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come io ho amato

 

 “Quando Giuda fu uscito dal cenacolo, Gesù disse: Ora il  Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui” (Gv 13,31).

Che senso ha?[*] Giuda è uno dei Dodici, uno che mangia il pane di Gesù (v. 18), colui al quale Gesù dà il suo boccone (v. 26) va a consegnare il Maestro, l’amico, nelle mani dei suoi nemici. Perché con questo Gesù viene “glorificato” e Dio viene glorificato in lui? Sembrerebbe, invece, di trovarci di fronte all’infamia più grave, al trionfo del male!

Certo, noi sappiamo che Gesù poi è risorto, e siamo ben disposti a riconoscere che è stato glorificato nella risurrezione… Ma qui si dice che Gesù è stato glorificato nel tradimento. È assurdo! Il tradimento è l’apice del mistero del male. Il caso di Giuda ci fa pensare che l’onnipotenza di Dio si ferma davanti alla libertà dell’uomo: il bene perde davanti al male! Che gloria c’è per Gesù nel lasciarsi consegnare? Che gloria c’è per Dio nel consegnare il suo Figlio?

C’è la gloria dell’amore fino alla fine (v. 1). Gesù conosce il traditore, ma gli offre la sua amicizia anche nel momento supremo, pur sapendo che la respinge. L’amico è infedele, ma Gesù gli offre la sua fedeltà, con un amore che non conosce condizioni né condizionamenti.

Gesù ama Giuda e dà la sua vita per lui. Ama Caifa, Pilato, i soldati… Ama Pietro che rinnega, gli altri che se la danno a gambe. Ama quella città, quel popolo, questa umanità che lo rifiuta. E ama il Padre che lo consegna, che lascia fare, che non gli toglie il calice, che sembra abbandonarlo, perché Egli stesso, Gesù, si è consegnato totalmente al Padre per gli uomini e agli uomini per il Padre. Questa è la glorificazione del Figlio dell’uomo come Figlio di Dio; ed è insieme la glorificazione di Dio stesso, che in lui si rivela come amore. Qui “risplende agli occhi di tutti l’amore eterno tra Padre e Figlio, comunicato ai fratelli, cominciando dai più lontani” (S. Fausti).

Non a caso in questo contesto, Gesù da il suo comandamento “nuovo”, che è il distillato di tutto il vangelo:

“Che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (v. 34).

Prima di essere un comandamento, l’amore è un dono. Di questo amore, prima di essere il modello, Gesù è la fonte

Gesù chiama questo  comandamento “nuovo”. E Dio nell’Apocalisse 21,5 dice:

“Io faccio  nuove tutte le cose”.

Il Signore ci rende “nuovi”, e ci rende capaci di  attuare il comandamento “nuovo”.

È difficile amare. Amare come Gesù è impossibile per chi si fonda su se stesso. Ci destabilizzano già le banali difficoltà e i contrattempi della vita quotidiana. Spesso ci ribelliamo a Dio. E quali sono i nostri comportamenti interiori ed esteriori verso coloro che ci amareggiano la vita?

Ma per chi si fonda sulla grazia di Dio, per chi prega, per chi fa penitenza,  per chi si confessa spesso, per chi si accosta di frequente  all’Eucaristia, nulla è impossibile, perché Cristo vive ed  ama in lui. Il comandamento dell’amore è “nuovo”, perché l’amore di Dio in Gesù viene nel nostro cuore e lo rinnova, perché non è una legge “fuori di noi”, alla quale dovremmo conformarci con uno sforzo impossibile della nostra volontà, ma è una legge che nasce da dentro: è l’amore di Dio dentro di noi!

Gesù ci dona di vivere gli uni verso gli altri il suo stesso amore. Con il suo amore, anche noi possiamo amarci gli uni gli altri. Il suo amore ci rende figli che possono amare come sono amati. Il Signore ci comanda di essere ciò che siamo.

Certamente dobbiamo amare tutti, ma in special modo dob­biamo amare i nostri fratelli nella fede. Da questo tutti  sapranno che siamo cristiani. In questo tutti troveranno la parola del Vangelo: nell’amore che ci caratterizzerà.

