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Chi è Gesù?

Agnello

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Chi è Gesù? Quante risposte diverse sono state date a questa domanda! Possiamo dire che ogni epoca e ogni uomo cercano di interpretarne la figura in base alla propria sensibilità, non di rado allontanandosi dall’unico strumento che abbiamo a disposizione per dare una risposta vera, ossia il Vangelo.

Così – tanto per stare ai tempi recenti – abbiamo avuto un Gesù rivoluzionario, predicatore della giustizia sociale e della liberazione delle masse, o un Gesù hippie, sognatore della pace e dell’amore universale; un Gesù tranquillizzante, che ti garantisce protezione e successo, o un Gesù fallito, che aveva un progetto utopistico e poi è finito male…

Il Vangelo invece ci presenta la testimonianza di Giovanni Battista (Gv 1,29-34). Egli evidenzia tre elementi essenziali per capire chi è Gesù: 1. è l’agnello di Dio; 2. è il Figlio di Dio; 3. è colui che battezza nello Spirito Santo.

È l’agnello di Dio

L’espressione ci è familiare, perché la liturgia ce la ripropone continuamente. Ma cosa significa?

A noi, l’agnello suscita un’idea di piccolezza e di mitezza. Ma questo non basta. Nelle parole di Giovanni riecheggiano due immagini bibliche[i]. Il profeta Isaia (53,7), paragona il Messia sofferente ad un agnello che viene condotto al macello. Ancora più importante è il fatto che Gesù fu crocifisso durante una festa di Pasqua, nell’ora in cui si immolavano gli agnelli, che costituivano il memoriale della liberazione dall’Egitto.

Così Giovanni indica anzitutto che Gesù è il servo di Dio, che soffre al posto del popolo, che “toglie” – ossia prende su di sé e porta via – i peccati del mondo.

È il Figlio di Dio

Il sacrificio di Gesù non è un incidente di percorso, non è il fallimento delle sue illusioni. È la strada meravigliosa e misteriosa che Dio ha scelto. Per questo Giovanni insiste sul fatto che Gesù, quest’uomo che viene “verso di lui”, non è un uomo come gli altri: pur venendo “dopo”, in realtà “era prima”. Non è un grand’uomo, un filosofo, un rivoluzionario, un profeta come ce ne sono stati altri: è “il Figlio di Dio” che è divenuto servo, è il pastore che è diventato agnello. Per questo si è fatto garante non più soltanto per Israele, ma per la salvezza a tutte le nazioni, “fino all’estremità della terra” (Is 49,3-6).

Battezza nello Spirito

Per questa missione Gesù è riempito di Spirito Santo, in modo da poter immergere gli uomini in quello stesso Spirito – questo è il significato dell’espressione “è lui che battezza nello Spirito Santo”. Gesù si è immerso nella nostra vita per immergerci nella vita di Dio!

Questo è il senso delle parole di san Paolo: nel battesimo noi siamo stati “santificati in Cristo Gesù” e siamo “santi per chiamata”.

Qual è dunque la missione di Gesù? Portare pace, giustizia e salvaguardia dell’ambiente? Predicare un’utopia e poi finire male? No. La sua missione è quella di prendere su di sé ciò che è nostro e dare a noi ciò che è suo. Prende su di sé il peccato del mondo, fino ad esserne schiacciato, per liberarci da ciò che causa ogni male: il peccato. E dona a noi il suo Spirito di santità, per renderci capaci di continuare la sua opera nel mondo e vivere la comunione con lui per l’eternità.

 

 

 

 

[i] Cf. J. Ratzinger, Gesù di Nazaret, Roma-Milano 2007, pp. 41-44.

 

Lo Spirito per noi

Bae

Audio:via-giuseppe-garibaldi-1.m4a

All’inizio del suo Vangelo, Giovanni (1,16) afferma solennemente che dalla pienezza del Verbo incarnato noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia[i]. I Padri della Chiesa hanno inteso queste parole in un senso ben preciso: dalla “pienezza di Spirito Santo” di Gesù noi abbiamo ricevuto e riceviamo grazia su grazia.

La festa di oggi ci parla di Gesù che viene riempito di Spirito Santo per potere, a sua volta, riempire di Spirito Santo noi che partecipiamo al suo mistero.

