Padre ed è guidato dallo Spirito, questa è la comunione gli che infonde serenità e pace.

Quando Gesù, immagino con tanta tristezza, dice:

“Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, ma la divisione” (Lc 12,51),

sa di essere nella storia un “segno di contraddizione” (Lc 2,34). E sa che questa contraddizione continuerà per mezzo dei suoi discepoli nella storia. La pace di Cristo, al contrario di quella del mondo, ha essenziale bisogno di ospitare la divisione e la spada, di non rimuovere cioè le ragioni di lotta e inquietudine, che i rapporti umani di necessità comportano.

La storia di Geremia (38,4-10), ci mostra un fatto costante: i falsi profeti promettono la pace quando invece il giudizio di Dio sta per abbattersi sul popolo infedele. Il dono divino della pace invece deve fare i conti con tensioni e tribolazioni che arrivano oggi e proseguiranno domani[2].

Il Vangelo, raggiungendo le persone, scombina le relazioni familiari e sociali che offrivano finora una certa armonia nel popolo:

“D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi re contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera” (Lc 12,52-53).

Perché? Perché il Regno di Dio non si fonda sui legami naturali o sulle convenzioni sociali, ma sulla fede e sulla carità.

Ma questo prezzo non è troppo alto? Non è assurdo che l’annuncio dell’amore faccia scaturire l’odio? No. Se è la parola di Dio a dividere, essa è come il bisturi del chirurgo che taglia per guarire.

Gesù non desidera la divisione, non ci esorta a litigare con i nostri familiari. Rivolge invece un appello a favore del vangelo – che è come un fuoco che divampa. E quando ciò avviene, non è possibile rimanere neutrali per conservare una “pace” illusoria. Alcuni accettano il Vangelo, altri lo rifiutano.

La divisione portata da Cristo è la sua croce che porta alla risurrezione: provoca scissione, ma edifica la vera comunità e dona la pace autentica.

 

 

[1]Cf. G. Angelini, I frutti dello Spirito, Milano 2003, pp. 51-74.

[2]Cf. F. Bovon, Luca, vol. II, Brescia 2007, pp. 386-388.

La salvezza è per tutti, ma c’è una condizione chiara per accedervi: capire che non ci salviamo con le nostre forze, con la tecnologia, con le ricchezze. Chi entra in quest’ordine di idee comincia ad arricchirsi davanti a Dio, donando ai poveri, accettando di dipendere da lui in tutto, cercando il Regno che il Padre ha voluto donare a noi, piccolo gregge, pronto a riceverlo come un amministratore fedele (Lc 12, 32-48).

Potremmo dire che l’uomo diventa ciò che spera. O che dov’è il tuo tesoro, lì è anche il tuo cuore. Se uno spera la salvezza soltanto da se stesso, se uno mette il suo cuore nelle borse a cui i ladri possono arrivare, che la tignola può consumare… in ultima analisi aspetta la morte, diventa figlio della morte e produce morte. Chi attende il Regno di Dio, ossia il Signore Gesù, ha la sua stessa vita di Figlio del Padre. L’esistenza cristiana è attesa di colui che viene: il Signore che torna dalle nozze!

Ma il tempo dell’attesa non è vuoto. È tempo della salvezza, affidata ormai alla nostra responsabilità. A questo proposito, Gesù racconta tre brevi parabole.

La prima presenta un signore che si allontana da casa per un invito a nozze (v. 36). I festeggiamenti duravano vari giorni, quindi anche la sua assenza poteva protrarsi a lungo. In tale circostanza veniva messa alla prova la fedeltà e la laboriosità dei sudditi, come dei responsabili della casa. L’evangelista passa all’applicazione della parabola prima di averla enunciata, esortando i fedeli ad assumere un atteggiamento responsabile e vigilante come dovrebbero comportarsi i servi nell’assenza del padrone. Il simbolo e il segno della vigilanza è la lampada accesa. Chi vuol dormire spegne la lucerna; chi si vuol tenere desto alle chiamate del padrone rimane con la lampada accesa. Infatti queste possono giungere anche di notte, persino nelle ore piccole, dopo mezza notte o prima dell’alba. Egli deve dar prova perciò di aspettare anche nelle ore insolite. Il sacrificio potrà apparire grande, ma anche la ricompensa sarà grande. Il padrone, commosso dalla devo-zione e fedeltà nei suoi riguardi, accorderà ai servi una ricompensa adeguata, superiore all’attesa. Incurante degli usi e della sua dignità, fa sedere i servi alla tavola che era imbandita per lui e si cinge ai fianchi un grembiule e si mette a servirli. Da padrone diventa servo, e il servo diventa commensale, amico del suo signore (v. 37).

La necessità della vigilanza è ribadita dalla parabola del ladro (v. 39) e dalla successiva esortazione. Occorre saper attendere con la stessa solerzia che si richiede per pre¬venire un furto (v. 39): il ladro non manda mai preavvisi, uno scassinatore non ha orario d’ufficio!