[*]Per queste riflessioni mi ispiro, in buona parte, a S. Fausti, Una comunità legge il vangelo di Giovanni, vol. II, pp. 21-36,

Pastore

Che immagine potente ci viene incontro nell’Apocalisse di Giovanni (7,9)! Una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua: la salvezza è per tutti: non vi sono preclusioni etniche o culturali. Tutti stavano in piedi: sono i risorti! Davanti al trono – la sede di Dio – e all’Agnello – Gesù Cristo –, avvolti in vesti candide – segno di redenzione –, e tenevano rami di palma nelle loro mani – segno di vittoria.

È un’immagine fatta per darci speranza: di quella moltitudine immensa dobbiamo far parte anche noi! Siamo chiamati alla redenzione, alla vittoria, alla risurrezione! Ma il percorso per giungervi non è fatto di rose e fiori. C’è una grande tribolazione da attraversare. La redenzione si ottiene nel sangue dell’Agnello, al prezzo della sua passione. Può risorgere solo chi muore con lui. Bisogna accettare che l’Agnello sia il nostro pastore, ma questo è paradossale perché l’agnello appare come il più piccolo, il più fragile, il più debole del gregge e spontaneamente noi non ci fidiamo di lui. Come può condurci alla vita uno che va a morire sulla croce?!

Qui si dividono gli animi. Certo, la salvezza è per tutti, nel senso che tutti sono chiamati; ma pochi sono gli eletti, cioè coloro che accolgono la salvezza. Perché viene facile preferire una vita terrena comoda qui ed ora, anziché affrontare la grande tribolazione nell’attesa di una vita eterna che adesso non si vede.

Non si vede, ma c’è! Gesù è risorto ed è qui in mezzo a noi. Non lo vediamo, ma udiamo la sua parola. Se l’accogliamo, siamo parte del suo gregge: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono (Gv 10,27).

La promessa che il Signore fa è immensa: Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno. Ma cos’è mai questo “in eterno” di cui Gesù parla? Cos’è l’eternità? Due parole: sempre-mai. Sempre inizio, mai fine. Significa essere sottratti alla consumazione del tempo, all’invecchiamento, alla morte: mai più la morte! Noi non riusciamo a immaginarci l’eternità, perché la nostra immagine dello spazio e del tempo ci è di ostacolo. Il poeta Giacomo Leopardi rappresentava questo ostacolo con l’immagine di una siepe che di tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude; ma proviamo a spingere il pensiero oltre e troveremo interminati spazi di là di quella, e sovrumani silenzi e profondissima quiete… ove per poco il cor non si spaura. Dovremmo – come diceva p. Raniero Cantalamessa – per una volta smettere i contare i nostri soldi e metterci a contare le stelle. Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare. Proviamo a rimuovere l’ostacolo del tempo che si consuma e pensiamo all’eternità come ad un tempo che non può passare: mille anni, e sei sempre all’inizio; milioni di anni, miliardi di anni, e sei sempre all’inizio, sempre all’inizio: non si è mai consumato nulla! E il naufragar m’è dolce in questo mare, mi è dolce perché sono fatto per questo: Dio ci ha creati per questo!

Possiamo affrontare “la grande tribolazione” perché abbiamo questa grande speranza: la tribolazione passa, la vita eterna resta! Possiamo seguire l’Agnello nostro pastore, perché ci guida alla risurrezione, alle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi.

Quando si ama

mi ami tuLa liturgia della Parola di oggi si apre con un brano “eroico”, per così dire, di testimonianza coerente e incurante delle bastonate. Pietro e gli apostoli rendono testimonianza alla risurrezione di Gesù, senza esitazione. E quando vengono fustigati se ne vanno

lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù (At 5, 41).

Ebbene, fermiamoci un poco su questa lettura. Perché oggi più che mai, dopo 2000 anni di cristianesimo, chi rende testimonianza a Gesù risorto viene perseguitato, minacciato, percosso… Si vuol mettere a tacere chi afferma che

bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomi­ni (At 5, 29).