Per cogliere il senso di questa festo, dobbiamo chiederci tre cose: 1. Che importanza ebbe il battesimo personalmente per Gesù? 2. Che importanza ha il battesimo di Gesù per noi Chiesa? 3. Quali conseguenze dobbiamo trarre per la nostra vita?

1. Il battesimo per Gesù

Il Vangelo (Mt 3,13-17) racconta che

appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui.

Prima del battesimo lo Spirito era certo già venuto nell’esistenza del Figlio di Dio: era venuto al momento stesso dell’incarnazione, grazie alla quale gli era “santo” già fin dalla nascita. Tuttavia i primi cristiani attribuivano un significato a parte, decisivo, a questa manifestazione solenne nel Giordano, in occasione dell’inizio della sua opera messianica. Come dice Pietro:

Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui (At 10,34-38).

Nella vita di Gesù, vediamo realizzarsi la profezia di Isaia (42,1-7):

“Egli porterà il diritto alle nazioni”,

senza arroganza, senza frastuono, con mitezza e con forza insieme, per aprire gli occhi ai ciechi, per liberare i prigionieri e coloro che sono nelle tenebre.

Lo Spirito Santo viene ad consacrare, cioè, nel linguaggio biblico, a dare l’investitura e i poteri necessari a Gesù per la missione di salvare gli uomini. Dopo il battesimo, la potenza dello Spirito Santo si manifesta in Gesù attraverso effetti grandiosi e immediati: miracoli, predicazione con autorità, instaurazione del Regno di Dio, vittoria sui demoni.

2. Per noi

Diceva sant’Atanasio: “È a noi che è destinata la discesa dello Spirito Santo su Gesù nel Giordano”. Gesù viene riempito di Spirito Santo per noi!

Innanzitutto perché siamo noi “le nazioni” alle quali Cristo porta il diritto; siamo noi i ciechi ai quali apre gli occhi, i prigionieri che viene a liberare: ciechi per il nostro peccato, prigionieri del nostro egoismo, dell’ignoranza, della morte. Gesù viene a togliere il nostro peccato e a donarci la libertà dei figli di Dio.

Ma c’è un altro aspetto da considerare: liberati dal peccato, abbiamo ricevuto anche noi lo Spirito Santo! Se noi siamo Cristiani è perché lo Spirito di Cristo è sceso su di noi: noi siamo il corpo di Cristo perché abbiamo in noi lo Spirito di Cristo. Noi siamo un “popolo messianico”, come il Concilio Vaticano II definisce la Chiesa, perché siamo un popolo di consacrati nello Spirito Santo. Questo è il mistero del nostro Battesimo, la cui potenza si rinnova ogni volta che – come nella festa di oggi – ne riprendiamo coscienza.

3. In noi

Questo mistero di consacrazione tende a portare in noi il suo frutto. E il frutto è questo: che diventiamo noi stessi come Cristo. Che passiamo per le strade del mondo portando pace, facendo del bene, portando guarigione e liberazione.

Ciò è possibile, perché lo Spirito di Cristo abita in noi. Ma richiede il nostro impegno ad assecondarne l’opera, a vivere sulle orme di lui, così come ce l’ha presentato Isaia: senza clamore, senza toni sopra le righe, con mansuetudine e umiltà, avendo cura della fragilità umana, con dolcezza e forza, con fedeltà e mitezza.

Preghiamo perché anche noi, che siamo partecipi della consacrazione di Gesù, possiamo essere suoi testimoni.

[i] Cf. R. Cantalamessa I misteri di Cristo nella vita della Chiesa, Milano 1991, pp. 125-ss

 

Magi

L’annuncio della Pasqua, che segue la lettura del vangelo di oggi, spiega sinteticamente il senso di questa festa: “Fratelli carissimi, la gloria del Signore si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi”.

Come si è manifestata? Qualcuno di noi ha forse visto Dio? “Dio nessuno lo ha mai visto; il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, egli ce lo ha rivelato” (Gv 1, 18). Avendo udito, veduto e toccato Gesù, gli apostoli attestano: “Abbiamo visto la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1, 14).