La domanda di Pietro: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?” (v. 41) dà adito a una nuova para¬bola o a un nuovo sviluppo del racconto precedente (vv. 42-48). Si parla ancora di servi, ma questa volta sembra che si tratti di sorveglianti, incaricati della manutenzione e amministrazione della casa nell’assenza del padrone. La parabola quindi risulta pronunciata per i responsabili della comunità, non per la folla o per i discepoli indistintamente. Anche qui si prospetta la possibilità di un servizio fedele e intelligente (vv. 42-44), o di un comportamento irresponsabile, dispotico (vv. 45-48). Come nell’assenza del padrone i servi rischiavano di addormentarsi, così l’amministratore è in grado non solo di trascurare i suoi compiti, ma anche di abusare del suo ufficio che è quello di provvedere la servitù del necessario sostentamento. Egli non è il padrone della casa, deve solo eseguire gli ordini ricevuti, che in questo caso riguardano la giusta razione di viveri da consegnare nel giusto tempo (v. 42). Da un economo si pretende, dirà Paolo, che sia trovato fedele (2 Cor 4,2).

La ricompensa che tocca ai servi vigilanti e all’ammini-stratore fedele è la stessa: la gioia del dovere compiuto (vv. 37.43) e la benevolenza del padrone. L’amministratore diligente sarà promosso a un ufficio superiore, addirittura avrà su di sé la responsabilità di tutti i beni del padrone (vv. 43-44). Si tratta infatti di un signore così generoso che fa sedere al pro¬prio posto i suoi domestici e si pone a servirli di persona, che chiama gli amministratori a condividere tutta la sua responsabilità. La figura del buon amministratore acquista risalto dal confronto con quella di un collega dimentico dei suoi doveri (v. 45).

Quando il padrone è partito per una festa nuziale, la data del suo ritorno non è mai sicura. Tale circostanza dovrebbe tenere sempre desti i servi, ma può essere anche l’occasione per assumere atteggiamenti sbagliati, falsi. L’abuso di potere è la tentazione in cui cade di frequente chi si crede investito di un’autorità insindacabile. Normalmente si dimostra nell’aggressività contro i subalterni, nelle crapule, gozzoviglie, ecc. All’improvviso rientro del padrone la condanna sarà inevitabile (v. 46): ha abusato del suo ufficio, gli sarà perciò tolto. Mentre il servo fedele è stato promosso a un incarico più elevato, questo amministratore perde anche quello che ha, sarà tagliato perciò fuori e per di più sarà cacciato con i servi infedeli, in un luogo di punizione.

La parabola offre l’occasione per approfondire il tema delle responsabilità dei servi-economi e del trattamento che meritano (vv. 47-48). L’autore contempla il caso di chi era al corrente delle decisioni del padrone, ma non ha fatto nulla, nemmeno un tentativo per attuarle; egli avrà una punizione adeguata alla sua negligenza, riceverà cioè molte percosse invece di un adeguato premio (v. 47); chi si è comportato male perché non ha conosciuto la volontà del padrone, riceverà un castigo, ma inferiore, perché avrà la scusante di non essere bene informato sul suo dovere. Gli obblighi sono in proporzione agli oneri ricevuti; così il rendimento è in rapporto ai favori, incarichi accordati. Durante l’as¬senza del padrone i «servi» non debbono dormire o starsene oziosi. Essi hanno ricevuto particolari incombenze, debbono saperle assolvere.

Il richiamo alla venuta del Signore è essenziale. Il cristiano può essere forte, coraggioso e fedele perché attende non le ricchezze, il potere o la morte, ma il suo Signore. E noi, che cosa attendiamo?

Arricchitevi!

Quante liti familiari hanno origine da questioni di eredità! Non c’è niente di nuovo sotto il sole: anche ai tempi di Gesù era così, e così è stato sempre, sin dai tempi di Caino e Abele.

L’uomo religioso avverte che questioni di questo tipo vanno portate davanti a Dio, che il modo di gestire i rapporti economici e i rapporti fraterni ha a che fare con la nostra fede, che l’amministrazione delle le ricchezze e la loro giusta distribuzione deve essere regolata secondo Dio.

Si capisce, quindi, la richiesta rivolta a Gesù da “uno della folla” (cioè non un discepolo, ma uno dei tanti che sono in qualche modo attratti dalle parole e dai miracoli del Signore): Maestro, dì a mio fratello che divida con me l’eredità.

Se – come alcuni ipotizzano – il fratello di questo tale era (lui sì) un discepolo di Gesù, la richiesta appare comprensibilissima e ci aspetteremmo un qualche intervento del Maestro che mettesse pace tra questi fratelli: la pace non è forse l’opera della giustizia?

Ma Gesù ci spiazza: egli rifiuta questa parte di giudice o mediatore sugli uomini. Viene da chiedersi: perché? Non sarebbe un’opera di misericordia quella di esercitare un arbitrato che porti alla riconciliazione dei fratelli?