Ma le minacce e le violenze non devono farci paura! “Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono toccare lo spirito – dice il Signore –: temete piuttosto colui che ha il potere di gettare l’uno e l’altro nella Geenna!” (Mt 10, 28).

Cosa pensava Pietro mentre veniva fustigato? Certamente pensava a Gesù. Certamente gli tornava in mente la sua passione e morte. Ma anche e soprattutto la sua risurrezione. Mi piace pensare che Pietro abbia ricordato in quei momenti quell’incontro sul mare di Tiberiade e quelle parole oscure che Gesù gli consegnò:

Un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi… Seguimi! (Gv 21, 18.19)

Parole che profetizzavano per il discepolo una morte simile a quella del maestro.

Dopo  la morte di Gesù, come il Maestro aveva predetto (Gv 16, 32), i discepoli si erano dispersi[*]. Rimangono insieme sette persone. Pietro riprende il mestiere che sa fare: la pesca sul lago; ma è un’attività vana, intrapresa per disperazione. Non prendono niente, perché senza Gesù non possono far nulla (Gv 15, 5).  Ma proprio quando la depressione arriva al suo estremo, Gesù si manifesta. La pesca portentosa produce il riconoscimento: chi altri, se non Gesù, potrebbe dare un segno del genere?

Notiamo che il riconoscimento di Gesù avviene nel l’amore: fu “il discepolo che Gesù amava” a capire per primo che quel l’uomo sulla sponda del lago era “il Signore”; e fu un impeto d’amore che spinse Pietro a gettarglisi incontro a nuoto.

Con un gesto d’amore, Gesù stesso aveva preparato la colazione per i suoi, e con gesti d’amore che richiamano l’eucaristia, Gesù distribuisce il cibo ai suoi discepoli.

A questo punto ha luogo quel commovente e misterioso dialogo tra il Maestro e il discepolo. Gesù per tre volte domanda a Pietro: “Mi ami?”; per tre volte Pietro risponde: “Ti amo”; per tre volte Gesù ordina a Pietro di pascere le sue pecorelle. Questo è strano: Pietro non viene interrogato sul suo amore per il gregge, ma sul suo amore per Gesù; se lo ama, allora il Signore può affidargli suo gregge, nella certezza che Pietro obbedirà alla volontà di Gesù.

Pietro è notoriamente debole e peccatore. Non viene nominato pastore grazie a un suo speciale merito. La sua scelta è una dimostrazione che Dio opera mediante le cose deboli di questo mondo. Ma richiede l’amore. La morte di Pietro è la prova della sincerità della sua triplice professione di amore per Gesù, perché “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13).

Pietro ha accettato questo destino tragico perché amava Cristo e viveva nell’amore il mistero della Risurrezione. Non a caso gli Atti ci presentano Pietro e gli altri che sono lieti di essere stati oltraggiati “per amore del nome di Gesù”. Chi ama non ha paura di dare la vita per la persona amata. E’ questo amore che ci spinge a rendere testimonianza.

Quante volte sentiamo discorsi stanchi, vediamo comportamenti stanchi! Quante volte si avverte nei cristiani un senso di imborghesimento spirituale, una forma di invecchiamento del cuore che prende anche i ragazzi di vent’anni, una paura che si arrende davanti alle difficoltà della lotta contro il male e della testimonianza. Questa stanchezza, questa vecchiezza, queste paure sono il segno che non amiamo abbastanza!

Si parla tanto di crisi delle vocazioni… Ma perché ci sono pochi giovani che decidono di consacrarsi? Perché si ama poco Cristo! “Se tu mi ami, Simone, pasci le mie pecorelle. Pascile non come il mercenario, a cui le pecore non appartengono, ma come il buon pastore che dà la vita per il suo gregge” (come ascolteremo domenica prossima).

Che lo Spirito Santo accenda in noi il fuoco del suo amore e ci renda suoi testimoni coraggiosi, lieti anche di essere oltraggiati per amore del suo nome.

[*]Su questo e su ciò che segue, cf. R. E. Brown, Giovanni, Assisi 1979, §§ 71-72.