Beh, beato Giovanni! Beati gli apostoli! Essi hanno visto Gesù, hanno visto la gloria… E noi?

No, cari amici: la logica del Vangelo è opposta: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” (Gv 20, 29). Col Vangelo è così: non è che prima si vede la gloria e poi si crede, ma al contrario, prima si crede e poi si vede: “Se credi, vedrai la gloria di Dio” (Gv 11, 40).

Dobbiamo dunque credere “al buio”, senza alcuna indicazione? In realtà, di luci e di indicazioni ne abbiamo tante: ma si tratta di una manifestazione fatta di segni, che predispongono alla fede, che preparano l’incontro con Cristo in cui “la gloria del Signore si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi”.

Noi i segni li abbiamo visti. Né miracoli né prodigi eclatanti, ma cristiani che giorno per giorno ci hanno testimoniato la verità e la bellezza della gloria di Dio: la sua parola annunciata, celebrata e vissuta, l’incontro con Dio nella preghiera e nei sacramenti, l’esperienza dello Spirito Santo. Per questo ci siamo avvicinati a Cristo. Per questo crediamo.

Dio i segni li ha sempre dati. Ai Giudei aveva dato come segno le Scritture profetiche: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infetti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo Israele” (Mt 2, 6; Mi 5, 1). Ad Erode, che non era un israelita, ma uno straniero messo dai Romani a capo di Gerusalemme, comunque Dio aveva dato come segno i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, che potevano istruirlo sulla parola di Dio. Ai Magi, che vivevano lontani dalla Palestina ed erano praticamente degli astrologi, Dio diede come segno una stella, e tramite essa li guidò fino a Betlemme.

Con ciascuno Dio usa il linguaggio che gli è comprensibile. Noi non crediamo all’astrologia, ma i Magi ci credevano, quindi Dio si abbassa a parlare la loro lingua, usa il loro codice: volendo essere ascoltato, non pretende di imporre il proprio!

Però, una volta giunti a Cristo, tutti i codici devono essere ricapitolati nell’unica Parola: il Verbo che si è fatto carne: la natura (le stelle) e la scrittura (le profezie), il cosmo e la storia, tutto può e deve condurre a credere a Cristo, per poi essere riletto per Cristo, con Cristo e in Cristo, manifestazione definitiva e continua della gloria del Padre.

Noi, annunciatori della parola di Dio nel mondo di oggi, stiamo qui a testimoniare che questo itinerario è percorribile: dai molti segni – sparsi nei più diversi codici umani di comunicazione – all’unico Segno, Gesù Cristo: dalla fede alla contemplazione della gloria.

Ma “percorribile” non significa “facile”: bisogna rimuovere gli ostacoli. E gli ostacoli si chiamano: chiusura alla verità, difesa dello status quo, attaccamento al potere…

I Magi – scrive san Giustino martire – accolgono con Cristo la fine della magia; Clemente Alessandrino dice che la stella di Cristo annulla l’antico ordinamento delle stelle. Insomma, accogliendo Cristo, i Magi rimangono disoccupati! Tertulliano interpreta le parole “per un’altra strada fecero ritorno al proprio paese” nel significato di una conversione radicale.

I Magi sono stati disponibili a questo. Erode no. Gli scribi no. Diversi Padri insegnano che l’offerta dell’oro, dell’incenso e della mirra sta a rappresentare la sottomissione totale a Cristo di ogni regalità, di ogni potenza di ogni gloria: come diremo tra poco, dopo il Padre nostro: “Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli”. Ma se io voglio conservare i miei privilegi, il mio potere, il mio tornaconto, non posso credere e quindi non vedrò la gloria di Dio. Forse che essa non si manifesta? Tutt’altro! Si manifesta, ma io la rifiuto. “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta” (Gv 1, 5).

Se invece siamo disponibili a perdere il nostro oro, il nostro incenso, la nostra mirra, se siamo pronti a donarli per sempre al Signore, allora accade il miracolo: non solo “vediamo la gloria di Dio”, ma addirittura veniamo trasformati in immagine di Dio, di gloria in gloria (cf. 2 Cor 3, 18). Ossia diventiamo a nostra volta un segno – una stella, una profezia, un’istruzione – che conduce a Cristo. Così una Chiesa, una comunità, un cristiano che hanno ceduto a Cristo tutto il potere, realizzano il proprio compito di essere un riflesso della sua gloria per la salvezza del mondo.