Certo che lo sarebbe, e tanti santi l’hanno fatto. Ma il compito di Gesù è molto più profondo, la sua misericordia è infinitamente più alta. Egli non risolve in superficie la discordia, ma denuncia la radice di tutte queste liti tra fratelli: l’avidità, la brama di possedere: Guardatevi e tenetevi lontani da ogni cupidigia.

E qui il nostro buon senso casereccio si ribella: eh, diciamo, queste sono parole facili a dirsi, ma abbiamo bisogno di denaro, abbiamo bisogno di garantirci una sicurezza economica; infondo la nostra vita dipende da questo!

E invece Gesù aggiunge la parabola del ricco stolto, per far comprendere quanto sia sbagliato riporre le proprie speranze nei beni materiali. Un possidente aveva ottenuto un grande raccolto e la sua unica preoccupazione a questo punto sembrava quella di costruirsi dei magazzini più grandi e quindi godersi la vita per molti anni su questa terra; ma la vita gli fu richiesta quella stessa notte. Di fronte alla morte, tutto quello che aveva guadagnato, di chi sarà?

Risuonano a questo punto le parole del Qoelet: ha lavorato, ha faticato, ha accumulato beni… e poi se ne va nella tomba e lascia tutto a un altro. Vanità di vanità: vuoto, inconsistenza, fatica sprecata, vita sprecata.

Giovanni Verga ha scritto una interessante novella dal titolo “La roba” che è un po’ una parafrasi di questa parabola: è la storia di Mazzarò, un contadino nato povero che era riuscito, con dura fatica, astuzia, sfruttamenti e rinuncie, ad accumulare una grande quantità di terreni, pascoli e animali. Giunto alla vecchiaia, i suoi conoscenti cercano di fargli presente che è giunto il momento di pensare all’aldilà e di prendersi cura della sua anima, ma al pensiero di staccarsi dalle sue ricchiezze, Mazzarò impazzisce ed esce sull’aia ammazzando a colpi di bastone le galline e gli altri animali gridando: “Roba mia, vienitene con me”.

Oggi, la mentalità consumistica sembra disposta ad accettare una parte di queste riflessioni: certo, non vale la pena di accumulare facendo sacrifici; meglio godersi la vita, consumare tutto, spassarsela e non pensare al domani. L’insegnamento di Gesù, invece è totalmente differente.

Peché oggi giudichiamo stolto l’ingordo accumulatore di beni? Perché non se li gode lui stesso! Perché invece è detto stolto da Gesù? Perché non arricchisce davanti a Dio. Sappiamo che per Gesù “arricchire davanti a Dio” significa fare l’elemosina, farsi un tesoro nel cielo, sbarazzarsi della ricchezza disonesta, facendosi con essa amici per il cielo. L’opposto dell’arricchire davanti a Dio è accumulare tesori per sé.

Tutto prende significato dal fatto che, con Gesù, ci troviamo davanti all’ora decisiva; discutere di eredità da spartire, o pensare solo a ingrandire i granai, quando il Regno è alle porte, è cecità e stoltezza grande. Dunque la ragione profonda che fa apparire stolto il ricco avaro è l’esistenza e l’imminenza di un altro mondo.

La Lettera ai Colossesi (3, 1-11) ci offre l’occasione per completare questo insegnamento di Gesù: Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio…

Dopo la Pasqua di Gesù, i beni terreni si presentano in modo diverso da prima: affannarsi per le cose di quaggiù, puntare tutto su di esse, adesso appare assurdo per un motivo più forte di tutti: il mondo nuovo è già iniziato; con la risurrezione di Gesù si è aperta la porta del Regno; si può entrare già da ora, anzi, bisogna affrettarsi per non restare fuori. Tutto avviene ancora “di nascosto”, come nella notte: Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Ma è nella fede che si apre la via della gloria. In questa nuova situazione, attardarsi come formiche per ammassre provviste, come se nulla fosse accaduto, è davvero vanità di vanità, stoltezza di stoltezza.

Ma cosa significa cercare le cose di lassù e non quelle della terra? Non significa trascurare i propri doveri terreni (lavoro, studio, famiglia, impegno sociale); significa cercare queste cose da risorti con Cristo; dunque con spirito nuovo, con intenzione nuova, con uno stile nuovo. Infatti, cosa condanna Paolo? non certo il lavoro o la sollecitudine per il prossimo. Condanna quella avarizia insaziabile che è idolatria.

Sì, idolatria, perché è evidente che i beni terreni, ricercati ossessivamente per se stessi, diventano un padrone, un assoluto, l’idolo di metallo fuso di cui parla la Bibbia, al quale si sacrifica tutto: riposo, salute, affetti, amicizie, onestà. E il cuore gli va dietro, “perché dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore”. Impariamo dunque a mettere il nostro tesoro nel cielo, e utilizziamo i beni della terra per il bene dei nostri fratelli che in cielo ci accoglieranno.

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