Alitò su di loro

apparizione

 

Siamo nella domenica dell’ottava di Pasqua, chiamata anche “domenica in albis”, che significa “domenica con la veste bianca”, perché anticamente, coloro che avevano ricevuto il battesimo nella notte di Pasqua portavano la veste bianca per una settimana intera e oggi la deponevano ai piedi dell’altare.

La liturgia di oggi vuole farci entrare ancora meglio nel mistero della salvezza, perché tutti

comprendiamo l’inestimabile ricchezza del Battesimo che ci ha purificati, dello Spirito che ci ha rigenerati, del sangue che ci ha redenti (Colletta).

Pesiamo le parole: dobbiamo comprendere, ossia renderci conto, essere consapevoli dell’inestimabile ricchezza del mistero che si è compiuto in noi grazie alla Pasqua di Cristo Gesù.

  • Noi siamo stati purificati dai nostri peccati mediante il Battesimo (e la Penitenza, la Confessione, che è come una rinnovazione del Battesimo);
  • noi siamo stati rigenerati, siamo stati fatti nascere di nuovo, fatti rinascere come persone nuove dallo Spirito santo, che abbiamo ricevuto nella Cresima;
  • noi siamo stati redenti, ossia liberati dalla schiavitù dei nostri vizi e dei nostri peccati, e dalla tristezza, dalla disperazione, dalla morte, dall’inferno che ne sono la conseguenza. Siamo stati liberati da tutto ciò grazie al Sangue che nostro Signore Gesù Cristo ha versato sulla croce e che tra qualche istante si renderà presente nell’Eucaristia.

Portiamoci dunque in spirito nel Cenacolo, la sera del giorno stesso della risurrezione del Signore, il primo giorno dopo il sabato. Qui troviamo un gruppo di uomini impauriti, che tengono le porte ben chiuse per timore dei Giudei (Gv 20,19-31). Il timore è una conseguenza della disperazione: il Maestro è morto, nessuno può più difenderli, la loro avventura è finita! Aspettano solo che si calmino un po’ le acque per tornarsene a casa e… addio!

Mi viene spontaneo chiedermi: erano la Chiesa quei discepoli? Materialmente sì: erano proprio loro gli apostoli, le colonne e i fondamenti della città di Dio… Ma spiritualmente non erano ancora Chiesa, non avevano fede, non avevano speranza, non avevano carità… non avevano pace, non avevano gioia… Stavano lì muti, sordi e ciechi. Erano come il pupazzo di fango da cui Dio trasse Adamo: quel fango diventò un essere vivente quando Dio soffiò nelle sue narici un alito di vita.

Così, questi uomini deboli, paurosi, incapaci, diventano la Chiesa di Dio quando Gesù risorto alita, soffia su di loro e dice:

Ricevete lo Spirito Santo.

L’apparizione di Cristo risorto a porte chiuse li riempie di gioia, il saluto di Gesù,

Pace a voi,

ripetuto due volte, è il segno del perdono del loro peccato, del tradimento, del rinnegamento, ed è anche la realizzazione della promessa fatta nell’ultima cena: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. E tutto questo si realizza nel dono dello Spirito Santo: questi poveri uomini peccatori diventano Chiesa, diventano il prolungamento di Cristo nel mondo, diventano il segno della sua presenza di risorto:

Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi… A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi.

Ed è così che nasce la magnifica comunità che vediamo in At 5, 12-16:

Molti miracoli e prodigi avvenivano per opera loro… Il popolo li esaltava. Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore…

Questa descrizione dovrebbe essere uno specchio per la Chiesa di tutti i tempi.

Ebbene: la nostra comunità, la nostra Chiesa diocesana, la Chiesa universale del nostro tempo, si può ritrovare in questa descrizione? In alcune sue componenti certamente sì: penso a tanti missionari, contemplativi, sacerdoti, laici che diffondono ovunque il profumo di Cristo risorto.

Ma sappiamo bene che l’aria che si respira “mediamente” non è così “profumata”! C’è un grande imborghesimento, scoraggiamento, esibizionismo, egoismo e disimpegno… Cosa manca? Mancano la Speranza e la Carità.