Sapienza

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La liturgia di oggi ci vuole aiutare a entrare meglio e più profondamente nel mistero del Natale. Così il Vangelo (Gv 1,1-18) torna a riflettere sulla persona di Gesù, ci rivela chi è. È il Verbo di Dio che si è fatto carne.

Cosa significa questo termine: “Verbo”? Significa molte cose: significa “Parola di Dio”, “Pensiero di Dio”, “Sapienza di Dio”.

Dio crea ogni cosa con la sua parola: Dio disse “sia la luce”, e per la parola di Dio tutte le cose sono state create.

Ma la parola di Dio esprime il suo pensiero e quindi la sua sapienza, il suo progetto giusto, saggio, perfetto, in forza del quale tutte le cose sono ordinate e belle: ecco, questo può darci un’idea di cosa significhi “il Verbo”.

Gli uomini antichi potevano avere un’idea del Verbo di Dio guardando le cose create. Pensiamo al movimento delle stelle, così perfetto. Pensiamo alla puntualità con cui sorge e tramonta il sole; con cui si avvicendano le fasi della luna… Ma non solo le cose grandi: anche le piccole e piccolissime ci mostrano questa perfezione di ordine e di bellezza: pensiamo a un cristallo di neve, o al prodigio della vita… Tutto questo ci mostra che Dio, che ha fatto queste cose, le ha fatte con infinita sapienza. E l’uomo che guardi queste cose con animo aperto alla verità non può che riconoscere la Sapienza di Dio, il Verbo di Dio, e rendergli lode. Di questo san Paolo dice: “Dio non ha mai cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendovi di cibo e riempiendo di gioia i vostri cuori” (At 14, 17).

Ma il libro del Siracide (24,1-12) mette in luce soprattutto questo concetto: la sapienza con cui Dio ha fatto tutte le cose, la parola che è uscita dalla bocca dell’Altissimo è stata mandata agli uomini. Notiamo però che si tratta ancora un testo dell’Antico Testamento, scritto prima della venuta di Cristo: gli uomini, qui, sono soltanto gli appartenenti a un popolo: il popolo di Israele, con la sua capitale Gerusalemme, Sion. A questo popolo Dio ha rivelato in modo speciale la sua Sapienza, perché ha parlato loro per mezzo di Mosè, e ha dato loro una legge che esprime e fa conoscere il pensiero di Dio. Quante volte, nelle Scritture troviamo queste espressioni: “Lampada ai miei passi è la tua parola, la tua legge Signore!”. Cosa significa? Significa che la legge di Dio, la parola di Dio, rivelandoci ciò che Dio pensa e ciò che Dio vuole, ci fa partecipi della sapienza di Dio, ci rende saggi a nostra volta, e così illumina il nostro cammino, ci fa compiere i passi giusti. Ma questo rapporto con la luce di Dio mediato dalla legge è ancora un rapporto a distanza. Certo, Dio fa conoscere agli uomini la sua parola, il suo pensiero, la sua sapienza, e facendo questo “illumina” gli uomini… Ma è ancora una luce di lampada, come una piccola fiammella che brilla in una immensa oscurità, e riesce ad illuminare solo pochi metri d’intorno.

Ed ecco che succede qualcosa di nuovo e sconvolgente, qualcosa che capovolge completamente il rapporto degli uomini con Dio. Il Verbo, il pensiero di Dio, il progetto sapiente per mezzo del quale Dio ha fatto tutte le cose, la parola che ha creato ogni cosa, il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Questo è il mistero di Cristo! Gesù Cristo, questo bambino che abbiamo visto nascere in una stalla, è la parola di Dio che è diventata uomo, è il pensiero di Dio, la sapienza con cui Dio ha creato tutte le cose, che è diventata creatura! Capite perché l’evangelista Giovanni grida di gioia dicendo: noi abbiamo visto la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Guardiamo con quali parole parla del Verbo:

  • era in principio: cioè esisteva da sempre;
  • era presso Dio: era la Sapienza, il pensiero, la parola di Dio;
  • era Dio: della stessa sostanza del Padre, Dio come il Padre, un solo Dio con il Padre.
  • tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste, e più sotto ancora: il mondo fu fatto per mezzo di lui: è la parola di Dio che ha creato l’universo ed ha creato noi stessi.
  • In lui era la vita: Dio è la vita; noi abbiamo la vita, ma non siamo la vita – tant’è vero che moriamo. Dio solo è la vita, e per mezzo di lui tutti vivono.
  • e la vita era la luce degli uomini, e più sotto: la luce vera, quella che illumina ogni uomo: non più solo una lampada, una fiammella che illumina a pochi metri, ma la luce vera. Non più una legge che ci fa conoscere qualcosa della sapienza di Dio, ma lo stesso pensiero di Dio, la stessa parola di Dio che si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi: la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Allora comprendiamo perché, se vogliamo conoscere Dio, non dobbiamo perderci in mille vani ragionamenti, o andare “come a tentoni” a cercarlo chissà dove. Tu puoi prendere un’astronave e viaggiare fino ai confini dell’universo senza trovare Dio. E invece ti basterebbe scendere in una stalla, sotto una capanna, in una grotta, chinarti sul bambino Gesù e vedere la sua gloria: Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.

 

Maternità

Maternità

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Nella domenica della Santa Famiglia le letture ci hanno portato a riflettere sulla paternità, attraverso la figura di Giuseppe. La festa di oggi è dedicata alla maternità di Maria.

Se la Madonna è tanto importante per noi, è perché è la Madre di Gesù: per mezzo di lei che il Figlio di Dio si è fatto Uomo. E se in certi ambienti, anche cattolici, si tende a dimenticare Maria, ciò accade perché abbiamo fatto del cristianesimo un’astrazione – e le astrazioni non hanno bisogno di una madre.

Facciamo del cristianesimo un’astrazione quando lo riduciamo ad un insieme di valori, di sentimenti, di impegni etici… e ci dimentichiamo che il cristianesimo è accogliere Gesù Cristo venuto nella carne:

Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna. (Gal 4,4).

“Nato da donna”: Gesù ha voluto una madre! Sappiamo cosa vuol dire nel linguaggio umano la parola “madre”. Due cose, però, mettono Maria al di sopra di ogni confronto umano.

Colui che ella ha dato alla luce è il Figlio di Dio. Ella è perciò vera Madre di Dio. Sant’Ignazio d’Antiochia, uno dei più illustri padri martiri dell’antichità cristiana e Padre della Chiesa, chiama Gesù: «Il figlio di Dio e di Maria». Ciò colloca Maria ad una altezza vertiginosa: addirittura accanto al Padre celeste.

Ma la colloca, in pari tempo, tanto vicina a noi da farne la nostra madre: la madre della Chiesa. Il Gesù che ella ha gene­rato ci ha presi, infatti, come fratelli; ci ha uniti a sé cosi profondamente da formare un solo corpo; si è fatto nostro capo, ma anche nostro fratello: «Il primogenito tra molti fratelli», come lo chiama san Paolo (Rm. 8, 29).

È quello che l’apostolo ci ha ricordato con le parole sublimi della sua lettera ai Galati che abbiamo ascoltate:

Dio mandò il suo Figlio, nato da donna… perché ricevessimo l’adozione a figli.

Nel momento in cui Gesù, in Maria, si fa figlio dell’uomo, noi, figli degli uomini, diveniamo figli di Dio. Nel momento in cui egli, da Figlio si fa servo, noi che eravamo servi diveniamo figli:

Non sei più schiavo, ma figlio,

ci ha ricordato san Paolo nella stessa lettura. È questo il “meraviglioso scambio”, di fronte al quale si incanta oggi tutta la liturgia della Chiesa. Di esso Maria è stata «il luogo» e la madre.

Nell’incarnazione Maria ha concepito anche noi. Sappiamo purtroppo che si può concepire “per caso” o “per sbaglio”, come si dice a volte con una terribile crudeltà che fa soffrire tanti figli. Non così Maria! Come concepì Gesù Maria? Nello Spirito Santo! Come concepì noi? Nello Spirito Santo, cioè nell’amore di Dio!