È vero. Nella Chiesa di oggi i problemi ci sono: forse siamo più simili ai discepoli paurosi chiusi nel cenacolo che a quegli stessi apostoli coraggiosi che fanno prodigi, convertono il mondo e danno la vita per Cristo. Ma sappiamo una cosa: quegli uomini cambiarono solo quando ricevettero lo Spirito Santo. E questo vale per la Chiesa di tutti i tempi. Dobbiamo mettercelo bene in testa: la nostra Chiesa non si salverà grazie alle offerte deducibili, o all’otto per mille, o a questo governo, o a un altro partito, ai convegni, ai congressi e compagnia bella. E il Signore rende più evidenti i nostri fallimenti proprio perché impariamo a porvi rimedio,

perché tutti comprendiamo l’inestimabile ricchezza… dello Spirito che ci ha rigenerati,

e impariamo ad aspettarci la salvezza da Lui e non dagli uomini.

risurrezione

La liturgia di oggi ci offre due livelli di lettura del mistero della risurrezione: il livello dei fatti, che ha la sua testimonianza principale nei testi evangelici, ed il livello del significato dei fatti, che si esprime in varie testimonianze apostoliche e liturgiche.

I fatti sono all’inizio molto semplici, scarni: una tomba vuota, le bende e il sudario, un cadavere che non si trova (Gv 20, 1-10). Di Pietro, davanti a questi segni, si dice che vide: i suoi sensi ricevettero l’immagine. Punto e basta. Di Giovanni, invece, si dice che vide e credette: non solo l’immagine si stampò nei sensi e quindi nella memoria, ma il cuore credette, il cuore comprese il significato di quei fatti, di quella tomba vuota.

Il significato dei fatti – dicevamo – viene illustrato dagli altri testi liturgici. L’espressione più sintetica è quella che troviamo nel Prefazio: “Cristo, nostra Pasqua, si è immolato. È lui il vero Agnello che ha tolto i peccati del mondo, è lui che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita”. In forma più poetica si esprime la Sequenza: “La morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa”.

Questa enunciazione del significato ci fa capire che la risurrezione di Gesù non è la semplice rianimazione di un cadavere: se così fosse, quale interesse potrebbe avere per noi che viviamo duemila anni dopo? Nel vangelo sono raccontate le risurrezioni del giovane di Nain (Lc 7, 11-17), della figlia di Giairo (Mc 5, 22-24-35-43 e //), di Lazzaro (Gv 11, 1-44). Ma questi personaggi, dopo un periodo di tempo più o meno lungo, sono morti nuovamente – e il destino di morte di tutti gli altri uomini e donne non è cambiato!

La risurrezione di Gesù, invece, è qualcosa di totalmente nuovo. Gesù è il Figlio di Dio che ha assunto la nostra umanità e in questa umanità è stato ucciso, ma attraverso la morte ha aperto la strada verso una vita per sempre libera dalla legge della corruzione e della morte: ha inaugurato una nova dimensione dell’essere uomini.

“Per questo la risurrezione di Gesù non è un avvenimento singolare, che noi potremmo trascurare e che apparterrebbe soltanto al passato, ma è una «mutazione decisiva» (…), un salto di qualità. Nella risurrezione di Gesù è stata raggiunta una nuova possibilità di essere uomo, una possibilità che interessa tutti e apre un futuro, un nuovo genere di futuro per gli uomini”  (J. Ratzinger).

Nel bel mezzo del vecchio mondo, che continua ad esistere con il suo carico di sofferenza e di morte, la risurrezione di Cristo apre una condizione nuova, differente e definitiva: la vita di Dio si fa presente e si dona a noi!

Dopo gli eventi della passione, nel cuore dei discepoli la morte sembra aver vinto. “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele – dicono i discepoli ad Emmaus –; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute” (Lc 24, 21). Ma il terzo giorno è il giorno di un avvenimento: la scoperta del sepolcro vuoto! Di più: l’incontro con il Signore risorto di cui gli apostoli rendono testimonianza: “Noi – dice Pietro – abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti” (At 10, 41).

Ma nelle parole di Pietro c’è qualcosa che ci lascia perplessi. Egli dice che Dio volle che Gesù risorto si manifestasse “non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti” da lui. E noi ci chiediamo: perché? Perché, Gesù, non ti sei mostrato ai nemici che ti hanno crocifisso? Perché non hai dimostrato a tutti che sei il Vivente, il Signore della vita e della morte?

Questo, cari amici, è il modo in cui Dio si rivela al mondo. Sceglie il piccolo Abramo e non i potenti del mondo. Sceglie l’insignificante popolo di Israele e non i grandi imperi della terra… Dio agisce in modo sommesso, il suo regno è come un piccolo seme posto nella terra, che pian piano germoglia e diventa un grande raccolto. La risurrezione di Gesù è un seme di vita che si diffonde lungo tutta la storia. Per diffonderlo, Dio si serve di pochi uomini, testimoni dell’incontro col risorto. E non è questa forse la cosa veramente grande? La potenza di Dio si manifesta nella piccolezza e nella debolezza dei suoi testimoni! Si manifesta nella piccolezza e nella fragilità delle parole e dei segni nei quali però si cela e si rivela potenza infinita della sua risurrezione.

Nella celebrazione eucaristica anche noi veniamo coinvolti in questa manifestazione: crediamo alla testimonianza degli apostoli, mangiamo e beviamo anche noi con Gesù risorto, e diventiamo, nel nostro piccolo, anche noi testimoni della vittoria del Signore della vita.

crocifissione   

Tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto (Lc 23, 48)

Il nostro compito oggi è proprio questo: accorrere allo “spettacolo” della croce, “contemplare colui che hanno trafitto”. E ripensare a quanto è accaduto per cogliere il senso della vita e della morte, per accogliere il vangelo della vita.

Verso mezzogiorno del venerdì santo, il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo.

È il simbolo di un grande sconvolgimento che coinvolge tutta la creazione, di una lotta tra le forze del bene e le forze del male, tra la vita e la morte.Questa lotta continua anche oggi, in modo drammatico. La cultura della morte colpisce gridando che la vita di una persona conta qualcosa solo quando è efficiente, produttiva, piacevole; altrimenti va scartata, negata, uccisa.

Sembra che la morte sia più forte: il sole si eclissa, si fa buio… Ma in quest’oscurità lo splendore della Croce non viene sommerso. Anzi, la Croce si staglia ancor più nitida e luminosa e si rivela come il centro, il senso e il fine di tutta la storia e d’ogni vita umana.

Gesù è inchiodato sulla croce e viene innalzato da terra. Vive il momento della sua massima “impotenza” e la sua vita sembra totalmente consegnata all’indifferenza della gente, agli scherni dei suoi avversari e alle mani dei suoi uccisori:

Il popolo stava a vedere, i capi invece lo deridevano… anche i soldati lo deridevano.

Eppure, proprio di fronte a tutto ciò, e visto ciò che era accaduto, il centurione romano esclama:

«Veramente quest’uomo era giusto».

Si rivela così, nel momento della sua estrema debolezza, la potenza della giustizia di Cristo: sulla croce si manifesta la sua gloria!

Con la sua morte, Gesù illumina il senso della morte di ogni essere umano. Prima di morire, Gesù prega il Padre invocando il perdono per i suoi persecutori. E al malfattore, che gli chiede di ricordarsi di lui nel suo regno, risponde:

«In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».

La morte di Gesù è salvezza per noi, è dono di vita, di resurrezione. Lungo la sua esistenza, Gesù aveva donato salvezza anche sanando e beneficando tutti. Ma i miracoli, le guarigioni e le stesse risurrezioni erano segno di un’altra salvezza: il perdono dei peccati e l’elevazione dell’uomo alla vita stessa di Dio. E questo avviene nel momento della sua massima debolezza: quando i suoi piedi non possono muoversi per le strade, quando le sue mani non possono toccare, quando il suo corpo è rigido, freddo, inchiodato sul legno.