Maria dunque diventa madre di Dio e madre nostra nello Spirito Santo. E noi riceviamo

lo Spirito del suo Figlio il quale grida in noi: “Abbà, Padre!”

Conosciamo i frutti dello Spirito: sono amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (Gal 5,22). Questo Maria ci ha ottenuto nella sua maternità e ci ottiene continuamente pregando per noi e dandoci l’esempio del frutto nella sua persona. Se ci riflettiamo, sono dimensioni spirituali che rifulgono pienamente in una maternità realizzata:

  • che ama con gioia, non in modo annoiato, scontroso, burbero,
  • che ama portando pace, non accendendo rivalità e gelosie,
  • che ama in modo paziente, sopportando e aspettando i tempi dell’altro,
  • che ama non cercando il proprio bene ma il bene dell’altro,
  • che ama rimanendo fedele alle persone amate, anche quando queste non lo sono,
  • che ama con mitezza, ossia in modo dolce, senza aver paura della tenerezza,
  • che ama con dominio di sé, frenando il propri impulsi egoistici per donarsi all’altro.

 

Famiglia

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La domenica che cade nell’ottava di Natale è dedicata alla santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Il motivo è evidente: il Figlio
di Dio è venuto al mondo per mezzo di una donna, Maria, ed è stato accolto dallo sposo di lei, Giuseppe. È venuto per salvarci, e comincia la sua opera a partire dalla cellula fondamentale dell’esistenza umana, che è la famiglia.

La salvezza operata da Cristo consiste nel restaurare l’immagine di Dio nell’uomo rovinata dal peccato. Ma in cosa consiste quest’immagine di Dio? Certo nella capacità di conoscere – e in Cristo, Parola di Dio vivente, abbiamo la conoscenza della verità. Certo nella libertà del volere – e Cristo ci rende liberi dalla schiavitù del peccato. Ma non dobbiamo dimenticare la cosa fondamentale: Dio è Amore, e Cristo viene a restaurare soprattutto la nostra capacità di amare.

Dio è Amore, e l’amore presuppone l’incontro tra le persone. Dio è amore perché è comunione perfetta tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: tre persone che sono una cosa sola nell’amore. Tre persone in una comunione in cui “il mio” e “il tuo” non hanno spazio. Tre persone che vivono totalmente l’una per l’altra. Questo modello divino, si incarna anzitutto nella famiglia umana, ed è questa la prima realtà che beneficia della salvezza operata da Cristo.

Quest’anno, le letture ci inducono ad una riflessione particolare sull’autorità dei genitori e specialmente del padre, mediante la figura di san Giuseppe. Una riflessione particolarmente urgente per noi che oggi viviamo – come dicono i sociologi – in una “società senza padri”, una società che rifiuta il concetto di autorità, sia come esercizio sia come sottomissione.

Questo è uno dei frutti del peccato: la tendenza a intendere l’autorità come dominio, come despotismo, e quindi la sottomissione come schiavitù. La figura di san Giuseppe ci viene incontro come una luce salvifica in questa situazione.

La sua paternità – insegna Paolo VI – si è espressa concretamente «nell’aver fatto della sua vita un servizio, un sacrificio, al mistero dell’incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta; nell’aver usato dell’autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro; nell’aver convertito la sua umana vocazione all’amore domestico nella sovrumana oblazione di sé, del suo cuore e di ogni capacità nell’amore posto a servizio del Messia germinato nella sua casa».

Facciamo in modo che questo dono della paternità non venga meno in mezzo agli uomini. Se è così importante, al punto che il Figlio di Dio – che pure non aveva bisogno di un uomo per essere concepito – ha voluto un padre sulla terra e lo ha scelto in Giuseppe, se Gesù stesso si è sottomesso alla sua autorità, se Maria – che pure era santissima e immacolata – ha accettato di essere guidata da Giuseppe… Impariamo anche noi ad accogliere l’autorità paterna non come un peso, ma come una custodia d’amore.

E se siamo chiamati, in un modo o nell’altro, ad essere padri, custodi e guide, lasciamoci ispirare da san Giuseppe tutto l’amore, tutta la tenerezza, tutta la fedeltà e tutta la responsabilità di cui abbiamo bisogno, perché il nostro servizio sia saldo come una roccia e accogliente come un abbraccio.