In questo Gesù ci fa capire che il valore di una vita umana non sta nella sua efficienza, nella capacità di lavorare o di produrre ricchezza. Il valore di una vita umana sta nella gloria di Dio che vi si manifesta. Allora anche la vita dell’handicappato grave, anche la vita ancora nascosta nel grembo della madre, anche la vita del malato terminale ha un valore sconfinato, intangibile.

Nel momento supremo, Gesù grida

«Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.

Con la parola “spirò”, la morte di Gesù è descritta come quella di ogni essere umano. Però questa morte non è vana, il suo spirito non è disperso: è consegnato, donato nelle mani del Padre, che lo fa ritornare come dono di salvezza a tutti gli uomini.

In questo modo Gesù proclama che la vita raggiunge il suo centro il suo senso e la sua pienezza quando viene donata.

La meditazione a questo punto si fa lode e ringraziamento e, nello stesso tempo, ci sollecita ad imitare Gesù e a seguirne le orme.

Anche noi siamo chiamati a dare la nostra vita per i fratelli, realizzando così in pienezza di verità il senso e il destino della nostra esistenza. Lo potremo fare perché Tu, o Signore ci hai donato l’esempio e ci hai comunicato la forza del tuo Spirito. Lo potremo fare se ogni giorno, con Te e come Te, saremo obbedienti al Padre e faremo la sua volontà. Concedici perciò di ascoltare con cuore docile e generoso ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Impareremo non solo a “non uccidere” la vita dell’uomo, ma a venerarla, amarla e servirla.

adultera

Riflettiamo oggi su alcuni aspetti problematici della nostra fede: il peccato, la legge, il giudizio, la misericordia. È un cammino  di approfondimento rispetto a quello delineato nella domenica precedente. Allora, con la parabola del “figlio prodigo” tutto si è giocato sui due estremi: il peccato e la misericordia. Certo questo è l’essenziale. Però non dobbiamo pensare che la legge e il giudizio non ci siano, o che non siano importanti. Perché senza la legge non avremmo il senso del peccato: la legge lo denuncia, lo fa conoscere, lo sanziona. E senza il giudizio la misericordia sarebbe semplicemente complicità, connivenza con il peccato: tu fai il male, fai del male che resta, e te ne vai tranquillo a testa alta perché ti è stata usata misericordia… È quella che Bonhoeffer chiamava “la grazia a buon mercato”: un cortocircuito tra peccato e misericordia che nega il giudizio. E invece no: il giudizio è importante – e il Credo ce lo fa ripetere ogni domenica: Gesù Cristo “di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”.

Dunque: peccato – legge – giudizio – misericordia, senza cortocircuiti.

1.  Il peccato

C’è una donna che ha peccato, ha commesso adulterio, è stata colta sul fatto (Gv 8, 1-11). Quanti adulteri si commettono al giorno d’oggi! Si sa… Ma come reagisce la nostra coscienza? Probabilmente cercando delle scusanti: la solitudine, l’incomprensione del coniuge, la provocazione del complice, la debolezza della carne… Oppure si pensa: beh, ma infondo ci sono peccati più gravi, che so, la violenza, la corruzione, lo sfruttamento… Ma sì, un adulterio, che vuoi che sia…! Tanto Dio perdona. Deve perdonare! Se no, che Dio è?

Ecco: abbiamo un’idea debole del peccato, abbiamo un’idea debole di Dio. E questa è una delle conseguenze peggiori del nostro essere peccatori.

2.  La legge

La legge viene a destarci da questa narcosi della coscienza:

“Mosè nella legge ci ha comandato di lapidare donne come questa”.

Caspita! Lapidare?! Ma era pazzo Mosè?

No. La legge di Mosè è legge di Dio. Gesù ha detto di non essere venuto ad abolire la legge, anzi, nemmeno uno iota o un segnodella legge passerà (Mt 5, 17-ss). Prima di dire che Mosè era pazzo o crudele, chiediamoci se i pazzi e i crudeli non siamo noi, con la nostra concezione debole del peccato.