 

Natale

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In questo Natale vorrei soffermarmi su un mezzo versetto del Vangelo di Luca (2,7b)[i]:

Per loro non c’era posto nell’alloggio.

La frase ha il suo significato letterale: per una ragione o per l’altra, Maria e Giuseppe non trovano una casa, un tetto disposti ad ospitarli. Meditando nella fede queste parole, però, ci viene spontaneo collegarle ad un’espressione, ricca di contenuto profondo, del Prologo del Vangelo di Giovanni (1,11):

Venne tra i suoi, e i suoi non l’hanno accolto.

Ma venne tra i suoi per far cosa? Per riscuotere un tributo? Per prendersi qualcosa? Per ricevere? No di certo! “Oggi è nato per voi un Salvatore”, dice l’angelo ai pastori. Viene per salvare il mondo. Egli è il creatore di tutte le cose, esse sono state fatte per mezzo di lui ed in vista di lui. Ma questo mondo, così bello, formato dalla sua parola, precipita nel dolore e nella morte perché il peccato degli angeli e degli uomini lo getta nel disordine e nel non-senso. Dunque egli viene a salvarlo…

Eppure, per lui non c’è posto! A un certo punto della sua vita pubblica, Gesù lo dirà esplicitamente: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8, 20). Colui che sarà crocifisso fuori della porta della città (Ebr 13, 12), nasce ora fuori dalla porta della città.

Questo deve farci pensare! Ci rimanda al capovolgimento di prospettiva che c’è nel Vangelo di Cristo, nella sua persona e nel suo messaggio: mentre i grandi della terra – Augusto imperatore, col suo censimento, Quirino governatore della Siria, Erode e i sommi sacerdoti – mentre tutti costoro pensano agli affari che credono importanti, Dio compie il suo mistero di salvezza davanti a pochi poveri pastori. Fin dalla sua nascita, Gesù non appartiene all’ambiente che, secondo il mondo, è importante e potente.

Ma proprio quest’uomo irrilevante e senza potere, questo bambino neonato, fragile e indifeso, che ha una mangiatoia come culla, si rivela come il veramente potente, come colui dal quale, alla fine, dipende tutto.

A quanti l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12).

Ma cosa significa accoglierlo? Si tratta di lasciarsi illuminare dalla luce della sua venuta.

I pastori vegliano nella notte, al buio, per cui possono essere colpiti dalla grande luce in cui risuona per loro l’annuncio del Natale. Noi, invece, viviamo in un mondo di luci artificiali. Avete mai provato a guardare le stelle nel cielo da sotto un lampione? Non le vedete, perché la luce del lampione le nasconde. Così è per la salvezza di Dio: splende, illumina… ma noi non la vediamo perché gli occhi della nostra mente sono accecati dalle luci artificiali con cui il mondo ci frastorna.

Tutti la pensano così…! E noi ci lasciamo convincere che sia normale pensarla così. Tutti vogliono determinate cose…! E noi ci lasciamo condizionare e vogliamo anche noi quello che vuole il mondo. Tutti fanno così…! E allora facciamo anche noi quello che fanno tutti. Come siamo diversi dai pastori! Siamo piuttosto simili a pecoroni.

Abbiamo così trovato posto per noi nell’alloggio, secondo la mentalità del mondo. Solo che in questo alloggio, Gesù non ci può stare: non c’è posto per lui! Ma se non c’è Gesù, non c’è la salvezza, e tutto continua a precipitare nel disordine, nel dolore, nella morte.

Usciamo, dunque, anche noi dai comodi alloggi del mondo. Usciamo dalle logiche del conformismo, dalle posizioni “politicamente corrette”! Abbiamo il coraggio di chiamare “tenebre” le luci artificiali che ci impediscono di accogliere la luce vera! E allora anche per noi si ripeterà il miracolo del Natale: come i pastori vedremo la gloria di Dio e otterremo la gioia della salvezza.

 

[i] Traggo lo spunto di questa riflessione da J. Ratzinger-Benedetto XVI, L’infanzia di Gesù, Milano-Città del Vaticano 2012, pp. 79-80.

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