L’adulterio nella legge di Mosè va punito con la morte, perché è un’uccisione: uccide il coniuge nella sua umanità più profonda, nella sua relazione d’amore; e uccide la comunità nella sua cellula fondamentale, la famiglia. Non a caso il più grave peccato, che è l’idolatria, è chiamato dai profeti “adulterio” e “prostituzione”. Il peccato è gravissimo e non merita perdono. Ma richiede un giudizio.

3.  Il giudizio

Gli scribi e i farisei il loro giudizio l’hanno bell’e formulato: va lapidata. Se la portano da Gesù, è per metterlo alla prova ed avere di che accusarlo. Sanno della sua benevolenza verso i pubblicani e i peccatori, ma non oserà mettersi contro la legge di Mosè. Se d’altra parte approvasse l’uccisione, si metterebbe contro Pilato, perché solo i Romani potevano eseguire le condanne a morte.

Qual è il giudizio di Gesù?

“Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra”.

I proverbiali “fiumi d’inchiostro” che sono stati versati per spiegare questo gesto di Gesù non hanno spiegato nulla. Da parte mia rimango perplesso, perché la scena si svolge nel tempio di Gerusalemme e cioè in un luogo pavimentato con lastre di pietra. Gesù si china e traccia dei segni col dito sul pavimento. Chi è che scrive col dito sulla pietra? Dio, sulle tavole di Mosè (Es 31, 18; Dt 9, 10)!

Gesù richiama l’attenzione alla legge per riguardo di colui che l’ha data e per farne l’uso che Colui che l’ha data vuole che se ne faccia.

Siccome gli accusatori non capiscono si alza, ossia mostra in se stesso chi era colui che dà la legge e il senso della legge stessa.

Il peccato merita la morte: questo è vero! È vero! Ma ogni peccato: “Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio, ma io vi dico…” Che cosa ci dici? Che possiamo commetterlo? Che in fondo non è così grave? Che tanto poi tu ci perdoni? No. “Io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla ha commesso adulterio” (Mt 5, 27-ss). Meriti la morte!

Tu che credi di poter usare la legge per giudicare gli altri, ma non è questo l’uso che vuole Dio. Tu sei il primo che è giudicato da questa legge. Non solo chi uccide, ma anche chi litiga e insulta; non solo chi ruba, ma anche chi non dona… La legge serve per giudicare te stesso, non gli altri.

“Chi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei”.

Mosè ha detto bene: il peccato va punito. Ma ogni peccato, il peccato di ognuno. Perciò, chi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei. E se non sei senza peccato… allora sei tu che dovresti essere lapidato!

È come se Gesù avesse sollevato di colpo il coperchio della coscienza di ognuno.

E si rimette a scrivere, perché la legge rimane, perché nemmeno uno iota o un segno sarà cancellato senza che tutto sia compiuto.

4.  La misericordia

Nel tribunale è sceso un silenzio insopportabile; i più anziani cominciano ad andarsene, forse spaventati dall’idea che Gesù potesse aiutarli a scavare nella loro vita per vedere se davvero erano senza peccato. E via via se ne andarono tutti,uno per uno.Questa è la legge: uguale per tutti. Tutti peccatori,quindi tutti meritevoli di morte.

Sono rimasti in due: lui è il legislatore e giudice, lei l’accusata.

“Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”

Non le chiede niente del suo peccato, né delle scuse che poteva portare. La aiuta a tirare un sospiro di sollievo: la sua sorte era segnata, se non fosse stata portata davanti a Gesù, a quel momento sarebbe già morta:

“Nessuno mi ha condannata, Signore”.

“Neppure io ti condanno”.

Eh sì, l’unico senza peccato è Gesù, l’unico che poteva scagliare la pietra… Gesù però non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva.

Allora misericordia senza giudizio? Abolizione della legge? No. La legge rimane, perché altrimenti il peccato non sarebbe riconosciuto. Il giudizio di condanna resta, perché il peccato va punito. Solo che la sentenza di morte, che toccava a te, se la prende Gesù stesso, sulle sue spalle.

Vedi quanto costa la misericordia che ti è stata usata?

“Va’, e non peccare più”.

 

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